Giuliano Stenghel

 

LASCIAMI VOLARE

 

 

 

Alle mie bambine Chiara e Martina,

a Nicoletta,

Al nostro Angelo Grande.

 

 

Foto di copertina:

Spigolo Anna. Castei meridionali (Brenta).

 

Tutti i diritti riservati.

 

È vietata la riproduzione anche parziale dei testi

e delle illustrazioni.

 

Le foto pubblicate nel volume sono di A. Dalpez,

M. Rizzi e dell’Autore.

 

Stampa: Tipolitografia Emanuelli – Arco (TN)

 

 

 

Presentazione

 

Ricordo la prima volta che Giuliano mi portò da leggere alcuni suoi scritti di getto, quasi un inconsapevole bisogno di parlare a se stesso, di esprimersi. Ricordo la mia curiosità trasformarsi via via in lettura appassionante, entusiastica; in ammirazione e consenso.

Racconti brevi, coincisi, accorate meditazioni. Perle di ricchezza spirituale scaturite dalle vicende quotidiane belle e tristi insieme, trovate e raccolte peregrinando, lottando, soffrendo e cantando su montagne e pareti vertiginose.

Pause di riflessione, momenti di grande bellezza.

Così, sommessamente, è nato questo libro impreziosito dalla collaborazione di amici e compagni di avventura. Un libro messaggio fuori dall’usuale, da leggere attentamente, da consigliare e da regalare. Esperienze di vita filtrate dal dolore e illuminate dalla Fede, ancora prima della pratica alpinistica. Ad ogni pagina una nuova commozione.

Storie di montagne che sono sempre storie di uomini. Sono loro infatti, con l’insopprimibile bisogno e l’audacia di voler andare oltre che hanno dato un’anima ai vertici di roccia e di ghiaccio e che li fanno vivere a immagine di un cammino verticale verso la conoscenza. Che noi chiamiamo Dio.

Il distratto uomo della società dei consumi forse non se ne accorge ma lo spirito dei privilegiati assetati di infinito che sulle fascinose pareti dei monti hanno scritto pagine di eroismo e di poesia, aleggia libero sulle altezze. Senza retorica, onore e vanto della specie umana.

“Alla fine ci rimarrà una parete inaccessibile! Ai suoi piedi saremo piccolissimi e senza corda, senza la forza ed il coraggio per salirla. Sarà il nostro limite umano! Ci rimarrà ancora una sola speranza per superarla: la Fede”.

Con queste parole di grande saggezza, Giuliano Stenghel consegna al lettore la fatica del suo impegno. Noi gli diciamo il più affettuoso e fraterno grazie.

Armando Aste

 

 

 

Lasciami volare…

 

Una preghiera — così l’ha definita Giuliano — nata dal cuore, suo e di tutti gli alpinisti che hanno contribuito a questo volume.

Una preghiera che umilmente invitiamo tutti voi a leggere e meditare con franchezza d’animo. Una preghiera, scritta da una Alpinista (proprio con la A maiuscola) non per soli alpinisti ma certamente per quella parte di “alpinista” che è in ciascuno di noi, come un alpinista che anela ad una vetta, cerca un perché, nelle cose che fa, o che pensa, o solo che sogna.

 

 

Il profondo e reciproco senso di amicizia e stima che ci lega a Giuliano Stenghel va oramai ben oltre l’aspetto meramente alpinistico o sportivo: se è vero che Giuliano è particolarmente legato alle nostre montagne, così come carica interiore e lo slancio che danno azione a queste sue ultime imprese: noi ne abbiamo colto lo spirito nei brani già pubblicati sugli ultimi numeri del nostro Annuario.

 

Così lo vogliamo presentare come un uomo con il suo mondo e la sua storia, con le sue gioie e le sue sofferenze ma soprattutto come un uomo che comunque cerca tenacemente una via al proprio futuro.

 

Per tutto ciò la sezione S:A:T: di Riva del Garda si pregia di offrire a questo lavoro editoriale di Giuliano Stenghel il proprio patrocinio augurando un pieno e meritato successo che si augura sia tanto più vasto possibile a sostegno della nobile scelta di devolvere le libere offerte per l’acquisto del libro a sostegno delle attività che la Fondazione intitolata a Serenella prodiga a favore dei bambini poveri dell’India.

 

EXCELSIOR

Cesarino Mutti (Presidente Sezione SAT Riva del Garda)

 

 

 

Introduzione

 

Casualmente, tanti anni fa, conobbi Giuliano e con lui arrampicai; casualmente condivisi la sua sofferenza per la malattia di Serenella e oggi, ancora casualmente, siamo insieme per vivere questa avventura che lo vede autore di un libro.

 

Sarà il caso che ha permesso i nostri incontri o la Provvidenza del Signore, come dice Giuliano? … Non lo so.

 

Qualche mese fa Giuliano mi disse che stava scrivendo un libro di montagna; anzi, attraverso alcuni racconti, voleva ripercorrere le sue vie, la sua esperienza umana ed alpinistica. Perché abbia accettato di accompagnarlo in questa nuova avventura ancora non lo so. Forse mi ha spinto il desiderio di ritornare con il pensiero a quelle sere, di quasi vent’anni fa, trascorse in Val Scodella per allenarsi e per stare assieme a tanti amici o, forse, più semplicemente, la curiosità di vedere Giuliano alle prese con una nuova difficoltà: non lo so, ma è stato bello tornare ad incontrarsi, parlare di montagna, di Dio e rubare un po’ di tempo agli altri impegni.

Non mi stupisce che Giuliano abbia avvertito l’esigenza di comunicare i suoi sentimenti attraverso un libro; anzi, credo che il raccontare sia una cosa connaturale all’alpinista. Indubbio è il fascino ad ascoltare Giuliano quando parla delle vie di roccia da lui tracciate un po’ ovunque, delle sue escursioni in barca a vela e del suo modo di credere in Dio. Questa necessità di comunicare ha spinto Giuliano ad incontrare i giovani, o a scuola, o in serate per parlare di alpinismo e di tante altre cose come sa fare lui.

Certamente che questo suo bisogno di incontrare, parlare, confrontarsi anche attraverso un libro è nato piano piano, tanti anni fa, per poi giungere rapidamente a maturazione in quest’ultimo periodo.

Nel lavorare con lui ho trovato un Giuliano diverso da quello conosciuto anni fa in Val Scodella: certo la sua generosità ed il suo entusiasmo non si sono ossidati.

Allora era il punto di riferimento per quanti frequentavano la palestra di roccia: i suoi atteggiamenti, le sue battute facevano moda. Tutti si chiedevano perché Giuliano non decidesse di compiere il grande salto di qualità sia arrampicando nelle Alpi Occidentali che partecipando a spedizioni extraeuropee; solamente in questo modo credevamo potesse raggiungere il vertice di tutto il mondo alpinistico.

Tutto gli riusciva estremamente facile: che fosse nuoto, o che fossero gli scacchi. In realtà non capivamo!

Non eravamo abbastanza sensibili per comprendere la sua solitudine. In Giuliano ci ostinavamo a vedere la “scorza” esterna e non riuscivamo a percepire quello che nascondeva dentro di sé e che lui stesso cercava di nascondere. Oggi, Giuliano, pur rimasto fedele alla sua immagine, dimostra una sensibilità più profonda e ancor più coinvolgente.

Ai tempi in cui frequentavamo assieme la palestra di roccia sembrava che l’alpinismo fosse al centro della sua vita; eppure ci stupì la dolcezza con cui lo sorprendevamo ad accompagnare la moglie. La spiritualità di Serenella fu determinante per lui: lo coinvolse totalmente. Giuliano, fino allora indifferente a questo tipo di esperienze, si scostò per un po’ dalla montagna perché costretto a vivere “gli anni che non vorreste vivere”.

Ora Giuliano è ritornato ad arrampicare chiedendosi se vale la pena salire in solitaria senza corda e chiodi quando c’è una bambina che ti aspetta a casa e Nicoletta che, avvicinatasi a te in punta di piedi, ora è tua moglie.

La risposta è difficile ma è sincera: non ne vale la pena! Infine, come e dove arrampicare? Giuliano nel percorrere tutta la sua esperienza alpinistica non ha dubbi: vuole rimanere fedele all’alpinismo delle pareti dolomitiche (in particolare quelle vicine a casa tua) e all’arrampicata tradizionale.

Quello che allora vedevo come un limite, oggi come ieri, è il suo modo di vivere l’alpinismo cioè arrampicare vicino a casa per potersi dedicare ad altri interessi, soddisfare altre passioni certamente presenti in lui anche allora; ma alle quali non aveva dato modo di manifestarsi.

Si stupirà ancora il lettore ma nei sui racconti non c’è dolore ma speranza, fede, amicizia e amore anche quando si parla della moglie e degli amici scomparsi. Grazie a questi sentimenti Giuliano è riuscito a realizzare, negli ultimi cinque anni, le salite più belle e difficili di tutta la sua attività.

Ha arrampicato nelle Dolomiti in solitaria, con gli amici, molti dei quali alle prime esperienze, ma anche con gli Angeli, uno fra i tanti Serenella. Sebbene nell’arrampicata vicino a casa abbia raggiunto il massimo, per Giuliano ora non è più la stessa cosa più importante o ,meglio, è importante come il suo impegno nell’assistere la Fondazione che porta il nome della moglie (inserita nel Gruppo Bombay) che si occupa di adozioni a distanza di bambini indiani e di aiuti concreti a persone, a famiglie e a comunità dell’India.

 

Gianmario Baldi

 

 

 

 

IL GRIDO DEL GABBIANO

 

Quel giorno arrivo a Campione quasi per caso. Per la prima volta attraverso il paese, una sensazione di pace totale s’impadronisce di me: l’aria è ferma, frizzante.

Mi guardo attorno ma non sono attratto dall’azzurro intenso del cielo che si specchia nel lago di Garda, ma dallo strapiombo impressionante sopra di me. Non riesco a staccarmi da quelle pareti e, come per incanto, mi sale dal cuore un anelito di ebbrezza.

Seguo con lo sguardo il volo dei gabbiani, già alti sull’acqua, contro il sole, li vedo entrare nelle “gole”, oppure riposare negli anfratti rocciosi ed immagino la loro gioia nel volare in quel paradiso: è un insieme di luci e di colori, un anfiteatro di pareti che sembrano soffocarti nella loro maestosità.

Mai, sul lago, avevo visto sculture simili e ne sono abbagliato.

 

Un uomo, non più giovane, mi si avvicina e dice: “Bella, vero, la nostra montagna?”.

“Sì — rispondo — molto bella, mi piacerebbe scalarla”.

Con queste poche parole, scambiate senza staccare gli occhi dalle pareti, inizia la mia avventura in quella lingua di terra isolata dalla potenza della natura.

Passano alcune settimane e ritorno a Campione. In questo luogo c’è una atmosfera diversa, unica e non solo per l’esplosione della natura: ma c’è anche qualche cosa di eterno, di magico.

Anche d’estate la quiete non è mai in pericolo. Infatti, non ci sono né ville, né pizzerie, né discoteche come nelle altre località del lago.

C’è invece il volo solitario ed il grido romantico dei gabbiani, c’è il vento che lavora la roccia, c’è una natura praticamente intatta e, infine, c’è l’acqua che scende fra le pareti formando grotte e gole di rara bellezza.

 

Così, come d’incanto, io e Walter ci troviamo su quella muraglia dall’aspetto così affascinante. In quel momento non potevo sapere che poche volte nella mia vita di alpinista avrei avuto tanta soddisfazione e gioia nel giungere in vetta.

Le difficoltà sono, a tratti, strenue.

Non mi sono mai arrampicato su una roccia così strana; dal basso sembrava tutto più difficile; ero convinto di dover far uso di “ferraglia”, ma una volta sulla parete, tutto diviene più accessibile, e tiro di corda dopo tiro di corda saliamo la gialla e strapiombante montagna solo con le nostre mani.

 

Guardando in basso vedo i tetti delle grandi vecchie case e la fabbrica: è un paese, Campione, che è stato costruito per la fabbrica tanto che se questa muore, (come è morta) sembra che tutto lì debba morire. Ma la gente vive ancora ed ama quella fetta di terra. In piazza ci sono i miei amici che mi chiamano e gli abitanti del paese col naso all’insù. Ho la sensazione di arrampicare per loro.

 

Continuo a salire ed è come se ci fosse tutta la forza degli abitanti di Campione nelle mie braccia e sul “Salto delle streghe” l’arrampicata comincia ad acquistare una dimensione diversa; mi pare che tutti mi vogliano bene.

Superiamo alcuni strapiombi, un diedrino poi un canale. Sento tutti i miei tendini, la mia mente, tutta la mia essenza rivolta in alto: un gabbiano mi vola vicino, il vento del lago mi colpisce ed è la cima.

Poi, in paese tutti ci attorniano e ci festeggiano. Conosco il “grigio”, un uomo erculeo e brizzolato che ama la montagna, poi il “baffo”, proprietario del piccolo bar ristorante, il barbiere ed altri.

Il Livido, che è anche il presidente della Pro loco, ci offre da bere e da mangiare: è ancora vero che la semplicità e l’amicizia sincera contano qualche cosa. Ne ho la prova, in pochi attimi, in quell’angolo di mondo.

 

Giunse l’estate, cominciai a vagabondare in quota, sulle montagne più alte pur avendo di tanto in tanto lo strano desiderio di tornare a Campione. E vi tornai. La piccola spiaggia, l più bella del Lago, è addormentata. Ci sono vele di surf al Largo e la piazza del paese sembra essersi risvegliata: il negozio di Giovanni con i souvenirs, le cartoline, ed altre cento cose risplende di mille colori.

 

Giunse poi l’autunno; torno ancora su quelle pareti che mantengono lo stesso fascino ammaliante che mi aveva stregato. Mi sento parte integrante di quei picchi rocciosi che forse ho già visto solo nelle fantasie della mia infanzia. Salgo per altre volte la strapiombante parete e tuttora sento il bisogno di ritornarci: è la maledizione o la magia delle streghe che vivono tra quelle rocce, misteriose e pericolose, ma sempre immensamente affascinanti!

 

 

 

POESIA DI MONTAGNA

 

Una sera d’inverno, seduti attorno ad un tavolo “da Carnera”, non avevamo fatto nulla, tranne mangiare, bere e fare baldoria. Stavamo gozzovigliando e ridendo tra una barzelletta e l’altra, protraendo la nostra seduta fino a notte fonda. La compagnia era quella dei miei migliori amici, tutti allegri e spensierati nonostante ciascuno si portasse dentro delle grandi croci.

A notte fonda, Marco si accorse di una chitarra abbandonata nel fondo del locale e si ritrovò a suonarla. Improvvisamente, ci trovammo immersi nel più profondo silenzio, avvolti dalla dolce armonia delle note.

Le parole della canzone dicevano:

 

Ogni sera il sole va a dormire e la luce ci saluta di lontano

la celeste meridiana non si ferma ed il nuovo giorno già s’appressa.

Quanti uomini dovranno ancora nascere

e l’angoscia della vita sopportare

Quante parole saranno ancora sputate

e quanti amori con odi mescolati.

Quale notte scegliere per ultima

e quale stella tenere per sorella...

 

Marco aveva cantato questa canzone di modo che nessuno di noi osava interrompere l’armonia del silenzio, e ognuno aveva la sensazione che tutti stessero con il fiato sospeso. Il senso di una profonda, penetrante commozione s’impadronì di noi tutti e solo il gesto di poggiare lo strumento fece svanire quella magia. Presi seriamente la parola e come un monologo cominciai a raccontare storie vissute di montagna, storie di uomini con i loro cuori e le loro poesie. Ho rivisto quel fienile in Val di Fassa, ai piedi della Vallaccia, dove trascorrevo le notti precedenti le mie scalate. La luce pallida di una candela, poggiata con cautela, illuminava il volto amico di Marino, mentre mi raccontava le sue avventure e mi aiutava a riordinare chiodi, cordini e moschettoni.

    Riuscii, ad interrompere le parole di Marino con alcuni versi di Garcia Lorca, dedicati alla serenità nell’affrontare la morte:

 

Nell’aria dolce è volata un’ape

la formica in agonìa avverte l’immensa sera e dice

ecco chi mi porta su una stella.

 

Cercai di spiegare all’amico come quando ci aggrappiamo alla vita ed alle cose terrene, i demoni cercano in tutti i modi dl rubarcela; invece quando ci aggrappiamo alla pace gli angeli sostituiscono questi demoni nel dolce passaggio oltre la morte.

Ricordo Marino colpito, pensieroso rispondermi: “Quando moriremo, andremo in una valle circondata di picchi belli quanto arditi, saranno montagne di luce sulle quali continueremo a scalare felici nella dolce attesa dell’arrivo dei nostri cari, in un posto meraviglioso dove non esiste la morte”.

Caro Marino, anche tu sei volato in Paradiso e fra tutti i segreti, le tecniche, i nodi che mi hai insegnato, solo questa frase mi è rimasta dentro intatta come allora. Sono felice di averti dedicato due vie molto belle: una sulla Rupe Secca al Colodri e l’altra lungo la Fessura gialla sul Sass Aut.

In ambedue avevo un compagno d’eccezione, con il quale ho trascorso una parte della mia vita, un alpinista completo: Renzo Vettori; con lui spesso ci alternavamo e ricordo la sua determinazione, la sua tecnica d’arrampicata su placca, ma soprattutto non l’ho mai visto “barare” dando difficoltà diverse dal suo pensiero: un pregio raro fra i molti arrampicatori moderni. Lo rivedo salire con lo zainone in spalla sulla strapiombante fessura del Sass Aut ed in seguito sbucare dalle nuvole e raggiungermi sull’affilata cresta nevosa della vetta dove ci abbracciammo soddisfatti di fronte al sole rosso fuoco tramontante sul Catinaccio. Alla fine della serata rifletto come la vita spesso sia generosa con noi dandoci la possibilità di cambiare il nostro modo di pensare, d’intendere il senso delle cose, e, ovviamente, cambiano anche gli amici più intimi. L’amicizia, talvolta, si vive così intensamente da non avere più molto da donare; con il passare degli anni che tutto si placa, si rivede il passato serenamente, apprezzando i momenti più belli trascorsi assieme e, saggiamente, si sorride agli estremismi del passato; si continua però a sognare.

La felicità non è la vittoria, ma la consapevolezza della cima come premio per il desiderio di libertà! Libertà raggiunta con lo sforzo, con il coraggio  di lasciare le “certezze” di una vita piatta, per superare le barriere che inevitabilmente la vita ci pone davanti.

Allora continuiamo a realizzare, o almeno lo tentiamo di farlo, i nostri desideri migliori; ci accorgeremo così che è possibile passare oltre gli anni che scorrono, oltre gli acciacchi, oltre i dolori, e oltre il fardello di difetti che ci portiamo appresso. Ci porteremo alternati sulle spalle e sicuramente qualche volta riusciremo a vendere un po’ di quella pace che nessuno sembra più comprare.

 

 

 

ARRAMPICARE CON IL CUORE

 

Ti ricordi Franco, quando dopo aver scalato la via Ornella in Val Scodella ci godevamo gli ultimi raggi del sole che tramontava sul Biaéna? Era il nostro primo incontro dopo tanto tempo, molti anni erano trascorsi da quando giocavamo spensierati sotto casa.

 

Seduti fra corda, cordini e moschettoni, sorseggiando un po’ d’acqua rubata alla borraccia apristi il tuo cuore, la tua cicatrice dolorante per raccontarmi la tua vita, l’episodio che ha segnato l’esistenza tua e della tua famiglia: la lunga malattia, la morte della tua bambina, Katia, di soli cinque anni d’età, volata come solo sanno fare gli angeli, in Paradiso. Mi proponesti di aprire una via che portasse il suo nome: e alcuni giorni dopo ci legammo assieme per vincere l’inviolata parete Est di cima Colodri.

 

Mentre recupero la corda, il mio sguardo si perde sui grandi massi sottostanti la parete (Marocche di Prabi), ho ancora in bocca il sapore gradevole dell’abbondante caffè offertoci dal Bepi, il vecchio del Colodri. Lo vedo, vicino alla sua casetta, lavorare il suo terreno con la forza nelle mani del giovane contadino.

Proseguo traversando lungo una parete senza appigli, mi calo sulla corda rinviata a due chiodi ed oscillo: il mio primo pendolo verso l’ignoto.

Ho sempre amato i traversi! Probabilmente perché attraversando ho risolto delle vie che sembravano inaccessibili, oppure per la gioia estetica che dona l’immagine dell’uomo in risalto sull’orrizzonte, sulla verticalità che appare realmente come è.

Ci muoviamo lenti a causa dei grossi scarponi, dello zaino che tutti e due portiamo in  spalla; ma siamo soprattutto appesantiti dal bagaglio della nostra inesperienza: arrampichiamo da poco più di un anno. Possediamo però lo stesso ideale, lo stesso sogno e tutte le motivazioni necessarie per avventurarci, lottare, soffrire. Per superare un passaggio, in un “caròl metto tre chiodi, costruiti artigianalmente.

Poveri chiodi, un giorno qualcuno vi toglierà, nonostante centinaia di cordate vi abbiano usati, amati, e vi sostituirà con degli “spit” e sicuramente lo farà calandosi dall’alto e con un comodo trapano.

Qualcuno di questi chiodi rimarrà forse dimenticato e servirà per non cancellare la storia, per non annientare i ricordi, l’arte, la fatica dei primi salitori.

Povero, indispensabile chiodo! non sei più di moda: sei vecchio e superato come chi ti ha conficcato sulla montagna; che fine ingloriosa il giacere in qualche mucchio di ferro di un rottamaio. Non rivoltarti nella tomba, non ne vale la pena! Un giorno risorgerai!

Ora le difficoltà sono diminuite, arrampichiamo velocemente sfruttando la variante Groaz.

Oltre la comoda cengia, a metà via, la parete ricomincia verticale, alternata da alcuni strapiombi che ci impegnano, offrendoci però un’arrampicata magnifica, in un vuoto esaltante.

Una breve sosta, sotto l’ultimo salto, gli ultimi tiri di corda; infine il libro di via, la fotografia indimenticabile di Katia sorridente e la tua dedica: poche parole, una preghiera, una lacrima...

 

Si può piangere in montagna? Credo di sì se ci vai con il cuore.

 

 

 

NOI PICCOLI UOMINI

 

La giornata è calda e soleggiata, il morale alle stelle; con Baldix infilo le scarpette d’arrampicata; sciogliamo la corda ed attacchiamo il grande canale dall’aspetto friabile che incide tutta la parete Sud del Piccolo Dain di Pietramurata.

Speditamente ci alziamo entrando nel cuore delle difficoltà. Affronto deciso la fessura gialla, sporgente, che si trova nel fondo del diedro, mi muovo delicatamente, in massima aderenza con i piedi e sempre in spaccata per non tirare sugli appigli ed appoggi estremamente friabili.

Non ho bisogno di protezioni, mi sento sicuro e non voglio staccarmi nel tentativo di conficcare un chiodo, anche se ne varrebbe la pena.

Sfioro con la mano, nella fessura, un grosso masso che mi frana addosso; devo reggere quel peso solo con la forza delle gambe, per evitare il peggio. Mi trovo venti metri sopra la sosta, sulla perpendicolare del mio compagno consapevole del pericolo. Non so cosa fare: non oso muovermi.

Non avrei mai pensato, neppure lontanamente, di potermi trovare in una situazione così drammatica; sto sudando ed i muscoli delle gambe si irrigidiscono provocandomi crampi dolorosi.

Sono proprio una bestia a rischiare la mia vita e quella del mio compagno per avere rinunciato ad una protezione quando potevo farlo.

Non c’è tempo per pensare! Raccolgo le energie e con l’unico braccio disponibile sfilo un chiodo dal moschettone, lo infilo nel primo buco e lo martello con forza. Grazie a Dio è un buon chiodo al quale, velocemente, mi autoassicuro, sempre con il mio pietrone sul petto e minaccioso sopra Baldix che si ritrova con la scomoda prospettiva di trasformarsi in una frittata.

Ercole lo avrebbe sollevato con un dito, io, invece, devo usare sia una spalla che i reni per scaraventarlo il più lontano possibile.

Una fortuna davvero incredibile! Il masso precipita sfiorando il povero Baldix, appiattito contro la parete, e rotolando a valle con un boato che fa tremare la montagna. Levatoci quel peso, un’espressione di gioia illuminò i nostri occhi.

Le vie aperte con Baldix sono venute d’impulso; le abbiamo amate e scalate senza preoccuparci se sarebbero piaciute o meno, se scolpite su pareti famose o meno, se lunghe o corte, se un giorno le avrebbero ripetute.

Sandro mi vuole bene, ama la vita e l’arrampicata; mi prepara sempre ordinatamente tutto il materiale e non dimentica mai nulla, nemmeno i chiodi che insisto ad usar poco. Perché arrampico in questo modo? Perché non riesco a dare un giusto valore alla mia vita? Sono uno dei tanti “estremisti” che probabilmente moriranno senza avere trasmesso ad altri qualcosa di utile. Forse un giorno crescerò!

 

Ci uniamo su una sosta aerea sotto i grandi tetti. Piccolissimi, siamo appesi sotto gli smisurati gradoni di quella scala rovesciata, residui dell’immensa frana che li ha creati, incuranti della friabilità della roccia, delle difficoltà e decisi a vincerli!

Estraiamo dallo zaino un barattolo con il piccolo libro di via e ci scriviamo: “Big Bang. L’universo intero è nato e noi, piccoli uomini, siamo parte integrante di esso”.

 

Una stretta spaccatura mi permette di salire uno dopo l’altro i tetti, passaggio “chiave” della via, arrestandomi spossato sopra un balcone oltre il cornicione. Quindi grido: “Ok Baldix, parti!”.

Alle quattro del pomeriggio si ricongiunge a me, felice, sebbene sul viso siano impressi i segni della stanchezza e della tensione.

Che importa se nessuno può vederci; è vero, siamo finalmente in cima, vediamo il cielo, il bianco delle vette innevate, oltre la valle che riverbera di una luce morente mentre il sole cala dietro di noi.

Non ci sorprendiamo se questa vittoria, dovuta solo a noi, proprio per questo preziosa, e la gioia che sentiamo, altro non è che l’impressione di un sentimento di felicità che si apprezza molto di più quando si è temuto di perderla!

 

 

LE AQUILE VOLANO IN ALTO

 

Una sera d’estate ero tranquillamente seduto su una panca del rifugio Brentei in procinto di scrivere alcune cartoline.... La calma che mi circondava fu bruscamente interrotta da una notizia inaspettata; Claudio mi si avvicinò e disse: “Penso che el vècio abbia in mente qualche cosa, credo voglia salire in vetta al Campanil Alto.....” e aggiunse, “se vuoi accompagnarlo, mi raccomando le sicurezze, vai sul sicuro e soprattutto fa quello che ti dice”.

Mai più avrei immaginato di legarmi alla corda di Bruno Detassis e, un po’ emozionato, andai in cucina per parlare con lui; restammo d’ accordo di alzarci presto. Non ci credevo ancora e andai a letto convinto di farmi una bella dormita.

Nell’addormentarmi, chissà perché, mi ritornò alla mente un aneddoto della vita di Detassis: Una signora molto sofisticata, volendo fare conoscenza con il grande alpinista gli si avvicinò e gli disse: “Scusi, Signor Detassis?”. Lui meravigliato si voltò, la guardò e rispose: “Io sono solo Detassis, il Signore è quello di sopra”.

 

L’indomani ebbi la sveglia a notte fonda e, dopo una abbondante colazione, lasciammo il rifugio accompagnati da Rust e Sat, i due cani di Bruno.

Le prime luci dell’alba toccavano la Cima Tosa colorandola di rosa vivo, mentre il cielo a poco a poco si schiariva; Bruno ed io, con il passo cadenzato salimmo al rifugio Alimonta. Dopo un thé bollente, offertoci dagli amici Ezio e Fiore, mi caricai lo zaino e uscendo dalla porta non potei fare a meno di guardarmi attorno: mi trovavo nel cuore del Brenta. Attorno a me solo roccia; altissime e vertiginose pareti interrotte di tanto in tanto da ripidi canalini ghiacciati, l’azzurro intenso del cielo, il vento freddo. Bruno camminava avanti, vestiva il maglione blu e rosso delle guide alpine, pantaloni alla zuava azzurrini, e le pedule quasi nuove. Sapevo di avere una guida d’eccezione: conoscevo la grande esperienza; tutte le sue vie hanno una loro storia precisa che le rende nitide e al solo guardarle procurano sensazioni di intima gioia .

Bruno mi stava svelando i segreti di quelle montagne alle quali aveva legata la sua vita di scalatore. Ascoltandolo capivo che molte risposte alle molte domande che mi ero fatto, avrei potuto trovarle nella natura. E così, mentre mi parlava, ci apparve in tutta la sua maestosa imponenza, la parete est della Brenta Alta.

Bruno parlando della via che aveva aperto lungo questa parete, mi disse: “Il facile nel difficile”. Mentre il suo sguardo si perdeva lungo quella lavagna scrutando le sue rugosità “L’ideare, e salire in maniera logica quella solitudine di placche; è come creare o scolpire una statua, oppure come dipingere un quadro: solamente se nell’azione si sprigiona tutta la forza sia fisica che mentale, solamente allora nasce l’opera d’arte; un capolavoro d’estetica”. Insomma la soluzione di quella parete, cinquant’anni or sono poteva essere privilegio di pochi campioni come Detassis.

 

Con quella stupenda immagine, arrivammo alla nostra méta; aI momento di usare la corda Bruno si legò con il semplice nodo delle guide, con un giro di corda alla vita senza imbraghi, come si andava una volta. Io feci Io stesso. Lo osservavo salire incuriosito e rimasi colpito dalle sue mani che uscivano dal corpo di prepotenza come se cercassero, con un ritmo impareggiabile, qualche cosa di vitale, di amico. In bocca il solito toscano che spuntava dalla folta barba grigia. Faceva freddo ed il forte vento dal nord sembrava non volesse cessare, tuttavia la giornata si manteneva limpidissima; iI vuoto sul versante ovest del Campanil Alto era interrotto dal verde lontano dei pascoli della Val Brenta.

L’arrampicata procedeva naturale; era bello trovarsi lassù e per me era ancora più bello con un compagno di cordata come Bruno: un compagno che potrei o paragonare o disegnare come un’aquila.

Nel profondo camino che porta alla forcella, posta fra le due cime, eravamo riparati quindi l’arrampicata procedeva veloce e di tanto in tanto il sole ci catturava accarezzandoci con il suo calore e la sua luce.

Continuammo ancora finché la parete cominciò a degradare verso la cima; non potei fare a meno di guardare con emozione Bruno che stava scalando gli ultimi metri e poi ancora sulla cima quando si alzò a fatica, quasi a voler continuare la scalata oltre nel cielo.

“Le aquile volano in alto, i corvi in basso”, mi disse lassù Bruno Detassis.

È stata una giornata indimenticabile, una delle più belle fra quelle vissute in montagna.

 

 

 

RITORNO A SCALARE

 

Con la schiena poggiata allo zaino sono seduto sulla roccia nuda del Brenta. Attorno a me solo montagne, pareti, guglie: è un anfiteatro di 360 gradi che vedo dalla cima del Campanil Basso. Sono raggiante, felice, sereno e mi godo il caldo del sole, I’azzurro intenso del cielo. E’ tutto luce, pace e gioia.

Un raggio di sole è più forte del solito e mi sveglio; ritorno così alla realtà di una stanza di ospedale. Mi sono addormentato sfinito, provato dalla sofferenza sul letto bianco; vicino a me Serenella ammalata: é mia moglie. Non è possibile, non posso credere che stia morendo: mio Dio qual’è il sogno? Mio Dio qual’è la realtà?

Sono confuso, spaventato. Mille pensieri solcano la mia mente e l’angoscia come una belva, si impadronisce del mio cuore.

Poi la sua voce come una profezia: “Non preoccuparti Giuliano, c’è Dio, ed un giorno ti farà ritornare sulle tue montagne”.

 

Sono passati tre anni e mi ritrovo nel piccolo borgo di Campione sul Lago di Garda. Amo questa lingua di terra bagnata dal lago e sovrastata da maestose sculture di roccia, non per schiacciarla ma per proteggerla. Qualcosa in Paese è cambiato, di sicuro si nota, almeno in estate, un maggior movimento di turisti. Nelle rimanenti stagioni l’atmosfera qui diventa unica, c’è qualcosa di diverso, di eterno, di magico. Con la quiete la natura esplode e l’alpinista rimane colpito, quasi schiacciato, dalla scogliera che a Campione diventa verticale sul lago.

Qui la roccia è gialla, quasi rossa, in netto contrasto con l’azzurro del cielo ed il verde intenso della macchia; le pareti sono stupende e non riesco a staccare gli occhi da esse. Quanti ricordi lungo quelle linee di roccia, ed i compagni di corda: Andrea, Franco, Marco, Giovanni e Palma, Delio, Walter e Fabio. È un’emozione unica; ed ho la stessa sensazione dei vecchi alpinisti quando ritornano ai piedi delle pareti che hanno salito. Su tutte queste immagini predomina però il viso dolce, buono e bellissimo di mia moglie che mi ha lasciato per raggiungere il nostro grande Padre in Paradiso. Solo la voce della mia bambina che con Nicoletta gioca in riva al Lago mi riporta alla realtà; la vedo correre con i suoi capelli biondi mossi dal vento, accarezzati dal sole.

In paese incontro i vecchi amici che manifestano la loro gioia nel rivedermi nuovamente con gli occhi attirati dalla parete del Salto delle Streghe. Ho 39 anni, non ho la forza e forse il coraggio di un tempo inoltre mi sento uno straccio. Ho, però, l’esperienza di vent’anni di alpinismo estremo con molte vie nuove, un carattere forte, ma soprattutto oggi ho un Angelo Grande e con il suo aiuto riuscirò a ritornare su questa montagna. Ho sofferto troppo, ho lottato, ma ora è il momento di amare nuovamente la vita con la realtà della mia bellissima bambina, della fede in Dio e di una passione ritrovata.

 

È quasi primavera ma è ancora freddo qui a Campione, tutto è deserto, non ci sono surf, non ci sono barche sul lago, non ci sono turisti. Però c’è il solito vento che in superficie polverizza l’acqua del Lago, c’è solamente  il volo solitario del gabbiano reale ed il sole che fa risaltare la natura intatta.

Con me c’è Luca, giovane alpinista, con un fisico incredibile: alto, magro, un talento naturale, ma non ha nessuna voglia di passare le ore sulle piccole falesie da uno spit all’altro. Come me, ama la montagna ed in particolare la ricerca del problema alpinistico, la gioia di legare il proprio nome ad una via che superi l’unica fascia rocciosa rimasta inviolata sul Salto delle Streghe. Siamo certi che lassù dovremo dare tutto. Saliamo non per divertimento, ma per vincere metro dopo metro, alternandoci sia nei tiri di corda, che nella chiodatura; la roccia è estremamente difficile e a volte friabile. La parete è stupenda e porterà il nome di Serenella. La giornata è breve e dopo pochi tiri ritorniamo stanchi. Seguono altri tentativi, anche con qualche lieve incidente, nell’ultimo è con noi Mariano. Quest’ultimo è già stato mio compagno di cordata; è l’ideale secondo di corda: paziente nelle soste, anche se carico, sale sempre con passione e tanta volontà; non vuole eccellere, gli basta solo essere in montagna con umiltà.

 

Non ha nessuna importanza il racconto della scalata. La relazione parla da sola. C’è però la certezza che la via percorsa, anche se ben chiodata, è la più difficile fra quelle tracciate a Campione. Inoltre, questa è superiore per difficoltà a numerose vie dolomitiche estreme. Un unico dubbio fra tutte queste certezze, compresa quella dei miei quarant’anni: “Con il passare del tempo le pareti diventano sempre più strapiombanti! Grazie Angelo mio!”.

 

 

 

LA MADONNINA

 

Sono appeso, fermo al posto di sosta, nel punto più verticale di questa parete ormai in ombra; il sole è tramontato sul Salto delle Streghe. Alto e sereno il cielo, il mio sguardo cala sui tetti delle vecchie case e della fabbrica, ormai chiusa, di Campione.

Luca, sotto di me, sta arrampicando osservato da Mariano alla sosta precedente; lo vedo salire lentamente, sicuro. All’improvviso a causa dell’uscita di un chiodo, il volo, con un lungo pendolo.

Diverse idee attraversano la mia mente. Non sono che stravaganze, un fantasticare verso l’ignoto e penso: “Perché ci siamo messi in questa sofferenza, perché dobbiamo torturarci su questa via?”. Ho tanta sete e mi sento stanchissimo. La decisione improvvisa di scendere è accolta con gran entusiasmo!

Si avvicina mezzogiorno, comincia a fare caldo, un mattino di maggio limpido, colorato. C’è un dolce rumore di vento interrotto soltanto dal suono forte provocato dal mio martello nel vano tentativo di conficcare un chiodo su quella placca strapiombante e senza fessure.

Laggiù i ragazzi che giocano, piccoli piccoli, con le loro vele sul lago dondolando allegramente trasportati dalle onde, il tutto come in una danza. Non immagino dolore nella loro vita, forse nemmeno un pensiero oscuro o una piccola sofferenza nei loro cuori. Tutto questo mentre arrampico sopra le loro teste, consapevole che per alcuni anni ho dimenticato l’aspetto della felicità! Mi cullo in questo pensiero e concludo che la vita è stata dura con me.

Tutto il mio essere è proteso verso l’alto, eppure sento dolore alle gambe e ai piedi che non riesco a poggiare sulle minuscole asperità della roccia. Avverto il mio compagno: “Mi raccomando, Luca, tieni bene perché questo chiodo è insicuro!”. Sono le mie ultime parole prima di trasformarmi anch’io in un gabbiano senza ali. “Porca miseria! Lo sapevo che il chiodo non avrebbe tenuto!”. Riprovo ad arrampicare ma il piede mi fa terribilmente male. Aggrappato, fermo al limite delle forze, tento di superare il passaggio ma le mani si aprono per lo sforzo e non riesco a salire e nemmeno scendere. È allora che osservo un gabbiano mentre, con un battito d’ali, vola oltre la cima del monte. Penso come sarebbe bello volare uscendo, senza fatica e dolore, da quella brutta situazione; certamente però sarebbe anche un peccato perché non sarei un uomo, un alpinista con la gioia e la soddisfazione della cima. Magari potessi, almeno oggi, volare! Serenella può farlo.

Sull’esile cornice guardo in alto e, poi, a sinistra. La parete è strapiombante, sembra impossibile farcela con le sole mani; eppure l’ho scalata molte volte e con pochissimi chiodi. Molti anni fa ero lassù, nel mezzo dello strapiombo friabile, senza un chiodo, un solo rinvio fra me ed il mio compagno in sosta, oltre trenta metri sotto; le dita si aprivano per lo sforzo, le gambe erano in faticosa spaccata, le forze cominciavano ad abbandonarmi: chiusi gli occhi e pensai al mare, poi all’infinito del cielo. Il mio corpo nuovamente si rilassò, ritrovò incredibilmente il coraggio e l’energia necessaria a “volare” oltre.

 “Perché oggi non riesco a farlo? Perché sono così pesante e stanco? Perché questa via così dura? Perché fatichiamo così a salire, a mettere i chiodi?”. Mi rispondo che forse sono troppo vecchio per queste cose e questa via diretta è così difficile o, forse, le streghe che vivono tra queste rocce non vogliono la piccola statua della Madonna che mi porto nello zaino. “Maledette streghe! Vi sistemo io, vedrete che Madonnina vi troverete accanto!”.

 

In autunno sono incantato davanti alla Madonna di cemento, da poco acquistata. È bianchissima, alta un metro e trenta centimetri; non vi dico il peso, supera il quintale! Con Mariano, decidiamo il giorno del trasporto sulla cima della parete, proprio sull’ultimo terrazzino, dove esce la via “Serenella” sul Salto delle Streghe, finalmente aperta dopo tanti tentativi.

Non è facile portarla sul bordo della parete, calarla ed infine ancorarla. Ci vuole proprio un miracolo!

Alla vigilia del giorno prestabilito, Mariano mi comunica che l’amico Stefano si era offerto ad aiutaci. Lui avrebbe provveduto a tutto il materiale occorrente: gruppo elettrogeno, perforatore, cemento, acqua, ecc.

Per tutti i ferri e i cordini, utili per attrezzare la ferratine che avrebbe collegato la vetta al terrazzino, avrebbe pensato un altro amico: Mario.

Per tutta la vita avrò viva nella memoria sia l’immagine della Madonna posata in bilico sullo strapiombo, sia il lavoro esperto di Mario, Stefano e Mariano e di tanti altri amici che hanno contribuito a questo sogno….

Tutto fu una preghiera, un momento essenziale della nostra vita!

 

 

 

A SERENELLA

 

In quell’alba la veduta era sublime. Il grandioso spettacolo delle pareti Nord-Est del Crozzon e della Tosa non poteva essere più magnifico. Con Fabio, accompagnati da Mariano saliamo il sentiero che conduce alla Bocca degli Armi.

Nello stomaco “saltella” l’abbondante colazione offertaci da Ezio Alimonta,  nel suo rifugio; mi preoccupo per la poca attrezzatura alpinistica, di cui disponiamo.

La sera precedente, infatti, dovevano raggiungerci alcuni amici con il materiale da roccia. L’incontro, purtroppo non c’è stato quindi ho chiesto in prestito all’amico Ezio un martello ed alcuni chiodi.

 

Ci troviamo sul terrazzo più bello del Brenta ed attorno a noi solo roccia, in un contrasto di luci ed ombre immerse nell’azzurro del cielo. È un’atmosfera fantastica. Solo il rumore dell’acqua che d’estate continuamente scorre risveglia questa natura selvaggia.

La nostra méta è lo splendido Pilastro della Cima degli Armi e, considerata l’ora tarda e la mancanza di chiodi, pensiamo di limitarci al solo primo tiro di corda.

I miei pensieri e le mie sensazioni sono interrotte dalle voci di una cordata; fra queste riconosco l’amico Marco, che sta salendo con un cliente la Torre di Brenta.

 

Ben presto guadagnamo la base del Pilastro.

Fabio, scioglie la corda, mentre mi appendo all’imbrago i pochi moschettoni, gli otto chiodi datici da Ezio. Mi faccio il segno della croce e penso che Dio mi ha creato per un disegno suo, inclusa la sofferenza di questi ultimi anni, però mi ha fatto alpinista e quindi durante l’ascensione non ci saranno problemi.

La fessura iniziale è un po’ friabile ma poi come d’incanto la roccia diventa solida, appigliata e sempre verticale.

Al primo punto di sosta già penso di ridiscendere, anche se, con una sola corda dovremo fare due corde doppie.

Mi sento osservato, ed è allora che mi giro verso la cordata guidata da Marco. La sua voce mi giunge come uno stimolo a continuare: “Bella quella via!”. Gli rispondo: “Sì, anche arrampicabile! Ma purtroppo non ho chiodi, ho un solo martello e una corda, dobbiamo scendere!”.

Sicuramente scherza quando mi risponde che il giorno dopo ci avrebbe provato lui, ma a quelle parole un unico pensiero s’impadronisce della mia mente: rivedo i molti anni di alpinismo, l’esperienza accumulata, e penso a questa roccia così bella, così pungente.

Dico a Fabio di recuperare i chiodi di sosta con un sasso perché avremo proseguito. La sua risposta è immediata: “Ci risiamo!”.

Credo come, su una via nuova, se si esprime con coraggio tutta la forza sia del fisico che della mente; nelle difficoltà le menzogne e le ipocrisie non esistano. Infatti un passaggio dopo l’altro, al limite della caduta, con conseguenze anche gravissime, mettono a nudo l’ipocrisia. Ecco perché alcune vie nuove possono diventare un’opera d’arte, un capolavoro d’estetica. Queste vie sono il risultato di una forza misteriosa che è in noi e che ci permette di andare oltre i  limiti: è un dono di Dio e dell’amore per quello che facciamo!

 

È bello arrampicare su una roccia così, e tiro dopo tiro, ci alziamo lungo quel Pilastro, scultura della natura in un ambiente fra i più selvaggi del Brenta.

Mi rimangono solo quattro chiodi e la discesa si presenta difficile. Davanti a me una lunga parete di roccia gialla ci separa dai camini della via Detassis: la scelta è obbligata.

Questo è il tiro più difficile e probabilmente il più illogico rispetto alla linea diretta seguita; in tutti i casi entro nell’ultimo camino senza un chiodo ed è con immensa gioia che faccio la sosta su un vecchio e sicuro chiodo piantato da Bruno.

 

Velocemente ci troviamo abbracciati sulla cima, con una preghiera ricordiamo Serenella e la gioia di averle dedicato una via, pur breve ma sicuramente fra le più belle.

Le nebbie portano via le Cime degli Sfulmini e gli orizzonti lontani: rimane soltanto la gioia sulla cima di questa montagna.

 

 

 

UNA SCULTURA DELLA NATURA

 

Un giorno piovoso d’autunno, con la mia vecchia motocicletta mi dirigevo verso la Valle della Mandrea; vi arrivai bagnato fradicio, immerso nelle nuvole che nascondevano ogni vista.

Avevo sentito parlare di un pilastro di roccia stupendo ed altrettanto ardito e trepidavo per il desiderio di poterlo almeno vedere; speravo nell’Ora del Garda e rimasi in attesa camminando pensieroso lungo un sentiero. All’improvviso mi apparve tutta la parete dalla quale risaltava imponente, scultura della natura, il Pilastro della Mandrea: un invito, un sogno che incantava.

Una via nuova per legare il mio nome a questa montagna, tracciando una via logica, ideale lungo quei diedri posti incredibilmente sul filo dello spigolo: per me era una attrazione fatale. Non salire solamente per il puro piacere d’arrampicare, ma per scoprire metro dopo metro, insomma, per vincere. Credo sia la stessa sensazione dell’artista nel creare la sua opera, credo ci voglia la stessa concentrazione e stato d’animo.

 

Ipnotizzato da quella vista, confidai l’idea al mio giovanissimo compagno di corda, Giorgio Vaccai. Arrampicavamo pieni di entusiasmo e con la forza dei nostri vent’anni. Allora non c’erano i dadi di tutte le misure, i friends o altri strani aggeggi, non c’erano nemmeno le scarpette leggerissime e super aderenti, ma esistevano solamente gli scarponi pesanti, i grossi cunei in legno che ci preparavano in falegnameria ed i chiodi in ferro con l’anello saldato in officina: eppure, impiegando molte ore, riuscivamo a salire.

Oggi, non più la stessa fatica, ma non più la stessa gioia della vetta.

 

Sono passati vent’anni.

Non avrei mai immaginato che la via sarebbe diventata una delle più belle della Valle del Sarca e nemmeno che un giorno avrei scritto sul libro di via: “Ho un sogno…, sogno di vederti correre per i campi luminosi ed eterni, sogno di vederti corrermi incontro e prendermi per la mano, non negarmi questo, Signore. Fa’ che le mie lacrime diventino dei fiori da poggiare ai piedi della Tua Croce. Ciao Serenella e grazie perché ritorno a rampicare”.

 

Con l’amico Mariano mi trovo ora appollaiato su un pulpito roccioso di questa via, piccolo spazio piano e quadrato, punto di sosta di questa meravigliosa espressione alpinistica; apro il barattolo e vi trovo molti foglietti ricchi di parole e scopro, mentre il vento accentua la sensazione di vuoto, come l’alpinismo di oggi sia ancora ricco di poesia.

Incomincio a leggere questi scritti:

 “Una valanga di emozioni mi colgono su questo ciglio: paura, meraviglia, stupore e profonda commozione; anche se non ti conosco, ti prego di accettare questo biglietto come segno di condivisione del tuo dolore.

Caro Giuliano, siamo tornati su questa bellissima via che offre, oltre all’arrampicata esaltante, momenti di riflessione e commozione! Penso sia bello per te sapere, quando leggerai queste righe, che tre alpinisti hanno pensato e riflettuto a quanto è bella l’esistenza e quanto è sottile il filo che ci tiene su questa terra. In questi pochi attimi il nostro pensiero vola alto per Serenella e per te.

Caro Giuliano… ho letto con commozione le tue righe; sono felice che arrampichi ma mi dispiace per quello che ti è successo. Sono in questa magnifica via e vorrei dedicare la nostra salita a te e alla tua bambina e alla memoria di tua moglie”.

 

Ed ancora leggo:

“Volsi lo sguardo verso sconfinati paesaggi, ma ogni pensiero è vano, perché possiamo cogliere nel ricordo del tuo sorriso e del tuo bel viso le bellezze della natura. Con profondo rispetto per Serenella.

Signore, dammi la forza di cambiare ciò che può essere cambiato e la forza di accettare ciò che non può essere cambiato e la saggezza di capirne la differenza. È una preghiera che usava spesso mia madre”.

 

Ed ancora altri pensieri.

Le difficoltà della vita potranno scalfirci, ma non riusciranno ad annientare ciò che vive nel profondo di noi; nel mio rimarranno queste dediche e chi le ha firmate!

 

 

 

SUL MITO

 

Questo tiro di corda è proprio duro!

La roccia è gialla, butta in fuori e i chiodi “tengono per miracolo”, mi appendo ad uno che è entrato solo per un centimetro nella roccia. Chiodare in certe condizioni richiede grande esperienza e volontà, è un mestiere, una maestria che fino a qualche anno fa ci si tramandava d’alpinista in alpinista; oggi non è più di moda ed è un peccato perché si sta perdendo un’arte storica. Ripenso alla frase di Dario: “Sei uno dei pochi che acquistano ancora chiodi invece di spit!”.

Mariano, sempre attento alle corde ed ai miei movimenti, mi fissa preoccupato, mentre Gianni, un metro sotto di lui, sta tentando un sonnellino appeso nel vuoto. Brusco risveglio il suo quando, a causa dell’uscita di quel chiodo, si è ritrovato a penzolare nel vuoto.

Dopo ore di fatica mi ritorna il sorriso! Mi allungo e metto le mani su una cornice, sono stanco, ho tanta sete e la paura di volare si impadronisce del mio coraggio; chiudo gli occhi e cerco di rilassarmi. Poi, non so come, il mio corpo si muove, arranca, striscia e si ferma! Lo strapiombo è sotto di me.

 

Dentro ogni uomo esiste una forza misteriosa, la stessa forza che permette ad una mamma di partorire in condizioni impossibili, oppure ad un contadino di alzare un trattore che sta schiacciando il figlio; ad ogni essere di superare ostacoli che umanamente sembrano impossibili. Agli alpinisti capita spesso di doverla usare per scalare solo una montagna, capisco perché la gente comune ritiene che non abbiamo le rotelle al posto giusto.

 

Alpinismo perché?

In tutta la mia vita, credo vissuta intensamente, nel bene e nel male, ho percorso le montagne sempre per un motivo diverso: il modo di pensare, di esistere cambia e, ... guai se non fosse così!

 

Perché oggi arrampico?

Perché il mio Dio, per altri madre natura, mi ha fatto alpinista, mi ha donato la forza interiore, morale e fisica per farlo.

Troppe persone, purtroppo, devono ogni giorno lottare per sopravvivere, con ideali più umili ed essenziali, altro che crozare.

 

L’ombra del Campanil Basso sale lungo la parete nord della Cima Tosa e noi vi facciamo parte, piccoli, piccoli; siamo nel mito della Guglia per eccellenza, tentando una via nuova. È difficile esprimere la gioia nel ritrovarci su un pulpito, sopra gli strapiombi ed accorgerci che la roccia, divenuta nera, è più appigliata: saremo presto in vetta!

Gli ultimi raggi del sole al tramonto ci accarezzano sulla cima: le vette attorno sbucano dalle nuvole perdendosi in un cielo limpidissimo. Nessuno di noi sente la voglia di lasciare quel posto; abbiamo i sacchi, abbiamo da bere e da mangiare, una profonda, vissuta amicizia e possiamo attendere la notte.

 

Mi corico, tento di contare le stelle e mi ritorna alla mente una dedica di Serenella: “La notte era così buia, senza un punto di luce, così notte, che fui presa dall’angoscia, nonostante l’amore profondo che ho sempre avuto per la notte. Allora ella mi disse in segreto: Quanto più la notte è notte, tanto più bella sarà l’aurora che porta in seno”.

Sì, la vita a volte è buia però questa notte mi sembra un’ aurora: chiudo gli occhi e mi addormento.

 

 

 

SCACCO AL RE

 

Scacco al Re!”, pronuncio deciso toccando con la mia Torre l’ultima casella della scacchiera.

Sono molto teso, da circa quattro ore sto pensando come vincere la partita. Sono convinto della mia ultima mossa, nonostante questo un brivido di paura s’impadronisce di me: forse ho commesso un errore?

Ho ancora molte partite da giocare, sono in testa al torneo; devo mantenermi calmo, non posso farmi travolgere dall’ansia, dal dubbio.

Teoricamente sono molto preparato: ho trascorso buona parte della mia vita a studiare varianti, combinazioni, aperture, finali di partita ma soprattutto trascorro molte ore della mia giornata a giocare.

Osservo il mio ostico avversario, un maestro di scacchi, stiamo combattendo una battaglia di nervi, di resistenza sia mentale che psicologica; nonostante ciò possiamo liberare la nostra fantasia mentre il tempo scorre inesorabile.

Guardo il mio cronometro: mi rimangono pochi minuti! Non ho più il tempo per pensare, per analizzare la posizione di tutti i pezzi sulla scacchiera, devo muovere velocemente senza sbagliare! Lo faccio rapidamente, proseguendo istintivamente nella mia partita ed infine, afferro la mia Regina, attraverso diagonalmente la scacchiera e dico: “Scacco! Scacco matto!”.

 

Sono in vetta, è finita, ho vinto.

Guardo il mio compagno, che mi abbraccia dicendomi: “Bravo Ciano!”.

Entusiasta rispondo: “Grazie Feo! Grazie per avermi fatto provare. Sei fra i più forti alpinisti e ciò nonostante mi hai stimolato, mi hai legato alla tua corda, mi hai portato su una grande parete dolomitica insegnandomi i segreti della tua lunga esperienza”.

Dopo mille peripezie sono finalmente sdraiato nell’amaca, avvolto nel sacco da bivacco, nel vuoto di oltre trecento metri di strapiombo.

La notte spira una calma incredibile, il fruscio della fiamma del fornelletto turba i pensieri più intimi che vorrei svelare. Mentre osservo il mio compagno intento a preparare la cena, rammento un aneddoto della sua vita.

Un giorno, mentre si trovava in una spedizione in Patagonia, un argentino udendo i compagni che lo chiamavano Feo, (diminutivo di Graziano Maffei), avvicinandosi gli disse: “No feo, tu no feo”, che in argentino significa brutto, cattivo, ed aggiunse: “Tiempo è feo, tu lindo, bello”.

Dopo avere mangiato un brodino carico di ogni ben di Dio, ci gustiamo un ottimo caffè, mentre la luna si sta alzando sulle cime. Sale bella nel cielo pieno di stelle, tonda e talmente luminosa che ne vedo i crateri, le ombre in superficie; rischiara a giorno le rocce creando un’atmosfera quasi irreale, assomiglia ad un grosso faro di luce disciolta. Con la bocca aperta respiro a pieni polmoni il venticello fresco della notte e sento il desiderio di parlare, di confessare le angosce dei miei vent’anni. Feo credo stia dormendo, oppure è immerso nelle sue fantasie, che non ho il coraggio di disturbare: quindi mi corico, chiudendomi interamente nel sacco e nei miei pensieri.

Mi soffermo sui ricordi della giornata, penso ai passaggi difficili, ma soprattutto mi riappare la bravura del mio compagno nel superarli in maniera elegante, sempre in equilibrio come se non esistessero le difficoltà. Infatti il suo modo di arrampicare è unico, raro, il risultato di tanto allenamento ed esperienza, ma soprattutto è un modo di essere in montagna.

Che bella notte!

Una vita senza rischio è come non vivere affatto!

È certo che siamo dei privilegiati noi alpinisti, godiamo della grande fortuna di vivere un mondo così bello. Riusciamo a contare le stelle, ad ammirare le albe ed i tramonti, trepidiamo nell’attesa dell’attacco alla parete, ed esultiamo soddisfatti sulla cima. Per contro, a volte dobbiamo soffrire il freddo, la pioggia, il ghiaccio e la neve. Ci portiamo appresso la paura di “volare”, di romperci qualche osso o morire; fatichiamo al limite delle nostre forze e viviamo situazioni ed emozioni al limite.

Non sono convinto di un amore smisurato per tutto ciò, anche se è parte del gioco, del rischio e ci dona una vita intensa. È una scelta!

 

Tento di parlare alle stelle, alla luna, alle montagne: lo faccio per non ascoltare gli stolti, gli arrivisti, i mediocri.

Voglio scalare, realizzare i miei sogni, vivere la mia vita.

Voglio alzare le braccia al cielo, respirare l’aria pulita, voglio la luce.

Voglio una vetta dove poter ascoltare il mio Dio.

 

 

 

MONTAGNA CATTIVA

 

Accadde un giorno su una ripida strada di montagna.

Una vecchietta, fazzoletto in testa, tutta curva porta un fardello. È un’immagine d’altri tempi che mi ricorda una frase di Serenella: “Quando vedi un vecchio, un povero, un ammalato..., fermati, ...quello è Dio”.

Mi fermo e le offro un passaggio, lei ringrazia e con un sorriso prosegue. Guardandola con il cuore che mi balza in petto penso alla vita che corre velocemente e penso alla battaglia di ogni essere per vivere veramente. Come diceva il poeta Bruschetti: “La vita no l’è altro ch’ en seguitar a rampegar sui scròzi, ciapàr folàe de vent, de nef e tirar innanz”, legando così sempre di più l’anima al corpo.

Proseguo lentamente, meccanicamente percorro la strada; il mio pensiero vola lontano nel tempo e ricordo.

Nelle mie mani ho una splendida fotografia della parete Nord-Est di Cima Tosa, sulla quale ho evidenziato l’ultima via aperta con Delio.

Mi sento felice, soddisfatto di avere legato il mio nome ad una parete dove sono state aperte vie da uomini che hanno fatto la storia dell’alpinismo: come Detassis, Castiglioni, Piaz, Barbier, Livanos. Fisso ogni particolare: camini, fessure, cengi, ed in seguito allargo lo sguardo alle torri, ai pilastri.

 

Mi sento molto forte sia mentalmente che fisicamente; ho aperto oltre cento vie nuove ed arrampico moltissimo; sono sicuro, arrogante: non mi riconosco dei limiti. Un cocktail di difetti che la montagna, e “Chi ci sta sopra”, non può tollerare.

L’idea s’impadronisce della mia mente notando lo splendido pilastro centrale, vergine, proprio nel punto più alto della parete e così ricordo la storia che voglio raccontare.

 

La prima luce del mattino irrompe nel Rifugio Brentei, attraverso i vetri delle finestre, mentre con Dario consumiamo la colazione immersi nei nostri pensieri.

La giornata è straordinariamente bella, l’aria fresca, e le pareti illuminate dal sole, ci sentiamo di ottimo umore.

Ci mettiamo in moto di buon’ora, procedendo allegramente! Con la sola corda e un mazzo di chiodi saliamo l’impegnativo zoccolo della Cima Tosa. L’ambiente è quello delle grandi pareti dolomitiche sulle quali salgo dove lo ritengo possibile, con pochissime protezioni, leggero, veloce.

II mio corpo si muove armonico, proiettato verso l’alto ed il mio pensiero concentrato solamente sull’appiglio, non cosciente del fatto che potrei precipitare. Il mio alpinismo è questo. Riesco a salire su difficoltà estreme anche slegato, o con pochissimi chiodi: inconsapevole dell’importanza di un chiodo, essenziale come la vita.

 

La montagna si presenta ogni volta con facce diverse, tutte vere, ma non ugualmente belle, bisogna saper scegliere!

È un fatto che tutto accada! L’appiglio che si stacca, il lungo volo e la forte botta.

Qualcosa si è rotto in me nonostante mi renda conto che posso ancora muovermi, convincendomi che posso ancora proseguire: una reazione micidiale, terribile.

Superiamo alcuni strapiombi, placche più o meno verticali e sempre senza chiodi. Non una parola esce dalla mia bocca che apro solamente per inspirare profondamente l’aria fresca come se potesse guarirmi dallo shock della tremenda esperienza.

Un dolore, una fitta mi percuote il fondo della schiena procurandomi un soffocante senso di paura (Il giorno seguente la diagnosi della frattura del coccige).

 

Tiro dopo tiro saliamo lungo il pilastro sommitale, le difficoltà crescono, ho la sensazione di percorrere un vicolo cieco, sono in preda a tristi presentimenti, mi sento torturato, oppresso: come se la montagna volesse schiacciarmi.D’altronde come può reggere l’animo se il fisico è ammalato?”.

 

Sull’ultima parete gialla strapiombante, il destino mi fa cadere il martello con l’ultimo mazzo di chiodi, poi i brividi, probabilmente per la febbre. La montagna è in ombra, ha subito un mutamento notevole e non ce la faccio più! Montagna cattiva perché rifiuti a tuo figlio la cima?

 

Lassù iniziò uno dei periodi tristi della mia vita! Il soccorso! Ci buttano una corda, sulla quale risaliamo beffati l’ultima parete, la più difficile. Seguirono poi le polemiche che non fui capace di evitare. Fra tutte queste chiacchiere ci guadagnò soltanto il male: “Una lezione sul vantaggio di saper tacere!”.

 

Terminiamo la via alcuni mesi dopo e solo l’intensità della vita, vissuta dopo quell’esperienza, mi dona la certezza dell’utilità di quella batosta.

Certe volte dobbiamo prendere ciò che non è meraviglioso e farlo diventare!

La montagna non è cattiva! Si dimostra fin troppo benigna con chi la scala per se stesso. Mi rimane la considerazione che è difficile essere modesti quando si è o ci si sente troppo forti: è lo stesso motivo per il quale molti alpinisti hanno perso la loro meravigliosa vita spingendosi oltre “il limite”, nonostante la loro genuina passione, per rincorrere il successo a qualunque costo.

 

 

 

SOCCORSO

 

Sto volando ... Non precipitando e neppure appeso ad una corda, sono semplicemente sospeso nel vuoto: “essere in alto” è un’emozione profonda. Il mio occhio si perde su un orizzonte di cime immenso, magnifico che si stende a Nord oltre la valle.

Davanti a me, la visuale è interrotta da una fila di pareti, sfumate nei contorni dalle nebbie, che ne alterano i colori, riducendoli al solo grigio scuro.

Vedo una parte della cima del Castelletto Inferiore e sotto, piccolissimo, il Rifugio Tuckett, poggiato sopra un salto roccioso, sentinella della vedretta nevosa che si riflette più o meno ovunque.

Il sole già da tempo è andato a riposare, nascondendosi alla vista, e con lui anche la montagna sembra addormentarsi. Laggiù, degli uomini, puntini scuri, camminano faticosamente, salgono o scivolando scendono; eppure sembrano fermi.

“Ma perché? Perché sto volando!”.

Mi avvicino alle Torri di Kiene, sembrano delle navi, e proseguo sulla parete della cima intitolata a Serenella, scalata molti anni fa con Fabio. Faccio poi un giro sopra lo scivolo nord di Cima Brenta, vorrei salirlo ma non è però possibile: dovrei oltrepassare le nuvole e potrei perdermi, sbattendo le ali.

 

L’elicottero dei vigili dei fuoco mi sta trasportando nel punto più alto visibile; infatti accompagno in questo soccorso il gestore del Rifugio Tuckett, Daniele. Il “baccano” di quel motore sta rotolando verso valle, quando con i piedi per terra cominciamo ad arrampicare lungo la via normale di Cima Brenta. Cerchiamo un uomo che hanno visto cadere, saliamo, gridiamo, ascoltiamo: solo l’eco ci risponde! Le nebbie portano via le cime, rimaniamo soli sulla montagna; ci dividiamo. Mi muovo prudente a causa del mio piede dolorante, mi sposto pensando, sperando, pregando e poi lo vedo disteso, immobile come morto sull’orlo dell’abisso. Evitando gli appigli sporchi di sangue raggiungo un corpo ferito, che non parla, non si muove, ma respira! “Stai morendo, amico mio, tra le fredde rocce che hai tanto amato; ma sono certo che il tuo spirito può andare dove gli pare, sono certo che puoi ascoltarmi.

Ti parlo con il cuore, con la mia anima, allo stesso modo con cui parlavo a Serenella, anche lei imprigionata sul letto d’ospedale”.

Allora mi rispose: “La tua forza, il tuo coraggio, il tuo grande amore hanno accompagnato la nostra storia senza paure, senza soste. Dio è Amore ed un giorno ti ricompenserà!”.

“Ed allora comincia a ricompensarmi, Dio. Salva questa vita!”.

Poi, all’improvviso delle voci note: Walter, Daniele e Luca. Osservo Luca curare l’infortunato nel migliore dei modi, mentre Walter organizzare il soccorso, riconosco la sua lunga esperienza e bravura, ma soprattutto guardo il viso del morente che ancora, ancora respira.

Francesco si salverà.

Penso che nessuna via, nemmeno la più difficile, può donarti la stessa gioia che ti rimane nell’aver aiutato una persona in montagna: sicuramente un privilegio degli uomini del Soccorso Alpino e di chiunque sia disponibile a vivere quest’esperienza: quando si salva una vita, si salva il mondo intero!

 

Finalmente zoppicando sono in valle, ho in braccio la mia bambina alla quale dolcemente chiedo: “Perché Chiara, ti sei messa a piangere quando mi alzavo in elicottero?”.