Giuliano Stenghel

 

LASCIAMI VOLARE

 

 

 

Alle mie bambine Chiara e Martina,

a Nicoletta,

Al nostro Angelo Grande.

 

 

Foto di copertina:

Spigolo Anna. Castei meridionali (Brenta).

 

Tutti i diritti riservati.

 

È vietata la riproduzione anche parziale dei testi

e delle illustrazioni.

 

Le foto pubblicate nel volume sono di A. Dalpez,

M. Rizzi e dell’Autore.

 

Stampa: Tipolitografia Emanuelli – Arco (TN)

 

 

 

Presentazione

 

Ricordo la prima volta che Giuliano mi portò da leggere alcuni suoi scritti di getto, quasi un inconsapevole bisogno di parlare a se stesso, di esprimersi. Ricordo la mia curiosità trasformarsi via via in lettura appassionante, entusiastica; in ammirazione e consenso.

Racconti brevi, coincisi, accorate meditazioni. Perle di ricchezza spirituale scaturite dalle vicende quotidiane belle e tristi insieme, trovate e raccolte peregrinando, lottando, soffrendo e cantando su montagne e pareti vertiginose.

Pause di riflessione, momenti di grande bellezza.

Così, sommessamente, è nato questo libro impreziosito dalla collaborazione di amici e compagni di avventura. Un libro messaggio fuori dall’usuale, da leggere attentamente, da consigliare e da regalare. Esperienze di vita filtrate dal dolore e illuminate dalla Fede, ancora prima della pratica alpinistica. Ad ogni pagina una nuova commozione.

Storie di montagne che sono sempre storie di uomini. Sono loro infatti, con l’insopprimibile bisogno e l’audacia di voler andare oltre che hanno dato un’anima ai vertici di roccia e di ghiaccio e che li fanno vivere a immagine di un cammino verticale verso la conoscenza. Che noi chiamiamo Dio.

Il distratto uomo della società dei consumi forse non se ne accorge ma lo spirito dei privilegiati assetati di infinito che sulle fascinose pareti dei monti hanno scritto pagine di eroismo e di poesia, aleggia libero sulle altezze. Senza retorica, onore e vanto della specie umana.

“Alla fine ci rimarrà una parete inaccessibile! Ai suoi piedi saremo piccolissimi e senza corda, senza la forza ed il coraggio per salirla. Sarà il nostro limite umano! Ci rimarrà ancora una sola speranza per superarla: la Fede”.

Con queste parole di grande saggezza, Giuliano Stenghel consegna al lettore la fatica del suo impegno. Noi gli diciamo il più affettuoso e fraterno grazie.

Armando Aste

 

 

 

Lasciami volare…

 

Una preghiera — così l’ha definita Giuliano — nata dal cuore, suo e di tutti gli alpinisti che hanno contribuito a questo volume.

Una preghiera che umilmente invitiamo tutti voi a leggere e meditare con franchezza d’animo. Una preghiera, scritta da una Alpinista (proprio con la A maiuscola) non per soli alpinisti ma certamente per quella parte di “alpinista” che è in ciascuno di noi, come un alpinista che anela ad una vetta, cerca un perché, nelle cose che fa, o che pensa, o solo che sogna.

 

 

Il profondo e reciproco senso di amicizia e stima che ci lega a Giuliano Stenghel va oramai ben oltre l’aspetto meramente alpinistico o sportivo: se è vero che Giuliano è particolarmente legato alle nostre montagne, così come carica interiore e lo slancio che danno azione a queste sue ultime imprese: noi ne abbiamo colto lo spirito nei brani già pubblicati sugli ultimi numeri del nostro Annuario.

 

Così lo vogliamo presentare come un uomo con il suo mondo e la sua storia, con le sue gioie e le sue sofferenze ma soprattutto come un uomo che comunque cerca tenacemente una via al proprio futuro.

 

Per tutto ciò la sezione S:A:T: di Riva del Garda si pregia di offrire a questo lavoro editoriale di Giuliano Stenghel il proprio patrocinio augurando un pieno e meritato successo che si augura sia tanto più vasto possibile a sostegno della nobile scelta di devolvere le libere offerte per l’acquisto del libro a sostegno delle attività che la Fondazione intitolata a Serenella prodiga a favore dei bambini poveri dell’India.

 

EXCELSIOR

Cesarino Mutti (Presidente Sezione SAT Riva del Garda)

 

 

 

Introduzione

 

Casualmente, tanti anni fa, conobbi Giuliano e con lui arrampicai; casualmente condivisi la sua sofferenza per la malattia di Serenella e oggi, ancora casualmente, siamo insieme per vivere questa avventura che lo vede autore di un libro.

 

Sarà il caso che ha permesso i nostri incontri o la Provvidenza del Signore, come dice Giuliano? … Non lo so.

 

Qualche mese fa Giuliano mi disse che stava scrivendo un libro di montagna; anzi, attraverso alcuni racconti, voleva ripercorrere le sue vie, la sua esperienza umana ed alpinistica. Perché abbia accettato di accompagnarlo in questa nuova avventura ancora non lo so. Forse mi ha spinto il desiderio di ritornare con il pensiero a quelle sere, di quasi vent’anni fa, trascorse in Val Scodella per allenarsi e per stare assieme a tanti amici o, forse, più semplicemente, la curiosità di vedere Giuliano alle prese con una nuova difficoltà: non lo so, ma è stato bello tornare ad incontrarsi, parlare di montagna, di Dio e rubare un po’ di tempo agli altri impegni.

Non mi stupisce che Giuliano abbia avvertito l’esigenza di comunicare i suoi sentimenti attraverso un libro; anzi, credo che il raccontare sia una cosa connaturale all’alpinista. Indubbio è il fascino ad ascoltare Giuliano quando parla delle vie di roccia da lui tracciate un po’ ovunque, delle sue escursioni in barca a vela e del suo modo di credere in Dio. Questa necessità di comunicare ha spinto Giuliano ad incontrare i giovani, o a scuola, o in serate per parlare di alpinismo e di tante altre cose come sa fare lui.

Certamente che questo suo bisogno di incontrare, parlare, confrontarsi anche attraverso un libro è nato piano piano, tanti anni fa, per poi giungere rapidamente a maturazione in quest’ultimo periodo.

Nel lavorare con lui ho trovato un Giuliano diverso da quello conosciuto anni fa in Val Scodella: certo la sua generosità ed il suo entusiasmo non si sono ossidati.

Allora era il punto di riferimento per quanti frequentavano la palestra di roccia: i suoi atteggiamenti, le sue battute facevano moda. Tutti si chiedevano perché Giuliano non decidesse di compiere il grande salto di qualità sia arrampicando nelle Alpi Occidentali che partecipando a spedizioni extraeuropee; solamente in questo modo credevamo potesse raggiungere il vertice di tutto il mondo alpinistico.

Tutto gli riusciva estremamente facile: che fosse nuoto, o che fossero gli scacchi. In realtà non capivamo!

Non eravamo abbastanza sensibili per comprendere la sua solitudine. In Giuliano ci ostinavamo a vedere la “scorza” esterna e non riuscivamo a percepire quello che nascondeva dentro di sé e che lui stesso cercava di nascondere. Oggi, Giuliano, pur rimasto fedele alla sua immagine, dimostra una sensibilità più profonda e ancor più coinvolgente.

Ai tempi in cui frequentavamo assieme la palestra di roccia sembrava che l’alpinismo fosse al centro della sua vita; eppure ci stupì la dolcezza con cui lo sorprendevamo ad accompagnare la moglie. La spiritualità di Serenella fu determinante per lui: lo coinvolse totalmente. Giuliano, fino allora indifferente a questo tipo di esperienze, si scostò per un po’ dalla montagna perché costretto a vivere “gli anni che non vorreste vivere”.

Ora Giuliano è ritornato ad arrampicare chiedendosi se vale la pena salire in solitaria senza corda e chiodi quando c’è una bambina che ti aspetta a casa e Nicoletta che, avvicinatasi a te in punta di piedi, ora è tua moglie.

La risposta è difficile ma è sincera: non ne vale la pena! Infine, come e dove arrampicare? Giuliano nel percorrere tutta la sua esperienza alpinistica non ha dubbi: vuole rimanere fedele all’alpinismo delle pareti dolomitiche (in particolare quelle vicine a casa tua) e all’arrampicata tradizionale.

Quello che allora vedevo come un limite, oggi come ieri, è il suo modo di vivere l’alpinismo cioè arrampicare vicino a casa per potersi dedicare ad altri interessi, soddisfare altre passioni certamente presenti in lui anche allora; ma alle quali non aveva dato modo di manifestarsi.

Si stupirà ancora il lettore ma nei sui racconti non c’è dolore ma speranza, fede, amicizia e amore anche quando si parla della moglie e degli amici scomparsi. Grazie a questi sentimenti Giuliano è riuscito a realizzare, negli ultimi cinque anni, le salite più belle e difficili di tutta la sua attività.

Ha arrampicato nelle Dolomiti in solitaria, con gli amici, molti dei quali alle prime esperienze, ma anche con gli Angeli, uno fra i tanti Serenella. Sebbene nell’arrampicata vicino a casa abbia raggiunto il massimo, per Giuliano ora non è più la stessa cosa più importante o ,meglio, è importante come il suo impegno nell’assistere la Fondazione che porta il nome della moglie (inserita nel Gruppo Bombay) che si occupa di adozioni a distanza di bambini indiani e di aiuti concreti a persone, a famiglie e a comunità dell’India.

 

Gianmario Baldi

 

 

 

 

IL GRIDO DEL GABBIANO

 

Quel giorno arrivo a Campione quasi per caso. Per la prima volta attraverso il paese, una sensazione di pace totale s’impadronisce di me: l’aria è ferma, frizzante.

Mi guardo attorno ma non sono attratto dall’azzurro intenso del cielo che si specchia nel lago di Garda, ma dallo strapiombo impressionante sopra di me. Non riesco a staccarmi da quelle pareti e, come per incanto, mi sale dal cuore un anelito di ebbrezza.

Seguo con lo sguardo il volo dei gabbiani, già alti sull’acqua, contro il sole, li vedo entrare nelle “gole”, oppure riposare negli anfratti rocciosi ed immagino la loro gioia nel volare in quel paradiso: è un insieme di luci e di colori, un anfiteatro di pareti che sembrano soffocarti nella loro maestosità.

Mai, sul lago, avevo visto sculture simili e ne sono abbagliato.

 

Un uomo, non più giovane, mi si avvicina e dice: “Bella, vero, la nostra montagna?”.

“Sì — rispondo — molto bella, mi piacerebbe scalarla”.

Con queste poche parole, scambiate senza staccare gli occhi dalle pareti, inizia la mia avventura in quella lingua di terra isolata dalla potenza della natura.

Passano alcune settimane e ritorno a Campione. In questo luogo c’è una atmosfera diversa, unica e non solo per l’esplosione della natura: ma c’è anche qualche cosa di eterno, di magico.

Anche d’estate la quiete non è mai in pericolo. Infatti, non ci sono né ville, né pizzerie, né discoteche come nelle altre località del lago.

C’è invece il volo solitario ed il grido romantico dei gabbiani, c’è il vento che lavora la roccia, c’è una natura praticamente intatta e, infine, c’è l’acqua che scende fra le pareti formando grotte e gole di rara bellezza.

 

Così, come d’incanto, io e Walter ci troviamo su quella muraglia dall’aspetto così affascinante. In quel momento non potevo sapere che poche volte nella mia vita di alpinista avrei avuto tanta soddisfazione e gioia nel giungere in vetta.

Le difficoltà sono, a tratti, strenue.

Non mi sono mai arrampicato su una roccia così strana; dal basso sembrava tutto più difficile; ero convinto di dover far uso di “ferraglia”, ma una volta sulla parete, tutto diviene più accessibile, e tiro di corda dopo tiro di corda saliamo la gialla e strapiombante montagna solo con le nostre mani.

 

Guardando in basso vedo i tetti delle grandi vecchie case e la fabbrica: è un paese, Campione, che è stato costruito per la fabbrica tanto che se questa muore, (come è morta) sembra che tutto lì debba morire. Ma la gente vive ancora ed ama quella fetta di terra. In piazza ci sono i miei amici che mi chiamano e gli abitanti del paese col naso all’insù. Ho la sensazione di arrampicare per loro.

 

Continuo a salire ed è come se ci fosse tutta la forza degli abitanti di Campione nelle mie braccia e sul “Salto delle streghe” l’arrampicata comincia ad acquistare una dimensione diversa; mi pare che tutti mi vogliano bene.

Superiamo alcuni strapiombi, un diedrino poi un canale. Sento tutti i miei tendini, la mia mente, tutta la mia essenza rivolta in alto: un gabbiano mi vola vicino, il vento del lago mi colpisce ed è la cima.

Poi, in paese tutti ci attorniano e ci festeggiano. Conosco il “grigio”, un uomo erculeo e brizzolato che ama la montagna, poi il “baffo”, proprietario del piccolo bar ristorante, il barbiere ed altri.

Il Livido, che è anche il presidente della Pro loco, ci offre da bere e da mangiare: è ancora vero che la semplicità e l’amicizia sincera contano qualche cosa. Ne ho la prova, in pochi attimi, in quell’angolo di mondo.

 

Giunse l’estate, cominciai a vagabondare in quota, sulle montagne più alte pur avendo di tanto in tanto lo strano desiderio di tornare a Campione. E vi tornai. La piccola spiaggia, l più bella del Lago, è addormentata. Ci sono vele di surf al Largo e la piazza del paese sembra essersi risvegliata: il negozio di Giovanni con i souvenirs, le cartoline, ed altre cento cose risplende di mille colori.

 

Giunse poi l’autunno; torno ancora su quelle pareti che mantengono lo stesso fascino ammaliante che mi aveva stregato. Mi sento parte integrante di quei picchi rocciosi che forse ho già visto solo nelle fantasie della mia infanzia. Salgo per altre volte la strapiombante parete e tuttora sento il bisogno di ritornarci: è la maledizione o la magia delle streghe che vivono tra quelle rocce, misteriose e pericolose, ma sempre immensamente affascinanti!

 

 

 

POESIA DI MONTAGNA

 

Una sera d’inverno, seduti attorno ad un tavolo “da Carnera”, non avevamo fatto nulla, tranne mangiare, bere e fare baldoria. Stavamo gozzovigliando e ridendo tra una barzelletta e l’altra, protraendo la nostra seduta fino a notte fonda. La compagnia era quella dei miei migliori amici, tutti allegri e spensierati nonostante ciascuno si portasse dentro delle grandi croci.

A notte fonda, Marco si accorse di una chitarra abbandonata nel fondo del locale e si ritrovò a suonarla. Improvvisamente, ci trovammo immersi nel più profondo silenzio, avvolti dalla dolce armonia delle note.

Le parole della canzone dicevano:

 

Ogni sera il sole va a dormire e la luce ci saluta di lontano

la celeste meridiana non si ferma ed il nuovo giorno già s’appressa.

Quanti uomini dovranno ancora nascere

e l’angoscia della vita sopportare

Quante parole saranno ancora sputate

e quanti amori con odi mescolati.

Quale notte scegliere per ultima

e quale stella tenere per sorella...

 

Marco aveva cantato questa canzone di modo che nessuno di noi osava interrompere l’armonia del silenzio, e ognuno aveva la sensazione che tutti stessero con il fiato sospeso. Il senso di una profonda, penetrante commozione s’impadronì di noi tutti e solo il gesto di poggiare lo strumento fece svanire quella magia. Presi seriamente la parola e come un monologo cominciai a raccontare storie vissute di montagna, storie di uomini con i loro cuori e le loro poesie. Ho rivisto quel fienile in Val di Fassa, ai piedi della Vallaccia, dove trascorrevo le notti precedenti le mie scalate. La luce pallida di una candela, poggiata con cautela, illuminava il volto amico di Marino, mentre mi raccontava le sue avventure e mi aiutava a riordinare chiodi, cordini e moschettoni.

    Riuscii, ad interrompere le parole di Marino con alcuni versi di Garcia Lorca, dedicati alla serenità nell’affrontare la morte:

 

Nell’aria dolce è volata un’ape

la formica in agonìa avverte l’immensa sera e dice

ecco chi mi porta su una stella.

 

Cercai di spiegare all’amico come quando ci aggrappiamo alla vita ed alle cose terrene, i demoni cercano in tutti i modi dl rubarcela; invece quando ci aggrappiamo alla pace gli angeli sostituiscono questi demoni nel dolce passaggio oltre la morte.

Ricordo Marino colpito, pensieroso rispondermi: “Quando moriremo, andremo in una valle circondata di picchi belli quanto arditi, saranno montagne di luce sulle quali continueremo a scalare felici nella dolce attesa dell’arrivo dei nostri cari, in un posto meraviglioso dove non esiste la morte”.

Caro Marino, anche tu sei volato in Paradiso e fra tutti i segreti, le tecniche, i nodi che mi hai insegnato, solo questa frase mi è rimasta dentro intatta come allora. Sono felice di averti dedicato due vie molto belle: una sulla Rupe Secca al Colodri e l’altra lungo la Fessura gialla sul Sass Aut.

In ambedue avevo un compagno d’eccezione, con il quale ho trascorso una parte della mia vita, un alpinista completo: Renzo Vettori; con lui spesso ci alternavamo e ricordo la sua determinazione, la sua tecnica d’arrampicata su placca, ma soprattutto non l’ho mai visto “barare” dando difficoltà diverse dal suo pensiero: un pregio raro fra i molti arrampicatori moderni. Lo rivedo salire con lo zainone in spalla sulla strapiombante fessura del Sass Aut ed in seguito sbucare dalle nuvole e raggiungermi sull’affilata cresta nevosa della vetta dove ci abbracciammo soddisfatti di fronte al sole rosso fuoco tramontante sul Catinaccio. Alla fine della serata rifletto come la vita spesso sia generosa con noi dandoci la possibilità di cambiare il nostro modo di pensare, d’intendere il senso delle cose, e, ovviamente, cambiano anche gli amici più intimi. L’amicizia, talvolta, si vive così intensamente da non avere più molto da donare; con il passare degli anni che tutto si placa, si rivede il passato serenamente, apprezzando i momenti più belli trascorsi assieme e, saggiamente, si sorride agli estremismi del passato; si continua però a sognare.

La felicità non è la vittoria, ma la consapevolezza della cima come premio per il desiderio di libertà! Libertà raggiunta con lo sforzo, con il coraggio  di lasciare le “certezze” di una vita piatta, per superare le barriere che inevitabilmente la vita ci pone davanti.

Allora continuiamo a realizzare, o almeno lo tentiamo di farlo, i nostri desideri migliori; ci accorgeremo così che è possibile passare oltre gli anni che scorrono, oltre gli acciacchi, oltre i dolori, e oltre il fardello di difetti che ci portiamo appresso. Ci porteremo alternati sulle spalle e sicuramente qualche volta riusciremo a vendere un po’ di quella pace che nessuno sembra più comprare.

 

 

 

ARRAMPICARE CON IL CUORE

 

Ti ricordi Franco, quando dopo aver scalato la via Ornella in Val Scodella ci godevamo gli ultimi raggi del sole che tramontava sul Biaéna? Era il nostro primo incontro dopo tanto tempo, molti anni erano trascorsi da quando giocavamo spensierati sotto casa.

 

Seduti fra corda, cordini e moschettoni, sorseggiando un po’ d’acqua rubata alla borraccia apristi il tuo cuore, la tua cicatrice dolorante per raccontarmi la tua vita, l’episodio che ha segnato l’esistenza tua e della tua famiglia: la lunga malattia, la morte della tua bambina, Katia, di soli cinque anni d’età, volata come solo sanno fare gli angeli, in Paradiso. Mi proponesti di aprire una via che portasse il suo nome: e alcuni giorni dopo ci legammo assieme per vincere l’inviolata parete Est di cima Colodri.

 

Mentre recupero la corda, il mio sguardo si perde sui grandi massi sottostanti la parete (Marocche di Prabi), ho ancora in bocca il sapore gradevole dell’abbondante caffè offertoci dal Bepi, il vecchio del Colodri. Lo vedo, vicino alla sua casetta, lavorare il suo terreno con la forza nelle mani del giovane contadino.

Proseguo traversando lungo una parete senza appigli, mi calo sulla corda rinviata a due chiodi ed oscillo: il mio primo pendolo verso l’ignoto.

Ho sempre amato i traversi! Probabilmente perché attraversando ho risolto delle vie che sembravano inaccessibili, oppure per la gioia estetica che dona l’immagine dell’uomo in risalto sull’orrizzonte, sulla verticalità che appare realmente come è.

Ci muoviamo lenti a causa dei grossi scarponi, dello zaino che tutti e due portiamo in  spalla; ma siamo soprattutto appesantiti dal bagaglio della nostra inesperienza: arrampichiamo da poco più di un anno. Possediamo però lo stesso ideale, lo stesso sogno e tutte le motivazioni necessarie per avventurarci, lottare, soffrire. Per superare un passaggio, in un “caròl metto tre chiodi, costruiti artigianalmente.

Poveri chiodi, un giorno qualcuno vi toglierà, nonostante centinaia di cordate vi abbiano usati, amati, e vi sostituirà con degli “spit” e sicuramente lo farà calandosi dall’alto e con un comodo trapano.

Qualcuno di questi chiodi rimarrà forse dimenticato e servirà per non cancellare la storia, per non annientare i ricordi, l’arte, la fatica dei primi salitori.

Povero, indispensabile chiodo! non sei più di moda: sei vecchio e superato come chi ti ha conficcato sulla montagna; che fine ingloriosa il giacere in qualche mucchio di ferro di un rottamaio. Non rivoltarti nella tomba, non ne vale la pena! Un giorno risorgerai!

Ora le difficoltà sono diminuite, arrampichiamo velocemente sfruttando la variante Groaz.

Oltre la comoda cengia, a metà via, la parete ricomincia verticale, alternata da alcuni strapiombi che ci impegnano, offrendoci però un’arrampicata magnifica, in un vuoto esaltante.

Una breve sosta, sotto l’ultimo salto, gli ultimi tiri di corda; infine il libro di via, la fotografia indimenticabile di Katia sorridente e la tua dedica: poche parole, una preghiera, una lacrima...

 

Si può piangere in montagna? Credo di sì se ci vai con il cuore.

 

 

 

NOI PICCOLI UOMINI

 

La giornata è calda e soleggiata, il morale alle stelle; con Baldix infilo le scarpette d’arrampicata; sciogliamo la corda ed attacchiamo il grande canale dall’aspetto friabile che incide tutta la parete Sud del Piccolo Dain di Pietramurata.

Speditamente ci alziamo entrando nel cuore delle difficoltà. Affronto deciso la fessura gialla, sporgente, che si trova nel fondo del diedro, mi muovo delicatamente, in massima aderenza con i piedi e sempre in spaccata per non tirare sugli appigli ed appoggi estremamente friabili.

Non ho bisogno di protezioni, mi sento sicuro e non voglio staccarmi nel tentativo di conficcare un chiodo, anche se ne varrebbe la pena.

Sfioro con la mano, nella fessura, un grosso masso che mi frana addosso; devo reggere quel peso solo con la forza delle gambe, per evitare il peggio. Mi trovo venti metri sopra la sosta, sulla perpendicolare del mio compagno consapevole del pericolo. Non so cosa fare: non oso muovermi.

Non avrei mai pensato, neppure lontanamente, di potermi trovare in una situazione così drammatica; sto sudando ed i muscoli delle gambe si irrigidiscono provocandomi crampi dolorosi.

Sono proprio una bestia a rischiare la mia vita e quella del mio compagno per avere rinunciato ad una protezione quando potevo farlo.

Non c’è tempo per pensare! Raccolgo le energie e con l’unico braccio disponibile sfilo un chiodo dal moschettone, lo infilo nel primo buco e lo martello con forza. Grazie a Dio è un buon chiodo al quale, velocemente, mi autoassicuro, sempre con il mio pietrone sul petto e minaccioso sopra Baldix che si ritrova con la scomoda prospettiva di trasformarsi in una frittata.

Ercole lo avrebbe sollevato con un dito, io, invece, devo usare sia una spalla che i reni per scaraventarlo il più lontano possibile.

Una fortuna davvero incredibile! Il masso precipita sfiorando il povero Baldix, appiattito contro la parete, e rotolando a valle con un boato che fa tremare la montagna. Levatoci quel peso, un’espressione di gioia illuminò i nostri occhi.

Le vie aperte con Baldix sono venute d’impulso; le abbiamo amate e scalate senza preoccuparci se sarebbero piaciute o meno, se scolpite su pareti famose o meno, se lunghe o corte, se un giorno le avrebbero ripetute.

Sandro mi vuole bene, ama la vita e l’arrampicata; mi prepara sempre ordinatamente tutto il materiale e non dimentica mai nulla, nemmeno i chiodi che insisto ad usar poco. Perché arrampico in questo modo? Perché non riesco a dare un giusto valore alla mia vita? Sono uno dei tanti “estremisti” che probabilmente moriranno senza avere trasmesso ad altri qualcosa di utile. Forse un giorno crescerò!

 

Ci uniamo su una sosta aerea sotto i grandi tetti. Piccolissimi, siamo appesi sotto gli smisurati gradoni di quella scala rovesciata, residui dell’immensa frana che li ha creati, incuranti della friabilità della roccia, delle difficoltà e decisi a vincerli!

Estraiamo dallo zaino un barattolo con il piccolo libro di via e ci scriviamo: “Big Bang. L’universo intero è nato e noi, piccoli uomini, siamo parte integrante di esso”.

 

Una stretta spaccatura mi permette di salire uno dopo l’altro i tetti, passaggio “chiave” della via, arrestandomi spossato sopra un balcone oltre il cornicione. Quindi grido: “Ok Baldix, parti!”.

Alle quattro del pomeriggio si ricongiunge a me, felice, sebbene sul viso siano impressi i segni della stanchezza e della tensione.

Che importa se nessuno può vederci; è vero, siamo finalmente in cima, vediamo il cielo, il bianco delle vette innevate, oltre la valle che riverbera di una luce morente mentre il sole cala dietro di noi.

Non ci sorprendiamo se questa vittoria, dovuta solo a noi, proprio per questo preziosa, e la gioia che sentiamo, altro non è che l’impressione di un sentimento di felicità che si apprezza molto di più quando si è temuto di perderla!

 

 

LE AQUILE VOLANO IN ALTO

 

Una sera d’estate ero tranquillamente seduto su una panca del rifugio Brentei in procinto di scrivere alcune cartoline.... La calma che mi circondava fu bruscamente interrotta da una notizia inaspettata; Claudio mi si avvicinò e disse: “Penso che el vècio abbia in mente qualche cosa, credo voglia salire in vetta al Campanil Alto.....” e aggiunse, “se vuoi accompagnarlo, mi raccomando le sicurezze, vai sul sicuro e soprattutto fa quello che ti dice”.

Mai più avrei immaginato di legarmi alla corda di Bruno Detassis e, un po’ emozionato, andai in cucina per parlare con lui; restammo d’ accordo di alzarci presto. Non ci credevo ancora e andai a letto convinto di farmi una bella dormita.

Nell’addormentarmi, chissà perché, mi ritornò alla mente un aneddoto della vita di Detassis: Una signora molto sofisticata, volendo fare conoscenza con il grande alpinista gli si avvicinò e gli disse: “Scusi, Signor Detassis?”. Lui meravigliato si voltò, la guardò e rispose: “Io sono solo Detassis, il Signore è quello di sopra”.

 

L’indomani ebbi la sveglia a notte fonda e, dopo una abbondante colazione, lasciammo il rifugio accompagnati da Rust e Sat, i due cani di Bruno.

Le prime luci dell’alba toccavano la Cima Tosa colorandola di rosa vivo, mentre il cielo a poco a poco si schiariva; Bruno ed io, con il passo cadenzato salimmo al rifugio Alimonta. Dopo un thé bollente, offertoci dagli amici Ezio e Fiore, mi caricai lo zaino e uscendo dalla porta non potei fare a meno di guardarmi attorno: mi trovavo nel cuore del Brenta. Attorno a me solo roccia; altissime e vertiginose pareti interrotte di tanto in tanto da ripidi canalini ghiacciati, l’azzurro intenso del cielo, il vento freddo. Bruno camminava avanti, vestiva il maglione blu e rosso delle guide alpine, pantaloni alla zuava azzurrini, e le pedule quasi nuove. Sapevo di avere una guida d’eccezione: conoscevo la grande esperienza; tutte le sue vie hanno una loro storia precisa che le rende nitide e al solo guardarle procurano sensazioni di intima gioia .

Bruno mi stava svelando i segreti di quelle montagne alle quali aveva legata la sua vita di scalatore. Ascoltandolo capivo che molte risposte alle molte domande che mi ero fatto, avrei potuto trovarle nella natura. E così, mentre mi parlava, ci apparve in tutta la sua maestosa imponenza, la parete est della Brenta Alta.

Bruno parlando della via che aveva aperto lungo questa parete, mi disse: “Il facile nel difficile”. Mentre il suo sguardo si perdeva lungo quella lavagna scrutando le sue rugosità “L’ideare, e salire in maniera logica quella solitudine di placche; è come creare o scolpire una statua, oppure come dipingere un quadro: solamente se nell’azione si sprigiona tutta la forza sia fisica che mentale, solamente allora nasce l’opera d’arte; un capolavoro d’estetica”. Insomma la soluzione di quella parete, cinquant’anni or sono poteva essere privilegio di pochi campioni come Detassis.

 

Con quella stupenda immagine, arrivammo alla nostra méta; aI momento di usare la corda Bruno si legò con il semplice nodo delle guide, con un giro di corda alla vita senza imbraghi, come si andava una volta. Io feci Io stesso. Lo osservavo salire incuriosito e rimasi colpito dalle sue mani che uscivano dal corpo di prepotenza come se cercassero, con un ritmo impareggiabile, qualche cosa di vitale, di amico. In bocca il solito toscano che spuntava dalla folta barba grigia. Faceva freddo ed il forte vento dal nord sembrava non volesse cessare, tuttavia la giornata si manteneva limpidissima; iI vuoto sul versante ovest del Campanil Alto era interrotto dal verde lontano dei pascoli della Val Brenta.

L’arrampicata procedeva naturale; era bello trovarsi lassù e per me era ancora più bello con un compagno di cordata come Bruno: un compagno che potrei o paragonare o disegnare come un’aquila.

Nel profondo camino che porta alla forcella, posta fra le due cime, eravamo riparati quindi l’arrampicata procedeva veloce e di tanto in tanto il sole ci catturava accarezzandoci con il suo calore e la sua luce.

Continuammo ancora finché la parete cominciò a degradare verso la cima; non potei fare a meno di guardare con emozione Bruno che stava scalando gli ultimi metri e poi ancora sulla cima quando si alzò a fatica, quasi a voler continuare la scalata oltre nel cielo.

“Le aquile volano in alto, i corvi in basso”, mi disse lassù Bruno Detassis.

È stata una giornata indimenticabile, una delle più belle fra quelle vissute in montagna.

 

 

 

RITORNO A SCALARE

 

Con la schiena poggiata allo zaino sono seduto sulla roccia nuda del Brenta. Attorno a me solo montagne, pareti, guglie: è un anfiteatro di 360 gradi che vedo dalla cima del Campanil Basso. Sono raggiante, felice, sereno e mi godo il caldo del sole, I’azzurro intenso del cielo. E’ tutto luce, pace e gioia.

Un raggio di sole è più forte del solito e mi sveglio; ritorno così alla realtà di una stanza di ospedale. Mi sono addormentato sfinito, provato dalla sofferenza sul letto bianco; vicino a me Serenella ammalata: é mia moglie. Non è possibile, non posso credere che stia morendo: mio Dio qual’è il sogno? Mio Dio qual’è la realtà?

Sono confuso, spaventato. Mille pensieri solcano la mia mente e l’angoscia come una belva, si impadronisce del mio cuore.

Poi la sua voce come una profezia: “Non preoccuparti Giuliano, c’è Dio, ed un giorno ti farà ritornare sulle tue montagne”.

 

Sono passati tre anni e mi ritrovo nel piccolo borgo di Campione sul Lago di Garda. Amo questa lingua di terra bagnata dal lago e sovrastata da maestose sculture di roccia, non per schiacciarla ma per proteggerla. Qualcosa in Paese è cambiato, di sicuro si nota, almeno in estate, un maggior movimento di turisti. Nelle rimanenti stagioni l’atmosfera qui diventa unica, c’è qualcosa di diverso, di eterno, di magico. Con la quiete la natura esplode e l’alpinista rimane colpito, quasi schiacciato, dalla scogliera che a Campione diventa verticale sul lago.

Qui la roccia è gialla, quasi rossa, in netto contrasto con l’azzurro del cielo ed il verde intenso della macchia; le pareti sono stupende e non riesco a staccare gli occhi da esse. Quanti ricordi lungo quelle linee di roccia, ed i compagni di corda: Andrea, Franco, Marco, Giovanni e Palma, Delio, Walter e Fabio. È un’emozione unica; ed ho la stessa sensazione dei vecchi alpinisti quando ritornano ai piedi delle pareti che hanno salito. Su tutte queste immagini predomina però il viso dolce, buono e bellissimo di mia moglie che mi ha lasciato per raggiungere il nostro grande Padre in Paradiso. Solo la voce della mia bambina che con Nicoletta gioca in riva al Lago mi riporta alla realtà; la vedo correre con i suoi capelli biondi mossi dal vento, accarezzati dal sole.

In paese incontro i vecchi amici che manifestano la loro gioia nel rivedermi nuovamente con gli occhi attirati dalla parete del Salto delle Streghe. Ho 39 anni, non ho la forza e forse il coraggio di un tempo inoltre mi sento uno straccio. Ho, però, l’esperienza di vent’anni di alpinismo estremo con molte vie nuove, un carattere forte, ma soprattutto oggi ho un Angelo Grande e con il suo aiuto riuscirò a ritornare su questa montagna. Ho sofferto troppo, ho lottato, ma ora è il momento di amare nuovamente la vita con la realtà della mia bellissima bambina, della fede in Dio e di una passione ritrovata.

 

È quasi primavera ma è ancora freddo qui a Campione, tutto è deserto, non ci sono surf, non ci sono barche sul lago, non ci sono turisti. Però c’è il solito vento che in superficie polverizza l’acqua del Lago, c’è solamente  il volo solitario del gabbiano reale ed il sole che fa risaltare la natura intatta.

Con me c’è Luca, giovane alpinista, con un fisico incredibile: alto, magro, un talento naturale, ma non ha nessuna voglia di passare le ore sulle piccole falesie da uno spit all’altro. Come me, ama la montagna ed in particolare la ricerca del problema alpinistico, la gioia di legare il proprio nome ad una via che superi l’unica fascia rocciosa rimasta inviolata sul Salto delle Streghe. Siamo certi che lassù dovremo dare tutto. Saliamo non per divertimento, ma per vincere metro dopo metro, alternandoci sia nei tiri di corda, che nella chiodatura; la roccia è estremamente difficile e a volte friabile. La parete è stupenda e porterà il nome di Serenella. La giornata è breve e dopo pochi tiri ritorniamo stanchi. Seguono altri tentativi, anche con qualche lieve incidente, nell’ultimo è con noi Mariano. Quest’ultimo è già stato mio compagno di cordata; è l’ideale secondo di corda: paziente nelle soste, anche se carico, sale sempre con passione e tanta volontà; non vuole eccellere, gli basta solo essere in montagna con umiltà.

 

Non ha nessuna importanza il racconto della scalata. La relazione parla da sola. C’è però la certezza che la via percorsa, anche se ben chiodata, è la più difficile fra quelle tracciate a Campione. Inoltre, questa è superiore per difficoltà a numerose vie dolomitiche estreme. Un unico dubbio fra tutte queste certezze, compresa quella dei miei quarant’anni: “Con il passare del tempo le pareti diventano sempre più strapiombanti! Grazie Angelo mio!”.

 

 

 

LA MADONNINA

 

Sono appeso, fermo al posto di sosta, nel punto più verticale di questa parete ormai in ombra; il sole è tramontato sul Salto delle Streghe. Alto e sereno il cielo, il mio sguardo cala sui tetti delle vecchie case e della fabbrica, ormai chiusa, di Campione.

Luca, sotto di me, sta arrampicando osservato da Mariano alla sosta precedente; lo vedo salire lentamente, sicuro. All’improvviso a causa dell’uscita di un chiodo, il volo, con un lungo pendolo.

Diverse idee attraversano la mia mente. Non sono che stravaganze, un fantasticare verso l’ignoto e penso: “Perché ci siamo messi in questa sofferenza, perché dobbiamo torturarci su questa via?”. Ho tanta sete e mi sento stanchissimo. La decisione improvvisa di scendere è accolta con gran entusiasmo!

Si avvicina mezzogiorno, comincia a fare caldo, un mattino di maggio limpido, colorato. C’è un dolce rumore di vento interrotto soltanto dal suono forte provocato dal mio martello nel vano tentativo di conficcare un chiodo su quella placca strapiombante e senza fessure.

Laggiù i ragazzi che giocano, piccoli piccoli, con le loro vele sul lago dondolando allegramente trasportati dalle onde, il tutto come in una danza. Non immagino dolore nella loro vita, forse nemmeno un pensiero oscuro o una piccola sofferenza nei loro cuori. Tutto questo mentre arrampico sopra le loro teste, consapevole che per alcuni anni ho dimenticato l’aspetto della felicità! Mi cullo in questo pensiero e concludo che la vita è stata dura con me.

Tutto il mio essere è proteso verso l’alto, eppure sento dolore alle gambe e ai piedi che non riesco a poggiare sulle minuscole asperità della roccia. Avverto il mio compagno: “Mi raccomando, Luca, tieni bene perché questo chiodo è insicuro!”. Sono le mie ultime parole prima di trasformarmi anch’io in un gabbiano senza ali. “Porca miseria! Lo sapevo che il chiodo non avrebbe tenuto!”. Riprovo ad arrampicare ma il piede mi fa terribilmente male. Aggrappato, fermo al limite delle forze, tento di superare il passaggio ma le mani si aprono per lo sforzo e non riesco a salire e nemmeno scendere. È allora che osservo un gabbiano mentre, con un battito d’ali, vola oltre la cima del monte. Penso come sarebbe bello volare uscendo, senza fatica e dolore, da quella brutta situazione; certamente però sarebbe anche un peccato perché non sarei un uomo, un alpinista con la gioia e la soddisfazione della cima. Magari potessi, almeno oggi, volare! Serenella può farlo.

Sull’esile cornice guardo in alto e, poi, a sinistra. La parete è strapiombante, sembra impossibile farcela con le sole mani; eppure l’ho scalata molte volte e con pochissimi chiodi. Molti anni fa ero lassù, nel mezzo dello strapiombo friabile, senza un chiodo, un solo rinvio fra me ed il mio compagno in sosta, oltre trenta metri sotto; le dita si aprivano per lo sforzo, le gambe erano in faticosa spaccata, le forze cominciavano ad abbandonarmi: chiusi gli occhi e pensai al mare, poi all’infinito del cielo. Il mio corpo nuovamente si rilassò, ritrovò incredibilmente il coraggio e l’energia necessaria a “volare” oltre.

 “Perché oggi non riesco a farlo? Perché sono così pesante e stanco? Perché questa via così dura? Perché fatichiamo così a salire, a mettere i chiodi?”. Mi rispondo che forse sono troppo vecchio per queste cose e questa via diretta è così difficile o, forse, le streghe che vivono tra queste rocce non vogliono la piccola statua della Madonna che mi porto nello zaino. “Maledette streghe! Vi sistemo io, vedrete che Madonnina vi troverete accanto!”.

 

In autunno sono incantato davanti alla Madonna di cemento, da poco acquistata. È bianchissima, alta un metro e trenta centimetri; non vi dico il peso, supera il quintale! Con Mariano, decidiamo il giorno del trasporto sulla cima della parete, proprio sull’ultimo terrazzino, dove esce la via “Serenella” sul Salto delle Streghe, finalmente aperta dopo tanti tentativi.

Non è facile portarla sul bordo della parete, calarla ed infine ancorarla. Ci vuole proprio un miracolo!

Alla vigilia del giorno prestabilito, Mariano mi comunica che l’amico Stefano si era offerto ad aiutaci. Lui avrebbe provveduto a tutto il materiale occorrente: gruppo elettrogeno, perforatore, cemento, acqua, ecc.

Per tutti i ferri e i cordini, utili per attrezzare la ferratine che avrebbe collegato la vetta al terrazzino, avrebbe pensato un altro amico: Mario.

Per tutta la vita avrò viva nella memoria sia l’immagine della Madonna posata in bilico sullo strapiombo, sia il lavoro esperto di Mario, Stefano e Mariano e di tanti altri amici che hanno contribuito a questo sogno….

Tutto fu una preghiera, un momento essenziale della nostra vita!

 

 

 

A SERENELLA

 

In quell’alba la veduta era sublime. Il grandioso spettacolo delle pareti Nord-Est del Crozzon e della Tosa non poteva essere più magnifico. Con Fabio, accompagnati da Mariano saliamo il sentiero che conduce alla Bocca degli Armi.

Nello stomaco “saltella” l’abbondante colazione offertaci da Ezio Alimonta,  nel suo rifugio; mi preoccupo per la poca attrezzatura alpinistica, di cui disponiamo.

La sera precedente, infatti, dovevano raggiungerci alcuni amici con il materiale da roccia. L’incontro, purtroppo non c’è stato quindi ho chiesto in prestito all’amico Ezio un martello ed alcuni chiodi.

 

Ci troviamo sul terrazzo più bello del Brenta ed attorno a noi solo roccia, in un contrasto di luci ed ombre immerse nell’azzurro del cielo. È un’atmosfera fantastica. Solo il rumore dell’acqua che d’estate continuamente scorre risveglia questa natura selvaggia.

La nostra méta è lo splendido Pilastro della Cima degli Armi e, considerata l’ora tarda e la mancanza di chiodi, pensiamo di limitarci al solo primo tiro di corda.

I miei pensieri e le mie sensazioni sono interrotte dalle voci di una cordata; fra queste riconosco l’amico Marco, che sta salendo con un cliente la Torre di Brenta.

 

Ben presto guadagnamo la base del Pilastro.

Fabio, scioglie la corda, mentre mi appendo all’imbrago i pochi moschettoni, gli otto chiodi datici da Ezio. Mi faccio il segno della croce e penso che Dio mi ha creato per un disegno suo, inclusa la sofferenza di questi ultimi anni, però mi ha fatto alpinista e quindi durante l’ascensione non ci saranno problemi.

La fessura iniziale è un po’ friabile ma poi come d’incanto la roccia diventa solida, appigliata e sempre verticale.

Al primo punto di sosta già penso di ridiscendere, anche se, con una sola corda dovremo fare due corde doppie.

Mi sento osservato, ed è allora che mi giro verso la cordata guidata da Marco. La sua voce mi giunge come uno stimolo a continuare: “Bella quella via!”. Gli rispondo: “Sì, anche arrampicabile! Ma purtroppo non ho chiodi, ho un solo martello e una corda, dobbiamo scendere!”.

Sicuramente scherza quando mi risponde che il giorno dopo ci avrebbe provato lui, ma a quelle parole un unico pensiero s’impadronisce della mia mente: rivedo i molti anni di alpinismo, l’esperienza accumulata, e penso a questa roccia così bella, così pungente.

Dico a Fabio di recuperare i chiodi di sosta con un sasso perché avremo proseguito. La sua risposta è immediata: “Ci risiamo!”.

Credo come, su una via nuova, se si esprime con coraggio tutta la forza sia del fisico che della mente; nelle difficoltà le menzogne e le ipocrisie non esistano. Infatti un passaggio dopo l’altro, al limite della caduta, con conseguenze anche gravissime, mettono a nudo l’ipocrisia. Ecco perché alcune vie nuove possono diventare un’opera d’arte, un capolavoro d’estetica. Queste vie sono il risultato di una forza misteriosa che è in noi e che ci permette di andare oltre i  limiti: è un dono di Dio e dell’amore per quello che facciamo!

 

È bello arrampicare su una roccia così, e tiro dopo tiro, ci alziamo lungo quel Pilastro, scultura della natura in un ambiente fra i più selvaggi del Brenta.

Mi rimangono solo quattro chiodi e la discesa si presenta difficile. Davanti a me una lunga parete di roccia gialla ci separa dai camini della via Detassis: la scelta è obbligata.

Questo è il tiro più difficile e probabilmente il più illogico rispetto alla linea diretta seguita; in tutti i casi entro nell’ultimo camino senza un chiodo ed è con immensa gioia che faccio la sosta su un vecchio e sicuro chiodo piantato da Bruno.

 

Velocemente ci troviamo abbracciati sulla cima, con una preghiera ricordiamo Serenella e la gioia di averle dedicato una via, pur breve ma sicuramente fra le più belle.

Le nebbie portano via le Cime degli Sfulmini e gli orizzonti lontani: rimane soltanto la gioia sulla cima di questa montagna.

 

 

 

UNA SCULTURA DELLA NATURA

 

Un giorno piovoso d’autunno, con la mia vecchia motocicletta mi dirigevo verso la Valle della Mandrea; vi arrivai bagnato fradicio, immerso nelle nuvole che nascondevano ogni vista.

Avevo sentito parlare di un pilastro di roccia stupendo ed altrettanto ardito e trepidavo per il desiderio di poterlo almeno vedere; speravo nell’Ora del Garda e rimasi in attesa camminando pensieroso lungo un sentiero. All’improvviso mi apparve tutta la parete dalla quale risaltava imponente, scultura della natura, il Pilastro della Mandrea: un invito, un sogno che incantava.

Una via nuova per legare il mio nome a questa montagna, tracciando una via logica, ideale lungo quei diedri posti incredibilmente sul filo dello spigolo: per me era una attrazione fatale. Non salire solamente per il puro piacere d’arrampicare, ma per scoprire metro dopo metro, insomma, per vincere. Credo sia la stessa sensazione dell’artista nel creare la sua opera, credo ci voglia la stessa concentrazione e stato d’animo.

 

Ipnotizzato da quella vista, confidai l’idea al mio giovanissimo compagno di corda, Giorgio Vaccai. Arrampicavamo pieni di entusiasmo e con la forza dei nostri vent’anni. Allora non c’erano i dadi di tutte le misure, i friends o altri strani aggeggi, non c’erano nemmeno le scarpette leggerissime e super aderenti, ma esistevano solamente gli scarponi pesanti, i grossi cunei in legno che ci preparavano in falegnameria ed i chiodi in ferro con l’anello saldato in officina: eppure, impiegando molte ore, riuscivamo a salire.

Oggi, non più la stessa fatica, ma non più la stessa gioia della vetta.

 

Sono passati vent’anni.

Non avrei mai immaginato che la via sarebbe diventata una delle più belle della Valle del Sarca e nemmeno che un giorno avrei scritto sul libro di via: “Ho un sogno…, sogno di vederti correre per i campi luminosi ed eterni, sogno di vederti corrermi incontro e prendermi per la mano, non negarmi questo, Signore. Fa’ che le mie lacrime diventino dei fiori da poggiare ai piedi della Tua Croce. Ciao Serenella e grazie perché ritorno a rampicare”.

 

Con l’amico Mariano mi trovo ora appollaiato su un pulpito roccioso di questa via, piccolo spazio piano e quadrato, punto di sosta di questa meravigliosa espressione alpinistica; apro il barattolo e vi trovo molti foglietti ricchi di parole e scopro, mentre il vento accentua la sensazione di vuoto, come l’alpinismo di oggi sia ancora ricco di poesia.

Incomincio a leggere questi scritti:

 “Una valanga di emozioni mi colgono su questo ciglio: paura, meraviglia, stupore e profonda commozione; anche se non ti conosco, ti prego di accettare questo biglietto come segno di condivisione del tuo dolore.

Caro Giuliano, siamo tornati su questa bellissima via che offre, oltre all’arrampicata esaltante, momenti di riflessione e commozione! Penso sia bello per te sapere, quando leggerai queste righe, che tre alpinisti hanno pensato e riflettuto a quanto è bella l’esistenza e quanto è sottile il filo che ci tiene su questa terra. In questi pochi attimi il nostro pensiero vola alto per Serenella e per te.

Caro Giuliano… ho letto con commozione le tue righe; sono felice che arrampichi ma mi dispiace per quello che ti è successo. Sono in questa magnifica via e vorrei dedicare la nostra salita a te e alla tua bambina e alla memoria di tua moglie”.

 

Ed ancora leggo:

“Volsi lo sguardo verso sconfinati paesaggi, ma ogni pensiero è vano, perché possiamo cogliere nel ricordo del tuo sorriso e del tuo bel viso le bellezze della natura. Con profondo rispetto per Serenella.

Signore, dammi la forza di cambiare ciò che può essere cambiato e la forza di accettare ciò che non può essere cambiato e la saggezza di capirne la differenza. È una preghiera che usava spesso mia madre”.

 

Ed ancora altri pensieri.

Le difficoltà della vita potranno scalfirci, ma non riusciranno ad annientare ciò che vive nel profondo di noi; nel mio rimarranno queste dediche e chi le ha firmate!

 

 

 

SUL MITO

 

Questo tiro di corda è proprio duro!

La roccia è gialla, butta in fuori e i chiodi “tengono per miracolo”, mi appendo ad uno che è entrato solo per un centimetro nella roccia. Chiodare in certe condizioni richiede grande esperienza e volontà, è un mestiere, una maestria che fino a qualche anno fa ci si tramandava d’alpinista in alpinista; oggi non è più di moda ed è un peccato perché si sta perdendo un’arte storica. Ripenso alla frase di Dario: “Sei uno dei pochi che acquistano ancora chiodi invece di spit!”.

Mariano, sempre attento alle corde ed ai miei movimenti, mi fissa preoccupato, mentre Gianni, un metro sotto di lui, sta tentando un sonnellino appeso nel vuoto. Brusco risveglio il suo quando, a causa dell’uscita di quel chiodo, si è ritrovato a penzolare nel vuoto.

Dopo ore di fatica mi ritorna il sorriso! Mi allungo e metto le mani su una cornice, sono stanco, ho tanta sete e la paura di volare si impadronisce del mio coraggio; chiudo gli occhi e cerco di rilassarmi. Poi, non so come, il mio corpo si muove, arranca, striscia e si ferma! Lo strapiombo è sotto di me.

 

Dentro ogni uomo esiste una forza misteriosa, la stessa forza che permette ad una mamma di partorire in condizioni impossibili, oppure ad un contadino di alzare un trattore che sta schiacciando il figlio; ad ogni essere di superare ostacoli che umanamente sembrano impossibili. Agli alpinisti capita spesso di doverla usare per scalare solo una montagna, capisco perché la gente comune ritiene che non abbiamo le rotelle al posto giusto.

 

Alpinismo perché?

In tutta la mia vita, credo vissuta intensamente, nel bene e nel male, ho percorso le montagne sempre per un motivo diverso: il modo di pensare, di esistere cambia e, ... guai se non fosse così!

 

Perché oggi arrampico?

Perché il mio Dio, per altri madre natura, mi ha fatto alpinista, mi ha donato la forza interiore, morale e fisica per farlo.

Troppe persone, purtroppo, devono ogni giorno lottare per sopravvivere, con ideali più umili ed essenziali, altro che crozare.

 

L’ombra del Campanil Basso sale lungo la parete nord della Cima Tosa e noi vi facciamo parte, piccoli, piccoli; siamo nel mito della Guglia per eccellenza, tentando una via nuova. È difficile esprimere la gioia nel ritrovarci su un pulpito, sopra gli strapiombi ed accorgerci che la roccia, divenuta nera, è più appigliata: saremo presto in vetta!

Gli ultimi raggi del sole al tramonto ci accarezzano sulla cima: le vette attorno sbucano dalle nuvole perdendosi in un cielo limpidissimo. Nessuno di noi sente la voglia di lasciare quel posto; abbiamo i sacchi, abbiamo da bere e da mangiare, una profonda, vissuta amicizia e possiamo attendere la notte.

 

Mi corico, tento di contare le stelle e mi ritorna alla mente una dedica di Serenella: “La notte era così buia, senza un punto di luce, così notte, che fui presa dall’angoscia, nonostante l’amore profondo che ho sempre avuto per la notte. Allora ella mi disse in segreto: Quanto più la notte è notte, tanto più bella sarà l’aurora che porta in seno”.

Sì, la vita a volte è buia però questa notte mi sembra un’ aurora: chiudo gli occhi e mi addormento.

 

 

 

SCACCO AL RE

 

Scacco al Re!”, pronuncio deciso toccando con la mia Torre l’ultima casella della scacchiera.

Sono molto teso, da circa quattro ore sto pensando come vincere la partita. Sono convinto della mia ultima mossa, nonostante questo un brivido di paura s’impadronisce di me: forse ho commesso un errore?

Ho ancora molte partite da giocare, sono in testa al torneo; devo mantenermi calmo, non posso farmi travolgere dall’ansia, dal dubbio.

Teoricamente sono molto preparato: ho trascorso buona parte della mia vita a studiare varianti, combinazioni, aperture, finali di partita ma soprattutto trascorro molte ore della mia giornata a giocare.

Osservo il mio ostico avversario, un maestro di scacchi, stiamo combattendo una battaglia di nervi, di resistenza sia mentale che psicologica; nonostante ciò possiamo liberare la nostra fantasia mentre il tempo scorre inesorabile.

Guardo il mio cronometro: mi rimangono pochi minuti! Non ho più il tempo per pensare, per analizzare la posizione di tutti i pezzi sulla scacchiera, devo muovere velocemente senza sbagliare! Lo faccio rapidamente, proseguendo istintivamente nella mia partita ed infine, afferro la mia Regina, attraverso diagonalmente la scacchiera e dico: “Scacco! Scacco matto!”.

 

Sono in vetta, è finita, ho vinto.

Guardo il mio compagno, che mi abbraccia dicendomi: “Bravo Ciano!”.

Entusiasta rispondo: “Grazie Feo! Grazie per avermi fatto provare. Sei fra i più forti alpinisti e ciò nonostante mi hai stimolato, mi hai legato alla tua corda, mi hai portato su una grande parete dolomitica insegnandomi i segreti della tua lunga esperienza”.

Dopo mille peripezie sono finalmente sdraiato nell’amaca, avvolto nel sacco da bivacco, nel vuoto di oltre trecento metri di strapiombo.

La notte spira una calma incredibile, il fruscio della fiamma del fornelletto turba i pensieri più intimi che vorrei svelare. Mentre osservo il mio compagno intento a preparare la cena, rammento un aneddoto della sua vita.

Un giorno, mentre si trovava in una spedizione in Patagonia, un argentino udendo i compagni che lo chiamavano Feo, (diminutivo di Graziano Maffei), avvicinandosi gli disse: “No feo, tu no feo”, che in argentino significa brutto, cattivo, ed aggiunse: “Tiempo è feo, tu lindo, bello”.

Dopo avere mangiato un brodino carico di ogni ben di Dio, ci gustiamo un ottimo caffè, mentre la luna si sta alzando sulle cime. Sale bella nel cielo pieno di stelle, tonda e talmente luminosa che ne vedo i crateri, le ombre in superficie; rischiara a giorno le rocce creando un’atmosfera quasi irreale, assomiglia ad un grosso faro di luce disciolta. Con la bocca aperta respiro a pieni polmoni il venticello fresco della notte e sento il desiderio di parlare, di confessare le angosce dei miei vent’anni. Feo credo stia dormendo, oppure è immerso nelle sue fantasie, che non ho il coraggio di disturbare: quindi mi corico, chiudendomi interamente nel sacco e nei miei pensieri.

Mi soffermo sui ricordi della giornata, penso ai passaggi difficili, ma soprattutto mi riappare la bravura del mio compagno nel superarli in maniera elegante, sempre in equilibrio come se non esistessero le difficoltà. Infatti il suo modo di arrampicare è unico, raro, il risultato di tanto allenamento ed esperienza, ma soprattutto è un modo di essere in montagna.

Che bella notte!

Una vita senza rischio è come non vivere affatto!

È certo che siamo dei privilegiati noi alpinisti, godiamo della grande fortuna di vivere un mondo così bello. Riusciamo a contare le stelle, ad ammirare le albe ed i tramonti, trepidiamo nell’attesa dell’attacco alla parete, ed esultiamo soddisfatti sulla cima. Per contro, a volte dobbiamo soffrire il freddo, la pioggia, il ghiaccio e la neve. Ci portiamo appresso la paura di “volare”, di romperci qualche osso o morire; fatichiamo al limite delle nostre forze e viviamo situazioni ed emozioni al limite.

Non sono convinto di un amore smisurato per tutto ciò, anche se è parte del gioco, del rischio e ci dona una vita intensa. È una scelta!

 

Tento di parlare alle stelle, alla luna, alle montagne: lo faccio per non ascoltare gli stolti, gli arrivisti, i mediocri.

Voglio scalare, realizzare i miei sogni, vivere la mia vita.

Voglio alzare le braccia al cielo, respirare l’aria pulita, voglio la luce.

Voglio una vetta dove poter ascoltare il mio Dio.

 

 

 

MONTAGNA CATTIVA

 

Accadde un giorno su una ripida strada di montagna.

Una vecchietta, fazzoletto in testa, tutta curva porta un fardello. È un’immagine d’altri tempi che mi ricorda una frase di Serenella: “Quando vedi un vecchio, un povero, un ammalato..., fermati, ...quello è Dio”.

Mi fermo e le offro un passaggio, lei ringrazia e con un sorriso prosegue. Guardandola con il cuore che mi balza in petto penso alla vita che corre velocemente e penso alla battaglia di ogni essere per vivere veramente. Come diceva il poeta Bruschetti: “La vita no l’è altro ch’ en seguitar a rampegar sui scròzi, ciapàr folàe de vent, de nef e tirar innanz”, legando così sempre di più l’anima al corpo.

Proseguo lentamente, meccanicamente percorro la strada; il mio pensiero vola lontano nel tempo e ricordo.

Nelle mie mani ho una splendida fotografia della parete Nord-Est di Cima Tosa, sulla quale ho evidenziato l’ultima via aperta con Delio.

Mi sento felice, soddisfatto di avere legato il mio nome ad una parete dove sono state aperte vie da uomini che hanno fatto la storia dell’alpinismo: come Detassis, Castiglioni, Piaz, Barbier, Livanos. Fisso ogni particolare: camini, fessure, cengi, ed in seguito allargo lo sguardo alle torri, ai pilastri.

 

Mi sento molto forte sia mentalmente che fisicamente; ho aperto oltre cento vie nuove ed arrampico moltissimo; sono sicuro, arrogante: non mi riconosco dei limiti. Un cocktail di difetti che la montagna, e “Chi ci sta sopra”, non può tollerare.

L’idea s’impadronisce della mia mente notando lo splendido pilastro centrale, vergine, proprio nel punto più alto della parete e così ricordo la storia che voglio raccontare.

 

La prima luce del mattino irrompe nel Rifugio Brentei, attraverso i vetri delle finestre, mentre con Dario consumiamo la colazione immersi nei nostri pensieri.

La giornata è straordinariamente bella, l’aria fresca, e le pareti illuminate dal sole, ci sentiamo di ottimo umore.

Ci mettiamo in moto di buon’ora, procedendo allegramente! Con la sola corda e un mazzo di chiodi saliamo l’impegnativo zoccolo della Cima Tosa. L’ambiente è quello delle grandi pareti dolomitiche sulle quali salgo dove lo ritengo possibile, con pochissime protezioni, leggero, veloce.

II mio corpo si muove armonico, proiettato verso l’alto ed il mio pensiero concentrato solamente sull’appiglio, non cosciente del fatto che potrei precipitare. Il mio alpinismo è questo. Riesco a salire su difficoltà estreme anche slegato, o con pochissimi chiodi: inconsapevole dell’importanza di un chiodo, essenziale come la vita.

 

La montagna si presenta ogni volta con facce diverse, tutte vere, ma non ugualmente belle, bisogna saper scegliere!

È un fatto che tutto accada! L’appiglio che si stacca, il lungo volo e la forte botta.

Qualcosa si è rotto in me nonostante mi renda conto che posso ancora muovermi, convincendomi che posso ancora proseguire: una reazione micidiale, terribile.

Superiamo alcuni strapiombi, placche più o meno verticali e sempre senza chiodi. Non una parola esce dalla mia bocca che apro solamente per inspirare profondamente l’aria fresca come se potesse guarirmi dallo shock della tremenda esperienza.

Un dolore, una fitta mi percuote il fondo della schiena procurandomi un soffocante senso di paura (Il giorno seguente la diagnosi della frattura del coccige).

 

Tiro dopo tiro saliamo lungo il pilastro sommitale, le difficoltà crescono, ho la sensazione di percorrere un vicolo cieco, sono in preda a tristi presentimenti, mi sento torturato, oppresso: come se la montagna volesse schiacciarmi.D’altronde come può reggere l’animo se il fisico è ammalato?”.

 

Sull’ultima parete gialla strapiombante, il destino mi fa cadere il martello con l’ultimo mazzo di chiodi, poi i brividi, probabilmente per la febbre. La montagna è in ombra, ha subito un mutamento notevole e non ce la faccio più! Montagna cattiva perché rifiuti a tuo figlio la cima?

 

Lassù iniziò uno dei periodi tristi della mia vita! Il soccorso! Ci buttano una corda, sulla quale risaliamo beffati l’ultima parete, la più difficile. Seguirono poi le polemiche che non fui capace di evitare. Fra tutte queste chiacchiere ci guadagnò soltanto il male: “Una lezione sul vantaggio di saper tacere!”.

 

Terminiamo la via alcuni mesi dopo e solo l’intensità della vita, vissuta dopo quell’esperienza, mi dona la certezza dell’utilità di quella batosta.

Certe volte dobbiamo prendere ciò che non è meraviglioso e farlo diventare!

La montagna non è cattiva! Si dimostra fin troppo benigna con chi la scala per se stesso. Mi rimane la considerazione che è difficile essere modesti quando si è o ci si sente troppo forti: è lo stesso motivo per il quale molti alpinisti hanno perso la loro meravigliosa vita spingendosi oltre “il limite”, nonostante la loro genuina passione, per rincorrere il successo a qualunque costo.

 

 

 

SOCCORSO

 

Sto volando ... Non precipitando e neppure appeso ad una corda, sono semplicemente sospeso nel vuoto: “essere in alto” è un’emozione profonda. Il mio occhio si perde su un orizzonte di cime immenso, magnifico che si stende a Nord oltre la valle.

Davanti a me, la visuale è interrotta da una fila di pareti, sfumate nei contorni dalle nebbie, che ne alterano i colori, riducendoli al solo grigio scuro.

Vedo una parte della cima del Castelletto Inferiore e sotto, piccolissimo, il Rifugio Tuckett, poggiato sopra un salto roccioso, sentinella della vedretta nevosa che si riflette più o meno ovunque.

Il sole già da tempo è andato a riposare, nascondendosi alla vista, e con lui anche la montagna sembra addormentarsi. Laggiù, degli uomini, puntini scuri, camminano faticosamente, salgono o scivolando scendono; eppure sembrano fermi.

“Ma perché? Perché sto volando!”.

Mi avvicino alle Torri di Kiene, sembrano delle navi, e proseguo sulla parete della cima intitolata a Serenella, scalata molti anni fa con Fabio. Faccio poi un giro sopra lo scivolo nord di Cima Brenta, vorrei salirlo ma non è però possibile: dovrei oltrepassare le nuvole e potrei perdermi, sbattendo le ali.

 

L’elicottero dei vigili dei fuoco mi sta trasportando nel punto più alto visibile; infatti accompagno in questo soccorso il gestore del Rifugio Tuckett, Daniele. Il “baccano” di quel motore sta rotolando verso valle, quando con i piedi per terra cominciamo ad arrampicare lungo la via normale di Cima Brenta. Cerchiamo un uomo che hanno visto cadere, saliamo, gridiamo, ascoltiamo: solo l’eco ci risponde! Le nebbie portano via le cime, rimaniamo soli sulla montagna; ci dividiamo. Mi muovo prudente a causa del mio piede dolorante, mi sposto pensando, sperando, pregando e poi lo vedo disteso, immobile come morto sull’orlo dell’abisso. Evitando gli appigli sporchi di sangue raggiungo un corpo ferito, che non parla, non si muove, ma respira! “Stai morendo, amico mio, tra le fredde rocce che hai tanto amato; ma sono certo che il tuo spirito può andare dove gli pare, sono certo che puoi ascoltarmi.

Ti parlo con il cuore, con la mia anima, allo stesso modo con cui parlavo a Serenella, anche lei imprigionata sul letto d’ospedale”.

Allora mi rispose: “La tua forza, il tuo coraggio, il tuo grande amore hanno accompagnato la nostra storia senza paure, senza soste. Dio è Amore ed un giorno ti ricompenserà!”.

“Ed allora comincia a ricompensarmi, Dio. Salva questa vita!”.

Poi, all’improvviso delle voci note: Walter, Daniele e Luca. Osservo Luca curare l’infortunato nel migliore dei modi, mentre Walter organizzare il soccorso, riconosco la sua lunga esperienza e bravura, ma soprattutto guardo il viso del morente che ancora, ancora respira.

Francesco si salverà.

Penso che nessuna via, nemmeno la più difficile, può donarti la stessa gioia che ti rimane nell’aver aiutato una persona in montagna: sicuramente un privilegio degli uomini del Soccorso Alpino e di chiunque sia disponibile a vivere quest’esperienza: quando si salva una vita, si salva il mondo intero!

 

Finalmente zoppicando sono in valle, ho in braccio la mia bambina alla quale dolcemente chiedo: “Perché Chiara, ti sei messa a piangere quando mi alzavo in elicottero?”.

“Perché pensavo partissi per il cielo, come la mamma”- mi risponde.

 

 

 

GLI ANGELI DELLE ROCCE

 

Pratofiorito: un nome che invita alla pace, alla serenità, al desiderio di abbandono....

Mi trovo rilassato, sdraiato su pascoli erbosi della Val D’Ambiez, macchiati di fiori, i miei occhi vagano perdendosi sulle cime che sovrastano il Rifugio Agostini, uno fra gli anfiteatri più belli delle Dolomiti.

Il mio spirito di alpinista non può accontentarsi di questo spettacolo incredibile, ma gradualmente si concentra su quella che ritiene una tra le pareti più ardite del Gruppo di Brenta: la parete Est di Cima di Pratofiorito.

Osservo i tetti gialli e le lisce placche strapiombanti, mi appaiono inaccessibili; vedo però la via di Armando Aste con la sua logica naturale, lo spigolo vinto da Elio Orlandi ed Ermanno Salvaterra, ed il tentativo centrale della variante Masé. Osservo anche, sulla destra, l’avancorpo del pilastro che ho intitolato a Serenella, scalato con tanti amici; rimane ancora una sola via possibile: la verticale parete centrale.

Confido la mia idea ad altri arrampicatori, ma tutti obiettano che è impresa quasi impossibile senza l’uso di molti, molti chiodi. E allora si rafforza, in me il desiderio di salirla!

Con l’amico Mariano mi avvio all’attacco, e già al primo tiro di corda scopro le prime difficoltà.

Quanti anni! Quante gioie e soddisfazioni! Quante fatiche e dolori! E mi ritrovo a “camminare” sul verticale: è una passione, forse la ricerca di certi valori, di sicuro qualcosa di essenziale per la mia vita...

Mi guardo attorno e penso alle tante nuove vie aperte, l’ultima sul Campanil Basso, di tanti rischi corsi, e nonostante tutto eccomi qui a riprovarci! È difficile “rognare” su una parete così compatta, avvolti nelle nebbie, scorgendo nelle schiarite il piccolo Rifugio Agostini giù in basso. Rifugio che contiene l’amicizia genuina del gestore Ignazio e della sua famiglia, sia la sua accoglienza che la sua serenità sono quelle delle persone più care.

 

Questi flashes nei momenti di sosta ti fanno pensare: “Che ci faccio quassù?”.

Solo il fischio ed il tonfo di una scarica di sassi mi riporta alla realtà. È la fine di giugno e la neve ed il ghiaccio si sciolgono ai raggi caldi del sole, mi trovo nel mezzo del traverso, il passaggio chiave, il punto più esposto alle cadute di sassi. Le scariche continuano, impressionanti, sferzandoci il morale. Mi dico che devo uscire velocemente da questa situazione: la stessa sensazione di un pedone che si trova nel mezzo di una autostrada e cerca disperatamente di guadagnare i bordi dell’asfalto.

Abbiamo fatto un pendolo e ritirato la corda, non ci rimane altra scelta che proseguire. Fortunatamente alla fine del traverso, un camino non difficile ci permette di raggiungere il pilastro dedicato a Serenella, e a causa del cattivo tempo ma anche della stanchezza, decidiamo di scendere per un altra via.

Nell’ultimo tentativo si unisce a noi l’amico Marco, ed affrontiamo il diedro terminale, dopo di che la roccia, come d’incanto, muta d’aspetto, si fa più appigliata e l’arrampicata, anche se molto esposta, è bellissima.

La cima ci unisce felici, eleviamo una preghiera a Serenella e a Franco; la gioia di avere lottato per qualcosa di utile e di vero ci accompagnerà per tutta la vita.

Vale la pena ricordare anche la festa preparataci al rifugio, la torta della moglie di Ignazio, le bottiglie di spumante e l’abbraccio dei nostri cari.

All’imbrunire, un ultimo sguardo alla parete, per confermarmi che ho realizzato un mio sogno, i miei occhi nuovamente fissi sul camino centrale rimasto inviolato nel corso del primo tentativo, che potrebbe costituire nuova variante, ma questa non rappresenterebbe certo la ricerca del facile nel difficile, ma probabilmente costituirebbe una forzatura. Nonostante questo dubbio rimane la magia di una linea di ineguagliabile estetica che ti entra nella mente, nel cuore, ed infine nella pelle.

Ho una fede che mi convince che ogni rocciatore ha un angelo alpinista che lo protegge e lo guida. Penso a Franco Gadotti al quale decidiamo di dedicare, assieme a Serenella, la nostra nuova via. Ripenso ad alcune frasi del suo diario: “Prego Iddio, quello in cui zia Pia crede e che io ricerco ancora, che renda meno pesante la paura della morte, che a me farebbe gridare con gli occhi. Prego Iddio che non mi renda insensibile alla morte degli uomini, al dolore, alle loro crisi ed ai loro problemi: che senta sempre che con un uomo che se ne va, se ne va una parte di me ed io mi sento dunque diminuito nella mia essenza”.

Ciao Serenella, ciao Franco, grazie perché continuate ad arrampicare con noi!

 

 

 

IL VENTO DELLA CIMA CAPI

 

La barca scivola sull’acqua, costeggiando le rocce vicinissima senza alcuna fatica. Un po’ dopo il tramonto, in quello spazio aperto, solcato dalla prua e circondato da impervie scogliere, il lago di Garda luccica di mille luci riflesse e solo una brezza leggera ci trasporta dolcemente.

Ho sempre conservato una grande passione per la vela, anche se mi è stato impossibile viverla pienamente, avrei dovuto scegliere; ma fra la montagna e la vela, ho deciso per la prima. Ho navigato con le “derive”, con i surf e finalmente si è concretizzato un sogno, un desiderio di molti anni: questo bellissimo cabinato di quasi nove metri comperato con l’aiuto dei miei migliori amici.

“Allontaniamoci dalle rocce !” grido, spingendo il timone alla virata.

Nell’arco di pochi metri la barca cambia direzione, dirigendosi al largo. La scogliera comincia ad apparirmi nella sua reale maestosità, lasciando ancora intravvedere qualche rugosità, mentre il buio inizia ad avvolgere tutto.

Con me Gianni e Mariano: la cordata sia della prima ascensione sullo Spallone del Campanil Basso, che di molte altre vie in montagna e..., soprattutto, nella vita.

Anche loro stanno osservando le montagne attorno, anche loro sono incantati, si soffermano su una delle pareti più ardite del gruppo.

Interviene Mariano: “A volte dal basso, scrutando le pareti, non vedi nulla che ti possa indicare una via nuova e solo la grande esperienza unita ad una forte sensibilità alpinistica ti fa capire che lassù puoi passare, ma soprattutto dove puoi farlo. È un mondo tutto da scoprire fra una piccolissima riga ed un’altra, consapevoli che nella realtà le pareti nascondono fessure da incastrarsi o addirittura camini nei quali entrare.

In questi tempi molti alpinisti hanno dimenticato il modo di muoversi su questi terreni e molti arrampicatori moderni non l’hanno nemmeno conosciuto; si preferisce il decimo grado in aperta parete e estrema sicurezza, si trascura il sesto grado su fessure, diedri, camini.

L’arrampicata ha guadagnato tantissimo, ma ha anche perduto moltissimo e molte vie del passato, salite con pochissimi chiodi, magari in camini bagnati o rocce un po’ sporche sono diventate per molti inaccessibili o a torto trascurate.

“Sono perfettamente d’accordo con tè! — gli rispondo. — Anch’io pur non riuscendo ad arrampicare su certi gradi moderni non faccio alcuna fatica a muovermi con agilità lungo terreni rocciosi vergini”.

Si intromette anche Gianni: “Con quanta minor fatica avremmo potuto vivere la vita, invece di fare dell’alpinismo!”.

Mariano ed io afferriamo la battuta sorridendo.

La Cima Capi o Sperone è una grande parete, eppure pochissimi dei forti arrampicatori d’oggi “ci mettono su le mani”; la sua impressionante parete Est non è quasi alta come la parete Nord-Ovest della Civetta o della Marmolada, Tofane, Sassolungo ecc., ed è ugualmente difficile. La Cima Capi é però poco ripetuta, a causa delle difficoltà e soprattutto perchè poco famosa; quindi rimane, alla portata di chi ama la grande avventura “dietro l’angolo di casa”.

Gianni è in procinto di alzare “il fiocco”, la vela minore ed incuriosito mi chiede con chi avessi salito la Cima Capi. “Con Walter Vidi!“ gli rispondo.

Per soddisfare altre domande di Mariano sono costretto a raccontare...

Una limpida mattina di primavera, la temperatura era mite e l’azzurro del cielo trionfava ovunque. Ci avvicinavamo alla parete chiacchierando, soffermandoci particolarmente sui momenti più intensi della nostra precedente scalata sull’inviolato Strapiombo del Salto delle Streghe; di tanto in tanto alzavamo gli occhi verso la nostra meta, convinti che quelle rocce alla vista poggiate ed articolate, sicuramente non ci avrebbero creato grandi problemi. Nessun segnale ci aveva fatto immaginare che stavamo tentando una via nuova e diretta lungo una delle pareti più difficili sia delle Prealpi che delle Dolomiti. Solamente dopo pochi giorni riuscimmo a sapere che persino i grandi Fox e Stenico, dopo la loro prima ascensione lungo il Pilastro Nord-Est, definirono la loro via la più difficile che avevano aperto.

Già il primo tiro di corda annunciò la complessità della nostra via; le erbe, in alcuni punti erano così presenti che dovevamo scavarci la via, oppure, ci costringevano ad aggrapparvici per superare dei piccoli strapiombi, sperando ovviamente che le radici fossero ben piantate fra le rocce”.

“Perché non avete rinunciato? “ - interviene Gianni.

“Non lo so. Non eravamo alpinisti sprovveduti: Walter era guida alpina e capo del Soccorso Alpino di Madonna di Campiglio ed io avevo già aperto oltre cento vie nuove difficili ed arrampicavo moltissimo.

Quale sia il limite fra l’incoscienza ed il raziocinio, non sono mai riuscito a capirlo.

Dopo molti tiri di corda — continuai a raccontare — costretti sull’unica via che la montagna, ma soprattutto le difficoltà della roccia ci offrivano, cominciammo a capire quanto era lunga la parete, e soprattutto che non c’erano possibilità d’uscita. Avevamo sottovalutato tutto e di conseguenza avevamo limitato la nostra attrezzatura al solo mazzo di chiodi e se ben ricordo ad una sola corda, per non parlare dell’equipaggiamento e vettovagliamento completamente inesistente.

Vedi Giuliano — obietta Mariano — credo sia molto difficile valutare o giudicare la nostra imprudenza, specie quando si è travolti dall’entusiasmo. Quale alpinista, impegnato nel superamento dei propri limiti, può affermare con certezza di averlo sempre fatto nella massima sicurezza ed equilibrio? Figuriamoci su una via nuova, dove a volte si è costretti a ‘buttarsi’ e non solo fisicamente”.

Rispondo: “Col senno del poi posso però dire di aver anche rischiato moltissimo!”.

“Il tempo non ci stava aiutando: — continuai — un temporale e le tenebre si avvicinavano costringendomi a lunghissimi tiri di corda senza protezioni, velocemente, su alcuni passaggi al limite delle forze. Walter mi raggiunse sulla cresta finale senza più fiato in corpo e solo dopo aver tirato un sospiro di sollievo e di soddisfazione per l’incredibile avventura e per esserci miracolosamente risparmiati una lunga notte in parete, decidemmo la discesa verso valle dove c’erano gli amici ad attenderci e festeggiarci.

Solo nove ore — conclusi — tutto sommato siamo stati bravi, ma ci è andata bene.

Il desiderio di scoprire e aprire nuove vie su pareti inviolate, cercando di farlo tradizionalmente senza barare con l’uso di strani aggeggi e con se stessi comporta dei grossi rischi...”.

Aggiunge Gianni: “Se poi lo fai su rocce friabili!“.

“È una scelta!” - replico.

 

Una raffica di vento percuote la nostra barca piegandola all’inverosimile, frangendosi sulle vele con un suono familiare. Cominciamo a tendere le vele; una virata, più tardi una “strambata”, a volte una “orzata”. Il tutto per controllare il forte vento del Ponale, cioè il vento che scende sul lago, sotto la Cima Capi.

Grido agli amici che l’alpinista è legato alla vela; le corde, i nodi, la natura e qualcosa d’altro accomuna le passioni... “Lascia perdere e timona!” - mi rispondono quasi contemporaneamente.-

“Va bene, va bene..., godiamoci questa notte!” – replico.

 

 

 

IL GRACCHIO

 

I miei primi anni in montagna li ho trascorsi quasi sempre arrampicando da solo.

Avevo imparato ad autoassicurarmi, il mio piccolo bagaglio di esperienza alpinistica lo sperimentavo su vie difficili: lentamente e con fatica salivo  tratti di arrampicata libera, ad altri in artificiale.

Mi ero diplomato da poco e dopo il periodo della “naja”, sfortunatamente trascorsa in fanteria, mi preparavo ad entrare nel mondo del lavoro. I soldi erano pochi ed anche il materiale da roccia: la sola corda era il prestito di un amico, lo zaino il risultato infelice di una borsa trasformata, il rimanente necessario, misurato.

Solo una grande volontà alimentata da una passione travolgente, mi donava la forza ed il coraggio di vivere le continue avventure, e solo la concentrazione, allenata da anni sulla scacchiera, contrastava e mi permetteva di superare, più o meno incolume, le situazioni limite provocate dalla pochissima esperienza. Il destino, o la fortuna, hanno fatto il resto.

Sono passati molti anni, ho ripetuto e aperto molte vie e l’arrampicareora per me è naturale, quasi come camminare: spesso lo faccio da solo e senza corda.

 

È bel tempo, uno di quei giorni d’estate chiari ed aspri, quando il sole all’alba, seppur ancora nascosto, illumina le cime rendendole splendenti. Un mattino favorevole: solo un filo di vento, il cielo azzurro, la terra ancora umida di rugiada.

Ho la sensazione di essere la sola persona esistente su questa terra e nonostante infiniti rumori riempiano lo spazio, il rumore dei sassi  che rotolano a valle, a causa dei miei disattenti passi, mi tiene compagnia e disturba la serenità di alcuni camosci allertati dalla mia presenza.

Guardo in alto ed individuo la mia via: le rocce, mentre m’avvicino, diventano articolate, mosse, sembrano “poggiate”. Le linee acquistano la forma reale di camini, fessure, diedri nei quali si può entrare sentendosi più sicuri; gli strapiombi e i tetti minacciosi s’ingrandiscono.

L’attacco alla parete è la fine dei dubbi, delle ansie, è la porta d’entrata all’avventura: il momento più critico, l’attimo in cui bisogna cogliere le motivazioni ed il coraggio per salire o per decidere di rinunciare. Se inizi a scalare e lo fai da solo e slegato, difficilmente ritorni indietro.

Dopo aver infilato le scarpette ai piedi, comincio ad arrampicare: con decisione stringo i primi appigli dei mille e più che toccherò quel giorno e lo faccio tranquillo sicuro.

Percorro un lungo diedro, esco in aperta parete per infilarmi poi in uno stretto camino bagnato; esco nuovamente alla luce salendo un’esposta fessurina sormontata da un marcato strapiombo. Infine un lungo tratto di rocce inclinate sulle quali mi rilasso, muovendomi meccanicamente e velocemente.

 

Lungo una placca di roccia gialla il mio ritmo cambia, costringendo la mente ed il corpo  ad uno sforzo continuo di adattamento ai pochi appigli ed appoggi che trovo; non ho più il privilegio della scelta, non più la possibilità di rilassarmi in una arrampicata armonica e meccanica perché sono sul sesto grado.

L’istante trascorso non esiste più, lasciando la concentrazione per ciò che si ha davanti.

La mia attrezzatura è composta dalle sole scarpette, da uno spolverino legato alla vita; e una borraccia di the nel piccolo zaino; al polso il mio inseparabile orologio che mi indica che arrampico da meno di un’ora.

Sedendomi su una cornice, mi accorgo di come sotto di me ci sono oltre cinquecento metri di vuoto. Sono salito quassù in completa arrampicata libera, veloce, leggero, ma soprattutto tranquillo; ho dovuto spesso appendermi completamente alle sole punta delle dita e l’ho fatto senza preoccuparmi del fatto che un solo errore, oppure un piccolo fatto accidentale avrebbe potuto farmi precipitare, annientando la mia vita.

 

È possibile che non sospetti, almeno, quanto fosse tremenda la conseguenza di un piccolo errore? È tutta l’estate che arrampico in questo modo! Perché?

Forse è follia, o egoismo, o il desiderio di fare una sbornia di emozioni.

Però com’è bello quassù! Quanta libertà!

Seguo il volo di una cornacchia che si arresta vicino; ad un tratto ho la sensazione che voglia comunicare con me:

“Gracchio, cos’hai da guardarmi? Mi trovi solo e senza ali? Nel tuo ragionare e criticare mi trovi forse ridicolo!”.

In natura non c’è nulla di ridicolo, comunque la pensi con i tuoi pregiudizi!

Vorrei gridarti che non mi sento solo perché ho la mia passione, un petto gonfio d’amore per la montagna, un magnifico sole che mi riscalda e mi incita, una natura amica di una giornata splendida, ma non ci riesco! Non ci riesco perché fisicamente sono solo e comincio a pensare che sto facendo una sciocchezza a rischiare in questo modo: è un pensiero, un pensiero degno di nota!

Fino a quando andrà tutto bene?

 

Le mie gambe a penzoloni nel vuoto; anzi penzolanti come la testa di quell’uomo seduto nell’angolo più dimenticato dell’osteria; davanti la bottiglia ed il bicchiere vuoto. Lo vedo solo, triste, abbattuto, infelice e non faccio altro che pensare a come mai si è ridotto così: è un uomo di carattere debole! Mi fa molta tenerezza ed anche pietà però ho la sensazione che un po’ mi assomigli.

Niente affatto! Il mio modo di arrampicare è una scelta di vita, è il culmine di una grande “cotta” per l’alpinismo, un’innamoramento sfociato in una filosofia, probabilmente un modo di pensare e di agire che mi appaga totalmente.

Ne vale la pena? Non so!

 

Il mio amico medico mi considera ammalato. Il sognare, per poi preparare e realizzare un’avventura solitaria lungo una grande parete di quinto e sesto grado è un’anomalia e, forse, addirittura una malattia. E se così fosse?

Allora tutte le motivazioni eccelse date dai cavalieri o eroi solitari delle vette servirebbero soltanto a nascondere un piccolo germe denominato: el màl de la préa.

Tanto più i miei pensieri turbinano nella mente, composti dalla mia fantasia, e per di più fuori luogo, tanto più intensa è la mia solitudine. Mi rivolgo nuovamente alla cornacchia e le dico: “Cerchiamo di continuare assieme, ciascuno a modo suo, con o senza riflessioni dobbiamo continuare a vivere. Io vado in vetta! Tu, vola dove ti pare”.

 

Riprendo ad arrampicare con molta attenzione, ripetendomi che non posso addormentarmi sul tavolo di un’osteria, ma devo invece tenermi ben aggrappato e proseguire.

Verso valle si addensano da tutte le parti delle nuvole minacciose; un fulmine scoppia all’orizzonte e già mi arriva qualche goccia d’acqua.

Mi affretto, raggiungendo una spalla rocciosa sotto la cima e, dopo aver ben valutato l’insieme delle cose, decido di scendere il più in fretta possibile dall’altro versante sfruttando delle rocce inclinate, ma rese insidiose dalla pioggia che ora cade torrenziale.

Sono accerchiato dai lampi che balenano continuamente, provocando nell’aria molta elettricità; anche il rumore del temporale mette a dura prova il mio baldanzoso coraggio facendomi pesare la solitudine.

Fortunatamente raggiungo il nevaio, poi il sentiero. Finalmente posso volgermi verso la vetta nascosta nelle nuvole; finalmente sono al sicuro, tutte le ansie e le azioni che stavano fra me e la mia scalata, non contano più nulla.

Ripenso ai sentimenti che mi hanno guidato e sorretto nel pericolo; avverto fortemente la mancanza del mio compagno di corda, la stretta di mano e l’abbraccio in vetta, la sicurezza di una corda, la gioia nel dividere la soddisfazione, lo scambio di parole e pensieri nei momenti più intensi.

“Vincere o perdere, l’importante è che si faccia del proprio meglio!”.

Vorrei continuare a ricordare, ma l’ora tarda mi riporta alla realtà della mia scrivania ..., appoggio la penna, mi alzo e mi porto nella vicina camera da letto.

Nel buio interrotto dalla luce che entra dalla porta, riesco a gioire del viso dolcissimo della mia bambina addormentata. Per un solo istante penso che il passato quasi sicuramente non tornerà mai più; mi rimane un profondo senso dell’accaduto che mi dà il diritto di giudicare il mio alpinismo solitario.

Ne valeva la pena? Credo di no!

 

 

 

IL VECCHIO DEL COLODRI

 

Il diedro fessurato della via Barbara è un invito all’arrampicata, nonostante che il colore della roccia giallo, anzi quasi marron, sembra avvisarti di come le difficoltà si stiano accentuando.

Mi slego da un capo della corda gettandola nel vuoto, e con prontezza ed energia la tiro per l’altro capo; se non ci sono asole o ricci, se non si è impigliata in qualche pianta, se l’attrito non lo impedisce, forse riuscirò a sfilarla dagli anelli dei chiodi, e potrò continuare la mia lenta scalata. Quanti “se”! Non so dove finirò, privo d’esperienza come sono; spero soltanto di non incontrare altre difficoltà....

 

Arrampico da poco più di un anno e non conosco altro sistema per autoassicurarmi durante una scalata solitaria. Con questo sistema però ho potuto scalare fino ad oggi, ripetendo molte vie.

“Recupera! Recupera la corda!”.

“Cosa succede!”.

Nicoletta sta salendo un passaggio difficile e io avvolto nel ricordo, di vent’anni prima della mia ripetizione solitaria della stessa via, mi sono dimenticato, di aiutarla.

“Ok, stai tranquilla e vieni!” - le rispondo compiendo la manovra.

“Cosa c’è di più dolce che sognare in una giornata tiepida di primavera?” - mi chiedo, mentre dondolo nel vuoto, nel vento che mi accarezza, nel mezzo della montagna, altissimo da terra.

Quanti anni, fatiche, avventure, vittorie, passano, in un alpinista durante la sosta?

È una serata splendida, di quelle giornate che solleticano il cuore, lo stesso cuore che ha bisogno di sfogarsi; il panorama, è uno spettacolo così dolce, così bello.

All’improvviso... “Ma dove sono finiti i chiodi dei primi salitori?” - mi chiedo alzando lo sguardo alla ricerca del mio passato.

Un rinvio all’imbrago agganciato all’anello di un chiodo, piantato con trapano e resina, e solo un altro moschettone a pera per il nodo mezzo  barcaiolo. Scarpette da ballerina ai piedi e qualche rinvio.

Ma dove sono finiti i grossi scarponi, lo zaino, il casco, i cunei in legno, i chiodi ed i lunghi cordini per collegare i chiodi di sosta?

Alla fine della nostra scalata, di fronte al sole tramontante sulle montagne del lago, vorrei esternare le mie sensazioni.

Non posso! È impossibile tentarci, senza rompere la gioia e soddisfazione di Nicoletta per questa vittoria.

Eppure vorrei raccontarle la mia cima e gioia di allora, all’uscita della stessa via: solo, assetato, sfinito dalla fatica e dalla tensione, ma immensamente felice!

Saggiamente lascio perdere e dopo essermi messo la corda sulle spalle, iniziamo la discesa.

In valle, ci fermiamo a bere una birra nel nuovo locale aperto proprio sotto la parete. Questo nuovissimo ristorante, pizzeria, alcuni anni fa era la casa del Bèpi; ora non c’è più, perché anche lui non c’è più!

Quante cose sono mutate?

Un nodo mi attanaglia la gola, mentre i miei occhi si inumidiscono; Nicoletta, se ne accorge, avverte il momento e mi dice: “Dai Giuliano, raccontami…”.

 

“Molti anni or sono — così ricordo — quando ho incominciato a muovere i primi passi sulle rocce, avevo sentito che ad occidente di Arco, si ergeva una strapiombante muraglia rocciosa: il Calodri.

Sì! Allora si chiamava cima Calodri e poi non so come è diventata ‘il Colodri’.

Per la verticalità delle sue pareti e le poche vie ma molto difficili aperte dai cugini Ischia e compagni, si diceva che era audacia metterci su le mani, addirittura proibitivo per un alpinista della mia esperienza.

Mi avviai in motocicletta alla volta di Arco e ben presto fui nell’ombra della parete, in mezzo alle “marocche” di Prabi. Qui viveva un uomo più che maturo ma ancora capace di lavorare il suo piccolo terreno con l’entusiasmo di un giovane contadino: Bèpi era il suo nome.

Passarono gli anni e il Colodri brulica di “piccoli ragni”: ora c’è una ferrata per rientrare alla base, ci sono sentieri e persino un percorso vita; in poche parole la località di Prabi ora è famosa e con essa anche la gente che ci vive.

Allora, chiunque s’inerpicava su questi sassi conosceva il Bèpi e tutti gli dovevano qualche cosa: alpinisti di mezza Europa si sono fermati a dormire a casa sua, hanno usato la sua acqua, ne hanno bevuto il vino e mangiavano anche. Alcuni amici gli avevano dedicato una via e tutti quelli che sono passati dai Colodri lo ricordano: è strano il mondo che qualche volta dà la fama a chi la merita!

Molte volte mi sono fermato nella sua casa e rimanevo colpito dalla serenità che vi regnava, era un’atmosfera unica che difficilmente si trovava altrove.

Qui, dove siamo seduti, c’era il suo orto. Laggiù il tavolo dove, con i compagni, al ritorno dalle scalate, si gustavano le enormi tazze di caffè che il Bèpi ci offriva. E guai a rifiutare il suo invito”.

 

Ho avuto la soddisfazione di legare il mio nome a queste pareti, ma soprattutto ho avuto la fortuna di incontrare un uomo piccolo con un grande cuore.

Quanti amici mi hanno lasciato, quanta malinconia nel mio cuore mentre la mano di Nicoletta stringe la mia.

 

 

 

MOMENTI DI VITA

 

La temperatura dell’aria sembra diminuire ad ogni istante e posso notare un mutamento assai notevole della parete sopra di noi. Il vento è cessato completamente, il freddo dell’aria è ormai veramente rigido ed il colore delle cime non è più scuro, ma rosa come i petali del fiore. È l’ora più gelida della giornata: l’aurora.

Feo, il mio compagno è già salito oltre gli strapiombi, si trova in sosta pronto a recuperarmi. Mi occorre un po’ di tempo per sentire il coraggio necessario di imitarlo, ma alla fine decido di tentare. Prima di attaccarmi al primo appiglio, mi metto lo zaino pesante sulla schiena, e comincio a salire rapidamente, cercando, col vigore dei miei movimenti, di dominare la trepidazione, che non riesco a vincere. Le corde tese sopra di me in parte mi tranquillizzano perché non sono abituato a “volare”. Il peso dello zaino mi limita la libertà dei movimenti, ma non voglio giungere alla crisi, così pericolosa, in cui comincio a figurare la sensazione della caduta (ad avvertire la paura della caduta). Sento le ginocchia bloccate, mentre le dita gradualmente, ma inevitabilmente, allentano la presa. Raccolgo le forze e, con l’aiuto del mio compagno mi allungo al chiodo.

Siamo riusciti a superare la zona degli strapiombi e la nostra situazione è lieta; sappiamo che la cima è ora accessibile più facilmente e ben presto l’avremmo raggiunta!

 

Dieci anni più tardi...

Com’è bello essere al centro dell’attenzione, la gente ti parla, si complimenta sbigottita; sembra quasi inchinarsi al cospetto del “grande arrampicatore”. Provo uno stato di turbamento e di eccitazione mentre mi muovo da un tavolo all’altro del rifugio, con le braccia scoperte che mettono in risalto i miei muscoli.

Oggi, sono salito in vetta al Castelletto Inferiore del Brenta per ben quattro volte, l’ho fatto slegato e di “corsa”; ho scalato, alcune in salita, altre in discesa, otto vie diverse, muovendomi sopra lo sguardo stupito di un folto pubblico. Sono come un acrobata del circo e lavoro senza rete!

 

Si è alzato il vento della sera e nel crepuscolo ormai fondo, dopo aver indossato il maglione mi allontano solitario dalla gente, scomparendo nella solitudine della “vedretta”. Il mio squardo rivolto alle ombre gigantesche delle cime sembra distinguere ciò che si cela dietro quelle masse: se alla luce del giorno, le pareti offrivano una vista ammagliante, ora che la notte è tarda e sta per spuntare la luna sembrano addirittura paurose.

Il Signore delle Cime mi dice: “Stai attento piccolo funambolo! quaggiù non sei altro che un nulla! non sfidarmi, non irritarmi, non voglio acciuffarti e trascinarti giù fracassando il tuo corpo sulle rocce appuntite. Se vuoi conquistare le vette, fallo con amore!”.

Gli rispondo: “Non abbandonarmi, non castigarmi Signore delle Cime, ma amami così come sono!”.

È una grande fortuna essere alpinisti, piccoli esseri al cospetto dell’immensa natura, con lo zaino carico di dubbi, paure e ansie, ma anche pieno di sogni, sentimenti e forza.

 

Altri dieci anni sono trascorsi...

 Fa freddo, un freddo terribile. Non sento più i piedi e mi manca il respiro.

Sono stanco, sfibrato, stremato, depresso, prostrato, spento. Arranco nella neve che s’accumula, s’ammonta cadendo turbinosa nella bufera,lo faccio camminando sopra dei crepacci profondissimi. Che m’importa, voglio la vetta a tutti i costi! Non devo rinunciare; non voglio ritornare a casa, non ho più una casa! Continuo a levarmi indolente ed avvolto dalla nebbia più fitta raggiungo un pianoro sul quale mi piego, mi inginocchio, piangendo disperatamente.

Le mie mani sono gonfie, insensibili oramai congelate; gli occhi sono socchiusi e la mia vita legata ad un filo sottilissimo.

Solo Dio può tagliare questo filo!

Il vento si è fatto paurosamente silenzioso. Sollevo pesantemente la testa e con meraviglia cerco di aprire gli occhi ad un’immagine sfocata dell’immensa volta aerea, scura, blu, profonda. La visione lentamente diventa più nitida mostrandomi la linea rossa infuocata dell’orizzonte che avvolge le cime lontane. Al lento venir meno delle ultime luci del giorno, simili alla mia vita che volge al tramonto: sono in vetta! Nuovamente chiudo gli occhi e rivedo la mia vita, la sofferenza degli ultimi anni, gioisco solo al pensiero consolante che finalmente posso abbandonarmi e addormentarmi in cima alla mia montagna; mio Dio perdonami se non ce l’ho fatta!

 

“Papi...., papi!”. Una voce di bimba rompe il mio sogno e mi risveglia ancora sofferente, spaventato. Solo l’immagine della mia Chiara che gioca con Nicoletta nella distesa bianca di neve, domina e vince la mia angoscia. Mi sono solo addormentato sul legno caldo di una ruvida panca ed ho sognato!

Immensamente grande è la mia felicità nello scoprire che la realtà è ben diversa: ho ancora una casa, una bimba, una famiglia, gli amici e tante cose belle. Ho ancora la possibilità di amare e... non avrò più bisogno di morire in cima alla montagna.

 

 

 

PREGHIERA

 

Sono seduto fra due massi, posti sopra della cima che ho dedicato a Benedetto.

Tento di alzarmi, ma il vento mi colpisce, facendomi barcollare. Sono costretto a nascondermi dentro la mia giacca a vento, e mi sento perseguitato: devo solo sperare in un miglioramento del tempo.

Sono ancora in questo mondo, sono di carne ed ossa, non posso ancora volare.

Il panorama è uno spettacolo così dolce, così raro; si vive, si medita, si piange, attraverso il

ricordo.

Alzo gli occhi al cielo coperto di nuvole, mi sembra di toccarle tanto sono vicine: rivedo alcuni giorni della mia vita passata in questo angolo di Dolomiti, quando ero ragazzo spensierato, audace, alla ricerca della mia vita. Lo sguardo si fissa lungo la gialla fessura del Sass Aut e, come in una scena di un film, mi rivedo spaventato, aggrappato al limite delle forze nel tentativo di raggiungere l’unica nicchia rocciosa, nella quale incastrarmi e riposare, dopo quaranta metri, sulle braccia. Da quell’anfratto pochi attimi prima era uscito un grande uccello, forse un’aquila che aveva lasciato il suo nido. Mi giro con la testa in cerca del volatile, mi aspetto il suo attacco; comprendo che non ho più tempo. Le dita, dallo sforzo, si stanno aprendo, non posso scendere: devo solo andare avanti! Alla fine raggiungo la nicchia, fortunatamente vuota di

nidi o da chissà cos’altro…

Il lampo di un fulmine mi riporta alla realtà, ma ho ancora voglia di ricordare: lascio la

fessura persa nelle nuvole e vado oltre. Vedo la via con Mario, la via con Giorgio e altre vie minori, poi il mio sguardo corre velocissimo, arrestandosi sulla parete Nord della Torre di Mezzaluna. Per alcuni secondi rivivo il tentativo con Dario, il ritorno a corde doppie sotto un violento temporale; quella via è rimasta incompiuta. Ora sta piovendo, tutto è diventato grigio; il cuore dell’alpinista che vive in me si gode l’immensa parete della Vallaccia: il regno di Feo. Rivivo altri fotogrammi e mi trovo sulla vetta della Piramide Armani, con le braccia aperte come se

avessi voluto abbracciare il mondo.

Esco dal mio nascondiglio fra i massi e guardo in valle, soffermandomi sul piccolissimo bivacco Zeni. Quanti giorni,serate, nottate ho trascorso in quel piccolo rifugio, circondato da tanti amici che, per destino o scelta, non arrampicano più; forse anche loro vorrebbero ricordare da questa cima?

Inevitabilmente penso a Serenella, che può invece volare!

Mi sforzo di ricordare tanti amici, persone care..., alcune mi vengono in mente subito, altre lentamente, nel mio pensiero vedo i volti di Feo, Claudio, Marino, Rino, Fabio, Roberto, Gigi, Franco, Tita, Scipio, Catullo, Luciano, Nicola, Angelo, Giuliana, Claudia, Emilia, Amalia e..., tanti altri; il mio cuore si riempie di malinconia e guardo oltre la cima, per cercare di comunicare con tutti loro.

Ma come? Con la mia preghiera:

 

Signore!

Non lasciare che mi spezzino le ali,

lasciami volare

Signore!

Non nascondermi l’appiglio,

lasciami volare

Signore!

Alleggerisci il mio “zaino”

lasciami volare

Signore!

Non lasciare che mi levino l’ultimo chiodo,

lasciami volare

Signore!

non riprenderti la mia vita,

lasciami volare

Signore!

Nell’ultimo istante,

insegnami a volare!

 

 

Alla fine ci rimarrà una parete inaccessibile!

Ai suoi piedi saremo piccolissimi e non avremo né corda né la forza né il coraggio per salirla.

Allora comprenderemo il nostro limite umano!

Allora comprenderemo che per passare oltre c’è una sola speranza: la Fede.

 

 

 

CONCLUSIONE

 

Ho sempre sognato, e spesso lo facevo ad occhi aperti. Mi cullavo al desiderio di fare qualche cosa di importante e diventare “migliore”, vivevo nell’ansia e nell’insoddisfazione di accettarmi come ero e quindi non ero né sereno, né tantomeno felice.

A lungo, ho lottato per realizzare i miei sogni, e devo ritenermi soddisfatto per esserci, in gran parte, riuscito. A che prezzo però, e con quali fatiche?

Ricordo un momento molto lontano, sotto un salto roccioso, mentre Marino Stenico tentava di spiegarmi come superare uno strapiombo. Lui mi diceva che non era necessario tirare sugli appigli con il massimo sforzo (come stavo facendo), ma bastava accarezzarli lasciando entrare il proprio corpo e anima nella roccia. Il solo fatto di riuscire ad abbandonarsi serenamente all’azione avrebbe risolto il passaggio con il minimo sforzo.

Una grande verità, che pochissimi alpinisti hanno conosciuto; un segreto che credo di essere riuscito ad esternare soltanto durante qualche via nuova.

Dopo la morte di Serenella, ho capito che Lei mi avrebbe ancora “preso per mano e guidato”, però con una sola regola: “a fin di bene”. A volte ho provato a lasciarmi trasportare da alcuni pensieri, desideri buoni, senza preoccuparmi, più di tanto, dove mi avrebbero portato e dicendomi: “sarà quel che Dio vuole!”. Così è nata la Fondazione Serenella in India, sono ritornato a scalare aprendo le ultime incredibili vie; ho anche appoggiato, con gli amici, qualche Madonnina sulle rocce, ed infine la voglia di scrivere questo libro.

Ripensando alla mia consueta pigrizia nell’esprimermi con la penna, ed anche alla poca capacità, ho dissipato ogni dubbio sul fatto che l’essere riuscito a scrivere questi racconti, sprigionando sinceramente ciò che mi porto “dentro”, sia stato un miracolo, un evento straordinario.

Ci ho provato! Ce l’ho messa tutta per comunicare le mie riflessioni, le mie idee, opinioni e, tentare delle interpretazioni sul mio alpinismo e quello dei miei compagni di corda. Ho cercato di liberarmi, volando sulle ali del pensiero, meditando sui valori, sui perché del mio modo di essere, e di essere stato sulla montagna. Percepisco di “aver vissuto molto”, ho anche, a volte, l’impressione di essere vecchio e stanco, anche se mi ribello a questi pensieri, ritornando ai piedi delle montagne per cercare nuove vie da aprire, altri momenti “vivi”, magici.

Ho scritto molto e non voglio, almeno per ora, continuare. Ho esaurito il desiderio di farlo, la voglia di pensare, e così ho lasciato volentieri la penna ai miei compagni di corda, invitandoli ad immergersi, sprofondando con l’anima e la mente, nel ricordo delle nostre  scalate.

Mi arrivano i primi scritti che mi testimoniano la grande amicizia, stima e riconoscenza per ciò che ci siamo reciprocamente regalati nell’intensità delle nostre avventure. Qualcuno ha “calcato” la mano esaltandomi fin troppo (forse per la prima volta nella mia vita non ne sento il bisogno), probabilmente è la conseguenza inevitabile del grande bene che ci vogliamo.

Nei racconti di Andrea Andreotti, Dario Cabas, Giovanni Groaz, Franco Nicolini, Marco Pegoretti e Delio Zenatti sono riandato col pensiero agli eventi passati, ritrovando le energie, la serenità, la gioia di vivere, la forza di lottare, l’entusiasmo degli anni giovanili. Comprendo la loro importanza per il mio alpinismo ed anche per quello trentino; infatti sono alpinisti della mia generazione, sono guide alpine, di sicuro hanno contribuito con le loro imprese alla storia della montagna.

Ho anche avuto la fortuna di ospitare in questo libro, le riflessioni di due giovani alpinisti dell’ultima generazione : Paolo Calzà (Trota) e Luca Campagna. Di Luca ricordo il nostro primo incontro: ...Quel venerdì sera recandomi all’appuntamento per una scalata assieme, lo trovai sconvolto, fuori di sé, mentre piangeva disperatamente. Pochi minuti prima aveva avuto la notizia, il verdetto, del terribile male che aveva colpito sua madre, lo stesso male di Serenella. Il destino mi ricoinvolgeva.

Rimaneva in me, un sentimento che spinge a ricercare, a ottenere qualcosa che si ritiene un bene, di riuscire a far scrivere qualcosa ad alcuni alpinisti, amici particolari, con i quali vorrei legarmi in cordata. Li ho invitati a raccontare, anche a tentare una chiave di lettura del mio alpinismo, ma soprattutto a parlare liberamente e con sincerità del perché loro arrampicano.

Dai loro scritti avverto che una corda invisibile ci lega all’imbrago delle nostre anime.

Così sono felice di presentare i racconti di Marco Furlani, di Ivo Rabanser, di Danny Zampiccoli. Nel loro alpinismo c’è molto che mi accomuna. C’è la medesima voglia di ricerca estetica della via: “via che diventa scultura, espressione profonda del nostro animo”. Una prima ascensione che può nascere ovunque, anche lungo una parete poco famosa, oppure su un’altra minore in lunghezza e difficoltà, non necessariamente in Patagonia, ma semplicemente “dietro l’angolo di casa”.

Essenziale la sua logica e bellezza nella pura interpretazione del proprio alpinismo!

C’è infine la presenza “speciale” di Walter Vidi. Il nostro incontro dimostra come sia importante riconoscere e rimediare ai propri errori! Le vie che abbiamo creato sono rimaste intatte sulla montagna, mentre la cattiveria finalmente ci ha lasciato.

Ci sono molti altri alpinisti che avrei voluto invitare a scrivere, ma ciò è stato impossibile perché il libro si è già allargato oltre la previsione.

Un racconto mi manca, uno di quelli a cui tenevo particolarmente..., anche perché, Feo, desiderava tanto scriverlo. Lo ricordo commosso, quando gli avevo letto il mio scritto sulla nostra salita sulla Cima Innerkofler.

Caro Feo, non preoccuparti! Ci ha pensato Cristina, tua moglie, e... non poteva essere più bello.

Sono sicuro che il lettore mi perdonerà gli errori, ma cercherà di leggere sopra le righe, cogliendo la sincerità con cui ha parlato il mio cuore.

Tutto questo non è retorico! Sarebbe troppo facile e diabolico confondere i momenti d’amicizia e di gioia vissuti, con le inevitabili debolezze che esistono in noi.

Con la maturità di una vita sofferta, ho imparato che il bene ricevuto è molto più grande del male. Il solo fatto di scrivere e tentare di pubblicare questo libro mi ha anche donato l’opportunità di ricercare la pace e mettere una pesante pietra sugli sbagli del passato.

Mi sento arricchito, e la mia gioia è grande quanto quella che si ha dopo una grande via nuova: sulla vetta ed....oltre!

 

 

 

IL TRENO

 

 

La Partenza

 

È la prima volta che salgo su questo treno; altre volte, quando vi accompagnavo mia madre, l’ho visto partire e ogni volta mi prendeva un nodo alla gola, mentre guardavo questi giovani e meno giovani, “dame e barellieri”, affacendarsi con gioia intorno a chiunque ne avesse necessità. Allora come oggi mi chiedo se la solidarietà di cui tanto si parla, non sia condivisione... e, se queste persone sono veri interpreti? Sono assorto in questi pensieri quando, mentre cammino lungo il treno, una mano esce dallo scompartimento che in quel momento sto superando e mi afferra i pantaloni: “È Ciano”.

Lo stupore è reciproco, sono anni che non ci incontriamo e non avrei mai pensato di incontrarlo qui. A dire il vero non avrei mai pensato di esserci anch’io ad accompagnare mia madre. Ciano mi fa entrare nel suo scompartimento e mi presenta ai suoi compagni: Mariano, Beppino.

Che strano personaggio il Ciano e che strano io: ha arrampicato per dieci anni sulle pareti di fronte casa mia e mai una volta ci siamo legati alla stessa corda, mai una volta ci siamo scambiati più di un ciao ed ora eccoci qua assieme su un treno. Come dice lui, non è poi così strano: tutto ciò che avviene segue un piano ben preciso...

Quanti anni sono passati dal nostro primo incontro.

Era il 1977, io arrampicavo da poco più di un anno e avevo avuto con Marino Stenico uno di quegli incontri che non dimentichi per tutta la vita. Ero rimasto colpito dal carisma di Marino, dalla gioia che ancora provava nell’arrampicare e dalla determinazione e dalla meticolosità con la quale si preparava ad ogni salita. Marino naturalmente conosceva Giuliano Stenghel, attraverso le descrizioni di Marino, sapevo chi era il Ciano: un forte alpinista, scacchista, velista e chissà cos’altro, poteva incominciare qualsiasi attività sportiva e subito eccelleva; a noi però bastava l’alpinismo e visto che il Ciano aveva appena aperto sul Colodri, la via Agostina, a Marino venne l’idea della prima ripetizione.

 

“Allora Fabrizio... — mi chiede Ciano — dai che parlem de montagna. Ci penso su un attimo e poi gli rispondo: “Visto che staremo insieme sette giorni e quindi di tempo per parlare di vie e di pareti ne avremo, potresti parlarmi di te, perché tutto quello che so, l’ho sentito dire da altri. La prima volta che ti ho incontrato, eri con Giorgio Vaccari proprio sotto la parete del Colodri, avevate aperto la via Agostina e tu eri già un personaggio. Potresti raccontarmi la tua storia prima di quel giorno.”

Giuliano annuisce sorpreso dalla mia domanda e solo dopo un lunga pausa comincia a raccontarmi alcuni episodi della sua vita.

Ho passato parte della mia infanzia in collegio per poi approdare in una scuola che ben poco mi interessava. Infatti, il diploma di ragioniere me lo sono guadagnato a grande fatica. Ricordo come sul giudizio finale di presentazione agli esami di maturità c’era una frase perfettamente consona con la mia personalità di allora: ‘Giuliano è portato a moltissimi interessi extrascolastici, nei quali spesso eccelle’... In quegli anni mi occupavo seriamente di molti problemi sociali, in particolare ero impegnato, assieme ad altri amici, nella raccolta di vestiti, carta, etc. per i bisognosi; oppure organizzavo spettacoli d’intrattenimento nei vari orfanotrofi.

La mia passione era però il gioco degli scacchi. Trascorrevo moltissime ore seduto, in compagnia della mia sigaretta, pensando e studiando varianti o combinazioni geniali per ‘vincere’ nei vari tornei.

Un giorno per caso, fui invitato ad una escursione sul Monte Stivo. Accolsi l’opportunità malvolentieri, travolto dall’insistenza di alcuni amici del bar.

Il giorno prestabilito salimmo con fatica, a volte anche a quattro zampe lungo il ripido pendio nevoso dello Stivo. Nonostante i miei vent’anni, non disponevo di un gran fisico e nemmeno di alcuna esperienza di montagna. Fu un fatto che raggiungemmo la vetta mentre tutti stavano ridiscendendo. Qualcuno ci derise, beffando quel record negativo di salita, circa 6 ore, ma nessuno di loro comunque avrebbe ricevuto dalla vetta quello che stavo ricevendo io: il forte vento, il vuoto davanti a me, il panorama sulla valle, la sensazione che la mia vita dovesse cambiare. Così fu!

Il giorno dopo decisi di abbandonare il vizio del tabacco. Mi recai nella Biblioteca della mia città alla ricerca di alcuni libri di montagna e con l’amico Giovanazzi, gestore del bar che frequentavo, sperimentai i primi passi sul verticale. La passione per l’arrampicata fu travolgente quanto quella degli scacchi al punto da impegnarmi come fosse l’unica realtà esistente. Trascorrevo le mie giornate continuando a provare passaggi sulle rocce di Val Scodella, studiando e provando nodi, tecniche alpinistiche: soprattutto leggevo libri di montagna, imparavo ‘la storia’, il pensiero dei grandi scalatori del passato. La loro passione, la loro filosofia piano piano s’incarnava in me rendendomi alpinista!

Dopo pochi mesi già scalavo le vie ‘estreme’ aperte dagli alpinisti roveretani sul Croz di Naranc, vicino a Rovereto. Lo facevo da solo, forse anche rischiando, ma con una carica e determinazione tale da permettermi di uscire dalle situazioni difficili in cui la mia inesperienza inevitabilmente mi faceva entrare.

Fu una primavera di roccia; nei primi giorni d’estate conobbi le favolose Dolomiti. Lo feci ancora da solo salvo la presenza occasionale di qualche amico. Il risultato fu tuttavia soddisfacente, perché in pochi mesi avevo percorso in solitaria quasi tutte le vie classiche del Piz Ciavazes e delle Torri del Sella, ed alcune vie nel gruppo del Catinaccio e del Sassolungo.

L’ autunno, sempre da solo, mi trovò impegnato sulla via Barbara al Colodri e pochi mesi dopo la mia prima via nuova: la via Agostina sulla stessa cima.

Con me un ragazzino di sedici anni, con una notevole maturità alpinistica: Giorgio Vaccari.

Il grande Marino Stenico dopo averla ripetuta la giudicò una via estrema!

Da quell’esperienza entrò nel mio cuore l’insieme di sensazioni che accomunano le grandi avventure e cominciai a rendermi conto che avrei potuto fare altro.

Giorgio mi ha accompagnato lungo moltissime arrampicate. È stato un grandissimo alpinista, completo ed esperto su qualsiasi terreno e lo ha dimostrato anche quando si é staccato dalla mia corda. Peccato abbia scelto giovanissimo di lasciare ‘il grande alpinismo’”.

 

L’improvvisa apertura dello scompartimento, interrompe l’atmosfera che si era creata. la dama consapevole di aver interrotto un clima speciale si limita a dire: “Ma non lo avete sentito l’altoparlante? È la terza volta che vi chiama! Vi aspettano in cucina per distribuire la cena!”. Queste parole risuonano come una tromba che dà “la carica”. Ci precipitiamo fuori: “Cori, cori altrimenti el Mansueto el ne frusta!”

 

 

La montagna, il mare

 

Rientriamo nella realtà, dalla quale involontariamente eravamo usciti. La realtà di un treno, i cui passeggeri rappresentano tutti gli aspetti dell’umana esistenza: dolore, sofferenza, fede, speranza, ira ma anche gioia, amore, amicizia, fratellanza, condivisione. Quando ci ritroviamo con Ciano, Mariano, Beppino è ormai notte fonda.

Le luci negli scompartimenti sono spente e il silenzio è rotto solo dallo sferragliare delle ruote sui binari. Ora l’ultima fatica è cercare di dormire, per alleviare nel sonno le proprie sofferenze, o per riposare in vista dei prossimi impegni. Fuori il paesaggio muta continuamente: ora si vedono le luci di una città, ora il mare.

Il mare... la vela, chissà perché, come Ciano, sono così attratto da questo ambiente, così diverso dal mio. Forse perché mare e montagna, pur essendo due elementi diversi, hanno qualcosa in comune, in entrambi, infatti, è possibile vivere le stesse emozioni, provare le stesse sensazioni, o forse … “ Fabrizio! Hei, Ciano” —,”Ciao”, mi risponde — “tutto a posto?”

“ Sì, più tardi dobbiamo fare un giro. Guarda! Il mare. Dimmi tu che sei anche velista, qual’è il punto d’incontro fra il mare e la montagna, fra vela e arrampicata”.

“Credo — risponde il Ciano —, che ci siano delle affinità”.

“Probabilmente il vento, i grandi spazi, la sensazione di essere lontani dalla civiltà, nonostante soltanto dell’acqua ci separi dalla riva, soltanto una parete dalla valle, anche se  per tornarci bisogna impegnarsi, a volte faticare o lottare contro le avversità della natura. Poi ci sono i nodi, le corde, i moschettoni e l’amicizia, l’affiatamento....”.

 

Lo interrompo: “Quello che dici è vero. Cambiando discorso, a proposito di Marino Stenico, ricordo che un giorno mi raccontò che durante una difficile ascensione nelle Dolomiti, il suo compagno, che già conosceva la via, lo costrinse a bivaccare in parete quando mancavano soltanto due tiri di corda all’uscita, accampando come scusa, che di tiri ne mancavano ancora molti e pertanto era impossibile uscire prima di notte,e che quello era l’unico posto comodo per bivaccare. Figurati le imprecazioni del Marino quando la mattina dopo, in meno di un’ora arrivarono in cima. Il compagno in questione era suo genero: Feo! So che Feo è un grandissimo alpinista, con uno stile inconfondibile, anche con lui non ho mai avuto la possibilità, sia di arrampicare, sia di incontrarlo.

Tu invece, con lui hai arrampicato, vero?”.

“Certamente!” — riprende Ciano — “Era trascorso un solo anno dalla mia prima vetta, ed il mio modo di vivere l’alpinismo era già tracciato! Una sera d’estate, mentre mi allenavo sul solito interminabile traverso della Val Scodella, venni avvicinato e poi lusingato dall’invito del grande alpinista ad arrampicare per una via nuova. La breve, ma intensa esperienza con Graziano Maffei (Feo) mi arricchì, insegnandomi che sulla montagna si poteva vivere a lungo, mangiando , dormendo e godendo delle meraviglie che la natura ci offriva. Con lui sperimentai i primi bivacchi in quota.

Non dimenticherò mai la sua baita in Val S. Nicolò, la dolce e semplice accoglienza della moglie Cristina, circondata dai suoi grandi uomini. Mi sembra impossibile che improvvisamente quella baita sia diventata deserta, e che l’apparente fragilità di Cristina si sia tramutata in tanta fede e forza! È il mistero della Croce, della sofferenza”.

 

 

Il Colodri

 

Sono ormai due giorni che siamo qui e con noi ci sono migliaia di persone provenienti da molti paesi. È incredibile vedere, a Lourdes, quanto pazientemente tutte queste persone attendono in fila per ore, sotto il sole cocente o sotto un acquazzone. E tutto questo per arrivare alla “grotta, per bagnarsi alle piscine o semplicemente per una benedizione.

Per quanto insensibili si possa essere all’esperienza religiosa si rimane colpiti, in profondità, dal misticismo che avvolge questo luogo e che accomuna tutti: ammalati, pellegrini, dame, barellieri.

Questi due giorni sono trascorsi velocemente e, occupati nei rispettivi compiti, abbiamo avuto poco tempo per parlare, ma certamente i nostri discorsi risentono di quest’atmosfera.

Rifletto che come alpinista sono privilegiato, e non solo rispetto a questi fratelli sofferenti, ma anche di fronte a molte persone “normali”: la montagna, vissuta senza clamori, con umiltà e rispetto, è un ambiente dove possiamo ancora ascoltare la nostra voce interiore e ritrovare quella carica di spiritualità indispensabile.

 

Incontro nuovamente l’amico: “Senti Ciano — gli chiedo — abbiamo parlato di tante montagne ma, lo sai qual’è quella a cui sono più legato?”.

“Non so”.

“Il Colodri!”, gli rispondo. “Ti sembrerà strano, non è il Crozzon dove ho fatto la prima via in montagna, non è il Basso o la Marmolada ma proprio il Colodri quello più carico di significati e ricordi. Il Colodri che ci dominava incutendoci timore e rispetto quando, con don Augusto, cominciammo temerariamente ad avventurarci sui sassi. Tanto era il mio timore che avevo giurato di non salirvi mai, anzi il mio alpinismo si sarebbe limitato ai sassi! Poi l’incontro con Ugo Ischia e la via Barbara, che mito e poi in cordata con Marino la via Sommadossi e l’Agostina.

“E la Katia?”, mi interrompe Giuliano. “La tua via sulla parete Est è bellissima! Dai raccontami”, gli chiedo con la solita insistenza.

“Ciano”, pazientemente riprende: “Non dimenticherò mai la via Katia sulla parete Est del Colodri, e soprattutto non scorderò la volontà, forza e generosità umana di Franco Monte, il mio compagno di allora.

Durante l’apertura della via che avrebbe portato il nome della sua bambina, scomparsa  pochi mesi prima, ho imparato che avrei potuto dare anche un perché, un senso al mio alpinismo.

Sulla ‘Katia’ ho vissuto momenti di commozione unici. Ci sono voluti quindici anni, per rivivere nuovamente e direttamente le sensazioni provate dal mio compagno. Franco mi ha insegnato che prima di essere grandi alpinisti è meglio diventare uomini leali”.

 

 

Il gruppo di Brenta

 

Chiedo a Ciano: “Come mai a differenza degli alpinisti locali le tue salite in montagna non sono iniziate nel gruppo di Brenta?”.

“Non lo so”, risponde Ciano. “In Brenta ci sono arrivato dieci anni più tardi, ma il mio incontro con le sue cime è stato folgorante”.

“O forse”, lo interrompo, “ti ha colpito il fascino del suo re: Bruno Detassis?”.

“Bruno mi ha dato molto, è stato mio testimone di nozze, mi ha indicato i segreti delle sue montagne e con me, ultra settantenne, è ritornato all’arrampicata. Infatti un giorno, per caso (o per destino) ci siamo trovati assieme, legati con la stessa corda, tutti e due protesi nell’identico sforzo, che non è solo fisico, di avere ragione della montagna che tanto amiamo. Questo comune amore, la corda, non sono stati l’unico denominatore che ci ha legati.

Nel vecchio Bruno, quasi ottantenne, non c’era paternalismo, ma una tranquilla sicurezza. In me non c’era emulazione ma una grande ammirazione. Dal mio incontro con Lui, dai suoi consigli e segreti, dalle serate trascorse è nato nel mio cuore l’amore smisurato per le montagne che circondano il Rifugio Brentei: come testimoniano le numerose vie che ho aperto in questo gruppo”.

“Ma come hai fatto — gli chiedo — a conquistare la profonda amicizia del grande Detassis?”.

Mi rispose: “Lo devo al mio compagno di cordata, a Renzo Vettori (Dartagnan). Eravamo una cordata, affiatata, veloce, ed arrivammo in Brenta dopo un periodo di importanti scalate. Nel gruppo ripetemmo le vie più difficili con estrema facilità e velocità attirando così l’attenzione di Bruno e ci definì la cordata più forte che aveva visto passare sulle sue montagne. Renzo, pur ancora alle prime armi, aveva sia una grande determinazione, che un notevole equilibrio psicofisico”.

 

“ Però, anche con Baldix hai arrampicato molto”, lo incalzo.

“Certamente, anche con Alessandro Baldessarini (Baldix)”, con pazienza risponde: “Avevo raggiunto un’amicizia ed entusiasmo talmente esaltante che ogni scalata, anche la più insignificante, diventava importante.

Molte vie aperte in quegli anni, sono oggi diventate famose. Baldix, ha un fisico fuori dalla norma: magro, nerboruto, scattante. Riesce a fare tutto senza allenamenti, senza fatiche, perché possiede una dote naturale. È pieno di entusiasmo, di volontà e coraggio, al tempo stesso è un impulsivo, che in parete é un pregio, ma anche un difetto. Baldix é sempre in movimento, continua a bruciare energie. Anche per lui la vita non é stata facile!”.

 

 

Il Ritorno

 

Il nostro viaggio si avvicina ormai al termine, ciò che mi ha colpito in questi giorni è l’incontro con persone mai viste prima e con esperienze anche diverse ma con le quali è nata un’amicizia fraterna basata non sulla condivisione di interessi comuni quali il lavoro, lo sport, il divertimento, ma sulla comune scelta di vita, grazie alla quale non si vince, né si ottiene nulla, a meno che non si consideri “guadagno” un piccolo grazie o un semplice sorriso.

 

Siamo disposti su più file, in coda con gli ammalati per l’ennesima processione. Come in ogni coda c’è sempre una fila che va un po’ più veloce, fatto sta che pur essendo partito dopo, ora mi ritrovo affianco Ciano. E lui, come a continuare una storia interrotta, comincia a raccontare: mi parla della sua vita, delle sue esperienze negli ultimi anni ed anche di montagna.

Mi chiede del mio modo di essere in montagna, cerca di capire il perché di alcune mie scelte, come quella di trovarmi in quel posto e pensando a tutte le perplessità che in me suscitava, lo interrompo, chiedendogli il perché della sua scelta di legarsi spesso con compagni inesperti, anche durante imprese alpinistiche. Ed ancora una volta Ciano mi risponde: “Sì, è vero! I miei compagni di corda, quelli con i quali ho aperto le vie più belle, le più impegnative, hanno conosciuto l’alpinismo e l’arrampicata estrema legandosi per la prima volta alla mia corda. Alcuni addirittura hanno scoperto la montagna ed il sesto grado oltre quarant’anni. È il caso di Fabio Sartori e Gianni Canevari che mi hanno accompagnato nei miei ‘sogni’, nelle mie avventure con il coraggio e la passione dei ‘grandi’ dell’alpinismo. Nelle moltissime vie aperte o ripetute assieme, sono stati un esempio straordinario di ciò che si può raggiungere con l’amore smisurato per quello che si fa; mi hanno aiutato a capire, come per soffrire, lealmente lottare e vincere sulla montagna, è fondamentale arrampicare con il cuore. Il corpo e la sua forza sono soltanto una conseguenza”.

 

Più tardi ci ritroviamo sul treno, in attesa del ritorno a casa. Affacciati ai finestrini guardiamo il nostro treno che comincia a muoversi sempre più velocemente. Il paesaggio che ci sfila davanti ci fa pensare alla nostra terra, alla grandezza della natura, a quanto complicata e misteriosa è la nostra vita, ma al tempo stesso, a quanto valore può avere, se vissuta almeno in parte, al servizio degli altri.

 

“Ciano” — chiedo ancora — “questa è la  seconda volta che vieni a Lourdes, la prima eri con Serenella. So che per te è un capitolo doloroso, ma la tua vita da allora è cambiata, ora non sei più il Ciano, che ho incontrato quasi vent’anni fa sotto il Colodri...”.

Ciano mi interrompe intuendo la mia domanda: “Vedi Fabrizio, io sono un uomo pieno di limiti che si sforza, con tutte le sue energie, di essere un po’ migliore. Sì, probabilmente è stata l’immensa sofferenza ed il dono della fede in Dio, di sicuro è stato ciò che mi ha lasciato Serenella, mia moglie. Ho avuto la fortuna di avere accanto, seppur per pochi anni, un Angelo. Quest’ Angelo mi ha amato, mi ha guidato, ma soprattutto mi ha indicato un cammino che termina nel cuore del Padre. Prima di volarsene in Paradiso mi ha regalato un altro Angelo: la nostra piccola Chiara. Ancora comunque ci ama, ancora ci aiuta e ci guida, ancora ci protegge e benedice, perché Serenella è nello Spirito, e lo Spirito è ovunque.

Come posso descrivere l’amore, i sentimenti, i sogni, la voglia di vivere, la fede in Dio, l’immensa sofferenza, la morte? Non so come farlo!”.

 

Tutto questo è umano. È il momento in cui la Croce, che ognuno di noi trascina, si fa più pesante, ci fa vacillare, tanto che potremo anche cadere. Ma, rifletto, Giuliano non cade pur essendo la sua una croce molto pesante. C’è a sostenerlo una fede incrollabile e la consapevolezza che la nostra vita continua anche dopo la breve parentesi terrena. Proprio attraverso queste certezze è possibile continuare il nostro cammino anche di fronte ad un ostacolo insormontabile come il mistero della morte.

 

Interviene Mariano: “Ho vissuto, accanto a Giuliano, Serenella e Chiara, il loro cammino, ed ho capito che, seppur difficile da comprendere, c’era un grande Disegno dietro alla loro storia. Lo ha capito anche Giuliano ed è per questo, con questa fede, che è ritornato ancora ad amare...  cominciando dalle sue, anzi le nostre, montagne. Lo ha fatto con me e ne sono felice ed orgoglioso, lo ha fatto in modo diverso da prima!”.

 

“Rovereto!” — annuncia una voce attraverso l’altoparlante — “Stazione di Rovereto!”.

Ci siamo. Il nostro breve ma intenso viaggio è giunto a conclusione, ora manca solo il finale: scaricare i bagagli, aiutare a scendere chi da solo non può farlo, e poi, una stretta di mano, un abbraccio, un bacio e via, ciascuno verso la propria destinazione. Ma anche se il finale assomiglia a quello di qualsiasi altro viaggio, c’è in esso qualcosa di diverso. In quelli sguardi stanchi che si incontrano, in quelle strette di mano è racchiusa la sostanza del nostro incontro: la solidarietà, che è anche gioia, nel condividere le stesse cose, nel provare le stesse emozioni, nel sentirsi utili a qualcuno.

Nella vita di tutti i giorni allora, il nostro viaggio non è finito ma deve proseguire, anche se con maggiori difficoltà. L’abbraccio con Ciano è fraterno, il filo invisibile che ci unisce passa anche attraverso la montagna, quella montagna che abbiamo sempre vissuto in momenti e modi diversi, mai legati alla stessa corda, lui sempre alla ricerca di nuove vie ed io qualche volta a ripeterle.

Ora però, ripetere una sua via avrebbe un senso diverso, sarebbe un elemento in più da condividere. Potrei provare, fra quelle che ha aperto recentemente: ... la Joshua o la Medjugorie... ma sarebbe forse più bello d’inverno, quando la montagna abbandonato il clamore e l’affollamento estivo, avrà ritrovato la sua solitudine, il suo silenzio, offrendo così il momento più magico per un incontro di questo genere...

 

Fabrizio Miori

 

 

 

ALLA STESSA CORDA…

— Testimonianze di amici —

 

 

 

A MIA FIGLIA

 

Dopo molti anni ricordo con nostalgia quelle giornate trascorse in montagna in un modo diverso, fatto di strane sensazioni. In particolare mi rivedo mentre aprivo con gli amici, la via Micheluzzi, al Colodri. Allora il mio pensiero andava all’anno prima, quando le mie giornate trascorrevano da un ospedale all’altro, nella disperazione prima per la tremenda malattia e poi per l’improvvisa scomparsa della mia bambina Katia.

La passione per la montagna, spiraglio di luce, mi aiutò.

Cominciai a frequentare la palestra di Valscodella e qui incontrai Giuliano. Non ci vedevamo da molti anni; ma parlando della mia grande sofferenza gli proposi di aprire una via per dedicarla alla mia piccola Katia.

Quanto cambiò la mia vita in pochi mesi! Giuliano comprese il mio stato d’animo; poco dopo eravamo sul Colodri per quello che doveva essere il mio ritorno alla vita. Non dimenticherò quei giorni: da un lato l’inesperienza e le difficoltà che dovevo superare; dall’altra la determinazione per riuscire a realizzare questa via che per me voleva dire dare un senso alla vita.

Ricordo, ancor oggi, le mie sensazioni e quelle di Giuliano; la fatica fatta, la voglia di arrivare in cima, la sofferenza fisica e non la disperazione dei mesi precedenti quando trascorrevo le mie giornate negli ospedali accanto a mia moglie e a Katia.

All’uscita della via c’erano i nostri amici ad aspettarci e allora mi sono sentito uscire dall’angoscia che attanagliava la mia vita da lunghi mesi.

 

Franco Monte

 

 

 

LA MAGIA DELLA MONTAGNA

 

Quando con gli amici si decideva di trascorrere il fine settimana su qualche impegnativa parete, in ripetizione o per tentare un nuovo tracciato, mi coglievano mille emozioni: gioia, trepidazione, ansia, paura di non farcela.

Ricorderò sempre quando Giano mi propose di tentare una nuova via, che si presentava molto impegnativa, nel Gruppo della Vallaccia.

Partimmo il venerdì sera, dopo il lavoro, per Pozza di Fassa, con il programma di trascorre la notte in un fienile a noi noto.

Però passammo prima dalla baita di Feo e vi trovammo la moglie Cristina con il piccolo Claudio (Feo era da alcuni giorni in Marmolada alle prese con una nuova via).

Con la solita cortesia Cristina ci offrì di passare la notte nella sua baita; ma nonostante il giaciglio fosse molto comodo il sonno tardò a venire. Giuliano mi diede la sveglia molto presto; francamente sarei rimasto lì ancora un po’. Consumata la colazione, dopo aver sistemato il materiale negli zaini, partimmo mentre era ancora buio.

Un gran cielo stellato e la fresca brezza che ci avvolge e ci sveglia del tutto. Lentamente ci incamminiamo verso il Bivacco Zeni; all’alba lo sguardo è attratto dal magnifico anfiteatro di vette che ci circonda: il maestoso spigolo della Vallaccia, le particolarissime guglie a forma di piramide, l’imponente Torre di Mezzaluna ed infine la parete est del Sassaut, la nostra ambita meta.

Passo dopo passo, non senza una certa tensione, raggiungiamo l’attacco, dove l’ampia parete è solcata da una serie di camini e diedri strapiombanti che si è susseguono. Mi chiedo perché una via così logica non sia già stata aperta, penso. Mentre con Giano valutiamo il da farsi. Già alla partenza troviamo notevoli difficoltà che ci costringono ad alleggerirci sia di parte del materiale che dei sacchi da bivacco; infatti, giudichiamo impossibile completare l’ascensione in giornata. Decidiamo quindi di iniziare a salire con lo scopo di prepararci il terreno per l’attacco deciso che faremo il giorno seguente.

Inizia così l’ascesa e pur essendo consapevole della mia preparazione fisica e psicologica, l’incognita delle difficoltà che si devono incontrare mi crea strane sensazioni: provo gioia nel superare passaggi impegnativi, ma anche apprensione per quanto resta ancora da fare. So tuttavia di avere un ottimo compagno di cordata, certamente più esperto di me e ciò mi da sicurezza.

Nonostante la roccia molto compatta non si presti ai chiodi e tantomeno ai cunei di legno che avevamo scrupolosamente preparato, riusciamo ad avanzare velocemente, alternandoci tiro dopo tiro. Andiamo avanti bene e riusciamo a superare le difficoltà che da sotto sembravano insormontabili.

Anche la roccia stessa, con appigli e appoggi insperati ci aiuta, spronandoci a continuare.

Ci aspetta un ultimo diedro chiuso da un immenso tetto  e, mano a mano che salgo, si smorza in me ogni velleità di poter passare. L’idea di dover bivaccare mi rattrista e mi preoccupa. Parlo con il mio compagno che mi dice: “Vai avanti fino alla fine del diedro e attrezza un punto di sosta, poi vedremo”.

Confortato dalle sue parole mi innalzo ancora, raggiungo il tetto, dove, come d’incanto, scorgo una grotta, invisibile fino a quel momento, ma talmente reale dal poter entrarvi ed attrezzare un ottimo punto di sosta.

Nella grotta, Giuliano prosegue incanalandosi nel fondo e, superando relative difficoltà, sparisce nel buio; infine sento la sua voce: “Giorgio, sento dell’aria.., c’è della luce...!!!”.

 

Così, quasi camminando, completiamo la nostra via, superando l’immenso tetto che sembrava, almeno per quel giorno, precluderci la cima. Incredibilmente l’anfratto ci ha indicato, nel tetto, anzi attraverso di lui, una tranquilla e sicura via di uscita.

L’uscire dalle difficoltà in un modo così facile ed insperato e, l’aver superato tutti quei passaggi di grande difficoltà mi ha dato una grande soddisfazione e una gioia indiscrivibile.

Tutto intorno c’è un immenso, “sordo silenzio”. Sensazioni indimenticabili. D’accordo con Giano dedichiamo questa via a mia sorella Piarosa“.

 

Da allora sono trascorsi molti anni, sono cambiate le abitudini, le tecniche, il modo di affrontare la montagna. L’esperienza e la maturità se hanno reso in me sempre meno stressante e profondo il confronto con la montagna, ma l’alpinismo mi ha permesso di fortificare il coraggio necessario per affrontare con più serenità i problemi comuni di tutti i giorni e ritrovare fiducia nei veri valori della vita.

Il ricordo dell’amicizia, della sincerità, e della genuinità di quei lontani momenti mi hanno lasciato uno stupendo e malinconico ricordo che rimarrà sempre vivo nel mio cuore.

 

Giorgio Vaccari

 

 

 

INNAMORARSI

 

In una bella giornata di luglio papà decise di andare a fare una gita al Rifugio Falier; così io e la mamma lo accompagnammo.

Arrivati a Malga Ciapèla avemmo la gradita sorpresa di incontrare Feo e Mariano che andavano a fare la ripetizione del “Serauta”. Decidemmo così di accompagnarli fino dove era possibile. Erano carichi di materiale; Feo poi aveva uno zaino gigante.

Così iniziammo ad inerpicarci per il sentiero; papà teneva il passo con Mariano e la mamma, mentre Feo ed io seguivamo più lenti. Mi sembrava che Feo avesse proprio esagerato nel preparare quello zaino, portava tutti i chiodi della salita e uno gli si era conficcato nella schiena e gli toglieva il respiro. Mariano ormai era troppo avanti per poterlo aiutare. Poi lentamente, cadenzando il passo e misurando la respirazione, Feo riuscì ad adattarsi al peso e a raggiungere quell’equilibrio interiore e dei movimenti in cui lo sforzo svanisce.

Il sentiero, ora più pianeggiante, era molto bello, conduceva in una silenziosa abetaia. Non si sentiva più il rumore assordante dell’impetuoso torrente, si respirava solo la pace nell’incanto del bosco.

Vedevo Feo che mi lanciava degli strani sguardi, come dovesse dirmi qualche cosa e non ci riuscisse. Forse fu proprio il peso di quel suo grande zaino a fargli esternare i sentimenti che si teneva custoditi nell’animo da tempo. Mi chiese di diventare sua moglie. Arrivati che fummo a Malga Ombretta ci sedemmo sull’erba in riva al rigagnolo e curai la contusione che Feo aveva sulla schiena (e di cui non si era nemmeno accorto) provocata da uno dei chiodi che aveva nello zaino.

Ecco finalmente apparire ansimante Marino con lo zaino di Mariano. Il nostro stupore fu subito chiarito; non vedendoci arrivare erano scesi fino alla macchina con l’intenzione di aiutare Feo (pensando che non ce l’avrebbe fatta a portare da solo lo zaino). A ricongiungimento avvenuto scattammo qualche foto ricordo, poi salutammo. Feo e Mariano si avviarono verso la parete, mentre io, papà e Annetta ridiscendevamo a valle.

Nei pressi dei Serrai di Sottoguda, dissi loro che mi ero fidanzata con Feo e papà per poco non andava con la macchina nel torrente, tanto fu la sua sorpresa.

 

Ora a questi ricordi sento un gran vuoto. Mio padre, Feo e mio figlio Claudio non ci sono più. Per un disegno che noi non sappiamo e non possiamo comprendere, ci hanno lasciato. Ma io ricordo sempre le parole di papà: “Se un giorno scorderai il mio volto guarda verso il profilo dei monti, vedrai le nuvole passare in cielo: allora mi ricorderai”.

Tante volte alla sera rivolgo il viso verso l’alto e vedo in una unica figura il volto dei miei cari, i capelli d’argento di Marino, il sorriso di Feo, la forte e protettiva figura di Claudio, mi sorridono e mi danno la forza per continuare a vivere in questo breve passaggio che è la vita.

 

Cristina Scenico

 

 

 

EXPLOIT

 

Quanto io debba ringraziare il mondo verticale per quello che mi ha dato ancora non lo so, ma sicuramente so chi mi ha introdotto a questa dimensione e quindi a chi esserne grato.

Di Giuliano porterò sempre con me il suo insegnamento che non è tanto negli aspetti concreti in cui lui mi ha edotto, ma di quanto il suo animo mi ha trasmesso a livello istintivo; di lui ho raccolto il modo eroico, lo stile di affrontare la difficoltà, la generosità del gesto, la caparbietà dell’andare avanti.

È con questa immagine mentale poc’anzi descritta che vivo sul campo le mie prime esperienze, vissute da subito sempre al limite delle mie possibilità in quanto il mio “trainer” non si risparmia per nessuno, in poco tempo la cordata brucia le tappe raggiungendo così quell’affiatamento che darà origine ad alcune realizzazioni che nel nostro piccolo rimarranno memorabili. Per inciso parlo della nostra ripetizione del “Pilastro dei Francesi“ sotto gli occhi attenti e poi stupiti di Bruno Detassis che registra la salita come la più veloce ripetizione fino a quel tempo di una cordata, due ore circa fino in cima al Crozzon di Brenta. Ora non è che cito questo episodio per sottolineare il record di per se stesso ma per chiarire che la cordata non si era data nessun obiettivo alla partenza, eravamo partiti con l’entusiasmo di sempre, entusiasmo che durante la salita si tramutava in una sorta di competizione positiva in quanto tutti e due cercavamo di tirar fuori il meglio di noi, solo questo aspetto unito alla preparazione, è quello, che ci portava al risultato.

A quel tempo l’arrampicata cosiddetta sportiva, almeno dalle nostre parti, non era ancora comparsa per cui sottolineo che la preparazione era quella che derivava dalle salite e non il frutto di una preparazione programmata come si vedrà negli anni a venire. A questo punto potrei citare altri episodi più o meno significativi che comunque non aggiungerebbero nulla a quanto già detto. Ciò che ritengo più significativo è quello che è seguito a quella prima fase d’impostazione. Mi riferisco in particolare all’aspetto etico-filosofico del modo d’interpretare l’alpinismo. Come nella maggioranza dei casi succede, l’impostazione è la base di partenza per la futura evoluzione e formazione. Non è il disprezzo del pericolo, non è il rifiuto della paura, non è la sfida alla morte, ma l’esatto contrario è ... l’amore per la vita. È spesso la non coscienza delle cose che fa commettere delle imprudenze; se la paura è quella cosa che blocca l’individuo, la preparazione è invece ciò che fa superare i propri limiti. Ma quella cosa che distingue profondamente le attività sportive dall’alpinismo è quella parte di incognita che avvolge l’individuo nel momento in cui s’allontana dall’ultimo rinvio senza garanzia verso una meta indefinita e priva di certezze, in poche parole “l’avventura”. A mio avviso non è il raggiungimento del proprio limite fisico che conta, ma la capacità mentale di sperimentare quello spazio sempre più ristretto che esiste tra le proprie sicurezze ed il vuoto; il corpo poi si adegua. Lo “spit” quale elemento di estrema garanzia, se è vero che è fondamentale nella pratica dell’arrampicata quale sport, è impensabile che possa essere inserito nell’alpinismo, poiché rappresenta l’umiliazione l’annichilimento di questa concezione evolutiva dell’uomo, questa porta aperta sui limiti della mente che è forse il senso più profondo della vita, quel senso che ho avuto la possibilità di intuire nelle avventure con Giuliano.

Per arrivare a definire in maniera compiuta questo mio modo d’interpretare l’alpinismo ho dovuto passare attraverso una serie di esperienze fisiche e di confronto intellettuale, commettendo anche errori di cui ne accetto l’evidenza, e li giustifico solamente nel contesto particolare del fatto - “fato”, ma sicuramente farò in modo di non commetterne di nuovi ... Dedicato a tutti coloro che amano l’alpinismo e al compagno di molti tiri di corda “Ciano”.

 

Renzo Vettori ( “Dartagnan”)

 

 

 

PRINCIPIANTE

 

Raccontare del come sono arrivato alla montagna e all’alpinismo è molto semplice, naturale, forse sono sempre stato uno scalatore. Chissà, magari in un altro tempo, o chissà dove.

 

Quel giorno, di certo, io dovevo conoscere uno dei migliori alpinisti di quel periodo e per me ancor oggi.

Me ne stavo rilassato sul trampolino della vecchia piscina di Rovereto, pronto per un tuffo a cambra o salto mortale, non ricordo, fatto sta che in acqua ci entravo soddisfatto. Credo che quello che accadde quel giorno  si sia svolto secondo un disegno programmato da tempo, mi sentivo osservato, qualche spettatore di certo lo avevo sempre, ma uno in particolare mi fissava: Giuliano Stenghel.

Inutile presentare nell’alpinismo chi è, sono convinto che se andassimo in qualsiasi posto delle Dolomiti e chiedessimo ai sassi chi è Ciano, i sassi stessi ci risponderebbero. Ciano mi si avvicinò chiedendomi dove avessi imparato a tuffarmi così bene, ed io gli risposi che nessuno mi aveva insegnato, anzi fino a pochi anni prima non ero nemmeno capace di nuotare. Ed è proprio lì, su quel trampolino che si verificò una specie di miracolo: “Me ne stavo, questa volta in cima sulla piattaforma, alta circa cinque metri dall’acqua, ma non per tuffarmi, solamente a guardare e ad immaginare come sarebbe stato bello potercisi tuffare, purtroppo non sapevo nuotare. Ad un certo momento, forse per il fatto che mi ero avvicinato pericolosamente al bordo, qualcuno mi urtò involontariamente facendomi precipitare nell’acqua. Quando riemersi, cosciente, non pensai di annegare ma di darmi da fare per uscire da quella situazione. E come in un baleno, imparai a far andare braccia, gambe per guadagnare la riva”.

E così ridendo andammo a prendere qualche cosa al bar, dove ebbi l’occasione di sentire parlare per la prima volta di alpinismo.

Giuliano mi raccontò della sua grande passione per l’arrampicata e mi invitò a provare a scalare qualche paretina facile nella vicina palestra di roccia. La Valscodella è molto bella soprattutto per chi sale per la prima volta; le sue pareti erano per me grandi montagne.

Giuliano vedendomi salire sulla roccia o sulla corda quando non riuscivo più a proseguire, capì immediatamente che un tipo atletico come me avrebbe potuto fare molto di più.

Alcuni giorni più tardi, il mio capocorda si fermò incuriosito sotto un diedro e, dopo avere preparato un po’ di materiale, qualche chiodo, martello, cordini e moschettoni mi propose la scalata.

Giuliano mi spiegò alcuni nodi e dopo essermi sistemato con attenzione in sosta, lo vidi partire verso l’alto, salendo la roccia di corsa, con una facilità tale che sembrava camminasse: che grande dono.

Quando lo avvisai che la corda stava per finire iniziò a palpitarmi il cuore, consapevole che ora toccava a me salire: mi gettai su quel tiro di corda, che rappresentò per me un corso di roccia vero e proprio; un  momento che non mi uscirà più dal cuore. Arrampicare all’interno di un camino verticale, per un principiante qual’ ero, fu un’impresa di tal fatica fino a sentirmi soffocare quando si stringeva: allora non avrei mai osato pensare che sarei passato su quel camino da solo, o con altri compagni di corda.

Raggiunsi l’amico Ciano, quasi sfatto, tutto scomposto, con i cordini e i moschettoni fissati disordinatamente sull’imbrago, il casco sugli occhi e mi trovai nuovamente a fare l’assicurazione per il tiro successivo.

Più in alto, alcuni metri sopra di me, sentii Giuliano dirmi la parola “trazione Dulfer” e lo vidi proseguire in una libera entusiasmante. Mi stavo divertendo un sacco, nonostante la strana sensazione di paura che mi accompagnava, sebbene  la sicurezza della corda attenuasse il tutto.

Sulla cima l’emozione si mescolò alla gioia della vittoria, ci unì la stretta di mano ed il grazie, come fossimo stati due vecchi amici, “rampegadori”.

“Questa è una prima salita, una via nuova, nessuno è mai salito...”, mi spiegò Giuliano invitandomi a darle un nome.

Dal poco che ci conosciamo, mi sembrò di aver intuito l’attaccamento riconoscente alle nostre rispettive mamme, per la fatica e amore nel “crescerci ed anche tutto il resto...” ci venne spontanea la dedica. “Gran diedro delle mamme”.

 

Alessandro Baldessarini (“Baldix”)

 

 

 

IL MISSILE

 

Giuliano mi informa di avere individuato un nuovo tracciato di roccia su un’impressionante muraglia del Monte Casale.

All’improvviso un brivido mi attraversa la mia schiena, conosco le difficoltà delle vie di Giuliano, quasi tutte scovate di corsa, ma la sua idea di dedicare la nuova avventura al ricordo dell’amico Massimo Giusti, da poco scomparso, mi stimola, obbligandomi ad accompagnarlo.

Il giorno seguente, dopo un’ora di buon cammino siamo legati sopra un comodo posto di sosta e avverto come Giuliano avrebbe tracciato la nuova via salendo il più diritto possibile, cioè a goccia d’acqua.

Velocissimo come un proiettile, lo vedo “scavalcare” uno strapiombo ed entrare  in un diedro, la sua specialità, ma poi si arresta e sconsolato ridiscende per alcuni metri. Il diedro, così bello ed entusiasmante purtroppo svanisce nel nulla lasciandoci ai piedi di una placca strapiombante.

Vedo Giuliano guardare continuamente a sinistra ed avventurarsi lungo un traverso che solo a guardarlo con gli occhi sfocati, mi viene da rimettere. È il suo modo di muoversi in parete, molte sue vie si sono risolte in arrampicata libera sfruttando delle traversate. Lui mi ha sempre detto: “Il traverso rappresenta l’estetica sublime dell’uomo sulla roccia!”.

Un chiodo ben piantato ed un pendolo lo portano alla sosta sospesa nel vuoto. Una cosa comunque è certa che le sue soste ti danno l’impressione di essere in un rifugio.

Siamo ormai nel tardo autunno e l’ora stessa ci dice di ridiscendere. Non abbiamo i sacchi da bivacco, non siamo nemmeno ben vestiti e ciò nonostante lui prosegue lungo quel pilastro che sembra un obelisco, un missile.

Mi accendo una sigaretta, solo con i miei pensieri. Penso a Massimo che non è più tra noi, allo smarrimento negli occhi dei suoi cari e poi mi abbandono all’immagine del mare, del sole caldo e delle ragazze, abbronzate e belle. Mentre fantastico con la mente, il richiamo del “recupero” mi riporta con la velocità di un fulmine alla realtà di una fessura strapiombante, dura più che mai!

Tiro dopo tiro, velocissimi, lottiamo contro le tenebre ormai imminenti. Giuliano è stanco e sta lottando sotto l’ultimo strapiombo. È lassù, solo e senza protezioni, lo sento parlare con se stesso o forse con la roccia e nel buio della notte avverto la corda che si muove lentamente. Un grido mi scuote: “Baldix, siamo fuori!”.

Di colpo ho la sensazione che il pulpito dove mi trovo si sgretoli lasciandomi solo nel baratro, ma all’improvviso le due corde alle quali sono legato mi tirano, verso la cima.

Via del Missile sul Pilastro Massimo Giusti, storia di un capolavoro!

 

Alessandro Baldessarini (“Baldix”)

 

 

 

IL SACCHETTO DI PLASTICA

 

Un lontano giorno, tanto tempo fa, mentre mi stavo godendo un momento di tranquillità al rifugio, mi capitò di ascoltare il racconto di un alpinista ad un gruppetto di amici.

Raccontava di una salita nel gruppo del Catinaccio in cui, resosi necessario il bivacco, la cordata aveva trovato riparo in alcuni sacchi di plastica che si erano portati dietro.

Ero rimasto colpito dall’originalità della soluzione che a me non sarebbe mai passata per la mente e divertito, riflettevo come, anche alla mia età, c’è sempre qualcosa da imparare.

Dopo un certo tempo lo stesso personaggio ritorna al rifugio e mi propone di fare una salita insieme: il lavoro mi impegna e sono senza allenamento, sono tentato di rifiutare ma, alla fine, non riesco a dire di no e ci accordiamo per la normale dell’ Alto.

Saliamo con sicurezza e disinvoltura: a pochi metri dalla vetta Lui si ferma e mi dice: “Alla cima vai tu prima di me”. Accetto dopo una piccola discussione e tocco la vetta.

Tornati al rifugio mi rendo conto che la sua gioia per aver arrampicato con me è grande e che grande è anche la mia soddisfazione, sia per essere tornato dopo anni sul Campanil Alto, sia per aver ammirato la sua arrampicata facile ed elegante. Tengo per me le mie sensazioni.

Passa ancora un po’ di tempo, Lui torna e mi dice: “Vorrei fare con te il Campanil Basso, ho con me anche un compagno”.

Quel giorno sono libero, un po’ più preparato e quindi accetto scegliendo la via normale, non desiderando un impegno più gravoso.

Attacchiamo e saliamo per la via normale quando, ormai verso la cima, Lui propone di tirare dritto su per la parete. Mi oppongo: abbiamo scelto la via normale, rispettiamo la via tracciata dai primi scalatori.

Arrivati in cima Lui ed il compagno mi abbracciano, osservo la loro gioia che è immensa e autentica.

Torniamo in allegria e Lui mi confida il desiderio di aprire vie nuove ma interessanti. Gli spiego che ve ne sono ancora molte, difficili e lontane dalle altre vie. Lo vedo entusiasmarsi: le vie sono state successivamente aperte e portano il loro nome.

Passa dell’altro tempo, ritorna e mi propone una via ad Arco, desidera girare anche un breve documentario e di nuovo a pochi metri dalla cima, mi dice: “A te, Bruno, l’onore della vetta”.

Lo guardo, capisco che è inutile discutere, percorro gli ultimi metri fino ad una grande terrazza e poi via a casa.

Ecco come ho conosciuto Giuliano Stenghel: l’amicizia è divenuta tale, che ho finito per fare da testimone al suo matrimonio!

 

Caro Giuliano, ognuno di noi ha, nella vita, i suoi momenti di gioia e di esaltante passione, di profondo dolore.

Dopo tempo tu ritorni nelle montagne della tua passione e hai una bella bambina. Una bambina che, nella tua ammirevole attività, rappresenta anche il momento della responsabilità.

 

Bruno Detassis

 

 

 

MARILYN MONROE

 

Il negozio trabocca di posters colorati. Ne sono piene le pareti, le vetrine, i grandi contenitori. Ve ne sono di tutti i tipi. Paesaggi alpini, paesaggi marini, città e campagne, fiori, animali, quadri famosi e ritratti, velieri favolosi; divi del rock, del cinema...

“Ecco. Questo va bene. Mi dia questo”. Era proprio quello che cercavo. La più bella fotografia di Marilyn Monroe. Fine, elegante, non volgare. Bellissima.

“Me la può mettere in un cilindro di cartone? Sa, devo spedirla”.

Natale era vicino ed avevo pensato ad un simpatico segno per un amico.

Marilyn Monroe era diventata per tutti e due qualcosa di più di una semplice diva. Qualcosa di più di una donna affascinante e bellissima.

Era il ricordo di una giornata favolosa, di una amicizia salda e scanzonata allo stesso tempo, come tutte le amicizie che nascono in montagna. Era, infine, il nome di una via nuova che avevamo aperto insieme in un luogo da favola: Campione del Garda.

Per chi ama la roccia, l’acqua, i grandi spazi selvaggi, quello è un posto unico.

Me l’aveva fatto scoprire per caso l’amico e ne rimasi subito affascinato.

Gialle pareti strapiombanti che si immergono quasi a piombo nelle azzurre acque del Lago. Ed alla base di tali picchi dolomitici un piccolo fazzoletto di terra ed un paesino semiabbandonato. Quattro case semidiroccate, una fabbrica chiusa e pochi abitanti.

Ma quanto calore, quanta amicizia anche se ti avevano appena conosciuto! E noi allora eravamo i conquistatori, gli eroi del Far-West, senza macchia e senza paura, che venivano da lontano per conquistare quelle pareti mai salite da nessuno prima di noi.

Si stava bene a Campione in quegli anni...! Fu così che una mattina indimenticabile l’amico mi trascinò verso una grande fessura-diedro che si innalzava per centinaia di metri appena fuori dal paese, verso Sud.

Si partiva dalla vecchia strada ormai abbandonata e quei sassi che quasi ricoprivano il vecchio manto d’asfalto già corroso dall’erba, quei muretti sbrecciati che delimitavano il lago, i cipressi, il tasso ed i mille aromi delle essenze floreali davano al luogo un aspetto magico, fuori dal tempo, quasi incantato.

Eravamo in tre quel giorno. Gli zaini erano pesanti perché si pensava di poter bivaccare. La via era lunga e non avevamo idea di quanto impegno ci avrebbe richiesto. Attaccò per primo l’amico. L’onore doveva essere suo, come primo scopritore di quei luoghi e di quella possibilità di salita.

Il primo passaggio, proprio sul fondo della fessura si dimostrò molto ostico e, sopra, le cose non migliorarono di molto, anche perché la roccia non sempre solida. Eppure eravamo tranquilli, felici. Forse, era il posto, o la giornata meravigliosa come solo il Garda sa dare, o forse, gli amici, il piacere della salita.

Il nostro capocordata saliva sicuro, perfettamente in equilibrio sui quattro arti, con una leggerezza ammirevole. Con una tecnica simile avrebbe potuto arrampicare su un mucchio di ghiaia senza smuovere un sasso!

Dopo la fessura una breve traversata a sinistra ci fa entrare in un grande diedro. Un ambiente maestoso con in basso il lago a luccicare e a rinfrangere la luce del sole. La roccia migliora e l’arrampicata si fa entusiasmante. In alto ritorna la fessura, ma più sporca, ricca d’arbusti e terriccio. Sono io ora a condurre la cordata, ma il mio unico pensiero è uscire prima di notte. Abbiamo capito che possiamo farcela in giornata e non vogliamo bivaccare.

È così che alle prime ombre della sera gli amici ci accolgono festanti nei pianori sommitali.

Marilyn Monroe è nostra!

“Ma perché Marilyn Monroe?”, chiedo all’amico che aveva proposto il nome.

“Non hai sentito il motivo che fischiettavo durante la scalata?”. È la sua risposta, con un sorriso da prendingiro.

“Non hai visto la fessura?”, aggiungo maliziosamente ed ironicamente insieme.

Si festeggia!

Corriamo a Rovereto in macchina e vengo trascinato in una discoteca dove nemmeno c’è posto per respirare. Ma come frenare la vitalità e l’entusiasmo dell’amico che sembra fresco e riposato come se avesse oziato tutto il giorno?

“Dai, femo do salti”, dice.

Così io persi la mia “verginità” alpinistica, quella che impone che dopo ogni via nuova ci si possa concedere solo un sano e meritato riposo. Che tempi!

Alla fine, non so come, riusciamo ad uscire da quella bolgia. Ma non era finita.

C’erano dei pilastri di cemento che reggevano una terrazza.

“Il primo che arriva in cima!”, lancia la sfida l’amico non ancora pago di fatica e di birra.

Eccoci così tutti e tre a salire come scimmie a quattro braccia lungo quei pilastri.

Vinse lui e noi pagammo un’altra birra...

Ah, Marilyn Monroe, come mi manchi!

 

Andrea Andreotti

 

 

 

UN GIORNO QUALUNQUE DI QUESTA VITA

 

Le cose andarono così: raggiunta la più vicina farmacia, lei, dopo aver lasciato allontanare un cliente ed accertatasi che non arrivasse nessun altro, con fare circospetto ordinò un calmante al farmacista che già l’aveva squadrata per il suo abbigliamento inconsueto.

Avuto quanto richiesto, con imbarazzo, abbassò la voce, diede ancora una sbirciatina all’intorno e soggiunse che aveva bisogno anche d’un eccitante.

Il farmacista la fissò per un lungo istante che a lei sembrò dilatarsi sgradevolmente, infine disse: “Ma se mi ha appena ordinato un calmante, ed ecco che adesso vuole un eccitante. Si decida: calmante o eccitante?”.

La sua prima reazione fu quella di fuggire, magari balbettando un poco credibile: “Mi scusi, torno più tardi. Vado a chiedere”, ma così facendo avrebbe dovuto fare i conti con noi due. E non eravamo tanto disposti ad ulteriori tergiversazioni.

Il tempo stringeva, non potevamo oltre se non mandando a monte “l’operazione”.

Così, si giustificò bofonchiando un improbabile: “Guardi che non sono io ad averne di bisogno. I miei nonni, poverini, sono in gita con me ed hanno dimenticato le loro pillole...”.

“È strano che uno necessiti di tranquillanti e l’altro di eccitanti.”, disse il farmacista, “Comunque, tenga”, aggiunse, porgendo quanto richiesto.

Lei pagò, e, di corsa, ringraziò infilando la porta.

 

Nel frattempo, noi eravamo in pensiero, ognuno sprofondato vieppiù nella propria psicosi; l’uno maledicendo gli scherzi, a suo dire, della primavera, l’altro addebitando tutto allo stress della modernità.

Ad un tratto, guardando in su verso la sommità di quell’arcigna muraglia rocciosa ai cui piedi stavamo inquieti attendendo, quasi simultaneamente ci folgorò la ragione di quei nostri turbamenti, e riandando col ricordo ad un greve giorno di qualche anno prima.

 

Il lavoro era relativamente semplice: dovevamo staccare delicatamente i sassi instabili di piccole dimensioni, sistemandoli in anfratti sicuri o, in alternativa, lanciandoli con mano ferma fino alla base, quando ciò era possibile.

Quelli di volume maggiore, si trattava di afferrarli in due, saldamente, uno di qua l’altro di là, e gettarli in fuori in modo tale che, con un unico balzo, andassero ad insaccarsi centocinquanta metri sotto, tra il piede della verticale parete e le case che lì sono particolarmente vicine.

La spinta all’infuori era indispensabile ad evitare qualsiasi rimbalzo verso l’abitato.

Naturalmente, le case erano state fatte sgomberare.

Quella fatale mattina, qualcosa non funzionò a dovere.

Forse quel masso aveva una forma strana, o forse non agimmo a tempo.

Fatto sta che il lancio maldestro determinò un rimbalzo sottostante, che fece esplodere il “proiettile” in più frammenti.

Con sollievo ci accorgemmo che, nonostante tutto, le varie schegge sarebbero comunque cadute nella fascia di sicurezza.

No! Uno di quei pezzi, con una parabola anomala, si diresse verso un cortile e, Dio Santo!, in quell’istante una ragazza (ma le case non dovevano essere sfollate?) uscì da una porta ed iniziò ad attraversare proprio quel cortile!

Un urlo disumano, all’unisono ci uscì dalla gola, mentre ogni passo dell’inerme bersaglio si compiva in direzione del punto in cui quel maligno frammento era destinato a cadere.

Gli istanti si susseguirono rarefatti, la nostra stessa voce sembrò sciogliersi in liquido silenzio.

Fu forse il nostro lontano urlo disperato, o forse il sesto senso, chissà. La ragazza si chinò in avanti all’ultimo istante, venne sfiorata dal mortifero sasso che ardì solo scarmigliarle i lunghi capelli, e fu salva.

Quant’è la distanza tra la vita e la morte?.

Quel giorno non pensammo ad altro, mentre tremanti sospendemmo il lavoro.

 

“Giovanni!”, “Giuliano!”. Palma oramai di ritorno, con le medicine ormai superflue: potevamo finalmente aprire quella via sulla Rupe di Arco.

 

Giovanni Groaz

 

 

 

SOTTO IL TERMOSIFONE

 

Ricordo solamento che ero sdraiato di malumore sotto un termosifone che perdeva, era infatti il periodo in cui stavo sistemando la nuova casa, all’improvviso mi scuote una voce : “Dai, dai pianta lì che nèm a far na via nova en Brenta”, era il Ciano.

Gli avrei sbattuto la chiave inglese su un piede: “Ma non vedi quanto ho da fare!”. Ma un qualcosa inceppa la mia usuale razionalità, mi alzo come un automa e vado a preparare la roba. “Porta anche piccozza e ramponi”, aggiunge il Ciano. Questa è proprio nuova, non sono attrezzi usuali per lui! Ma cosa andremo a fare? Boh?.

 

L’alba successiva ci coglie mentre arranchiamo nel canalino Merzbarcher in direzione di quel “magnifico diedro fessurato” che incide la parete Nord-Est della Tosa e che proprio non avevo mai notato. Della via ho solo vaghe impressioni: l’enorme peso dello zaino, un chiodo, rimasto l’unico di progressione, piantato su una volta marcia e strapiombante, che si piega mentre lo abbranco con entrambe le mani ed il Ciano che mi chiede: “Cosa ne dici Delio, sarà settimo grado?”.

Più sopra, una sosta con ben cinque chiodi tutti perfettamente collegati. Eh già! È lo stile di Ciano: quaranta metri senza nessuna protezione, su qualsiasi difficoltà, ma poi le soste a prova di bomba. La via è lunga, a tratti marcia e dura ma alle ore 14 risuona nella Val Brenta la voce di Ciano: “Siamo fuoriiii!”. Lo copro di improperi: “Ma perché cavolo mi hai fatto portare tutta la roba da bivacco nello zaino se poi usciamo a mezzogiorno?”.

Poi me ne sto zitto ripensando alla via percorsa: qualche grande alpinista dell’epoca avrebbe impiegato due giorni e piantato chissà quanti chiodi, lui invece è salito completamente in libera e siamo già in cima. Penso che sarebbe inutile dirglielo, non servirebbe a niente. Il Ciano interrompe le mie riflessioni con un grido: “Guarda, guarda giù!”. Il sole riflette le nostre ombre sulle nebbie che salgono lungo la parete est e le ombre si muovono anche se noi stiamo fermi. “Vedi, sono i nostri spiriti che ci seguono”, asserisce serio il Ciano.

 

Lo ritrovo dopo secoli nella falesia di Crosano, stento a crederci: il Ciano qui in mezzo agli spit ed al magnesio, lui che ha sempre odiato spit e magnesio, che uomo dalle grandi contraddizioni!

La voce mi esce quasi da sola: “Guardalo bene, quello è il primo free climber della storia!”. L’allievo che è con me sgrana gli occhi, osserva attentamente ed infine sbotta con fare irridente: “Ma come? fatica a fare un 6 b ?”.

Il mio cervello va in tilt, solo ricordi, emozioni che ritornano violente, rispondo istintivamente: “Vedi, una volta non c’erano gli spit..., l’arrampicata era un sogno di pochi...”.

Mi rendo conto che l’allievo mi guarda come fossi matto e lascio perdere, lui non può capire, nessun libro gli sarà d’aiuto per capire perché lui, in montagna non ha mai visto il suo spirito che lo segue!

 

Delio Zenatti

 

 

 

IL PRIMO PILASTRO DEL CASALE

 

Da quando ho cominciato a frequentare la valle del Sarca ho sempre sentito un’attrazione speciale per le bellezze naturali racchiuse in questo luogo. I boschi del fondovalle dove è facile incontrare i caprioli; al di sopra, separate da ghiaioni, si innalzano maestose pareti che ho scalato più volte o lungo vie belle e difficili, o aprendo vie nuove con uno spirito di ricerca di avventura nella piena immersione nella natura. Per poter far questo bisogna avvicinarsi alla montagna con umiltà e fatica, entrando in perfetta sintonia con essa e, assaporarne tutte le stupende sensazioni che essa ti offre.

 

Con Giuliano non ho arrampicato molto, infatti abbiamo fatto assieme solamente la via “Anurb” e la via “Il Grido della Farfalla” sul Salto delle Streghe a Campione.

In una di quelle occasioni (l’autunno del ‘82), Giuliano mi parlò di una via molto bella da lui aperta sul primo Pilastro del Monte Casale e chiamata: via del Missile.

 

Nella primavera successiva, incuriosito dalle vaghe indicazioni di Giuliano decisi di tentare la prima ripetizione della via del Missile.

Mentre arrampicavo ebbi l’occasione di apprezzare le doti dei primi salitori, soprattutto quella di aver individuato una linea di salita molto logica, anche se difficile da interpretare. Quel giorno mi era compagno di cordata Paolo Piacini, amico e collega di lavoro. Ricordo che la via mi impegnò molto, soprattutto per la scarsità di protezioni a causa dei pochi chiodi presenti; questi però sono notevolmente aumentati come ebbi occasione di verificare durante le successive ripetizioni.

 

Sono anni che frequento la montagna in tutti i suoi aspetti, eppure in me rimane invariato l’entusiasmo di quando ho incominciato. Riesco ad emozionarmi come allora, godendo dei giochi di luce che offrono l’alba e il tramonto o dell’improvvisa comparsa di un animale: momenti unici che mi porto dentro e mi rendono la vita più bella.

A volte penso alle polemiche che talvolta si accendono fra alpinisti, il più delle volte per futili motivi o per sbandierate questioni etiche. Per me tutti possono andare in montagna come piace a loro, salendo il terzo come il decimo grado, a patto di rispettare totalmente l’ambiente che ci vede ospiti, perché i veri padroni non siamo solo noi di queste bellezze.

La ripetizione della via del Missile, come la Big Bang, il pilastro Gabrielli, la Black Hole, la Andrea Calliari, la Supernova ed altre vie aperte da Giuliano mi hanno offerto forti emozioni e momenti bellissimi. Considero queste vie dei veri capolavori dell’arrampicata.

Sono ritornato ancora sul primo pilastro del Casale, ma questa volta per aprirci una via nuova lungo il margine sinistro di esso. Con me, Andrea Andreotti e Edoardo Covi, quest’ultimo compagno di corda da più di quindici anni e grande amico. Questa via, non ancora ripetuta, offre un’arrampicata di grande impegno, in un ambiente bellissimo.

Voglio dire grazie alla montagna anche per le amicizie che mi consente di approfondire, perché attraverso essa ho il modo di conoscere la vera personalità di chi in quel momento è con me.

 

Marco Pegoretti

 

 

 

EINSTEIN.... QUANTO MI MANCHI!

 

Via Einstein, Monte Casale. Giuliano mi confida il desiderio di dedicare questo splendido Pilastro al grande scienziato. Lo vedo con il corpo completamente staccato, in tecnica Dulfer sull’ultima fessura, è fermo! Ci sono difficoltà; ormai so per esperienza che quando lui si ferma siamo oltre il famigerato “sesto”. Ora sta cercando di mettere una protezione, l’unica di questo tiro. Guardo la sosta, vedo i tre buoni chiodi che mi danno sicurezza. Sono a circa quattrocento metri da terra, abbiamo superato tiri di corda con difficoltà continue di quinto e sesto grado ed ora devo buttarmi sull’ultima fessura strapiombante, forse il tiro più duro della salita e con lo zaino in spalla. La corda è tesa sopra di me e sicuramente ben ancorata, tuttavia non posso “volare” e Giuliano non può tirarmi più di tanto. Parto deciso e ben presto scopro il solito “sesto”.

Tiro con tutte le mie forze sul “labbro” della fessura mentre il corpo all’infuori mi calamita verso il basso, grido di tendere la corda, ma risulta impossibile causa gli attriti; cerco in me stesso le ultime energie, l’ultimo coraggio, cerco di ragionare e mantenermi calmo, l’ultimo sforzo prepotente e sono oltre le difficoltà.

La cima, la gioia, e la discesa. Giuliano è davanti a me, lo osservo scendere agilmente le roccette e il ricordo torna al nostro primo incontro.

 

Ero il normalissimo alpinista della domenica e partecipavo alle gite della SAT con la precisa regola del raggiungimento del massimo piacere e divertimento, con la minor fatica possibile. Un giorno di fine primavera arrancavamo con sci e pelli di foca sui pendii che portano al Col Santo, montagna cara ai roveretani nel gruppo del Pasubio, quando un fruscio ci avvertiva di come qualcuno ci stava superando in velocità. Non che ci dispiacesse, ma superati in quel modo!

“Ma l’è el Stenghel”, disse il mio amico. “Stenghel, ehi Stenghel fermete!”. “Ciao, ciao, te presento el Fabio”.

Chico, il mio compagno di quell’escursione, era in credito di una salita, chissà quando da Stenghel promessa.

In poche parole decisero per il Canalone Neri, un imbuto di ghiaccio alto mille metri tra il Crozzon e la Cima Tosa nel gruppo di Brenta. Anch’io sarei stato della partita: non sapevo nemmeno che cosa era, pertanto mi fu facile accettare l’invito. Classica incoscienza dei principianti! Non pensai minimamente  se ero all’altezza della salita, o al fatto che non mi ero mai legato ad una corda, non avevo mai usato ramponi, piccozze, chiodi; ma se andava l’amico Chico, non potevo essere da meno!

Finalmente il sabato! Arrivammo al rifugio Brentei sotto un temporale violentissimo che ci costrinse a ripararci in anfratti e gallerie lungo il sentiero di salita. Ecco il rifugio, il Bruno Detassis, il vero alpinismo! Mi trovavo nel santuario della vera montagna; si rideva, mangiando e bevendo, e loro parlavano ovviamente di quella o di quell’altra salita. Avevo uno zaino immenso, pieno di cose e di attrezzi mai usati. Speriamo in bene, anzi nel maltempo, anzi se quest’ultimo non mi dava una mano, sarei stato fottuto!

Le ore passavano ed anche il maltempo continuava, ormai la salita era andata in fumo, meno male! Morfeo mi aveva appena accolto fra le sue soffici braccia, quando un grido ruppe il silenzio: “Putèi l’è tute stele, se parte!”. Questa fu la mia prima sofferenza in montagna, ancora non immaginavo quante ne sarebbero seguite!

All’attacco dello scivolo Giuliano mi volle alla sua corda, conscio, da consumato alpinista, che ero il più inesperto del gruppo (anche se oggi, oso pensare fosse anche per simpatia); l’altra cordata seguiva. Ricordo che salivo infatuato, assorbito, compenetrato dal freddo ed oscuro ambiente che mi circondava, frastornato da ciò che vedevo attorno, terrorizzato al grido sassi, e dall’abisso che il mio essere percepiva sopra e sotto di me. La speranza era nel mio compagno di cordata: con le sue battute, incoraggiamenti, risate, manate sulle spalle quando sfinito lo raggiungevo. Tutto ciò era il balsamo e la carica indispensabile a proseguire.

Finalmente la cima! Ora potevo liberare me stesso, tutte le mie ansie. Le paure erano finite e rimaneva in me la felicità enorme, incontenibile.

Quella fu la mia prima salita con Giuliano, la prima di tantissime altre e, sopra ogni cosa, l’inizio di una grandissima amicizia che mi ha portato a comprendere e toccare il vero alpinismo, quello che fino ad allora avevo solamente letto sui libri di montagna!

 

Fabio Sartori

 

 

 

UN AMICO RITROVATO

 

In barca con l’amico Giuliano. Gli dico: “Hai proprio una bella barca!”, ed aggiungo:

“Quanto tempo che non ci si vede, quanto tempo è passato, quanto abbiamo da raccontarci”.

La giornata non è delle più belle, il cielo è coperto, e tira un vento a raffiche dal Nord che, di tanto in tanto, scompare completamente, impegnandoci con le vele, ma anche con il motore.

Passiamo sotto la scogliera e la parete Est della Cima Capi. Ciano mi dice: “Lo sai Walter che la nostra via diretta non è ancora stata ripetuta!”.

Guardo in alto e percorro mentalmente la nostra via; mi riaffiorano dei ricordi di quella scalata e penso a quel lontano giorno quando Giuliano mi telefonò...

“Cosa fai domani?”.

“Non so”, gli risposi.

“Andiamo ad arrampicare?”.

“Sì, va bene”, aggiunsi entusiasta.

Il giorno seguente, come d’accordo, ci trovammo a Riva del Garda. “Cosa hai in mente di fare?”, chiesi a Giuliano. “Quanti chiodi hai?”, mi rispose con una domanda. “Non lo so, guardiamo in macchina”, aggiunsi.

Dallo zaino nel bagagliaio tirai fuori un mazzo di chiodi... “Ok, va bene, andiamo ad aprire una via sulla Cima Capi!”, mi disse senza attendere risposta.

 

Ripensando, oggi, alla via che ci apprestavamo a tentare con quel solo mazzo di chiodi, mi viene da concludere che la nostra scalata è stata veramente una grande avventura. Eravamo talmente “caricati” dalla nostra vittoria, di soli pochi giorni prima, sull’inviolato strapiombo del Salto delle Streghe a Campione che la sola vista della parete grigia e solo apparentemente articolata di Cima Capi, non poteva di certo preoccuparci.

Con Giuliano era sempre così, si affrontavano vie nuove e si arrampicava senza mai programmare niente, trascinati dal suo entusiasmo e dalla sua grandissima voglia di vivere esperienze nuove.

Per me, (discendente da una famiglia di guide alpine, quale il nonno Gustavo, una delle prime guide dell’Adamello, Presanella e Brenta, socio fondatore della SAT, partecipò alla prima riunione del costituente sodalizio il 2 settembre 1872 a Madonna di Campiglio; il mio papà Raffaele che con le guide di Campiglio aprì diverse vie nuove), e con la mia educazione alpinistica tradizionale, il modo di affrontare le pareti ed in particolare le vie nuove senza la dovuta programmazione e con il materiale che di volta in volta avevamo a disposizione al momento, era un’esperienza nuova che mi entusiasmava particolarmente, della quale devo dire : “Grazie Ciano”.

Mi trovo ora, per la prima volta, al timone di una barca a vela, e con un forte vento che la fa sbandare; cerco in tutti i modi di mantenerla diritta e nella direzione giusta, mentre Ciano vedendomi un po’ preoccupato sorride e mi da i consigli necessari, e contemporaneamente mi chiede: “Sei ancora il responsabile del Soccorso Alpino di Campiglio?”. “Sì”, gli rispondo.

Il vento incredibilmente è cessato, lasciando sul lago una calma inaspettata.

“È il vento di Cima Capi...”, mi dice Giuliano.

La barca dondola dolcemente, con una tranquillità rassicurante che mi invita a distendermi, e leggere a Giuliano quello che ho scritto per il suo libro.

 

“Il temporale sta sfogando tutta la sua forza: vento, acqua, lampi e fulmini. Le strade sono invase da torrenti e svuotate dalla gente, in una giornata di ferragosto a Madonna di Campiglio.

Il Brenta è scomparso in una nube di acqua polverizzata, e solo la luce abbagliante dei lampi mostra per alcuni decimi di secondo le sue cime: è come un flash.

 

In montagna il temporale arriva improvviso e dura solitamente poco, il bel tempo ha bisogno di sfogarsi, di mostrare la sua ira per poi calmarsi in una quiete dopo la tempesta. È però imprevedibile e pericoloso!

L’alpinista, aggrappato alle rocce, è totalmente immerso nelle nuvole cariche di elettricità e diventa anche lui elettrico, quindi deve proteggersi dal pericolo. Ma ciò nonostante dopo un temporale ci sono quasi sempre degli incidenti.

 

Da un po' di tempo tutto si è calmato, il sole è ritornato a farsi vedere e lontano verso le montagne un arcobaleno attraversa il cielo.

Mi godo il panorama ed il caldo del sole, quando la radio mi annuncia una chiamata...

Accidenti! Ci risiamo... , Bruno Detassis mi avverte della caduta di un alpinista sulla parete Est della Brenta Alta.

Ormai conosco la prassi, tutto ciò che devo fare per allarmare la stazione del soccorso alpino. Lo faccio quasi meccanicamente ed allo stesso modo mi precipito a cambiarmi d’abito ed a prepararmi lo zaino.

 

Dopo esserci caricati del necessario, saliamo sull’elicottero, con il suo rombo assordante.

Lo faccio da molti anni, e ciò nonostante ogni volta mi procura una strana sensazione che è come andare all’attacco di una difficilissima parete, il cuore mi batte forte in petto.

Stiamo sorvolando le cime, le più belle del Brenta, il mio pensiero corre al ricordo di mio padre, recentemente scomparso. Era uno dei “grandi vecchi” di queste montagne, e ha trasmesso a me e mio fratello Ferruccio, la passione ed il mestiere.

Improvvisamente “la parete”, che percorro con lo sguardo velocemente, alla ricerca della cordata in difficoltà. Degli alpinisti, piccolissimi, ci segnalano qualcosa più in basso...

Eccoli! Li vedi? Esclamo a voce alta, indicando al pilota la posizione di un corpo inerte che penzola nel vuoto di oltre quattrocento metri, trattenuto dal compagno di cordata.

Sopra di loro, a circa cinquanta metri, vedo una spalla rocciosa, da dove si potrebbe calarsi. C’è però un problema: per arrivarci bisogna farlo appesi sotto all’elicottero che non ha il verricello.

In pochi attimi atterriamo alla piazzola del rifugio Pedrotti dove, con l’aiuto del pilota e del motorista ancoriamo la corda al gancio baricentrico. Ci agganciamo in due, con tutto il materiale, e... siamo in volo, come in una giostra, nell’aria che diventa vuoto sotto di noi.

Con una difficilissima manovra, l’elicottero ci trasporta sulla spalla, dove finalmente riappoggiamo i piedi per terra (se così si vuole chiamare un pulpito roccioso).

Prepariamo un solido ancoraggio e giù verso il ferito che raggiungo. È vivo! Ha una brutta frattura esposta ad una gamba, forse anche il suo braccio è rotto, però è vivo e con il nostro aiuto questa sera sarà in ospedale. Meno male! Oggi è una bella serata per un soccorritore di montagna.

Sono anni che faccio il soccorso alpino e pertanto il mio alpinismo è legato prevalentemente a queste operazioni di recupero e mi trovo a convivere con le immagini della sofferenza, a volte della morte. Quanto sangue sulle mie montagne!

Perché la ricerca della felicità costa tanto?

Faccio questo “mestiere” ancora con entusiasmo e serenità, lo faccio probabilmente per la gioia che mi rimane dopo aver salvato o aiutato qualche alpinista in difficoltà. È difficile comprendere, è il mio dovere di guida alpina.

 

Finisco di leggere il mio racconto, e lo sguardo corre all’orologio, che mi riporta alla realtà. Si è fatto tardi ed ho un appuntamento urgente riguardante il Collegio delle Guide alpine, di cui sono presidente, e devo chiedere a Giuliano di riportarmi a riva.

 

Il tempo è volato, è stato molto bello ritrovarmi con Giuliano a parlare, a spiegarci i nostri errori, le nostre “bèghe” e le nostre accese polemiche. Abbiamo parlato a lungo, rendendoci, infine, conto di non conoscere di preciso il perché è successo: forse questi atteggiamenti fanno parte del carattere, a volte scontroso, degli alpinisti?

All’ormeggio aiuto Giuliano nell’operazione e poi scendiamo dalla barca. Andiamo a farci un buon caffè e salutandoci con un abbraccio ci rendiamo conto che la nostra amicizia non poteva che essere ristabilita.

 

Walter Vidi

 

 

 

FOLLIA

 

È un bellissimo pomeriggio di primavera, di quelli che segnano il passaggio ad una calda estate. Davanti ad una magnifica birra fresca il direttore dell’Azienda Autonoma di Soggiorno di Arco, ponderando molto le sue parole, ci dice: “Voi, con questa salita avete segnato una tappa importante nella storia alpinistica della Valle del Sarca”.

Forse le sue parole sono un po’ troppo grandi, comunque sta di fatto che la direttissima al Casale per la parete est è ora una realtà pronta per i prossimi ripetitori.

 

La nostra storia comincia agli inizi di maggio quando, con l’amico Giuliano siamo sotto l’altissimo anfiteatro del Casale e stiamo osservando ogni fessura, ogni diedro accessibile per superare gli strapiombi sommitali. A poco a poco, l’idea per questa nuova via matura in noi e Giuliano mi presenta gli altri compagni di salita: Fabio Sartori e Guido Gerola.

Subito facciamo amicizia, un’amicizia che ci aiuterà a lottare tra mille difficoltà, immersi nella grande parete.

Dopo alcuni giorni, al mattino presto, ci troviamo alla base della nostra muraglia. Siamo molto carichi, e la curiosità di questa nuova avventura ci dà la forza per uscire dalle comode automobili ed incominciare a salire lo zoccolo.

Finiti alcuni preparativi, parte Giuliano e le difficoltà, già al primo tiro di corda, si fanno subito sentire. La roccia è gialla ed inoltre friabile, ma le condizioni che il nostro compagno pone alla montagna sono molto più severe. Per tutto il pomeriggio i tiri di corda si susseguono e le difficoltà sono sempre estreme, finalmente guadagnamo un’esile cornice pericolosamente inclinata sulla quale, decidiamo di fermarci per il bivacco.

In circa quattro ore vinciamo gli ottocento metri dello zoccolo guadagnando la base delle grosse difficoltà.

In breve ci troviamo riuniti sul minuscolo terrazzino mentre le risate per le belle barzellette del Guido echeggiano sopra gli strapiombi che dovremmo scalare.

 

Prepariamo una ragnatela di chiodi, alcuni però sono insicuri a causa dell’estrema friabilità della roccia, tenendo per noi il pensiero non certo allettante di una notte trascorsa in quelle condizioni.

Giù nella valle si sono accese le luci: la vita di tutti i giorni continua!

Oggi, abbiamo superato lo zoccolo e circa duecento metri di strapiombo sono sotto i nostri piedi, se tutto va per il meglio ci troveremo ancora più o meno settanta metri strapiombanti e poi, credo sarà tutto più arrampicabile.

Ad un certo punto, come trasportate dal vento, si odono le note del “ Silenzio” suonate da una tromba nel fondovalle: sono gli Alpini del Corso Roccia della Tridentina. Il Tenente Torretta, un nostro amico, ha voluto portarsi sotto la parete per augurarci la buona notte alla sua maniera e, noi ci affrettiamo a ringraziare con i segnali luminosi della nostre pile frontali. Più tardi, il silenzio della sera unito al grande vuoto della montagna ci fa sentire ancora più soli. Vogliamo romperlo con delle canzoni di montagna per risollevare il morale nonostante la preoccupazione per la mancanza di chiodi e per gli strapiombi sovrastanti. Mi ritornano alla mente le parole di Giuliano pronunciate alcuni giorni prima: “Ragazzi, andiamo a fare una scampagnata e vi prometto un comodo bivacco su una comoda cengia, magari anche con il fuoco!”

 

Il mattino presto ci trova impegnati nel superamento di un tratto molto impegnativo, oltre il quale, appesi ad una sosta aerea scopriamo che per proseguire occorrono purtroppo altri chiodi. La vittoria è a portata di mano e ciò nonostante con dolore decidiamo di scendere. La discesa non è facile e richiede qualche pendolo; ben presto guadagniamo la via Friederichsen, che percorriamo fino alla sommità della parete.

Nella comoda e lunga discesa sulla mulattiera, parliamo della nostra salita, ricordando i momenti più intensi e promettendoci il ritorno al più presto possibile.

 

Venti giorni più tardi, nuovamente sulla stessa montagna per sferrare l’attacco decisivo all’ultimo tratto di parete rimasto vergine. Con noi un altro caro amico: Felice Spellini.

Ricordo con commozione il momento di congiunzione sulla cornice sopra gli strapiombi, rivedo la grande aquila con il suo aquilotto volarci vicina come per salutarci, e le dediche che i ripetitori avranno modo di leggere. Superiamo gli ultimi trecento metri senza grosse difficoltà raggiungendo la cima nel tardo pomeriggio.

Ci abbracciamo felici e poi ci portiamo nel vicino rifugio Don Zio dove brindiamo alla nostra vittoria: la Direttissima al Casale.

Siamo d’accordo nel chiamare “Follia” la nostra via che ci ha impegnato in momenti molto difficili, su rocce friabili e lungo una parete che incute grande timore. Un’ultima dedica a Grace Kelly di Monaco scomparsa in quei giorni, un omaggio alla sua classe e bellezza: una parete così pericolosa che almeno abbia una bella dedica!

Una dedica che sappia far ricordare, e far sognare la gente.

 

Franco Nicolini

 

 

 

CIMA TOSA

 

A Rovereto, quando si parlava del Ciano, si pensava ad un personaggio un po’ stravagante, che saliva le rocce come una lucertola, disdegnando il pericolo, e si concludeva: “El Ciano l’è proprio mat “. Io, che con lui avevo arrampicato, avevo avuto modo di apprezzare, oltre che la sua grande bravura, forza e determinazione, la sua tecnica nelle manovre di corda, nella chiodatura e il rispetto per la sicurezza dei compagni.

 

Un giorno d’estate arriva in negozio l’amico Ciano, non ricordo più cosa abbia comperato (certamente qualche chiodo o cordino) che periodicamente doveva riassortire, date le innumerevoli vie nuove aperte e la sua proverbiale sbadataggine che lo portava a perdere o dimenticare anche i pantaloni. Incominciamo a chiacchierare del più e del meno, delle ultime vie fatte; poi mi dice di aver in mente una bella via nuova, su una grande parete del Brenta e se avessi voluto, avremmo potuto farla assieme ed io accettai con entusiasmo.

 

Arriva il fatidico giorno, partiamo per Campiglio e a sera siamo al Rifugio Brentei. Il tempo non è buono, pioviggina, tanto che andiamo a letto con l’idea di dover rinunciare al nostro progetto. Al mattino, mi alzo senza fretta, guardo dalla finestra e sorpresa, la giornata è meravigliosa. In fretta ci prepariamo, portiamo con noi il minimo indispensabile per essere il più veloci possibile, partiamo e verso le 8,30 attacchiamo la parete.

I primi tiri di corda nei canali non sono difficili, ma delicati per l’usura della roccia causata dalle colate d’acqua; infatti qualche appiglio si stacca improvvisamente, lo faccio notare, ma conoscendo la bravura del Ciano sul friabile, non mi preoccupo. Saliamo velocemente fino ad un largo camino, impossibile da affrontare in “spaccata”, Giuliano lo attacca sulla parete di destra, obliquando su piccoli appigli, ad un tratto si stacca l’appiglio destro e poi l’altro e vedo volare il compagno oltre la mia sosta, tengo forte per sostenere lo strappo che però non arriva, mi sporgo, e lo vedo rotolare e fermarsi su un terrazzo una decina di metri più sotto. Lo chiamo, lo vedo alzarsi, toccarsi il corpo, si lamenta di aver male al fondo della schiena, lo recupero alla sosta, lo invito a ritornare, con poche doppie siamo alla base della parete, ma lui mi risponde che vuole proseguire! E così si riparte.

Affrontiamo il camino sulla sinistra riuscendo a superarlo abbastanza agevolmente, la roccia si fa più sicura e bella, saliamo rapidamente, anche arrampicando assieme uno dietro l’altro, purtroppo però la botta subita durante il volo si raffredda, la frattura al coccige si fa sentire ed il dolore aumenta così come le difficoltà.

Il pilastro centrale della Tosa, mai salito direttamente, si presenta difficile, ad ogni tiro l’impegno aumenta, si arrampica sull’estremo, Giuliano si lamenta sempre più dal dolore, l’entusiasmo cala, l’ambiente è severo e l’esposizione grande.

Superiamo un camino liscio e bagnato, sbarrato da strapiombi, poi un tiro in placca con vista vertiginosa dove, nel tentativo di piantare un chiodo, Giuliano perde il martello con del materiale. Arriviamo infine sul fatidico terrazzino a circa 60 metri dalla cima, ai piedi dell’ultima difficile parete che ci respingerà.

Il male, la stanchezza, la mancanza di attrezzatura ci fa momentaneamente desistere. Decidiamo di bivaccare, il posto è comodo, sono appena le tre del pomeriggio, ma ci manca lo sprint necessario per continuare. Costruisco un muretto di sassi per ripararci dall’aria, il tempo è bello, ma la parete è in ombra, abbiamo le giacche a vento, ma poco da mettere sotto i denti. Il ritorno in doppia, nel tentativo di un’uscita sulla sinistra della parete è molto problematico anche perché ci sono rimasti due chiodi corti ed abbiamo una sola corda.

Sentiamo delle voci vicine, sulla cresta appaiono delle persone che riconosciamo come quelli che dormivano vicino a noi al rifugio Brentei. Spieghiamo loro la nostra situazione, hanno con loro una corda, chiediamo di calarcela per risalirla, ma non se la sentono di attrezzare la calata. Tornano quindi al rifugio, per chiedere aiuto, due ore dopo arriva l’elicottero dei militari, scendono le guide del soccorso e ci calano la corda, la risaliamo e siamo subito in cima. Ci fanno salire sull’elicottero militare che alzandosi sopra quelle splendide guglie si dirige verso Madonna di Campiglio. Mentre sorvoliamo la Tosa il mio sguardo si sofferma su quell’ultima paretina che ci ha precluso la gioia della cima, il sollievo per la risoluzione positiva di quest’avventura e il forte proponimento di ritornare non riesce però a smorzare l’amarezza che c’è in noi.

 Il mese successivo, quando le ferite sono rimarginate, e i rifugi sono già chiusi, con un po’ di paura riaffrontiamo la montagna e completiamo la nostra impresa, con gli zaini carichi di materiale e del necessario per dormire e mangiare

Mai disavventura fu per noi così maestra.

 

Dario Cabas

 

 

 

PARETE SERENELLA

 

Preferirei essere appeso in parete, occupato a manovrare le corde a Giuliano, piuttosto che qui seduto a scrivere. Non è certo mia intenzione deludere l’amico con il quale ho trascorso momenti sia difficili che di gioia. La parete Serenella mi riporta indietro nel tempo, richiamando momenti di grande tristezza, ma nello stesso tempo ricchi di valori umani, grazie ai quali, con gioia, sono cresciuto sia nella vita che nella fede. Serenella è gravemente ammalata e Giuliano da mesi non arrampica, ma sta lottando con lei, con tutte le sue forze, per vincere quel male. Lei è uscita miracolosamente da un intervento chirurgico, effettuato in Svizzera dal miglior neurochirurgo del mondo, e la speranza cresce fiduciosa.

Anche il desiderio di arrampicare cresce, ed è una fortuna vivere in una zona montuosa come la Val Lagarina che ci offre in poche manciate di minuti i paesaggi suggestivi dei laghi, e i panorami infiniti dei monti dove tuttora, esistono luoghi poco frequentati ma non per questo meno belli. Uno fra questi é una piccola valle sopra Torbole tappezzata di ulivi e nascosta alle principali vie di comunicazione.

Stupore ed incanto furono le sensazioni che mi colpirono, quando per la prima volta, accompagnato da Giuliano, scoprii questo angolo di terra: la valle è immersa in un paesaggio di rara bellezza e solitudine, fiancheggiata da una parete talmente verticale e strapiombante, da costituire uno scudo alle avverse condizioni meteorologiche.

Una parete di altezza non superiore ai centoventi metri, ma talmente ricca di diedri, camini, fessure e placche che invitano non solo ad una arrampicata tecnica ma anche ad una salita interiore; una scuola dalla quale ho imparato molto grazie alla forza e al coraggio dimostratomi da Giuliano, per la dura, prova, che viveva in quel momento particolare.

Nonostante il mio scarso allenamento, le vie aperte su questa dorsale rocciosa hanno avuto per me un significato profondo in un momento di grande preoccupazione. Non era l’arrampicare, per il solo piacere di farlo, ma piuttosto un allenamento all’accettazione delle fatiche e dei sacrifici, che la vita di ogni giorno ci riserva.

Ricordo le nostre scalate come fossero delle preghiere, il viso stanco, provato di Giuliano, la fatica fisica nell’alzare un corpo non allenato e con tanti chili in più, la sua volontà, il pianto all’uscita di ogni via.

Si aprivano queste brevi, ma difficili vie, rubando qualche ora delle giornate gonfie di problemi. Ogni scalata era un’offerta a Dio per chiedere il miracolo. Mentre rivivo quei momenti, mi accorgo che riesco a raccontare...., e lo faccio volentieri, magari con molti errori, però per la prima volta nella mia vita ho voglia di scrivere.

Ripenso alle numerose giornate di montagna, alle molte vie nuove, alle Madonnine poste assieme a Giuliano sulle cime e..., mi soffermo ora sul ricordo di una scalata molto più recente.

Ci troviamo nel gruppo del Brenta, avevamo da poco ricordato i nostri cari alla chiesetta del rifugio Brentei, e senza preoccuparci del tempo poco favorevole per un’arrampicata, ci rechiamo alla nostra meta. Giuliano, come al solito non sa ancora su quale via, e forse nemmeno quale montagna avremo quel giorno scalato; continua a parlare ed é felice, “carico”.

“Il Campanil Basso....sono innamorato di questa cima, vi ho ripetuto quasi tutte le vie, alcune addirittura tre o quattro volte. Ho fatto con Renzo...”.

“Renzo Vettori?”, interrompo con curiosità.

“Sì proprio con lui”, mi risponde Giuliano e continua: “Ho fatto la prima ripetizione della Schubert, con una variante sui tre tetti, alcuni anni prima la Scenico-Navasa sulla parete Sud, la via Armani, la Rovereto, lo Spigolo Graffer ecc.”.

“Oggi andiamo a fare la Cristina?”, chiedo a Giuliano mentre lo seguo, come sempre di corsa, sul comodo sentiero che conduce alla Bocca di Brenta.

“Non lo so!”, mi risponde. “Andiamo sotto e poi si vedrà”.

 

Con Giuliano le vie nascono spesso all’improvviso, con lui è d’obbligo il martello e un mazzo di chiodi. Posso dimenticarmi la borraccia o addirittura le scarpette d’arrampicata, ma se dimentico il martello “s’incazza”.

Sotto l’arditissima parete dello Spallone del Campanile, Giuliano si ferma, alza gli occhi e la testa, e...., capisco che oggi faremo la via Cristina! È una via di Marino Stenico e Franceschini, dedicata alla figlia di Marino. Sono molto contento di fare questa via, che trovo non difficile e molto alpinistica, anche se la roccia molto bagnata ci invita alla massima attenzione.

Il mio capocorda si lamenta, trovo strano che lo faccia vedendolo proseguire così veloce, poi.... lo vedo scomparire e la corda spaventosamente ferma!

Quando la corda non va, so per esperienza che le difficoltà sono oltre il sesto grado. Che strano! Non è normale questa lunga pausa. Lui riesce ad attrezzare le soste in pochi minuti, anche su terreni impossibili, ma soprattutto non l’ho mai visto fermo senza motivo, senza fare qualcosa... Allungo l’orecchio per ascoltare almeno il rumore del martello, ...niente; allora mi decido a chiamarlo, ...nessuna  risposta. Cosa starà facendo?

Finalmente dopo un bel pò di tempo, sento la corda scorrere velocemente ed alla fine il solito: “Recupero!”.

Alla fine del tiro, lo raggiungo ad una comoda sosta, con dei solidi chiodi storici.

Mi mette in mano la corda e riparte.

Lo sento ora fischiettare felice, senza alcun lamento.

“Ma cosa sarà successo?”, penso fra me. “Non c’erano particolari difficoltà, è rimasto fermo un quarto d’ora, perché?”.

Mentre do corda al mio compagno, il mio sguardo spazia di qua e di là, più o meno lontano, per poi arrestarsi su un’ometto di sassi dieci metri a sinistra dalla mia sosta.

“Giuliano! Hai visto c’è un ometto a sinistra, è segno che la via è di là!”.

E la sua risposta: “Prima di partire Mariano vai all’ometto e vedi cosa c’è sotto”.

In pochi secondi, sentendolo anche sghignazzare, ho compreso il suo lamento precedente, ho collegato il suo mal di pancia ed ho capito.

“Ma va a quel paès!”, gli grido, ritornando con lo sguardo a quel vertiginoso gabinetto d’alta quota.

 

Quel giorno abbiamo continuato a ridere sull’accaduto e solo una frase di Giuliano ha interrotto la mia alacrità, riportandomi alla immediata serietà: “Guarda, Mariano, in alto, sulla sinistra della via di Armando; guarda quella fessura! Lassù si va in libera!”, ed aggiunge: “Ora capisco, il Marino mi ha ‘tirato’ sulla sua via per indicarmene una possibile nuova sul Basso. Mi vuole ringraziare, alla sua maniera, per le due vie che gli ho dedicato”.

Guardo in alto verso la zona degli strapiombi gialli e non vedo nulla che si possa salire in libera. Allora mi giro verso Giuliano che continua a guardare in su, in giù, e capisco immediatamente, che molto presto saremo ritornati su questa parete!

“Sei proprio la testimonianza di un miracolo”, penso convinto guardando Giuliano salire tranquillo l’ultimo tiro della via, il più difficile. Le nubi dense lasciano cadere le prime gocce di pioggia.

 

Ritorno con il pensiero indietro nel tempo di soli due anni e rivedo la disperazione di Giuliano, la lotta contro la malattia che annientava la vita di Serenella. Quanti problemi: sofferenza, angoscia, speranze deluse ad ogni tak, soldi ecc. Tutto in un attimo, un mattino di primavera, nel momento più bello per una famiglia: Serenella appena laureata, incinta di sei mesi, una vita proiettata in un futuro gioioso.

Una visita, degli esami, una diagnosi micidiale e l’universo  che crolla sulle spalle di Giuliano. Disperato, caro Giuliano, hai raccolto tutte le tue forze, le tue energie ed hai iniziato la tua scalata più difficile. È vero: “Dio! Premia sempre l’eroico coraggio, lo fa però alla sua maniera: non conosciamo le sue vie, sappiamo soltanto che sono grandi... “.

 

Ricordo il giorno della nascita di Chiara, un grande miracolo che mi diceva che Dio aveva cominciato ad occuparsi direttamente della tua famiglia. Poi, il sì all’operazione, l’unica concreta speranza nella Babilonia di professori, medicucci che si erano rassegnati al verdetto: “Non esistono razionali possibilità di intervento chirurgico!”.

La tua partenza con Serenella verso Zurigo, verso la vita. Il Prof. Yasargjl, l’incredibile operazione, la tensione, la continua tortura psicologica e fisica. Sebbene tutti si erano arresi, soli continuavate la vostra battaglia! Eravate però in tre, un numero perfetto, c’era Chiara!

 

Ricordo ancora il tuo ritorno a casa con Serenella paralizzata vicino alla sua bambina di pochi mesi, la spada di Damocle di un male che poteva comparire nuovamente: altre cure, tanta fisioterapia, ma soprattutto una grande Fede che Serenella trasmetteva a tutti.

La Fede è stata la sua e la tua forza! Da questa Fede sono stato anch’io contagiato e sentivo che anche la mia vita sarebbe presto cambiata.

Non dimenticherò mai quei momenti. Non dimenticherò mai più quel periodo della vita di Serenella, Giuliano e Chiara, il loro calvario, la loro crocifissione: il ritorno della malattia, l’immensa sofferenza, la morte di Serenella.

Due anni, un’eternità, una prova che metterebbe in ginocchio chiunque!

Invece, eccoci ancora quassù, a sorridere, a scherzare, ad amare...

 

Mariano Rizzi

 

 

 

IL CIELO CON UN DITO

 

“Porcaccia la miseria!”, esclamo mentre precipito.

“Tieni, tieni!” ... penso terrorizzato, mentre lo strappo mi arresta pendolante.

“Ma che cavolo è successo?”, mi chiedo mentre cerco di razionalizzare l’accaduto.

“Ah! è uscito un chiodo e sono volato”; per fortuna il mio buon capocorda mi ha tenuto.

Mi trovo avvolto dalle nuvole che rendono ancora maggiormente impressionante la mia solitudine, in un vuoto di oltre trecento metri; guardo la corda tesa e spaventosamente sottile scomparire sopra.

Penso al mio compagno, alle cose che abbiamo macinato assieme, a quando ci siamo conosciuti, aiutati; a ciò che abbiamo costruito, a quanto abbiamo sofferto, alle nostre incomprensioni... Eh! quanti “abbiamo”.

Forse che tutti questi “abbiamo” ci hanno portato a comprenderci meglio, a distinguere i segni della vita, ad intuire quando l’amico è in difficoltà e a comprendere le vere ragioni del perché siamo qui!

Questi pensieri mi portano sulle onde delle nostre avventure a volte placide ...a volte increspate e frettolose, a volte impetuose e travolgenti e a volte quiete e miti.

Ma sì! in fondo la nostra natura è come il mare, l’importante è il saper prevedere la burrasca, al fine di trovare nel porto la calma.

 

“Dai Zombi date ‘na mossa se nò chi bivacchém”. Queste parole lontane di Giuliano scuotono i miei pensieri e mi riportano alla scomoda quasi drammatica realtà. Devo muovermi, devo risalire, devo uscire da questa situazione ma sono ancora troppo teso per reagire.

Mentre sono ancora, nel vuoto, appeso alla corda ripenso a quel venerdì quando Giuliano, dopo avermi visto moscio, privo di ogni voglia e senza meta; baldanzoso e con arroganza mi disse: “Ma cosa vuoi che siano i tuoi guai, vieni domenica in montagna e vedrai che tutto passa!.”. Fra me pensai: “Ma che bella ricetta! Se mi fido di Lui, come minimo mi fa Zombi su qualche ripido sentiero per poi finire appeso ad una corda e magari in pasto ai corvi”.

Mai avrei pensato che il seguito della “ricetta”, mistura di avventura, paura, gioia per la vita, mi rendesse invece finalmente vivo tra i vivi.

La magìa della montagna e l’affascinante schietta personalità di Giuliano, portarono la mia sensibilità al di fuori della solita realtà, venendo a conoscenza di quanta forza d’animo l’uomo disponga e di come la disperda in inutili fatalismi, dimenticandosi che è un dono del nostro Buon Dio.

Da quella famosa domenica qualcosa in noi cambiò!

Ancora Giuliano mi richiama alla realtà: “Allora Gianni ? Vot venir su o no?”. “Eh sì! Lui mi dice di risalire, ma come?”.

Questo zaino che mi pesa, l’imbrago che mi stringe e sul quale ho appeso solamente un cordino, gli grido, che me ne serve un’altro per fare i due nodi Prusik, necessari a risalire.

Una pausa silenziosa e poi la sua voce: “Usa un laccio della scarpa!”.

“Ha sempre ragione lui!”, mi viene da pensare mentre lentamente e funambolicamente compio l’operazione di slacciarmi la scarpa.

In seguito mi accingo a fare i due nodi sulla corda, ma incredibilmente si accavallano, non riescono...

Rivedo i primi giorni di montagna quando cominciai ad apprendere l’umiltà, dell’ascoltare, della gentilezza, della puntualità, e l’arte del chiedere, del dire verità, dell’arrampicare, infine quella di fare i nodi. Sorrido pensando al momento fatidico dell’aver sbagliato un nodo elementare, così essenziale dal costarmi una cena al rifugio.

Faticosamente, centimetro alla volta, continuo la mia risalita mantenendo fisso il mio sguardo sul nodo dell’imbrago. Sono fradicio di sudore e stremato dalla fatica quando sul bordo dello strapiombo, poso nuovamente le mani sulla roccia.

Alla sosta, mi levo lo zaino che assicuro ad un buon chiodo, vi infilo il braccio estraendo una lattina, e guardo incantato il mare di nuvole sotto di me e sopra  le nuvole un cielo limpido e un chiaro sole vitale.

Mentre Giuliano supera gli ultimi strapiombi che ci separano dalla cima, il mio pensiero mi riporta alla nostra salita di alcuni giorni precedenti; rivedo la vetta dello Spigolo Anna, il piccolo Rifugio Agostini in basso, e... la statua della Madonnina collocata a ricordo delle mamme. Sono felice ed orgoglioso di quella stupenda via nuova lungo quello spigolo strapiombante ma questa arrampicata è molto, molto più difficile e lunga.

In vetta, l’abbraccio forte e caldo mentre qualche lacrima di gioia scende dai miei occhi che cerco di nascondere nella manica della giacca a vento.

 

Giovanni Canevari

 

 

 

SOLO

 

Ho conosciuto Giuliano in un momento della vita pesantemente segnato, per entrambi, da tragici fatti, che hanno sicuramente dato una svolta al suo ed al mio modo di andare in montagna.

Dopo aver perso le persone che più si amano non è facile trovare la serenità interiore per ricominciare a vivere, e per me e Giuliano vivere è anche e soprattutto andare per montagne.

Le nostre arrampicate insieme sono sempre state una tormentata ricerca di tranquillità. Prima di attaccare una via ci siamo sempre trovati a parlare non di gradi e difficoltà della parete bensì di affetto, di amore, di nostalgie che ci trafiggevano l’anima.

Il mio stato d’animo lo portavo poi anche in parete, tanto che più di una volta, nel silenzio delle soste, mi trovavo avvolto nelle lacrime e solo i colpi di martello del Giuliano mi riportavano alla realtà.

Non penso che il mio compagno si sia mai accorto di questo tant’è che, contrariamente a quanto conoscevo di lui per sentito dire, Giuliano mi dava fiducia e mi lasciava andare da primo anche su vie nuove di grande difficoltà, come “La Serenella” al Salto delle Streghe.

Di quei momenti, di cui conservo gelosamente il ricordo, sono grato a Giuliano perché mi sono stati utili.

Ho sempre pensato che il mio andare in montagna con i suoi rischi, fatiche e sofferenze ha senso se investe ed affronta il significato generale dell’esistenza, solo così mi è possibile ritrovare un’armonia con la montagna e la natura e forse, in definitiva, anche con me stesso. È stato arrampicando con Giuliano e anche con Feo che ho poi iniziato a tradurre in pratica questi concetti.

Uno dei miei più intensi momenti d’alpinismo è stato vissuto proprio in quei periodi tormentati e guarda caso proprio su una delle molte vie dedicate a Serenella.

Tutto si svolse nell’arco di neanche mezza giornata. Avevo da poco salito quella breve via di cinque tiri, sullo Spallone orientale del primo Apostolo nelle Piccole Dolomiti proprio con Giuliano e in prima ripetizione. Da quel momento l’idea di ripetere la via in solitaria non mi aveva più abbandonato.

Con Giuliano, infatti, ero restato colpito da un senso di tranquillità nel salire quelle placche verticali ma calde per il sole, dai prati ai loro piedi che sembravano tagliati da poco, dal cielo limpido, da quell’angolo di natura che per un momento, poteva forse ancora farmi perdere i contatti con una realtà così tragica.

Proprio perché fisico e morale erano inesistenti dovevo salire ancora e questa volta volevo essere solo.

Quel giorno tenni un diario, ecco cosa scrissi!

La mattina mi sveglio senza quella tensione che c’è sempre prima di affrontare una via, c’è solo il sole e tanta pace. A casa non dico che vado ad arrampicare e per di più solo, di problemi ce ne sono già troppi, quindi nessuno sa dove vado. Bacio la mamma e parto, ma già dopo pochi chilometri il pensiero di quel saluto e la musica triste dei Pink Floyd mi riempiono gli occhi di lacrime.

L’aria fresca del Baffelan mi ridà però lucidità e un gran senso di pace, mi lego subito le corde sulle spalle e mi avvio all’attacco. La rugiada mi fa scivolare spesso, complici anche le mie espadrillas con i buchi nella suola. Mi viene in mente lo zio: “En montagna se va coi scarponi grosi, altro che scarpete da ginastica!”. Aggiro lo spigolo e sono sotto la via, guardo in alto, su per tetti e placche e sono invaso da un senso di gioia per tutto il lavoro che mi attende, quindi svuoto tutto lo zaino per terra. Provo un gran gusto nell’eseguire il “rito della vestizione”. Calzo l’imbrago e vi appendo i rinvii. Per ordine di lunghezza, niente dadi, né martello, né chiodi, tutti i cordini intorno al collo, jumar nello zaino per le risalite. Preparo e collego i nodi per le manovre di assicurazione in solitaria e sono in parete. A 8-10 metri da terra devo raggiungere un chiodo, eseguo un cambio di piedi su un piccolo appoggio, ho le mani su due tacchette, tiro e mi si gela il sangue, per un pelo non vengo staccato dalla parete. La corda mi ha bloccato e devo subito abbassarmi per poter sciogliere il nodo Marscand. Il guaio è che il nodo non arrivo nemmeno a prenderlo, è troppo lungo. Sono così costretto a trovare un appoggio dove stia tutto un piede, mi slego e rifaccio i nodi accorciandoli. “Bell’inizio!”, penso, e riparto subito.

Arrivo in sosta e mentre ridiscendo in doppia mi rendo conto del tempo che occorre per una salita in questo stile.

Sono di nuovo all’attacco della via, ma pur facendo le cose speditamente perdo dieci minuti a prendere le misure esatte per risalire a jumar sulla corda. Poi su fino in sosta ed eccomi di fronte al tetto che, è il punto chiave della via. Lo supero e proseguo fino in sosta. Sono passati 3/4 d’ora per fare un altro tiro e comincio a dubitare di riuscire a finire la via prima del quotidiano temporale pomeridiano. Intanto però devo andare avanti e allora senza perdere tempo scendo alla sosta. Nel momento in cui la abbandono e scarico il mio peso sulle jumar precipito due metri sotto a causa dell’elasticità della corda. E allora su, come un vermiciattolo che si allunga e si comprime alternativamente, solo che questo verme pesa 80 kg. ed è a 80 metri da terra; “Bèh — mi dico —, la corda tiene 1000 kg.!.... o no?”. Salgo un altro tiro e mi ritrovo così sotto la placca che Giuliano ha valutato sesto grado inferiore.

Traverso un po’ a sinistra, ora sono in piena esposizione, la parete sotto i miei piedi è rientrante, sopra verticale e povera d’appigli. Tre metri a sinistra parte una fessura, per arrivarci però devo abbassarmi a degli appoggi che portano così il mio corpo in posizione strapiombante.

Mentre le nuvole mi avvolgono completamente tanto che sembra calata la notte, mi rendo conto che sono solo su uno strapiombo di sesto a centoventi metri da terra: “Ma che cosa diavolo ci faccio qui?”.

Intanto mi si sono stancate le braccia e lentamente torno indietro a prendere fiato. Alla mancanza di allenamento cerco di supplire con la decisione e senza farmi impressionare dal vuoto mi prendo diversi metri di corda e parto. Arrivo al primo chiodo senza problemi, attraverso due metri a sinistra, dritto altri tre metri e poi ancora a destra con la parete che strapiomba. Trovo dei maniglioni solidissimi e scarico tutto il peso sul braccio destro perché l’altro è preso dai crampi a forza di tirar nella corda che non viene per l’attrito.

È stupendo questo salire lento e ragionato che segue una linea di piccoli appigli che si fanno scovare all’ultimo momento. Sono felice e contento di essere lì.

Intanto piove, quindi una volta in sosta scendo subito a recuperare il materiale. I primi metri di risalita a jumar sono nel vuoto. Mentre salgo giro lentamente su me stesso e non vedo altro che il cielo, sopra, sotto, dappertutto, sono nel cielo. Guardo in basso tra le nebbie, deglutisco più volte, ma su senza sosta, se non quella impostami dai crampi alle braccia per niente allenate.

Sull’ultimo tiro anche se la roccia è un po’ umida mi sembra di correre. Arrivo in vetta, giù e ancora su e questa volta è proprio finita. Non piove più.

Ripongo tutto il materiale nello zaino, qualche breve passaggio in cresta e sono così fuori da tutti i pericoli e difficoltà. Sono solo anche sul sentiero di rientro, solo con i miei pensieri e le mie lacrime, mi fermo e dopo tanti anni dico integralmente una preghiera.

Torno a casa a velocità folle, torno in un luogo di dolore e sofferenza dove trovo un sorriso, che ho fissato per sempre nella mia testa ... e piango.

 

Luca Campagna

 

 

 

UNA SCALATA PER UN AMICO

 

È uno dei primi giorni di gennaio, quando una telefonata di Giuliano mi invita a far parte di un suo progetto : scrivere un racconto, ma una cosa un po’ speciale, raccontare dei ricordi, delle emozioni provate in questi miei anni di arrampicata. Accetto felice, soprattutto per la possibilità che mi offre di ritornare con la mente al passato, anche se con riserva, vista la difficoltà che ho nell’esprimermi con la penna.

Fin da piccolo, sentivo che la mia vita era legata alle montagne, alla voglia immensa di salirle, forse per riuscire a contemplare il tramonto sopra il mare di nuvole e sentirmi protagonista, al centro di un palcoscenico di emozioni. Eppure la montagna mi ha sempre fatto timore e vedevo in chi l’affrontava, degli eroi senza paure.

 

Un mattino di molti anni fa, mentre andavo a scuola vidi tre alpinisti che scalavano la strapiombante parete della Rupe del Castello di Arco. Stava piovendo e ciò nonostante sulla strada si era radunato un gruppetto di persone, ascoltavo mentre dicevano che stava arrampicando “Stenghel” e che era un pazzo ad affrontare quella parete “gialla” e “marcia”. Allora non riuscivo ancora a capire il perché degli uomini potessero spingersi al limite, perché sentivano il desiderio di affrontare pareti così difficili e pericolose e per un attimo ebbi la sensazione che stessero facendo una cosa azzardata. Quel pomeriggio decisi di marinare la scuola, c’era in quegli alpinisti qualcosa che mi attirava, forse il loro coraggio, la loro forza, ma soprattutto l’orgoglio di riuscire a superare quelle difficoltà, che sia nell’alpinismo che nella vita, incontriamo sulla nostra strada.

A diciannove anni, cominciai a vivere le prime esperienze d’arrampicata. Sulle Dolomiti, le più belle montagne del mondo, percorsi i vari passaggi che mi avrebbero portato al vero alpinismo.

 

L’incontro con Danny fu determinante per fare il salto verso l’avventura dello scoprire ed aprire le prime vie nuove. Nelle gole del Limarò e sulla impegnativa parete Est di Cima Capi realizzammo la via “Michele” e “Vento del ricordo”, dedicate al nostro indimenticabile amico Michele.

Ricordo che era la vigilia di Pasqua quando pieni di forza e coraggio attaccammo la parete nella gola del Limarò, i tiri di corda difficili ed anche un po’ friabili e l’inseparabile “saccone” che recuperavamo ad ogni sosta. Ogni scalata che si rispetti ha i suoi inconvenienti e quel giorno il saccone si sganciò dalla corda precipitando nel fiume Sarca. Riuscimmo a recuperarlo con qualche peripezia, scoprendo che inevitabilmente nel suo interno molte cose si erano bagnate, alcune anche essenziali come i sacchi da bivacco.

Il nostro morale era alto e l’incidente non ci fece desistere dal continuare ad arrampicare per tutta la giornata, fino ad una comoda cengetta sotto i grandi strapiombi. Il bivacco ci unì tutti e due nell’unico sacco più asciutto e la notte lentamente annunciò una bellissima alba.

L’arrampicata continuò difficile e carica di imprevisti. Ricordo il mio “volo” a causa della fuoriuscita di un chiodo e subito dopo quello di Danny, ma la nostra grande amicizia che ci portava ad avere gli stessi ideali, la nostra forza interiore e la presenza spirituale e protettrice del nostro amico Michele dette un significato alle nostre fatiche.

In cima ci siamo abbracciati felici, soddisfatti. ancora increduli per ciò che avevamo fatto: la nostra prima via nuova!

“Sta a te, andare al centro dei problemi, per riuscire a risolverli”. La frase di un’altro caro amico, Sergio, è per me diventata regola di vita e d’arrampicata.

Una sera, ci trovavamo sulla vetta del Sass Maor dopo aver ripetuto la “Supermatita “ e, davanti al tramonto del sole ci sembrò quasi impossibile essere lassù dopo una scalata che solo alcuni mesi prima ritenevamo un sogno.

Anche in Patagonia, nell’affrontare il Cerro Torre, ho capito che per salirlo non bastava saper arrampicare, bisognava anche essere umili ed avere fiducia nei propri compagni , essere uniti e più forti. Mauro, prima di salire il “Torre”, mi diceva che quella montagna porta in vetta solo gli uomini che sanno soffrire. L’essere arrivato in vetta, ci ha resi forti nella nostra amicizia.

Il mio alpinismo è fatto di voglia di vita, di unione con la montagna e spero che questo ideale rimanga sempre dentro di me, anche quando la morte ci prende gli amici più cari.

 

Paolo Calzà (Trota)

 

 

 

D’INVERNO SUL BASSO

 

Dopo le ininterrotte piogge autunnali, che ci impediscono di arrampicare in montagna, arriva l’inverno e con esso l’opportunità di ripetere una via del Ciano in invernale. Le sue ultime realizzazioni, “Medjugorie” al Basso e “Joshua” alla Pratofiorito attendono la ripetizione invernale, la “Joshua” inoltre non è ancora stata ripetuta. Dopo alcune valutazioni la scelta cade sulla “Medjugorie” e a tentarla con me ci sarà Paolo, un forte arrampicatore alla sua prima esperienza invernale. L’inverno con le sue abbondanti nevicate ci costringe ad alcune false partenze, agli inizi di marzo però il tempo si stabilizza consentendoci di partire. Dopo aver risalito la val Brenta raggiungiamo il rifugio Brentei con il suo accogliente bivacco invernale. Scarichiamo parte degli zaini e proseguiamo per raggiungere la base della parete con l’intenzione di lasciarvi il materiale ed individuare l’attacco della via: sarà tutto tempo guadagnato il giorno dopo. Dal fondo della val Brenta risaliamo il ripido pendio che sale verso le rocce basali del Basso, Paolo è circa dieci metri dietro di me ma non riesco a vederlo perché nel frattempo è calata una fittissima nebbia che copre ogni cosa. Continuiamo a salire pressoché direttamente finché raggiungiamo delle rocce che dovrebbero essere il Campanil Basso. Cercare l’attacco in queste condizioni è impossibile perché non si vede nulla, anche lasciar qui il materiale è un rischio perché se domani fosse brutto sarebbe un problema tornare a riprenderlo, così cercando di non perdere la traccia fatta in salita ritorniamo al bivacco riportando indietro tutto il materiale.

Fuori ormai è buio e da un po’ siamo avvolti nei sacchi a pelo; sono stanco ma il sonno non arriva, non mi meraviglia, anzi ogni volta ricordo con affetto la massima di Marino “Se no polsa l’ociet, polsa l’oset”. In effetti per quante salite abbia effettuato, la notte che precede l’azione è sempre densa di riflessioni, apprensioni, ricordi e deboli promesse, cosicché il sonno, rispettoso, se ne sta lì ad aspettare; poi però anche l’ociet si chiude e piano piano, impercettibilmente, il sonno prende il sopravvento, riconquistando con diritto la sua dimensione.

Ci svegliamo in compagnia di un vento impetuoso che assieme alle nubi ha spazzato ogni nostra perplessità e titubanza. Quando lasciamo il bivacco il sole sta già accarezzando la cima del Crozzon, quasi a ricordarci che siamo in ritardo considerando che le ore di luce non sono molte, ma ormai siamo in azione e non c’è più spazio per la preoccupazione.

La “Medjugorie” sale nel mezzo della parete Ovest del Campanil Basso tra la “Cristina” e la “Rovereto” tracciate rispettivamente da Marino Stenico e da Armando Aste. La via può essere divisa in due parti: grigie rocce verticali interrotte ogni tanto da cengiette caratterizzano la prima parte. Rocce gialle strapiombanti la seconda. Le difficoltà maggiori secondo la relazione si incontrano nel superamento della fascia gialla. Attacchiamo dunque, convinti di raggiungere velocemente la cengietta che segna il raccordo fra le due parti, confortati anche dalla relazione che parla di difficoltà limitate.

Sarà che il Ciano in fatto di gradi è abbastanza avaro, sarà che un conto è arrampicare con i chiodi ogni tre-quattro metri e un conto con i chiodi alla sosta e poi quelli alla sosta successiva, sta di fatto che a raggiungere la cengietta fatichiamo ed impieghiamo più del previsto. Mentre recupero Paolo, ogni tanto getto uno sguardo alla fascia gialla sovrastante, lassù in alto si vede un chiodo che segna il proseguo della salita, da qui a lassù però ci sono almeno dieci, forse quindici metri, di sesto dice la relazione e il chiodo lassù sembra quasi sorridere nello sfidarmi a raggiungerlo. Quando Paolo mi raggiunge controlliamo la relazione, bisogna salire fino oltre il chiodo, poi attraversare a sinistra e di nuovo salire verticalmente superando gli strapiombi.

“Qui va a finire che ci tocca bivaccare in parete, sempre che riusciamo a passare, e considerando che siamo in inverno, che il Claudio giù al rifugio non c’è e se ci succede qualcosa..... o no?, boh !... Dai che provo”. Non completamente convinto, comincio a salire in direzione di quel chiodo che ora, al limite della decenza se la ride allegramente. Maledetto, chiudo gli occhi per non vederlo, no! Forse è meglio che gli tenga ben aperti anche perché qui di sesto se ne vede ben poco. Salgo ancora un paio di metri, quasi convinto che il Ciano è troppo forte per me, getto ancora uno sguardo al chiodo che ormai traballa nella fessura “tanto sghignazza”, poi come d’incanto sento una musica meravigliosa, tipo quella delle sirene, mi sembra di sognare, non ci sono sirene a tremila metri, guardo a sinistra, poi a destra e proprio là, è la “Aste”, sorniona, che ci ammalia, ci chiama, ci invita fra le sue braccia possenti, braccia da strapiombi, strapiombi chiodati dove arrampicare è gioia e divertimento. Al richiamo delle sirene si sa, nemmeno i marinai più incalliti sapevano resistere figuriamoci dei piccoli alpinisti come noi.

Torno indietro. Il chiodo ormai non sta più nella fessura tanto si sbellica dalle risate, ma non importa, torneremo, magari in estate quando la roccia riscaldata dal sole consentirà un’arrampicata più leggera e sicura. Avevo già salito la “Aste” molti anni prima, ma o perché allora ero molto più giovane e come tutti i giovani molto irriverente nei confronti dei “veci” e di quello che prima di noi hanno fatto o forse perché poi le salite si sono susseguite freneticamente e sovrapponendosi hanno cancellato il ricordo le une delle altre, sta di fatto che non la ricordavo così entusiasmante, atletica e faticosa. Raggiungiamo la cima dello Spallone con l’ultimo sole e con il buio ormai imminente ci apprestiamo alla discesa.

La discesa dello Spallone in estate si compie in meno di un’ora, in inverno e con quelle condizioni ci impegna più della salita.

Quando raggiungiamo il bivacco è ormai notte inoltrata e dopo un fugace spuntino Paolo si ritira nel suo sacco a pelo, io invece indugio ancora un po’ accanto alla stufa che generosamente il gestore ha rifornito di ottima legna. Come la notte che precede l’azione, anche quella che la segue ha i suoi riti, le sue peculiarità. Potrei andare a dormire, ma è bello rimanere qui e lasciarsi cullare dal crepitio delle fiamme e dal dolce tepore che da esse si emana; la mente ora è libera, rilassata, ha assolto perfettamente il suo compito, tutto si è svolto secondo un rituale già sperimentato decine di volte ma ogni volta diverso e impegnativo perché la posta in gioco è sempre quella...; i pensieri allora corrono e si intrecciano come in un caleidoscopio, senza ordine né controllo. Rivedo le varie fasi della salita, ma prima ancora i preparativi, la ricerca affannosa del compagno, la partenza rinviata più volte per il tempo o per il compagno, che non c’era, i consigli del Ciano...; ora sono qui, non abbiamo ripetuto la “Medjugorie”, ma ci abbiamo provato, non abbiamo compiuto un’impresa, anche se il Paolo dice che la nostra è comunque un’impresa.

Ma sì, il Paolo avrà anche ragione, è che in realtà non sono venuto fin quassù per compiere un’impresa e per questo non gioisco né mi rammarico del risultato, il motivo è diverso, più interiore forse. La “Medjugorie” infatti rappresenta solo una tappa di un cammino comune, cammino che ora, tornando a valle dovrà continuare, rinvigorito dall’esperienza vissuta, ma con un impegno a volte superiore a quello necessario per compiere una difficile ascensione.

 

Fabrizio Miori

 

 

 

RICORDI SCENDENDO VERSO LA VALLE DEI LAGHI

 

Ogni volta che percorro la statale che da Trento porta verso la valle dei Laghi all’altezza di Vezzano, quando la strada comincia a scendere e la visione sulle grandi pareti del Sarca ti appare davanti, immancabilmente vengo pervaso da un’emozione indescrivibile.

Quanti ricordi, quante avventure passate insieme a tanti amici. In particolare sulla destra confuso dall’immensità del Monte Casale, il Dain con la sua rossa parete mi ricorda la felicità che provai quando assieme ad Andrea Andreotti arrivammo in cima dopo aver realizzato “Luce del primo mattino”, grandioso itinerario che ci costò tre bellissimi bivacchi.

Più giù verso destra gli svettanti pilastri del Casale, il primo con la via “Cristina”, il secondo con l’audace “Alba Chiara”, con Riccardo Valentini e Mauro passammo due giorni entusiasmanti. La valle ora corre verso il Garda ma prima sulla destra la mia preferita, la più bella, la più grande, un oceano di roccia ora appoggiata ora strapiombante che verso destra si sfrangia in audaci pilastri.

La placconata di sinistra via del “Boomerang” la superammo tutta di un fiato eppure dal basso sembrava impossibile. Ma che soddisfazione ora  vedere tante cordate ripeterla, a destra il grande diedro giallo dell’“Anniversario” (via che con Valentino e Franco ci costò parecchi viaggi di salita e discesa causa il cattivo tempo; che avventura però, che ascensione di grande respiro, ancora oggi è reputata una delle vie più impegnative della valle).

In centro la grande forra strapiombante, impensabile salirla solo fino a pochi anni fa, ma con compagni come Andrea e Diego nulla è impossibile. Dopo otto giorni di viaggio, perché proprio di un vero viaggio si è trattato, coadiuvati da metà parete dall’indimenticabile Giuliano.

Un’avventura umana senza precedenti, tutto bene sulle traballanti piattaforme fissate sotto i grandi tetti. Non sentivamo più le braccia, non eravamo più capaci di stare in piedi quando gli amici ci accolsero in cima con un applauso, e noi ci abbracciammo piangendo dalla gioia.

 

Io spero che chi leggerà questo mio scritto capisca che c’è veramente da emozionarsi ogni qualvolta si scorga seppure in lontananza le grandi pareti della valle. Sono ricordi che spaziano nell’arco di più di vent’anni, ora la realtà alpinistica della valle è notevolmente cambiata, la gente che la frequenta è diversa. Quando ci vedevano vuotare gli zaini pieni di chiodi artigianali ed attrezzature fatte in casa ci davano dei matti e ci dicevano: “Vederè, prima o dopo i vé porterà a casa en den linzol”. Ora invece ci fermano, si informano, ci fanno i complimenti. Le uniche a non cambiare sono le grandi pareti, mute testimoni di grandi atti di coraggio, di fatiche immense, di momenti umani unici ed esaltanti. Forse chissà non potrò più godere di momenti come quelli sopra ricordati, ma sarà sufficiente che con la macchina imbocchi la strada che da Trento porta verso la valle dei Laghi ed all’altezza di Vezzano dove la strada incomincia a scendere.......

 

Marco Furlani

 

 

 

LEZIONE DA UN MAESTRO

 

Comunemente si dice che la montagna sia un’ottima insegnante di vita. Penso che anche l’uomo, che sulle montagne ha creativamente operato, possa “insegnare”, a chi ha la sensibilità di coglierne l’esempio.

Dunque la montagna e l’uomo. La prima in fondo non è altro che un ammasso di pietra. Magari pietra sovrapposta in maniera estetica, ma sempre solamente pietra: fredda ed impassibile.

Ma se essa viene frequentata da persone di un certo tipo e con certe caratteristiche, possono nascere piccole e grandi imprese personali. Per ognuno nella propria dimensione. Ne segue, ovviamente, una svariata gamma di emozioni e di sensazioni: dalla più pura gioia e soddisfazione o addirittura esaltazione, all’amara ma istruttiva sconfitta e alla più autentica paura.

 

A parlarmi di Campione, piccolo paesino gardesano, sovrastato da severi pareti, era stato l’amico Toni Zuech che conosceva bene la zona. Toni... mi aveva detto che Giuliano vi aveva aperto con alcuni compagni diverse vie difficili ed ancora rare volte ripetute. L’ambiente in quel posto è di pittoresca bellezza. La roccia è a tratti molto friabile, ma come diceva il vecchio Livanos: “Non esiste roccia cattiva ma solo cattivi alpinisti”, e poi, se caricato in maniera opportuna, ogni appiglio tiene.

Con audacia, intelligenza, creatività, alta preparazione tecnica ed atletica, Giuliano ha tracciato le sue vie; ha veramente saputo farsi portare dalla montagna.

Con Stefan Comploi, mio inseparabile ed insostituibile compagno di corda ed amico, decidiamo nel dicembre del 1988, di andare a Campione per soddisfare la nostra curiosità. Subito la gialla parete del Salto delle streghe ed il Pilastro degli amici al monte Tignale ci affascinano.

Sulla via “Marilin Monroe” passiamo una splendida giornata. La salita ripete e riassume le caratteristiche delle vie nuove di Stenghel: estetica e logica del tracciato ed arrampicata libera tirata con pochissimi chiodi. Arriviamo in cima contenti e soddisfatti: Toni non ci aveva promesso troppo.

A maggio dell’anno successivo torniamo.

Questa volta vogliamo scoprire i segreti custoditi dal magico Salto delle streghe. Scegliamo la via “Anurb” incuriositi dai tetti a scala rovescia che caratterizzano la prima parte dell’ascensione, e che ne rappresenta il tratto più difficile.

Stefan, che quest’anno è particolarmente ben preparato, attacca deciso la prima lunghezza che lo porta alla sosta sotto i tetti gialli. La roccia friabile richiede molta cautela. Proseguo io, traversando sotto i tetti a sinistra lungo il muro strapiombante, che mi consente di superarli. Il passaggio è stato superato dai primi salitori in arrampicata artificiale, ed infatti trovo un chiodo. Con un provvidenziale cordino cerco di alzarmi e di continuare in libera. Tento diverse volte ma senza convinzione.

Alla fine mi lancio deciso, “mirando” ad un invitante ramo, di un cespuglio posto sul terrazzo sovrastante il muro giallo. Arrivo al ramo con movimenti ben studiati e mi ci aggrappo. Questo non ha niente di meglio da fare che spezzarsi facendomi fare un salto nel vuoto di diversi metri. Maledetto ramo, anzi maledetto io che ho avuto l’incoscienza di aggrapparmici.

È stato il mio primo e fino ad ora unico “volo” in montagna. Infatti non è consigliabile farci l’abitudine!

Tirandomi su per le corde torno sul luogo del fattaccio e cerco di risolvere il problema in maniera più diplomatica. Con un altro chiodino e poi in libera riesco infine a salire al terrazzo, ignorando sdegnato il cespuglio.

Il resto della salita è meno impegnativo e si svolge senza altri contrattempi.

 

Il Salto delle streghe e Giuliano Stenghel sono stati importanti per me. Infatti, un giovane rocciatore, abbagliato da alcune salite difficili compiute, aveva dimenticato quanto fosse impegnativo il sesto grado. Quello vero, non inflazionato.

Il Salto delle streghe e Giuliano mi hanno indicato l’umiltà.

E non è poco!

 

Ivo Rabanser

 

 

 

SASSOLUNGO: VERSO L’ORA ZERO

 

L’azione non è che la conclusione di una serie di circostanze che convergono tutte verso un solo punto in un determinato momento. L’azione, quindi, è l’epilogo della storia. È l’ora zero. (Agatha Christie)

 

Sono le nove, quando lego le corde all’imbrago e parto per il primo tiro di corda. I raggi del sole ci illuminano (viva la parete sud d’inverno) e l’arrampicata si presenta subito piacevole, cosicché i tiri di corda si susseguono veloci. In questo periodo il cielo è particolarmente terso, e le temperature sono relativamente miti; vantaggi, che a noi vanno assolutamente bene. Si arrampica in scarpette di aderenza e con poco materiale, persino l’attrezzatura da bivacco è rimasta a casa.

Velocemente saliamo fino a metà parete, ma le vere difficoltà incominciano qui, e questo mi preoccupa non poco. Risalgo un diedro svasato, ricoperto da un po’ di vetrato; con espostissima traversata verso destra raggiungo una fessurina strapiombante: uno dei punti chiave della via. Due friends mi danno però la necessaria sicurezza, e quasi di slancio riesco a superare la faticosa fenditura. Mentre Howard mi raggiunge penso agli autori di questo stupendo itinerario tracciato ben undici anni fa. Già conoscevamo l’audacia di Graziano Maffei (Feo) e Giuliano Stenghel, l’indiscusso maestro sul friabile, ma non ci aspettavamo tanto impegno, tenendo conto che la via fu aperta con mezzi e soprattutto scarponi tradizionali.

Superata la parte centrale del caratteristico pilastro a forma di calice ci alziamo su fessure e placche molto belle e relativamente facili e ci portiamo alla base dell’ultimo salto verticale della parete. Inizio a salire una fessura di roccia gialla, nella quale trovo qualche vecchio chiodo. Nel punto più strapiombante del tiro di corda c’è un grosso cuneo di legno, attorno al quale riesco a fissare un cordino, che mi agevola il passaggio. Neanche Howard riesce a salire la fessura completamente in libera; anche lui si lascia “aiutare” dal cuneo invitante, però in compenso mi raggiunge alla sosta con velocità inaudita. Un altro bellissimo tiro, che mi dà certezza di sapere perché non siamo al Ciampinoi a sciare...; raggiungiamo la cresta, coperta con neve dura e ghiaccio.

Levate le scarpette calziamo scarponi pesanti con noi portati nello zaino e risaliamo con arrampicata pericolosa, anche se non particolarmente difficile, la cresta terminale.

Dopo qualche tiro traversiamo in un comodo canale, lungo il quale saliamo più velocemente.

Arrivati sulla vetta della Torre ci sediamo su un masso vicino all’ometto di pietra per lasciarci riscaldare dal sole. Dopo la riuscita della salita la discesa lungo il versante orientale non può preoccuparci più di tanto.

 

Ivo Rabanser

 

 

 

CERRO TORRE

 

Non c’è tempo da perdere, sul Torre ciò che conta è una cosa sola: essere veloci.

1400 metri di parete con difficoltà di sesto grado, A3 e una inclinazione di 80° su ghiaccio ci separano dal “fungo” finale; Mauro sale veloce, io e Paolo facciamo altrettanto nonostante gli zaini.

Purtroppo il tempo peggiora, le raffiche di vento aumentano di intensità picchiando contro la parete con dei tonfi sordi, costringendoci ad appiattirci contro di essa per non farci strappare.

Il Torre si fa sentire, ma la cordata è compatta, avanti finché è possibile.

Ore 21: la cima! Non c’è tempo da gioire. Bisogna scendere subito in quanto il vento è molto forte e fa molto freddo. 32 corde doppie al buio ci separano dalla spalla dove 29 ore prima avevamo allestito il nostro bivacco.

Mentre aspetto il mio turno per scendere in doppia, mi sforzo di rimanere sveglio, finalmente siamo alla spalla; guardo l’orologio: sono le nove. Entriamo nel crepaccio, accendiamo subito il fornello per sciogliere la neve e preparare un bel thè caldo dato che è dal giorno prima che non beviamo qualcosa e siamo piuttosto malconci. Abbiamo le mani rovinate, siamo stanchi morti e le corde sono a brandelli ma, come dice Mauro: “Vecio, ‘sto chì l’è ‘l Torre”. Prima che ci venga una crisi di sonno, decidiamo di partire. Bisogna scendere ancora 500 metri di parete e poi tutto il ghiacciaio.

Alle nove della sera finalmente siamo al campo base; abbiamo le spalle distrutte dal peso dello zaino, i piedi congelati e le mani fanno schifo ma continuiamo a ridere: il Torre è nostro! Il giorno dopo nevica e così per dieci giorni ma, ormai, non importa; siamo ugualmente felici, si torna a casa con un’indimenticabile esperienza alpinistica e di vita.

 

Prendo il mio racconto, mi dirigo verso il fax per mandarlo a Giuliano: il suo libro è già in tipografia. Per un attimo mi fermo ed il mio pensiero vola nel tempo, nel mio passato:

“Era la primavera del 1983, trascorrevo le domeniche a tirare di braccia sui massi di Prabi quando incontrai Giuliano Stenghel con la sua mitica “Renault 4” gialla. Non avevo mai arrampicato con lui, lo conoscevo solo di fama per tutte le nuove vie che aveva aperto.

Mai più mi sarei aspettato che aprisse il finestrino per chiedermi se avessi avuto voglia di arrampicare assieme; fui colto da un attimo di esitazione. Sapevo che era un grande alpinista, molto forte, e certo non mi allettava l’idea di farmi tirare, come una sacco di patate, lungo tiri di corda per me impossibili; ma l’occasione era da non perdere! Salii in macchina e… via. Ore 11: destinazione Pala delle Lastièle, nei pressi di Pietramurata; ripetizione? No! … con Stenghel, mai! L’intento era di aprire una nuova via lungo un diedro canale di oltre 500 metri, fin sotto un salto verticale, il tratto più difficile dell’arrampicata. Corda, pochi chiodi, un martello e la partenza. Lo seguivo, in silenzio, sul sentiero che porta alla base della parete e ricordo la mia preoccupazione sia per l’ora tarda, sia per le mie capacità fisiche, considerato che il mio allenamento in quel periodo si limitava ai pochi metri dei massi di Prabi. Quando giungemmo all’attacco, Giuliano mi disse senza togliersi la corda dalle spalle: “Va’ ‘n ‘vanti, ti che te sei zovem e pù svelt; mì som vècio e vegno su con calma”. Non mi fidai a dir nulla, senza fiatare misi le scarpette e cominciai ad arrampicare slegato lungo il diedro che, per mia fortuna, presentava difficoltà non superiori al terzo e quarto grado. Arrampicammo un diedro dietro l’altro per circa 350 metri; ormai mi ero abituato all’idea di farlo senza corda anche se, a dire il vero, tenevo d’occhio le macchie di vegetazione che incontravo durante la nostra ascesa alle quali, nell’eventuale caso di caduta, mi sarei aggrappato al volo.

Arrivati alla base del salto verticale, con mio grande sollievo Giuliano decise, viste le difficoltà che presentava il tratto finale (quinto e sesto grado), che forse era il caso di legarsi in cordata. Dopo averlo fatto, Giuliano attaccò deciso, un chiodo subito sopra la sosta e su per trenta metri (in maniera non molto elegante), facendomi notare che l’arrampicata in aderenza non era il suo forte. Arrivati in sosta chiesi a Giuliano il materiale per proseguire; rimasi divertito nel vedere la sua mano infilarsi nella canottiera ed estrarre il martello e due chiodi: la nostra attrezzatura era talmente limitata che dovette utilizzare anche l’ultimo moschettone che serviva per agganciare il martello ed i chiodi all’imbragatura per proteggersi durante la salita. Ridendo, proseguii la mia scalata, mentre Giuliano mi raccontava delle sue precedenti imprese alpinistiche e così, senza nemmeno accorgercene, raggiungemmo la fine delle difficoltà: una stretta di mano e un “bravo” poneva il sigillo alla nostra nuova via che decidemmo di dedicare alla mamma del Bèpi, il vecchio del Colodri”.

 

Inserisco il foglio del fax e, mentre scorre lentamente, penso all’orgoglio e soddisfazione che ho avuto quel giorno lontano, la felicità non tanto per la riuscita della nuova via ma per il fatto di aver arrampicato con un alpinista che avevo sempre ammirato. Ancora oggi lui non può immaginare il piacere che mi procurò quel giorno offrendomi la possibilità di legarci alla stessa corda, così da instaurare una solida amicizia.

 

Walter Gobbi

 

 

 

LETTERA DI UN ALPINISTA

 

Caro Ciano,

ho deciso di scriverti questa lettera per cercare di tirare fuori dal mio cuore tutto quello che sento verso la montagna e verso di te.

Ho iniziato tante volte il mio scritto, che mi chiedevi per il tuo libro, ma era così impersonale dover mettere per iscritto i miei sentimenti per così tante persone che ho deciso di farlo direttamente dicendoti quello che sento dentro. Penso ai nostri casuali incontri, sempre brevi, ma così intensi dall’essere sempre riusciti ad esternarci la comune passione per la montagna e le vie nuove, l’amore per tutti e per tutto ed anche il dolore di fronte alla morte delle persone care.

Ricordo quando ho ripetuto, per l’ennesima volta, la tua magnifica via a Laghel. Accompagnavo degli amici australiani che mi avevano chiesto di fare una bella via, una delle più belle della valle. Mi sentivo tranquillo, sicuro, perché conoscevo bene quella valle, sovrastata dalla parete della Mandrea e particolarmente ero attratto dal suo magnifico pilastro. Ogni passaggio, ogni sosta mi erano familiari eppure nel profondo del mio cuore c’era qualche cosa di diverso: erano trascorsi pochi mesi dalla morte di mia madre ed avvertivo un grande vuoto!

E ricordo....come ad un punto di sosta, assieme ai miei amici, sorseggiavo del thè mentre con lo sguardo calavo nel vuoto della valle, raggiungendo i posti più belli; poi ritornando sul pulpito dove ci troviamo, scopro il libro di via che apro e leggo.

Leggendo le tue parole piene di amore e di dolore, dedicate a Serenella, ti sento vicino, ne condivido i sentimenti. Riscopro il valore immenso della vita e mi chiedo: “Chi siamo noi alpinisti, da rischiare la nostra vita, che non è solo nostra, ma anche di tutte le persone che ci amano?”. È un dubbio che mi porto dentro e mi fa star male, ma poi si placa, si ridimensiona quando ricomincio ad arrampicare con tanta libertà, con tanto amore, e soprattutto tanta voglia di vivere.

Sono queste poche righe che ti mando; non è importante che siano adatte per essere pubblicate sul tuo libro, l’importante è che viva in noi per sempre, la stima e l’amore.

Al grande amico Ciano!

 

Danny Zampiccoli

 

 

 

Ringraziamenti

 

Straordinaria la collaborazione degli amici che mi hanno aiutato nell’intento di realizzare questo libro.

 

A tale scopo sono felice di ringraziare  la famiglia Cavagna, miei vicini di casa, per la gentile ospitalità sul loro computer. Particolarmente importante l’aiuto di Aldo con il figlio Alberto.

Mille grazie a Fabrizio Miori e Armando Aste.

Un ringraziamento particolare a Gianmario e Tiziana Baldi che hanno completato la “costruzione”.

Sono molto grato a Adriano Dalpez e Mariano Rizzi per le fotografie.

Grazie di cuore ai miei compagni di corda ed a tutti gli alpinisti che hanno raccontato un episodio della loro vita.

Il mio modesto ringraziamento è niente, paragonato alla soddisfazione di aver aiutato, con quest’insieme di scritti, moltissimi bambini bisognosi. In particolare il ricavato del libro sarà interamente devoluto all'Associazione Serenella!

Le offerte raccolte saranno inviate a Padre Lino Zucol, settantanove anni, originario della Val di Non, da cinquant’anni missionario in India.

Costruisce case e pozzi per la povera gente di Pariyaram-Kerala (India del Sud). Il villaggio che Padre Zucol costruirà si chiamerà “Villaggio Serenella“.

Luciano Poli, responsabile del gruppo Bombay, nel quale è inserita l'Associazione Serenella, in questa mozione ricorda tutte le finalità benefiche che si possono sostenere con un po’ d’amore e buona volontà.

Il gruppo BOMBAY è nato nel 1986 sull’esperienza del gruppo “Cracovia” che ha aiutato 700 famiglie polacche dall’82 all’89, con pacchi di vestiti, scarpe, alimentari, medicine, circa 9700 pacchi.

Nel 1987, a seguito di alcuni viaggi in India, è nata una concreta solidarietà con la popolazione di questo paese. Ora grazie al gruppo Bombay 1600 famiglie italiane  hanno in India una famiglia o un bambino in gemellaggio (amicizia), 14 gruppi da Bombay a Trivandrum.

L'ASSOCIAZIONE SERENELLA si è inserita nel nostro gruppo partecipando attivamente e generosamente a tutti i cinque tipi di gemellaggio:

1 - gemellaggio famiglia: una famiglia italiana aiuta una famiglia indiana per un periodo libero con 40.000 mila lire mensili per mandare i bambini a scuola dando a loro il cibo necessario.

2 - gemellaggio bambino/a: si aiuta un singolo bambino per cibo e scuola con 20.000 mila lire al mese.

3 - gemellaggio macchina da cucire: si dà 150.000 mila lire per l’acquisto di una macchina da cucire a una ragazza che ha frequentato il corso di taglio e cucito tenuto dalle Suore della Carità. La maniera più economica per creare un posto da lavoro (Documentazione fotografica).

4 - gemellaggio casa: con un milione di lire, P. Zucol (Val di Non) organizza insieme alla famiglia indiana la costruzione di una casa di due stanze; la famiglia indiana lascia la sua baracca o capanna e diventa proprietaria della casa (Documentazione fotografica).

5 - gemellaggio pozzo: con un milione di lire P. Zucol organizza la costruzione di un pozzo che è comproprietà di dieci famiglie indiane circa (Documentazione fotografica).

 

Grazie all'Associazione Serenella molte famiglie indiane hanno migliorato velocemente le loro condizioni di vita e hanno reso possibile a molti bambini di andare a scuola fino alla X classe.

Grazie a chi ha partecipato e parteciperà in futuro a questa solidarietà.

Per il gruppo BOMBAY, Luciano Poli.

0464/461661 - lunedì e mercoledì / 21.00-24.00

C.P. 108/ 38068 ROVERETO (TN)

 

 

 

INDICE

 

 

7      Presentazione

9      Introduzione

 

Racconti di Giuliano

 

13    Il grido del Gabbiano

16    Poesia di montagna

19    Arrampicare con i cuore

21    Noi piccoli uomini

23    Le aquile volano in alto

26    Ritorno a scalare

30    La Madonnina

33    A Serenella

36    Una scultura della natura

40    Sul mito

43    Scacco al re

46    Montagna cattiva

50    Soccorso

53    Gli angeli delle rocce

57    Il vento della cima Capi

62    Il gracchio

66    Il vecchio del Colodri

69    Momenti di vita

73    Preghiera

77    Conclusione

 

81    In treno verso Lourdes di Fabrizio Miori

 

 

Testimonianze di amici

 

95    A mia figlia di Franco Monte

96    La magia della montagna di Giorgio Vaccari

99    Innamorarsi di Cristina Stenico Maffei

102  Exploit di Renzo Vettori (Datagnan)

105  Principiante di Alessandro Baldessarini

108  Il Missile di Alessandro Baldessarini (Baldix)

110  Il sacchetto di plastica di Bruno Detassis

113  Marilyn Monroe di Andrea Andreotti

117  Un giorno qualunque di questa vita di Giovanni Groaz

119  Sotto il termosifone di Delio Zenatti

122  Il primo pilastro del Casale di Marco Pegoretti

124  Einstein … come mi manchi! di Fabio Sartori

126  Un amico ritrovato di Walter Vidi

131  Follia di Franco Nicolini

134  Cima Tosa di Dario Cabas

136  Parete Serenella di Mariano Rizzi

141  Toccare il cielo con un dito di Giovanni Canevari

146  Solo di Luca Campagna

150  Una scalata per un amico di Paolo Calzà

152  D’inverno sul Campanil Basso di Fabrizio Miori

156  Ricordi scendendo verso la valle dei laghi di Marco Furlani

158  Lezione da un maestro di Ivo Rabanser

160  Sassolungo: verso l’ora zero di Ivo Rabanser

162  Cerro Torre di Walter Gobbi

165  Lettera di un alpinista di Danny Zampiccoli

 

167  Ringraziamenti

 

173  Indice

 

 

 

 

Stampato dalla

Tipolitografia Emanuelli – Arco (TN)

nel mese di novembre 1995

 

Printed in Italy

 

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