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L’ANGELO PETER E GIULIANO STEN
LA CASA DEL CIELO
“Non devi negare il tuo passato per costruire il nostro futuro!” A mia moglie Nicoletta
Alle mie bambine A mia madre e ai miei fratelli Alle persone che mi vogliono bene così come sono! Ai nostri grandi Angeli!
Foto di copertina: Il Bimbo di Monaco (Gruppo del Brenta)
Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale dei testi e delle illustrazioni.
Grafica di copertina: Roberto Pezza
Stampa: Tipolitografia Emanuelli - Arco (TN)
Prefazione
Dopo Lasciami volare, ecco La Casa del Cielo. I motivi ispiratori sono sempre la montagna e l’alpinismo. Ma sono solo il mezzo, direi addirittura il pretesto perché qui è soprattutto un uomo che parla, sia pure vestito da alpinista. Forse lo stesso Giuliano “Sten” non se ne rende conto ma lui ha molte cose da dirci. Per questo gli è uscito fuori, gli è “scappato” questo suo nuovo libro. La storia di un Angelo custode. Un soliloquio con se stesso. Non spetta a me e non intendo fare una presentazione. Mi interessano i contenuti e trarne un insegnamento. Leggendo bene si scopre l’evoluzione di un cammino verticale verso la conoscenza, la risposta affermativa a un progetto di amore al quale è chiamato ogni uomo degno di essere tale. L’invito viene dall’alto e sta dentro di noi. Bisogna solo avere il coraggio di soffermarsi, di ascoltare e di tradurlo concretamente nella vita di tutti i giorni. Ognuno con la generosità che gli è propria, ognuno con i suoi talenti. È segno di predilezione. Qualche prevenuto potrebbe pensare ad una lezione non richiesta di moralismo stantìo. Tranquillizziamoci. La Casa del Cielo è semplicemente più di un frammento di vita vissuta realmente. Un caleidoscopio di lotte, di sofferenze a volte drammatiche, di scoramenti e di riscosse gioiose illuminate da una generosità, da una disponibilità e da un servizio da additare a modello. Semmai poi ognuno farà le sue scelte. Giuliano è un incendiario. Col fuoco dell’amore egli invita tutti dall’alto della sua montagna ideale. Lasciamoci bruciare anche noi, almeno un poco. Credo che questo sia lo scopo del libro.
«Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli..”.» (Matteo XVIII, 2-3)
Armando Aste
...Un giorno che non ricordo... mi sono incontrato con Giuliano, mi invitò ad una breve arrampicata nella Valle del Sarca. La scelta cadde sulla via “46° Parallelo”, una via su placca non difficile. Alla fine della nostra scalata il mio compagno mi disse: “Bruno è l’ultimo tiro di corda, quindi vai avanti tu mentre ti faccio delle fotografie.” Sebbene non fossi molto preparato e quasi ottantenne lo accontentai! Un altro giorno, un’altra via sul Campanile Alto nel Gruppo del Brenta: lassù sempre ad un tiro di corda dalla vetta, Giuliano mi disse: “A te Bruno l’onore della cima!” e mi invitò a proseguire da capocorda. Rifiutai con decisione, dicendogli che lui aveva “tirato” la cordata e quindi doveva continuare a farlo. Giuliano insistette nella sua richiesta, addirittura manifestando la volontà di rinunciare alla vetta: anche in quell’occasione dovetti cedere esclamando: “E no! Siamo a pochi metri dalla cima e non mi sembra proprio il caso”. La stessa “storia” sul Campanile Basso. In vetta al Campanile Alto con una giornata bellissima, anche se molto fredda, guardando il panorama e “le grolle” che ci volavano attorno, Giuliano mi disse: “Bruno, questo è il posto delle aquile...”. Lo interruppi: “Certamente! le aquile volano in alto, i corvi in basso!”.
Ti ho ammirato caro Giuliano, per il tuo generoso altruismo che, con il pensiero costantemente rivolto alla tua Serenella, ti ha permesso di realizzare tante opere di bene e perché hai imparato dalla montagna, da Serenella e dalle tue bambine che la forza aiuta a trovare la serenità. L’essere cristiani credo non sia altro che riuscire a trasformare in bene una croce che Dio mette sulle spalle dell’uomo. Auguri per il tuo nuovo libro. Bruno Detassis
Vent’anni fa con mio fratello e Giuliano Stenghel eravamo legati in un’unica cordata nel tentativo di aprire una via nuova sulla Torre di Pietramurata, che abbiamo dedicato a mio padre: “La via del Gino”. Due anni fa ci siamo nuovamente “legati” per stampare “Lasciami volare” scritto da Giuliano. Non immaginavo il successo del libro. Non potevo credere al bene che è nato da quelle righe per le centinaia di bambini sconosciuti adottati da tanti amici perché vivessero con un tozzo di pane e con un libro per crescere con dignità. La generosità e l’entusiasmo dell’autore ci hanno coinvolto ancora una volta in questa simbolica cordata per stampare il nuovo libro “La Casa del Cielo”. Con la stessa voglia continuiamo a scalare uniti con Giuliano Stenghel che si è innamorato dei più deboli, dei più dimenticati perché di loro è la casa del cielo , oltre le vette che noi abbiamo tante volte raggiunto per sentirla più vicina. L’“Associazione Serenella” vive delle nostre cordate a cui s’aggrappano tanti amici, tante famiglie che indicano ai figli la vetta, oltre la quale c’è il cielo. Un cielo che si può raggiungere con la generosità, perché tutti “possediamo quello che abbiamo donato”. La S.A.T. di Arco si unisce a questa cordata perché ci dona serenità e la gioia di essere vicini a Giuliano. E lo ringraziamo perché ci aiuta a scoprire “La Casa del Cielo”. Giancarlo Emanuelli
È con vivissima gioia che desidero porgere un sincero saluto a questa nuova fatica editoriale di Giuliano. Quale Presidente della Sezione S.A.T. di Riva del Garda, che ha avuto l’onore di patrocinare il precedente “Lasciami volare”, esprimo quindi l’augurio più sincero affinché questo volume, che rappresenta l’ideale prosecuzione del messaggio che l’autore desidera esprimere attraverso la sua personalità e le sue esperienze di vita, ottenga un lusinghiero successo sia in termini di apprezzamento dei contenuti proposti ma soprattutto per il raggiungimento dei fini di beneficenza a cui anch’esso si rivolge attraverso l’opera dell’“Associazione Serenella”.
Cesarino Mutti
TERRA MONTAGNA CIELO
L’occhio umano ingombrato dalla terra racchiude un ferito anelito di cielo. E nei mattini i monti risplendenti invitano verso l’alto. Certo, l’uomo nei monti si decanta, si purifica; ma pure Vi trascina le pene della terra.
È la tua storia, Giuliano, paradigma di essere assimilato alla montagna.
Mentre tu sfidavi, tesa umanità. Vertigini di rocce e di altitudini, fino a pregare sulle pure cime, quaggiù un morbo impietoso subentrava nel cervello della tua Serenella. Oh! Infinita agonia senza ritorno, sbocciare estremo in una creaturina.
Fanno ressa i ricordi, sono stimmate di vita eterna nel corso dei tuoi giorni, terra calamitata dalle altezze. Fluiscono in anima, in parole imponderabili: il prezzo monetario si riversa solidale sulla fame, le carenze, gli abbandoni planetari.
Il richiamo delle vette, la precaria vicenda della vita rifioriscono in dilagante corrente d’amore.
Rovereto, giugno 1997
Giuseppe Mascotti
— Prima parte —
Civetta... perché incanta!
Civetta... perché incanta!
Come è bello questo Cristo! Per la prima volta scolpisco un Gesù senza croce, con le braccia e lo sguardo alzato verso il cielo che sembrano trascinare lo stesso corpo. È il Gesù che più amo! Non sofferente e morente sulla croce, ma vivo e presente in mezzo a noi per insegnarci ad essere più vicini al cielo. Mentre osservo la figura con aria critica, mi sento soddisfatto, ho lavorato tutto il giorno senza sosta e trascinato dal mio entusiasmo ho dimenticato anche il pranzo. Ora, a scultura ultimata, mi sento addosso tutta la stanchezza! Fra due giorni, finalmente sarò sulla parete Nord-Ovest della mia montagna: la Civetta! Emil Solleder aveva superato per primo “la parete delle pareti”, usando un paio di pedule talmente fragili e logore, al punto di sostituirle, per concludere la scalata con quelle del compagno di corda, di due numeri più grandi. Solleder era arrivato ai piedi della montagna da solo dopo essere giunto in bicicletta da Monaco di Baviera. In seguito raccontò: “Avevo sentito che là ad oriente si alzava un irto castello di roccia: la Civetta; scariche di roccia, ghiaccio, sassi; si diceva che era impossibile metterci su le mani e fu d’allora che sorse in me il desiderio di salirla”. Il rocciatore bavarese ricorda ancora come ai piedi dell’immensa parete, in un fienile, incontrò altri due alpinisti intenzionati a tentare la stessa scalata e solamente quando confidò loro di essere il vincitore della parete Nord della Furchetta: “Il dado fu tratto! Eravamo in tre sulla Nord-Ovest della Civetta”. Sospendo la mia scultura, ormai quasi al termine, uscendo sul prato di casa lo sguardo è attratto dall’immensa parete che domina la mia valle: è bellissima, con il sole al tramonto che la colora di rosso, si chiama Civetta, perché? Perché incanta! Fisso lontanamente la via Solleder, ne conosco tutte le difficoltà, tutti i particolari e mi ritorna in mente la frase finale della guida: “...in caso di brutto tempo si può ritenersi fortunati a raggiungere sani e salvi la vetta!”. Il buio trionfa, ed io ascolto i rumori della notte mentre guardo ancora la mia prossima meta. Tutti gli alpinisti hanno paura della “Nord” della Civetta. Tutti, tranne me! Da lontano la parete sembra gridarmi: “Ehi, tu! Non hai paura di me?”. “No! No! Ci vuole ben altro! E per dimostrarti che non mi fai paura continuerò tranquillamente il mio lavoro”. Rientro in casa, entro nel laboratorio ed accendo la luce, sul balcone è appoggiata la mia scultura. Impugno scalpello e martello e proseguo nel lavoro di rifinitura. Le mie ansie sembrano scomparire alla vista di un Cristo così bello. Che meraviglia! Controllo ancora i particolari della figura. Ho scolpito nel legno ogni ruga, ogni vena superficiale, persino i tendini delle mani, le unghie, gli occhi che sembrano parlare! Lo contemplo estasiato e ripenso alla frase della mamma quando mi ha chiesto con insistenza di scolpire un nuovo Gesù: “Lascia perdere Peter, fai un Crocefisso e quando sarà esposto nel Capitello tutti lo guarderanno e pregheranno!”. Questa sera consegnerò il mio lavoro a papà che mi aiuterà a levigarlo e a dare il colore per poterlo mostrare alla mamma. Sono ansioso di cogliere le impressioni che la scultura susciterà in lei. Dopo cena andrò a dormire molto presto così domani potrò salire sotto la parete e forse portarmi anche all’attacco della via. La prossima notte sicuramente la trascorrerò in uno di quei fienili forse, dove aveva bivaccato lo stesso Solleder con i suoi compagni: allora sarò solo, con la mia corda, il mio pesantissimo zaino e l’immensa passione per l’arrampicata.
Ha piovuto per circa due ore e con insistenza, il temporale ha scaricato tutta la sua energia; infine, con sollievo un vento forte da nord ha spazzato via le ultime nuvole, lasciando il sole a brillare sulla natura. Dalla parete scendono cascate che polverizzano l’acqua formando dei meravigliosi arcobaleni: il paesaggio è unico, incantevole, maestoso! “La mia via” sale lungo fessure e camini e sarà quindi tutta nell’acqua; domani, sicuramente, non sarà in condizioni ottimali per scalarla. Per passare il tempo decido di trasportare il materiale da roccia all’attacco ma le continue scariche di sassi dalla parete mi fanno ritornare sui miei passi. Alla sera, dopo aver acceso il fuoco ed essermi riscaldata la minestra, riempio lo stomaco con molte delle mie vivande. Continuo a guardare la parete minacciosa: la sua ombra avvolge tutto quanto in silenzio ed oscurità. Avverto una “fitta” di solitudine, mi sento barcollante nel mio coraggio: ho paura, un brutto presentimento e tanta voglia di ritornarmene a casa. Mi mancano i miei cari, gli amici, il mio caldo laboratorio e le mie sculture. “Ma perché sono qui? Cosa voglio diventare? Perché rischio in questo modo? Perché ho una forza così grande da farmi tentare la scalata di una delle pareti più difficili, per di più da solo? Ho voglia di rinunciare anche se da oltre un anno sto pensando a questa via. Probabilmente lo farò! ...ma solo domani”. Immerso in questi pensieri mi corico fra il fieno, ma il sonno non è così pacifico, anzi, sono sempre più inquieto; decido quindi di scacciare con forza tutte le ansie che occupano ancora la mia mente e piano piano mi addormento. All’alba, il temporale del giorno precedente è solo un ricordo, l’aurora rischiara le rocce sovrastanti. La notte con la luna, un cielo pieno di stelle mi hanno accompagnato sin qui e alla debole luce del giorno che nasce ho scalato velocissimo lo zoccolo roccioso. La parete è ancora addormentata, la roccia, nonostante sia bagnata e fredda, mi sembra accessibile, anche la famosa fessura di sesto grado è arrampicabile. È trascorso un po’ di tempo dal mio risveglio e si fa sentire la fame: decido di aprire il vasetto di marmellata della zia; ne mangio gran parte. Mi butto deciso nella mia avventura, sono consapevole come sulla parete dovrò essere velocissimo per non finire ingoiato da un repentino cambiamento di tempo. Nel primo pomeriggio un raggio di sole colpisce i miei occhi mentre slegato salgo le rocce inclinate che conducono al Cristallino, il piccolo ghiacciaio pensile posto in mezzo alla parete. Cerco di individuare la via, immedesimandomi nella logica dei primi salitori, un vecchio ma solido chiodo mi testimonia il mio intuito. Sono molto in alto e sono felice ma soprattutto ho caldo e non ho più paura. L’azione ha vinto i miei dubbi, avrei voglia di “volare”, ma il fischio di un sasso che precipita vicino mi riporta immediatamente alla realtà. “Peter!” — mi dico — “... stai scalando l’impossibile e sei quasi sempre slegato, fai attenzione!”. La cascata che vedo sopra di me mi ricorda come i primi salitori per superare quell’ostacolo furono costretti a passare sotto l’acqua. Decido, in quel tratto, di autoassicurarmi, consapevole che in seguito sarei salito molto più velocemente e nulla mi avrebbe fermato sino alla vetta. Riecheggiano nella mente le parole di Emil Solleder, quando — ormai al buio — salì gli ultimi metri della montagna: “Una cornacchia gracchiò, il vento gelido mi colpì, era la cima!”. La soddisfazione comincia ad avere il sopravvento, la tensione sembra attenuarsi, mi muovo in un’arrampicata più armonica. “Sono nella storia! Nessuno aveva osato tanto!”. Mi sento libero, forte, sicuro! Con questi sentimenti affronto il difficile tratto di parete sotto la cascata. Per alcuni secondi, pur protetto dalla mia cerata, trattengo il respiro rabbrividito da quella doccia di acqua gelida. Avverto tuttavia forte il desiderio di tornare al più presto alla luce, al caldo del sole lasciando quei camini bagnati, viscidi ma soprattutto così freddi. Improvvisamente un colpo! Una forte botta sulla faccia! Sto precipitando! Tento disperatamente di arrestarmi trattenendo la corda, ma sbatto tutto il corpo ovunque, soprattutto la testa e la faccia: “Mio Dio che brutta caduta!”. Il sangue esce a fiotti sotto il mento mentre con la mano tento di toccarmi la testa: ho il viso distrutto e per di più non riesco a muovermi. Credo di aver perso un occhio, ma ci vedo! Non reagisco, ma sono stanco. Cerco di capire cosa possa essere accaduto. Forse sono stato colpito da un sasso? Non riesco a capacitarmi perché sono caduto; guardando il maglione e la cerata inzuppata del mio sangue, ho paura: “Signore! Cristo aiutami!”. Improvvisamente sono leggero, estraneo, al cospetto del mio corpo che vedo ripiegato su se stesso. Sono sospeso a quasi mille metri di altezza, senza nessuna ferita, nonostante il pauroso volo mi sento leggero, anzi leggerissimo: sto volando! “Sogno o sono sveglio?”, esclamo spaventato. Fisso nuovamente il corpo. Anzi mi avvicino a lui muovendomi nel vuoto. Velocemente mi sforzo di fare mia questa irreale situazione. Tento di svegliarmi ma non ci riesco! Comincio allora a percepire la realtà della morte, del mio povero corpo, penzolante accanto a me. Raccolgo tutto il coraggio per avvicinarmi ad esso che vedo solo, abbandonato nel vuoto, immobile ed esanime. Volo attorno a lui, mi soffermo con lo sguardo sul volto. Gli occhi sono spenti, privi di vita, la pelle è di un bianco pallido e solo il sangue rosso vivo sembra ridonare la vita a quel viso morto. “Mio Dio!”, non immaginavo di avere un simile aspetto. Fino ad ora mi ero sempre visto in immagini piatte; in fotografia o allo specchio. Ora, vedo il mio corpo in una dimensione completa appeso ad una corda. Lo posso percepire nitidamente a pochi centimetri: non mi sembra vero! È come se fosse un oggetto, qualcosa che non mi appartiene; per lui non provo più nulla mentre mi pongo continuamente delle domande. “Cosa ci faccio qui? Non sarò mica morto! No, no! Non posso crederci, perché proprio a me...?”. Tento di permearmi in questa realtà, qual’è ora la mia nuova dimensione. Non riesco a descriverla! Non avverto nessuna sensazione corporea, nessun dolore e nessuna temperatura. “Povero me! I miei genitori rimarranno soli, sono morto!”. Non posso credere che tutto questo accada proprio a me, eppure non sono preoccupato e angosciato. Improvvisamente avverto il mio essere levitare lentamente verso l’alto. Tento di aggrapparmi alla corda, tesa come quella di un violino. Senza alcuna fatica salgo lungo le rocce sovrastanti e... proseguo oltre. Sempre più velocemente una forza misteriosa mi trascina verso il cielo mentre desidero disperatamente rimanere sulla terra, sulla mia montagna, sulla vetta che è sotto di me. Sono spaventato ciononostante continuo a salire in una luce che sempre più mi avvolge quasi totalmente, addirittura abbagliante. Percepisco una sensazione di benessere, qualche cosa di inspiegabile, che però aumenta vorticosamente. Potrei paragonare il tutto all’attrazione fatale del canto delle sirene, ma ancora di più, di più... Come è bello e meraviglioso godere di tutta questa pace, armonia e serenità! Non riesco a descriverne la gioia, il divino che sta in questo posto, non c’è nulla di umano in ciò che sento. Non desidero più ritornare sulla montagna! Incontro una luce ancora più forte, chiara, bella ma soprattutto non irritante: anche se in essa non colgo una persona, mi dà la sensazione che abbia un’identità che m’attrae. È una luce di comprensione, di assoluto amore, inimmaginabile! Dalla luce nasce un pensiero: mi chiede se sto bene, se sono pronto a morire definitivamente. È come se quel manto luminoso mi chiedesse che cosa io debba mostrare della mia vita. Da questa precisa sensazione seguono improvvisamente dei flashback: rivivo l’infanzia, la prima scultura, le mie scalate: quel lontano Natale e la corda per regalo..., poi molti altri momenti, insomma tutta la mia vita in un attimo! È strano, sto rivisitando la vita come se fosse un film a più dimensioni ed avverto la presenza di questa luce che evidenzia nel mio cammino terreno i momenti dove si è manifestato l’amore in modo tale che io possa comprendere sino in fondo l’importanza di quel sentimento. Il tutto comunque è gradevole e piacevole. Le immagini si succedono risucchiate come in un vortice: mi fanno piacere e tento di aggrapparmi ad esse, tornano vari pensieri, talvolta sono solo dei brandelli, ora riaffiorano ricordi: volti, persone, montagne. Poi, in un lasso di tempo che non riesco a quantificare, vedo delle figure umane che materializzo nei miei nonni scomparsi molti anni prima. “Ehi nonno Tita, ehi nonna Maria!”, grido stupito e felice di incontrarli. “Ciao Peter”, mi rispondono sorridendo quasi simultaneamente: “Ben arrivato in Paradiso!”.
Il Paradiso
Il Paradiso! Per tutta la mia vita ne avevo sentito parlare, anche se in sincerità desideravo arrivarci il più tardi possibile. Non potevo immaginare però tanta bellezza, armonia e serenità, orizzonti sconfinati, tanta luce e tanta musica. In questo spazio infinito non si sente il bisogno di nulla; si è permanentemente in una situazione piacevole avvolti dal Sommo Bene. Si può fare tutto! Volare, cantare, ballare, viaggiare nell’universo e nessuno incoraggia al male. Non riesco a misurare il tempo che passa, qui non ci sono notti o giorni, non ci sono ore o minuti, quelli che talvolta in terra diventano ossessionanti. Il mio spirito vola nel mondo e mi accorgo di quanto la vita scorra veloce, quasi a voler distruggere tutto. Ogni cosa sembra “nascere” per annientare la precedente: le persone, gli animali e i fiori appena accennano ad invecchiare sembrano farsi insignificanti. Il mondo è impazzito! Certo anch’io, quand’ero in vita, facevo dispendio di energie e mi preoccupavo eccessivamente. Invece di accettare una condizione più umile, volevo bruciare le tappe e finivo, inevitabilmente, per crearmi sempre nuovi problemi, nuovi disagi. I miei nonni già conoscono molte di quelle verità che vengono rivelate dopo la morte e per questo motivo rimango quasi sempre con loro per imparare. L’uomo spesso considera bello ciò che non è tale, ma si appaga di vedere un bello appariscente, privo di valori, anzi autodistruttivo, capace di creare solo infelicità, trascurando il bene e la sua anima. Solo quando si rende conto di avere un’anima ritrova serenità, armonia, pace e comincia ad assaporare la gioia del Paradiso. Ogni cosa sembra all’uomo semplicemente e direttamente la conseguenza di un’altra, crede che non esistano colpevoli delle numerose sofferenze; tutto scorre e tutto accade per equilibrarsi. Se qualcuno mangia, altri muoiono di fame: è normale! Per l’uomo è così, ma non lo è per Dio! L’uomo poteva avere un mondo meraviglioso, aveva addirittura il Paradiso, ma ha scelto la “libertà”. Libertà di riempire la terra di lacrime, quindi è imputabile! Tutto il “sapere” del mondo non vale le lacrime di un bambino che prega: “Mio Dio, aiutami!”. È difficile raggiungere la verità, soprattutto perché ognuno crede che sia giusta la sua “verità”; vogliamo che muti con il trascorrere del tempo, delle persone e delle tradizioni; ma l’amore, cioè il “gesto” che riesce a far sorridere, rimane così come è nato. L’amore è l’eternità stessa. Ciò che per l’uomo è fantasia, in Paradiso è realtà! Tutto è possibile: si hanno le stesse “possibilità di Dio” perché siamo parte integrante di Lui, del Suo amore e Lui ci dona tutto! È grazie all’Amore che tutto diviene possibile, è grazie a Dio se siamo vivi! Negli ultimi anni sono giunti in Paradiso anche i miei genitori e la mia unica sorellina, morti per le conseguenze di una grande guerra che ha decimato anche la popolazione della mia valle. Spesso ci incontriamo, immensamente felici in un amore puro! La mia Guida in Paradiso continua ad essere il nonno Tita, Angelo di prima classe e da lui ho ereditato la passione di arrampicare sulle montagne.
Essere Angelo
Sono molto felice anche se un “pochino” mi mancano le scalate; probabilmente l’essere giunto qui molto presto non ha saziato la mia passione per l’alpinismo e, se fosse possibile, qualche arrampicata me la gusterei ancora. Non riesco però a comprendere perché nonostante mi trovi in questa gioia eterna, ho ancora sete di vita terrena! “Posso risponderti io” - interviene il nonno leggendomi nel pensiero. “Vedi Peter, la tua voglia di scalare ancora le montagne, come lo stesso desiderio per altre passioni umane, sono comuni a tutte le anime giunte fra noi molto presto, cioè di chi non ha potuto vivere a lungo. Anche in tutto questo c’è il disegno di Dio!”. “Però tu e la nonna mi sembrate così felici, appagati?”, gli ribatto. “È vero, nipote caro, noi anziani siamo completamente soddisfatti! Tu invece, come altre anime “giovani”, hai bisogno ancora di esperienza terrena: ogni cosa, ogni essere, si chiama amore e nel suo nome anche noi che siamo in Paradiso, possiamo rivivere le stesse sensazioni, emozioni, gioie e dolori di quando eravamo in “vita” ma quest’ultima possibilità è una scelta rara. Chi rinuncia alla gioia e all’eterna felicità per ritrovarsi nuovamente nel dolore? Solamente gli Angeli custodi, ovvero le anime più forti, più giovani, meno stanche, le più coraggiose e desiderose di vita terrena scelgono di tornare nella vita. Però, caro Peter, se decidi di fare l’Angelo custode, dovrai farlo fino in fondo...”. “In che senso fino in fondo?”, chiedo. Ancora il nonno: “l’Angelo custode diventa protettore di una persona terrestre, lo accompagna e lo aiuta contro il male entrando nei suoi pensieri, nelle sue sensazioni, deve vivere le sue emozioni, i suoi errori, le sue sofferenze...”. “E anche le gioie spero?”, lo interrompo un po’ scocciato. “Certamente, mio caro, sappi che il lavoro dell’Angelo è una missione non facile; anzi, molto difficile e molto impegnativa: un compito che dovrai svolgere lungo tutta la vita del tuo assistito, fino alla sua morte. Il destino della sua anima è legato al tuo, quindi lascia perdere e ripensaci”. Interviene anche la nonna: “Non ascoltare il nonno e vai Peter, noi siamo orgogliosi e felici della tua scelta.” Poi rivolgendosi al marito: “Non scoraggiarlo, Dio premierà il suo eroico coraggio!”. E la nonna, continuando: “Dio ci ha dato, fra le molteplici possibilità meravigliose che possediamo, anche questa di diventare Angeli custodi: possiamo sceglierci una persona e guidarla al bene, a Lui. Come? Come ti ha spiegato il nonno. Tieni però presente che anche gli spiriti maligni, i demoni, possono entrare nel cuore, nella mente delle persone, provocando danni incalcolabili. Per un meccanismo un po’ complicato, le anime del Paradiso possono intervenire e combattere “questo male”, senza intaccare la libertà degli uomini, anzi ciò accade per scelta, spesso dopo una piccola preghiera. Vieni Peter, andiamo a farci un giretto sulla terra”.
C’è un traffico incredibile di spiriti bianchi e purtroppo anche neri, quest’ultimi temono gli Angeli custodi ma nonostante tutto, essendo in molti, continuano a disturbare la nostra opera; si possono paragonare a delle zanzare: succhiano a poco a poco Dio dalle vene dell’uomo e su alcune persone hanno anche il sopravvento. Molti uomini sono così arroganti e presuntuosi da non chiedere l’aiuto di Dio e di conseguenza il nostro, lasciandosi dissanguare. Altri credono di aver scelto la strada che li conduce a Dio, ma lo hanno fatto senza amare, così prima o poi, sono travolti dai demoni che gli ronzano attorno e — paradossalmente — a volte anche nel nome del nostro grande Dio, provocano molto male, finendo per fare il gioco opposto: sono tutti quelli che vogliono studiare Dio senza averlo mai amato veramente. Nel nostro mondo sono tanti! Basta però solamente un piccolissimo segnale, una semplicissima preghiera per farci intervenire e sconfiggere le sanguisughe del male. È sufficiente dire: “Dio mio aiutami!” e gli Angeli arrivano. Penso di aver capito le parole dei miei nonni e lentamente ripeto ciò che ho imparato. Per la Sua immensa grazia a noi Angeli custodi Dio ha dato la possibilità di scegliere anche la persona da accudire. C’è però una regola! Quando è stato assegnato il proprio assistito, non lo si può lasciare per tutta la vita, fino alla morte. Bisogna stare con lui e “portarlo” a Dio. Se non si riesce in questo è un grande fallimento; ci vuole quindi un grande coraggio, tanta determinazione e ancora voglia di soffrire e lottare, cioè la testardaggine e l’entusiasmo delle anime giovani desiderose di vivere ancora sulla terra. Ho chiesto di diventare l’Angelo di un alpinista, come ero in vita, possibilmente di un dolomitista, anche perché le mie esperienze in montagna furono solo sulle Dolomiti. Ai miei tempi era molto difficile trasferirsi su montagne lontane; il mio universo si limitava a quello della mia valle. Il tempo per scalare era limitato: dovevo lavorare nella falegnameria di papà, accudire le bestie, aiutare la mamma con la sorellina; la sera, mentre tutti si ritrovavano a fare “filò”, lavoravo il legno. Scolpivo prevalentemente la figura di Gesù in croce, talvolta la nostra piccola comunità lo acquisiva e lo poggiava ai bordi delle strade o dei sentieri e qualche volta vi costruiva attorno un capitello di sassi. Forse i miei Cristi, e le preghiere dei pellegrini ai loro piedi hanno contribuito a farmi arrivare in Paradiso? La mamma era orgogliosa del mio lavoro, mi ricordava in continuazione come questo mio impegno fosse una preghiera, un modo per lodare e ringraziare il nostro Dio, di sicuro era molto più felice alla vista di una mia nuova scultura che del mio faticare in scalate; sculture per me molto più impegnative dei miei crocefissi. La mia vita e la mia passione era scalare, cioè vivere quelle emozioni e quelle soddisfazioni che solo in vetta riuscivo ad apprezzare. Prima di partire per la mia missione sulla terra, il nonno mi avverte che sarei diventato l’Angelo custode di un giovane, con la passione per il gioco degli scacchi... “Ma come? C’è un errore! Ho chiesto un alpinista, non uno scacchista!”, lo interrompo seccato. “Non agitarti Peter! Giuliano ha tutti i requisiti per diventare un buon alpinista e lo sarà di certo se saprai convincerlo”, risponde calmo il nonno. “Ma si chiama Giuliano e...”. “Sten!”, prosegue ancora il nonno, lanciandomi un sorriso che ha il sapore di un buon augurio. “Che strano cognome!”, borbotto fra me.
— Seconda parte —
L’Angelo Peter e Giuliano Sten
Introduzione
Questo Peter, vero autore e protagonista del libro, è davvero una figura particolare. Non è certo quell’Angelo custode descritto da una certa iconografia sugli Angeli che li vuole sempre in una veste dalmatica ed in un atteggiamento serafico; anzi i suoi dubbi, la sua passione per la vita, lo rendono più vicino agli uomini che agli Angeli. Peter Gabrielli muore in un incidente in montagna mentre sta per entrare nella storia dell’alpinismo; infatti precipita quando sta realizzando il primo tentativo di salita in solitaria alla via Solleder al Civetta. Improvvisamente gli è negata non solo la soddisfazione di poter realizzare quella importante salita alla quale si era preparato durante molti anni di alpinismo ma soprattutto non ha più la possibilità di poter vivere la sua gioventù e di provare quei sentimenti e quelle passioni che pervadono ogni uomo. La voglia di continuare in qualche modo a vivere gli fa accettare l’incarico di diventare un Angelo custode di un possibile alpinista. Sarà suo compito avvicinare Giuliano Sten all’alpinismo e a Dio; assai facile gli è il primo molto più difficile appare il secondo. L’esperienza e la passione di Peter, nonché l’entusiasmo del suo assistito, portano in breve tempo Giuliano non solo sul sesto grado ma anche lungo difficili salite in solitaria. Durante queste ascensioni Peter ha un tale desiderio di arrampicare che non esita ad entrare nel suo assistito ed arrampicare con lui godendo del suo stato d’animo e delle sue stesse emozioni in modo da poter placare quel desiderio di montagna che un fatale errore gli fu negato. Stando vicino a Giuliano ha la possibilità di provare anche quelle passioni umane che per il suo amore verso le pareti e per la repentina morte non ha avuto modo di provare. Così scopre cos’è l’amore verso una donna, la paternità ed il dolore per la morte della persona amata. Questo desiderio di vita gli fa dimenticare il compito di ciascun Angelo cioè di avvicinare il proprio assistito a Dio. La sua preoccupazione, tuttavia, non è quella di imporre una fede a Giuliano ma piuttosto di dargli una prova dell’esistenza di Dio e del Bene affinché egli possa credere; cioè di dare o trovare chi possa rendere una testimonianza di fede autentica e genuina. Anche questo privilegio è di fatto negato al nostro caro Peter; infatti, sarà Serenella, la giovane moglie di Giuliano conosciuta anche grazie all’intervento di Peter, ad avvicinare Giuliano a Dio e sarà Lei, infine, a chiedere di diventare l’Angelo custode della sua famiglia terrena; sollevando così l’Angelo alpinista dal suo gravoso compito. Peter con rammarico si separa dal suo assistito dopo aver visto degli squarci che la vita gli riserverà, ma ora è appagato perché ha potuto vivere sia quel tempo che non gli è stato concesso che vivere quei sentimenti che la sua breve vita non aveva conosciuto. Peter con la sua voglia di vivere che vince anche la delusione di non vedere i suoi desideri più intimi ed importanti realizzarsi è comune a ciascuno di noi ed ecco perché possiamo riconoscerci in quest’Angelo la cui passione per la vita spesso ha il sopravvento sulla sua natura serafica. Giuliano e Peter lungo le loro scalate continuano ad interrogarsi anche sul significato dell’alpinismo. Ambedue sono consapevoli che di fronte alle difficoltà della montagna non è possibile giocare con se stessi, non c’è posto per la meschinità; infatti in parete le difficoltà o si superano oppure no: non c’è posto per le vie di mezzo! Questa considerazione vissuta fino in fondo fa rispondere ad ambedue che, nonostante i pericoli, vale la pena continuare ad arrampicare per poter continuare a scoprire il fascino dell’alpinismo soprattutto se vissuto in modo non totalizzante o prigionieri della propria passione che spesso ci distrugge impedendo così di esprimere fino in fondo le possibilità e la propria sensibilità come, in una certa misura, è accaduta al nostro caro Peter.
Gianmario Baldi
Giuliano Sten
“Peter, se avrai dei problemi o qualsiasi altra richiesta rivolgiti a Dio, chiamandolo semplicemente Papi; io sarò sempre con te pronto ad aiutarti!”, disse il nonno prima di lasciarmi.
Una luce molto lontana, un puntino luminoso attira la mia attenzione. Mi avvicino velocemente e scopro come quella luce non è altro che un fuoco nel mezzo di una valle: circondata di cime ombrose, nel “buio pesto” di una notte senza luna e priva di stelle. Vicino al fuoco un uomo avvolto nel sacco sta dormendo: è il bivacco! Nuovamente con l’occhio mi allontano e vedo in lontananza decine e decine di altri puntini luminosi. La mia curiosità vuole essere appagata, mi accosto, cerco di mettere a fuoco questa nuova realtà e più velocemente mi immergo in quella che scopro essere una piccola città: strade debolmente illuminate, case e finestre aperte; il rumore di qualche motorino di tanto in tanto rompe la quiete di una notte d’estate. Una vecchia casa, affiancata da moltissime altre tutte uguali e così prive d’identità, attira la mia attenzione. “Che sia la mia destinazione?”. Decido d’infilarmi in una finestra. Oltre le tende, una stanza semplice, arredata di vecchi mobili, il pavimento è di assi lunghe, vecchie insomma, tutto rappresenta un umile e popolare appartamento. In casa nessun rumore. Il mio occhio si ferma su qualche cosa di vivo: sembra una donna, non più giovane, profondamente addormentata. Nella stanza non c’è nessuno oltre a lei; l’immagine mi procura imbarazzo e mi eclisso velocemente uscendo di lì. Attraverso una porta semi aperta, entro in un’altra stanza da letto dove mi accorgo di tre ragazzi tutti addormentati. Cerco di capire da chi sono occupati i tre letti sparpagliati nei vari angoli: sono oramai certo che uno di loro sia il mio assistito, il mio futuro compagno. “Chi di loro è Giuliano?”, mi chiedo proseguendo nel mio curioso “viaggio” sopra i loro corpi. Il mio sguardo si ferma su uno di quei letti dove uno dei giovani dorme assiduamente, sopra di lui un poster raffigurante dei bambini debolmente illuminato dalla luce della strada. Sotto, sul comodino, un libro di scacchi, dal titolo: “Il centro partita”. Adesso capisco chi è e dove sta dormendo il mio assistito! “Grazie Papi, sono arrivato a destinazione!”. Mi sento emozionato perché finalmente ho “una grande vetta da raggiungere”. In Paradiso ho imparato ad amare la gente per quello che è. Le ultime parole della nonna: “Peter dovrai insegnare a Giuliano che solamente trovando Dio ed amando il prossimo avrà la pace con se stesso e con la natura! L’avvenire gli sta davanti: è cresciuto in una famiglia in difficoltà; presto sarà grande e si allontanerà per avventurarsi con te sulle montagne”. Odo la voce del nonno che mi dice: “Ecco Peter, ora, se vuoi, potrai osservare i sogni” del tuo assistito, potrai anche vivere “direttamente” tutto ciò che egli prova, potrai entrare in lui”. Incuriosito cerco di farlo, spingendomi nei suoi sogni che quasi sempre svelano la vita più segreta.
Alcuni giorni dopo, il mio Sten è in procinto di giocare una partita a scacchi. Tra le dita della mano destra l’inseparabile sigaretta e in quella sinistra un bicchiere colmo di latte caldo: di fronte l’ostico avversario! Non capisco nulla di questo gioco, anzi non riesco proprio a capacitarmi di come si possa trascorrere gran parte della propria vita in questo modo; mi sto terribilmente annoiando! All’improvviso un amico interrompe la mia monotonia invitandolo ad una escursione alpinistica sul monte Stivo. Nuovamente il nonno si fa avanti e mi dice: “Dai Peter, puoi trasmettere il tuo messaggio a Giuliano, richiamare la sua attenzione su quest’idea nuova; se insisti forse riuscirai a convincerlo!”. Inizio così il mio lavoro di persuasione: “Sì! Sì! Che bella avventura! Che meravigliosa possibilità... e così via per molte volte finché il mio assistito si rivolge all’amico rispondendo: “Ma, non so..., non sono mai salito su una montagna!”. Aggiunge il fautore dell’idea: “C’è sempre la prima volta! Allora d’accordo domani, alle sette del mattino davanti al bar Imperiale”. “Va bene!”, conclude Giuliano. Il giorno successivo, il mio protetto è puntuale all’appuntamento; vestito di un paio di scarponi in prestito, di pesanti pantaloni di velluto “a costa larga”, di un giubbotto in lana ed una borsa a tracolla, inizia così la sua prima avventura in montagna. Mentre mi affianco a lui nei faticosissimi passi sulla neve, per raggiungere la vetta dello Stivo, la voce inconfondibile del nonno mi incoraggia: “Bene Peter, il tuo affiliato comincia ad essere un alpinista! Finalmente puoi rivivere la tua “voglia di montagna” non ancora appagata, puoi provare la sua stessa fatica fisica e psichica, puoi ritornare ad essere alpinista però in modo diverso da prima. Infatti, ora potrai trasmettere al tuo assistito molti segreti della tua esperienza ma, non potrai “intaccare la sua libertà di scelta” perché la decisione ultima, prima dell’azione, spetta solo a lui!”. “Su dai, vai, entra in lui! Vivi con lui e, dopo tanti anni soddisfa il tuo desiderio di avventura e di montagna!”. Ecco faccio ciò che mi consiglia il nonno.
...sto camminando nella neve profonda, sono sudato fradicio e continuo a guardare in alto, verso la fine della salita, lassù dove le nuvole corrono e si nascondono in un turbinio di neve sollevato dal vento. Devo farcela! Devo raggiungere i miei compagni di escursione che si sono allontanati lasciandomi solo: salendo molto più velocemente. Ogni due passi devo fermarmi a respirare e a riposare! Guardo in valle e vedo il lago di Garda, proprio sotto di me c’è Arco, la valle del Sarca mentre più sopra c’è la cima del monte Stivo, la mia mèta! Ma perché ho accettato l’invito di buttarmi in questa fatica? Non potevo starmene tranquillo al Bar a farmi una bella partita a scacchi? Comincio a rendermi conto di come non solo le forze mi stanno abbandonando, ma anche di come la calma si stia trasformando in disperazione per la tremenda situazione. Gli amici mi hanno lasciato e sicuramente staranno ridendo o prendendosi gioco di me. Ma che m’importa di loro, devo vincere questa sfida e salire. Lo faccio passo dopo passo sorretto soltanto dalla mia volontà; non sono mai salito su una vera montagna, salvo su qualche sasso scalato da bambino e per gioco, nel tentativo di esplorare le grotte vicine a casa mia. C’è una casa, vedo della gente, probabilmente i miei compagni che non voglio nemmeno incontrare da tanto sono stanco e arrabbiato. Così proseguo tenendomi lontano da loro. All’improvviso una raffica di vento mi percuote, mi trovo ai piedi di una grande croce e... c’è il vuoto davanti a me: che spettacolo al momento dell’arrivo in vetta! Mi inginocchio stremato, slego dalla vita il mio giubbotto e lo indosso, mentre il mio sguardo si perde sulla città, sulla valle, sulle montagne. Non ho mai visto il mondo da così in alto! Non ho mai vissuto un’avventura così grande! Mi scopro felice, incantato, ammagliato da tanta bellezza e forza della natura. Finalmente sono soddisfatto, orgoglioso di questa vittoria. Mi rendo conto di come qualche cosa di importante stia accadendo in me, è come se la mia vita stesse per cambiare. Ho vent’anni e mi trovo sulla mia prima vera cima!
“Nonno. È incredibile!!! Avevi ragione! Ho vissuto nuovamente l’emozione della montagna da ‘protagonista’”. Mi ribatte: “Sono felice per te, avresti però potuto dimostrarti un po’ più attivo, metterci qualcosa di tuo senza vivere passivamente i suoi pensieri, le sue sensazioni, le sue emozioni. Ad esempio avresti potuto consigliare al tuo assistito delle pause al momento giusto, oppure di levarsi il giubbotto al primo caldo, e così via; a lui poi la decisione se farlo o meno!”. “Hai ragione nonno Tita — rispondo — ma ero così frastornato ed emozionato dall’esperienza da abbandonarmi completamente in lui”.
Con l’aiuto del nonno ho iniziato ad imparare le molteplici possibilità concesse dal mio Papi agli Angeli custodi. Finalmente ho capito come posso aiutare Giuliano a crescere, ad andare oltre: sulle pareti vertiginose, sul sesto grado e, forse, affrontare anche l’alpinismo più avventuroso delle “vie nuove”.
Il passaggio del naso
Da alcuni mesi stiamo arrampicando con ritmo impressionante. Ogni giorno che passa il nostro legame si rafforza: infatti, seguo Giuliano da una roccia all’altra di Val Scodella. Contagiato dalla sua passione mi dimentico che devo aiutarlo a “crescere”, di essere parte della sua coscienza. Arrampica con uno zaino pieno di sassi sulle spalle, un paio di vecchie e pesanti pedule certamente non adatte al suo modo istintivo di muoversi (ma è l’alpinismo di quest’epoca, degli anni Settanta). Giuliano Sten è molto giovane, di media statura, magro e con gli occhiali ed i lineamenti scarni; si sforza di poggiare la punta del piede, mantenendo il tallone basso per non stancare il muscolo della gamba e per aumentare così l’aderenza sulla roccia della famosa suola rigida “Vibram”. Sulle rocce della palestra di Val Scodella è abitudine di tanti alpinisti non proteggersi; quasi tutti salgono, scendono oppure traversano in molti casi senza corda. Su questo terreno è possibile superare, in continuazione, dei marcati strapiombi e salire così in alto dove non è consigliabile cadere. È il metodo ideale per creare un buon capocorda, un alpinista sicuro, abituato a muoversi senza grandi protezioni. Il mio raccomandato su quelle rocce, è quasi sempre da solo. I più forti alpinisti hanno già un compagno, le cordate sono formate ed affiatate, non è facile espugnare un ambiente così esclusivo, non ci sono alternative: i meriti in montagna, come gli stessi compagni, vanno conquistati con la passione e mostrando le proprie capacità! Ciò non rappresenta un problema, anzi Giuliano è stimolato, felice e realizzato nella gioia di potersi allenare migliorando continuamente: ogni passaggio superato è un traguardo, una vittoria! Devo “guidarlo” con prudenza, per poter affermare di aver iniziato bene la mia carriera di Angelo custode. Sten di tanto in tanto si lega alla corda di qualche compagno ad esempio Alberto, gestore del Bar dove c’è il Circolo scacchi, è il primo che l’ha introdotto sulle rocce di Val Scodella, oppure Günter con l’inseparabile compagno di corda Sergio, soprannominato “Bussola”. Quest’ultimi rimangono colpiti dalle sue capacità e da loro arriva l’invito per la prima arrampicata vera: una via di duecento metri in cordata. La scelta per questa nuova esperienza in montagna cade sullo Spigolo del Primo Apostolo nelle Piccole Dolomiti: una via molto esposta e classica, di quarto e quinto grado. L’emozione e la grande gioia del mio alpinista si riflettono nel mio cuore e mi trovo a rivivere la stessa felicità di quando anch’io avevo vissuto quello stesso momento tanto tempo prima. La giornata è splendida... Giuliano cammina con gli occhi al cielo, non ha mai visto montagne così alte, pareti così impressionanti. Per me invece è tutto normale, sono nato nelle Dolomiti, ho scalato pareti di mille metri e sono un alpinista esperto; ciononostante ho il privilegio, in quanto Angelo custode, di rivivere tutte le emozioni del mio assistito e quindi il mio spirito freme per l’entusiasmo di ritrovarmi nuovamente ai piedi di una montagna. La scalata non è difficile, comunque Sten non nasconde la tensione per il suo battesimo su una montagna vera; solo dopo il primo tiro di corda si rilassa in un’arrampicata armonica. Il famoso “passaggio del naso” è bellissimo, indimenticabile anche se con grossi appigli. La vetta offre i soliti rituali: la stretta di mano, le congratulazioni, la corda avvolta attorno al corpo e finalmente un panino interrotto di tanto in tanto da un sorso di the o di vino. Giuliano è entusiasta, sta toccando il cielo con un dito mentre si gode il panorama unico, mai visto prima. Come farò a fargli accettare che fra pochi giorni sarà arruolato in un battaglione di fanteria? Sembra una beffa per un alpinista con tanta passione, però anche questo fa parte di un disegno che, sebbene Angelo, non riesco a comprendere. Anch’io dovrò soffrire del suo dolore per la lontananza da casa, ma soprattutto per la mancanza delle nostre montagne. Pensando a casa mi ritrovo a fare una constatazione: “Talvolta è necessario essere preparati per un’intera vita a diventare grandi alpinisti, ma soprattutto uomini pronti a portare croci, sofferenze essenziali per capire, migliorare e quindi avvicinarsi a Dio. Papi ha dato a Giuliano delle grandi possibilità ed anche modestamente un Buon Angelo custode: e non è poco!”. Mi ritornano alla mente le parole del nonno: “Caro Peter, se scegli di fare l’Angelo custode potrai anche vivere tutto ciò che prova il tuo assistito, compresi gli stessi dolori!”.
Finalmente le Dolomiti!
“...non preoccuparti Fante! Alla fine del C.A.R., partirai per le truppe di montagna”. “Grazie, signor Capitano”, rispose Giuliano al suo comandante dopo avergli spiegato tutte le motivazioni per le quali desiderava trascorrere il periodo militare sulle montagne. Venne il giorno della definitiva destinazione; assieme alle altre reclute attendeva con ansia la nuova dislocazione in una caserma. Verso la fine dell’elenco l’altoparlante annunciò: Giuliano Sten... Napoli! “Che bel ritorno in montagna!”, mi dissi addolorato, deluso, ingannato. Alla stazione ferroviaria di Roma, in attesa di proseguire il suo viaggio, Giuliano comprò un libro di montagna dal titolo: “Il manuale dell’alpinista”. Lo imparò a memoria diventando il suo unico compagno di viaggio e il nesso con la filosofia d’essere scalatore di montagne. Sten ha vissuto una vita difficile: la mancanza del padre, nonostante l’immenso amore di una mamma votata ai figli, ha costretto la sua infanzia in salita; a otto anni cominciò il lungo periodo del collegio (furono gli anni che non avrebbe mai voluto vivere); quel periodo lo ha vissuto impotente con tanta nostalgia di casa e della sua libertà, ma rafforzò il suo carattere. Ogni giorno imparo a conoscere il mio protetto sia nel presente come nel passato, ma il suo destino mi è nascosto per non sentire la tentazione di modificarlo, magari involontariamente. A pochi mesi dalla sua prima vetta non è servito stimolare Giuliano per trovare la sua via: continua a scalare, ad allenarsi: è travolto da una passione più grande di lui! Tutti i giorni devo arrampicare, vivere le tensioni, paure, vittorie; sta bruciando i tempi, è sempre oltre il limite, rischiando la vita in ogni momento. Lo “guido” su ogni appiglio, su ogni appoggio e gli indico la via; mi riconosco, mi ritrovo negli stessi sentimenti. Anch’io sono “bombardato” psicologicamente, ho paura per il suo sistema nervoso ed anche per la sua vita. Se accadesse “l’inevitabile” il mio compito sarebbe un fallimento, certamente non riuscirei nemmeno a portarlo con me in Paradiso. Non vuole ascoltarmi! L’unica mia consolazione è l’immensa emozione che, giorno dopo giorno, provo nel veder crescere la sua capacità e la sua esperienza alpinistica, così capisco come ben presto mi sarei ritrovato in solitaria sul sesto grado. Per tutto il giorno, Giuliano osserva una fotografia delle Torri del Vajolet. Le Dolomiti! Finalmente! Ritorno a “sognare”, le mie montagne, la mia valle; devo convincerlo al “magico” incontro! Lui non le ha mai viste, ne ha soltanto sentito parlare. Quindi spingo il mio “lavoro psicologico” nella sua mente. Trascinati come siamo dalla vita crediamo di essere noi i veri padroni delle nostre attività e delle nostre azioni; invece, un “giorno” dovremo ammettere, come in molte occasioni, siamo stati “guidati” da qualcun altro. È arrivato il giorno fatidico! Un’occasione unica anche per il mio spirito di poter condividere alla maniera del mio assistito non solo le ansie, i dubbi ma anche l’eccitazione che preannunciano una scalata importante così potrò partecipare fino in fondo alle emozioni che furono anche mie.
...Un’alba molto bella, senza una nuvola, in un giorno di primavera ormai inoltrata. La mia città sembra risvegliarsi nuovamente: un furgone si ferma davanti ad un’edicola, scarica un pacco di giornali mentre, di tanto in tanto, qualche portalettere entra alle Poste e alcune saracinesche di bar si alzano. Osservo il tutto, mentre sono seduto su una poltroncina dell’autobus, immerso nei miei pensieri, nei miei sogni, che lascio soltanto per ritornare alla realtà del mio equipaggiamento e della mia attrezzatura da roccia: corda, moschettoni, casco, martello e qualche chiodo che da poco ho imparato a conficcare nella roccia. Penso alle preoccupazioni di mia madre che vincendo le sue paure mi ha regalato la mia prima corda e le pedule d’arrampicata e di come soprattutto mi ha donato tanta fiducia. È stata lei a preparare un sacchetto con qualche vivanda, dandomi anche qualche soldo. A Trento cambio bus e per la prima volta nella mia vita contemplo la Val di Fiemme e la Val di Fassa, le prime vere montagne: le Dolomiti! Dopo aver scambiato quattro chiacchiere con l’autista, chiedendo informazioni sulle famose Torri del Vajolet, mi rendo conto di quanto avrei dovuto camminare per raggiungerle. Scendo dalla corriera nel fondovalle dove comincio a inerpicarmi sulla ripida stradina che porta al rifugio Gardeccia. Stupore, meraviglia per ciò che vedo accompagnano il mio lungo cammino: scorgo pareti altissime, vertiginose guglie, torri di roccia che si ergono dai verdi prati; formano un circo immenso. La bellezza del paesaggio però non mi distoglie dal mio obiettivo perché tutto il tempo che passa fra l’attuazione di un’impresa importante e la prima idea, procura ansia, tanta impazienza. Alle quattro del pomeriggio sono finalmente ai piedi delle mie Torri. Mentre “disegno” la “mia via”, mi accorgo con sollievo di come le rocce sovrastanti sono molto articolate, di conseguenza sono certo che la scalata non mi dovrebbe procurare grossi problemi, come ad esempio quelli incontrati in solitaria lungo le vie più difficili della gialla e strapiombante parete del Croz di Naranc’, sopra Rovereto. L’attacco è sulla prima Torre, la Delago, sfruttando un’evidente fessura (più tardi verrò a conoscenza che si tratta della via Preuss), la supero slegato ma con la corda attorno al corpo e con l’inseparabile zaino; proseguo salendo tranquillo e abbastanza veloce verso la cima che raggiungo in poco tempo. Il vuoto che mi circonda è impressionante accentuato dallo spazio ridotto della vetta e dalla solitudine. Solo il volo solitario di un gracchio rompe quel deserto di cime ricordandomi come debbo ritornare con i piedi a terra. La mia inesperienza mi dice di scendere il più in fretta possibile. Facilmente per rocce straordinariamente appigliate e solide dello spigolo riguadagno la base, dove lascio lo zaino, mangio un panino e sorseggio un goccio di the. La soluzione tranquilla e veloce della mia scalata, il sole che ancora illumina il mio volto mi ridanno vigore, forza e soprattutto voglia di continuare ad arrampicare, di svelare quel mondo nuovo che fino a pochi mesi prima avevo solamente conosciuto attraverso i libri di montagna. Sono immerso nei miei sogni, nella storia della montagna, mi sento a mio agio, anzi tutte le paure che c’erano fra me e quest’avventura non esistono più. Il mio baldanzoso coraggio nello scoprire rocce molto più facili di quello che prevedevo è un invito a rimettere le mani sulla roccia lungo un’altra via (Fehrmann) che trovo più facile della precedente. Su e giù, in poche ore, quasi di corsa da queste torri, solo e senza incontrare altri rocciatori. Perdo così la dimensione del tempo, la realtà delle tenebre che si avvicinano, il freddo della sera che annuncia la notte. Centinaia di luci in valle, compresa quella del rifugio sottostante si accendono, mentre mi sento soddisfatto per questa scalata importante, appagato, orgoglioso di averci provato. Finalmente sono un vero alpinista!
Completo, ritorno nella mia dimensione per osservare le montagne da unico protagonista, sebbene sia privo di corpo fisico posseggo tutto ciò che è nell’anima ed ancora di più! Caro amico mio, guardandoti nel buio della notte mentre scendevi agilmente il sentiero che conduce in valle, nonostante la tua miopia, ho trovato come sia bello muovermi con te, vivere il tuo entusiasmo, arrampicare nuovamente slegato ed entrare nel tuo animo. I desideri migliori sono possibili! Se sogni di diventare un alpinista e continui a volerlo con tutte le tue forze, è probabile che ci riuscirai: ci vuole soltanto una grande fede e un grande cuore! Sono un Angelo custode e non posso dimenticarmi che Giuliano ha un corpo che deve riposare, dormire, mangiare e fare altre cose. Cerchiamoci dunque un fienile e poi si vedrà!
Un compagno di corda
Finalmente un compagno di corda! Giorgio, seppur giovanissimo ha appena compiuto i 18 anni d’età, è un alpinista molto preparato, di grande maturità e capacità tecnica. Sten invece è più vecchio di tre anni e vuole “volare” oltre, tentare una via nuova su una cima che conosce molto bene: il Colodri. Il suo intento è di vincere la gialla e strapiombante parete sud lungo un itinerario, a mio parere, troppo ardito. A causa della sua inesperienza si è fossilizzato nella convinzione di poter salire lassù, tralasciando così delle altre possibili prime ascensioni più accessibili, almeno per la qualità della roccia. La primavera è giunta in ritardo ma più ridente del solito: la natura germoglia, fiorisce. Il sole riscalda nel mezzo della giornata, facendo risaltare la mitezza del clima di Arco. È il giorno prestabilito per la salita, la cordata sta per “attaccare” nel fondo di una grande grotta. Giuliano e Giorgio, vestono gli stessi abiti che usano portare in Dolomiti: i pantaloni alla zuava, i calzettoni di lana escono dalle grosse e “rigide” pedule d’arrampicata, la canottiera a maniche lunghe e sulla schiena i soliti zaini pieni di materiale alpinistico, acqua e vivande. Giuliano s’infila l’imbrago dove appende il martello, i chiodi, un grosso cuneo di legno di pioppo, moschettoni e cordini; infine, si lega le grosse corde da 11 millimetri. Il primo tiro di corda è un piccolo capolavoro di tecnica alpinistica e coraggio. Si svolge lungo un traverso obliquo, su rocce verticali e molto friabili, superate con l’aiuto di un solo chiodo. La sosta è sopra un pulpito, quasi inesistente, posto all’esterno della grotta ed è accarezzato dal sole che rende le rocce sovrastanti più vive e articolate. È però un’illusione! Le difficoltà della via sono grandi, come enorme è la tentazione di provarci anch’io. Mentre Giuliano sta assicurando il compagno ora primo di cordata, decido con titubanza di trasferirmi in lui.
Giorgio è lassù, venti metri sopra di me, lo sto seguendo con apprensione ed ansia; un po’ preoccupato lo vedo costretto a superare un passaggio in traversata oltre il sesto grado. Anch’io, proseguendo oltre, scopro il mio limite negli ultimi metri del terzo tiro. Sopra, la via “cala” nelle sue difficoltà, soltanto qualche passaggio m’impegna costringendo le mani e gli scarponi ad incastrarsi in una fessura.
Immerso nello Spirito del mio assistito mi accorgo di arrampicare oltre a quelli che sono stati i miei stessi limiti “umani”, partecipo ad una gioia indescrivibile. Penso agli anni vissuti in Paradiso, all’amore del mio grande Papi e alla possibilità concessami di calmare la mia sete di alpinismo facendomi Angelo custode di uno scalatore così esuberante e con così tanta grinta. È un’esperienza grandiosa, molto difficile, ma carica di soddisfazioni e di tanta felicità.
Cosa sarei, senza Dio? Semplicemente non “sarei più”, come gli uomini che non vogliono credere: non esisterei! Quindi non potrei più pensare, amare, aiutare gli altri. Bisogna morire per scoprire quanto grande è l’amore di Dio. Non devo dimenticare però, che lo scopo della mia missione è quella di portare il mio assistito in Paradiso! E non di arrampicare! Queste riflessioni mi spingono ad allontanarmi dal proseguo della scalata per un bel po’ di tempo; soltanto più tardi, volando sopra la vetta, la mia curiosità è attratta dalla presenza di molte persone ai piedi della grande croce di ferro. Sono i miei amici che festeggiano la loro prima via nuova! Il sole tramonta sulle scogliere del lago di Garda illuminando la cima del monte Stivo ancora carico di neve, le pareti sono completamente immerse nell’ombra e il silenzio domina mentre gli alpinisti stanno scendendo a valle; infine resta soltanto quella croce in cima alla montagna. Girovagando, il mio pensiero vola indietro nel tempo di alcuni mesi quando Giuliano si era avventurato per la prima volta sulla via Barbara sempre ai Colodri ed in solitaria. Quel giorno ... con l’unica corda e qualche lungo spezzone arrampicava su e giù per il lungo diedro; assicurandosi ai vari chiodi oppure lentamente e con pazienza, riavvolgeva la corda attorno al corpo per proseguire in “libera”, almeno dove le difficoltà lo permettevano. La sete, la tensione per la paura di cadere mettevano il suo carattere a dura prova ma ciononostante insisteva perché quello era il suo “universo”, il suo modo di scalare! Il libro di via, sulla stretta cornice alla base del grande camino sommitale, la firma in stampatello: “Giuliano Sten, prima solitaria!”. Non mi sono mai preoccupato più di tanto del fatto che il mio compagno arrampicasse da solo perché nella realtà non lo era: c’ero pur sempre io! Assieme abbiamo formato una cordata ideale! Però durante alcune salite, senza volerlo, Sten si è spinto in imprese troppo rischiose mettendo a repentaglio anche la vita: anche in quelle occasioni ho cercato di proteggerlo in tutti i modi. È solo un “caso” che sia andato tutto per il verso giusto. La colpa è soprattutto mia, solo mia! Sono io la causa della sua grande passione, lo Spirito guida; devo velocemente escogitare qualcosa, ad esempio aiutarlo a trovare un buon compagno. Quest’estate ho vissuto accanto a lui un’esperienza molto pericolosa, tanto da rischiare di vederlo precipitare e morire. Una salita in particolare ha scosso e messo in crisi il mio modo di essere Angelo, di aiutare il mio assistito.
Giuliano, lavorava come impiegato all’Ufficio postale di Canazei dove si era fatto trasferire per poter placare la sua voglia di Dolomiti. Quasi tutti i giorni, dopo l’orario di lavoro, si portava sotto le vertiginose pareti rocciose per scalare. Lo faceva trasferendosi con la sua inseparabile motocicletta sulla strada che porta al Passo Sella, dove saliva di corsa i ripidi sentieri che conducono all’attacco vero e proprio delle vie. Metteva le mani sulla roccia, quasi sempre dopo le quattro del pomeriggio. Indimenticabili sono le nostre scalate lungo le vie del Sella, del Pordoi e particolarmente del Piz Ciavazes. In un giorno, che non dimenticherò mai, Sten camminava sul sentiero con l’andatura veloce e con gli occhi fissi per terra, come se riflettesse. Lo raggiunsi alla svelta, ma tenendomi dietro di lui. Finalmente, mi misi accanto, guardandolo di traverso: il suo viso aveva un’espressione pensierosa; il suo sguardo era limpido e calmo mentre si portava all’attacco della via Del Torso al Piz Ciavazes. I primi duecento metri di quarto grado di difficoltà non gli crearono alcun problema, ma poi per sbaglio si trovò ad arrampicare lungo una gialla e marcia fessura proprio nel fondo del grande diedro. Decise di autoassicurarsi in “qualche modo”; per delle strane coincidenze proprio all’ultimo tiro rinunciò alla corda, impigliatasi nei chiodi o tra le rocce. Una grave imprudenza! Ma Giuliano prese questa decisione perché la serata era afosa e cupa; la tempesta brontolava nell’aria annunziando il suo avvicinarsi con nuvole nere, minacciose di rovesciare torrenti d’acqua scroscianti. Stava facendo notte e perdipiù non conosceva la via di ritorno. Sulla cengia, a metà parete, invece di scendere seguendo il comodo sentierino che porta al Passo Sella, il mio compagno decise di seguire la direzione opposta, imboccando il canalone ghiacciato che scende a fianco del famoso Spigolo Abram. Il canale all’inizio sembrava la via più logica di discesa, infatti, non era difficile, solo successivamente divenne più ripido, addirittura con salti verticali che per essere superati richiedevano l’uso della corda: quella che non c’era! Quel giorno le ho tentate tutte per farlo desistere dall’intenzione di proseguire in quell’avventura, ma senza alcun risultato. Quando sopravvenne un violento acquazzone, accompagnato da fulmini, che lo infradiciò inzuppandolo fino alle midolla. L’acqua non cadeva a gocce, ma sferzava la roccia a scrosci, i lampi balenavano continuamente. La scena somigliava in modo impressionante ad una cascata, ma era infinitamente più forte, pareva una di quelle scene che raramente si vedono nella vita! Anche se il temporale durò pochi minuti, le cascate d’acqua torrenziali continuavano a scendere giù per tutto il canalone impetuose e minacciose, sprofondando nel precipizio. Giuliano trovò rifugio in una nicchia di roccia dove rimase in attesa; mai, mai si era sentito così terribilmente solo! Più tardi il cielo ritornò sereno, e pieno di stelle; la notte si fece fresca. Le pareti del canale erano ancora scure e spaventose mentre l’alpinista solitario arrampicava demoralizzato sulla roccia bagnata e gelida. Si era reso conto di essersi infilato in una trappola, in una via senza ritorno. Era un puntino nell’oscurità dell’abisso che doveva continuare a scendere arrampicando. Si fece un gran silenzio! Avvertivo la paura, l’angoscia e lo sfinimento del mio compagno. Quell’esperienza, drammatica per un esperto alpinista, poteva invece essere fatale per il mio protetto! Solo io potevo aiutarlo! Dovevo condurre un’impresa ardua anche per un Angelo custode: guidarlo e sostenerlo moralmente, il resto sarebbe accaduto per destino, anzi per volontà di Dio! A volte, nella vita, capita di trovarsi di fronte a difficoltà insormontabili: se vogliamo vivere dobbiamo non solo aprire gli occhi, ma anche superarle. Se invece vogliamo la morte dobbiamo semplicemente bendarci gli occhi e lasciarci trasportare dagli eventi. Per buona fortuna il tempo dopo la tempesta si mantenne relativamente calmo. Lentamente, attingendo alle ultime forze Giuliano continuava a scendere, passò tutta la notte tra ghiaccio e roccia, immerso in uno stato immaginabile di intensa angoscia mentale e fisica. In quella terribile situazione rimase fino all’alba, quando la luce rivelò più chiaramente l’ultimo salto roccioso. Sfinito, con la forza della disperazione si allungò appeso alle sole braccia deciso a lasciarsi cadere sebbene vi fossero ancora trenta metri di parete sotto di lui. No! no! non farlo. Gli gridai attraverso il cuore, la mente e tutta la sua essenza. Fu un miracolo! Per la misericordia di Dio fu salvato dal pericolo. Con le ultime forze e l’ultimo barlume di coscienza scalò anche l’ultima paretina. Dal suo diario del 14 luglio 1975: “... quasi in fondo al canalone ho traversato su rocce bagnate: c’erano difficoltà di sesto grado, tutto il corpo era poggiato sulle punta degli scarponi che scivolavano... era finita! Mi sono allungato per saltare, precipitare nel vuoto di oltre trenta metri ma, fortunatamente qualcosa mi suggerì che non era proprio il caso di farlo e continuai ad arrampicare. Avevo la febbre, mi sentivo morire! Mi inginocchiai in attesa che il cuore scoppiasse, invece Dio volle che vivessi!”. Dall’esperienza vissuta ho capito l’importanza di un buon allenamento fisico e psichico, essenziale come la stessa corda durante la discesa. Ciò che ho superato questa notte è stato frutto di me stesso, della mia volontà... “Ed anche del tuo Angelo! Caro testone! Prima o poi lo ammetterai”, mi dissi. Quando tutto sembrava risolto, il mio compagno si accasciò per terra e perse i sensi. Era lungo e disteso, immerso in un profondo torpore, con la testa per metà nell’acqua, sembrava non dare più segni di vita, ma era ancora vivo! Nuovamente cominciai a chiamarlo più volte e, finalmente si risvegliò. Quando rinvenne, era disteso per terra e soltanto con grande sforzo riuscì a mettersi in piedi. Lentamente, Giuliano scese fino alla strada dove era la sua motocicletta e ritornò a Canazei (con il mio aiuto, naturalmente!). Il direttore dell’Ufficio Postale, alla vista dell’impiegato talmente provato e con le mani gonfie, gli chiese che cosa fosse accaduto: Giuliano tentò con molta eccitazione di spiegare la sua avventura, ma fu interrotto: “Per carità ragioniere, se ne torni in albergo e cerchi di dormire per tutto il giorno!”. La notizia fece il giro del paese. La lezione insegnò al mio protetto l’importanza di studiare le relazioni delle vie, lasciando perdere i tracciati disegnati sulle cartoline postali. Anch’io ho sbagliato nell’affrontare la mia Civetta da solo e purtroppo l’errore mi fu fatale! Non è accettabile che l’uomo vada incontro a certi rischi, ma di certo è umano, specie quando la passione vola oltre la ragione.
Ninnananna
Per l’uomo è un grande mistero il disegno di Dio! Ma non c’è mistero se accettiamo che la nostra vita gli appartiene! Dio contiene tutte le cose e gli esseri, le montagne e gli oceani, gli uomini ed i fiori, le albe, i tramonti, le notti piene di stelle, tutto quanto è Dio! Ma egli è molto, molto di più. In Lui c’è l’uomo che nasce, che vive, che muore ma soprattutto che ama! Faccio queste considerazioni girovagando fra le vette del Sassolungo. Nel mezzo di tanta bellezza e maestosità penso al mio amore smisurato per l’alpinismo, a tutto ciò che avrei voluto fare e a ciò che, purtroppo, non ho fatto. Alle mie inquietudini e alle mie insoddisfazioni che hanno avuto pace solo dopo la morte, scoprendo l’amore di Dio. Il segreto della vita? Bisogna amare, amare con passione, senza concentrarsi su ciò che si ama. E amare, amare in continuazione senza riprendere fiato, per tutta la vita!
Dopo mille peripezie Sten è riuscito ad infilarsi nel sacco leggero di nailon e nell’amaca. Lo ha fatto per non intralciare l’amico Feo durante i preparativi della cena. È il bivacco! L’unico punto di sosta possibile in quella zona strapiombante. Il fornelletto appoggiato con cautela su una mensola rocciosa di pochi decimetri, gli zaini e tutto il materiale da roccia appeso ai chiodi, Feo in trazione sulla corda con i piedi appena appoggiati lavora “ai fornelli”. La sera cala, l’aria, un po’ più fresca, si fa sentire sulla parete facendo volteggiare la fiamma del fornelletto con un fruscio. Per cena, un brodino vegetale in busta, con un omogeneizzato di carne, crakers al posto del pane e per dessert nulla. Giuliano seduto nell’amaca, prende la scodella che scotta, e si riscalda le mani come da sua abitudine; ed anzi, siccome comincia a fare freddo, lentamente comincia a sorseggiare quel caffè d’orzo d’acqua bollente. Infine, Feo estrae da una “scatoletta”, tipo tabacchiera, la sua farmacia ed invita il compagno a prendere un bicchiere d’acqua con il “Polase” sostenendo la sua utilità per l’acido lattico e successivamente gli dona una pillola di “Tavor” indispensabile, secondo lui, per dormire in condizioni estreme. Il tutto con un modo di fare e una gentilezza unica che ti ispira una fiducia illimitata. Feo ha il suo modo d’essere alpinista: in montagna bisogna rimanere il più a lungo possibile e bivaccare, solo allora si può dire di amarla veramente. Giuliano, invece, freme di raggiungere la vetta, per scoprire “ciò che si trova dietro l’angolo” e solamente alla fine dell’avventura si rilassa veramente. Sono due caratteri opposti! In comune però hanno la poesia e l’immensa voglia di alpinismo. La notte accentua il vuoto di un’altissima parete. Anche se posso camminare nell’aria, mi è rimasta ancora la paura di “volare” che per un alpinista significa precipitare. Mi muovo da una cima all’altra salendo sulle vette, attraversando profondissimi canaloni rocciosi, passando davanti a pareti vertiginose. La luna piena rischiara le cime che creano delle lunghe ombre come fosse giorno. Vedo, da vicino, fessure, diedri e rocce appigliate; immagino vie ideali da salire. Il tutto come un gioco. Per un attimo ho la stessa sensazione come fosse un qualche cosa di già vissuto in particolare quando dal basso studiavo le vie da percorrere e sognavo... mai comunque ho potuto essere così vicino alle montagne. Quante cose mi sono permesse come Spirito guida! Decido di volare sulla Cima Grohmann, poi sulla vetta del Pollice delle Cinque Dita per rivivere alcune scalate di quand’ero in vita. È tutto così diverso! È scesa la notte, una notte rischiarata da una luna crescente, sembra una sfera luminosa, prossima ad alzarsi sopra le vette. Comincio ad assopirmi. Fra le tante possibilità che mi sono permesse c’è anche quella di dormire e sognare entrando nel sonno del mio affiliato. È una fortuna: altrimenti non saprei cosa fare durante la notte. Decido di ritornare al bivacco, punto di partenza del mio volo solitario, per dormire o per ascoltare i discorsi dei miei compagni. Per il rientro prendo la strada più lunga: scendo alla base del Pilastro della Torre Innerkofler e ripercorro solitario la scalata di oggi. Fingo un’arrampicata perfetta ma per me non esiste la gravità. La via che stanno aprendo è molto bella, esposta; diventerà una “classica”! Salgo lentamente superando tutti i passaggi fino alla zona più strapiombante dove Giuliano è sdraiato nell’amaca, mentre Feo è seduto in una nicchia, con i piedi sospesi fra due staffe che gli sorreggono le gambe. Comincio a sentire il desiderio di addormentarmi, approfittando anche del sonno del mio protetto ma scopro, con disappunto, che non stanno dormendo bensì chiacchierando. Ascolto: “Caro Feo, hai avuto un fiuto incredibile nell’ideare una via così bella. È un’opera d’arte!”. Risponde l’amico: “Avevo notato questo pilastro a forma di calice già da molto tempo, sapevo che ci avrebbe regalato un’arrampicata entusiasmante”. “È il mio primo bivacco nel vuoto”, aggiunge Giuliano. “Ciano, guarda che bello! Le luci in valle, le cime... guarda la Luna!”. E parlano, parlano a lungo, svelandosi i segreti più intimi. Infine, Feo conclude: “Ora Ciano, ti suono la ninnananna con l’armonica. Cerca di addormentarti perché domani, prima dell’alba, il freddo ci sveglierà”. Il volto di Sten scompare nel passamontagna. Da vicino posso distinguere soltanto i suoi occhi ancora spalancati ed illuminati, di tanto in tanto, da un raggio di luna che scherza con lo strumento musicale di Feo. Le palpebre si fanno pesanti e il sonno lentamente li avvolge entrambi. Sono contento anch’io di riposarmi perché dopo tutto sono “stanco morto”. Le ore della notte si trascinano, interminabili.
Fa freddo, un freddo che inizia a salire dai piedi e che, piano piano, ti impedisce di dormire. D’un tratto un chiarore, di cui non si capisce la provenienza, illumina l’immenso panorama di cime. Mi sembra che il chiarore esca dalla neve del ghiacciaio della Marmolada, lentamente le più alte vette si colorano di rosa, e finalmente il sole rosso appare davanti a noi.
Feo, con l’ultima acqua della borraccia prepara il primo caffè della giornata. Giuliano si sente coccolato, viziato dalla gentilezza del compagno di corda, una impressione che dura però soltanto qualche minuto... “Ciano, purtroppo siamo senza acqua e bisognerebbe recuperarla!”. Da un’analisi veloce della situazione aggiunge: “Porcaccia la miseria, siamo sotto la cima, pensi proprio che ci serva?”. La richiesta di Feo, infatti, non è tanto semplice. Sten ha capito che per riempire la borraccia è necessario prima attraversare fino ai camini, dove si sente una cascata d’acqua, poi, sotto la pioggia, attendere pazientemente che l’acqua fredda entri nel buchetto della borraccia: un’operazione ardua, soprattutto perché tentata con il fresco gelido del mattino. “Non è simpatico fare il bagno con questo freddo!”, si rivolge all’amico un po’ seccato. Ma Feo lo rassicura dicendogli: “Vedrai che brodino ti farò più tardi!”. “Va bene Feo, d’altronde è l’unico modo per procurarsi da bere”. Lo sforzo per risalire la corda fissa, con lo zaino pesante sulle spalle fa dimenticare al mio assistito il bagno gelato, anzi il sole già alto sull’orizzonte comincia a riscaldare fino al sudore; finalmente raggiunge la sosta e si libera del carico, ora può sbizzarrirsi da capocorda, alternando l’esperto compagno. Raggiungono la vetta nel primo pomeriggio dopo aver scalato anche qualche cima minore per il puro piacere di farlo. Giuliano è entusiasta per l’esperienza, ma soprattutto perché il compagno più esperto gli ha umilmente dato l’occasione di arrampicare da “primo di corda”. Non tutti i grandi dell’alpinismo lo permettono! Rivolgendosi a Feo: “È una grande via, la tua via!”. “La nostra via, caro Ciano. Ti va bene se la chiamiamo la via del Calice e la dedichiamo a Franco Gadotti?”. “Perfetto Feo, sei sempre grande!”.
Un paio di “Superga” bianche
All’inizio dell’estate mi stavo preparando mentalmente a passare tutta la stagione sul lago di Garda. In compagnia dell’“Ora”, o del forte vento del nord, immensa felicità dei velisti. Sten alterna l’arrampicata con la vela, le barche e i surf ma il suo cuore è per la montagna! Durante lo scorso inverno il mio beniamino si è congelato il pollice e ora si è reso necessario un piccolo intervento chirurgico con un conseguente periodo di convalescenza.
In un afoso venerdì di luglio, Giuliano, sul terrazzo di casa se ne sta comodamente sdraiato con il suo piedone bendato; annoiato si prepara a trascorrere un caldo pomeriggio quando, improvvisamente, qualcuno suona alla porta di casa. La mamma apre e..., “Ehi, Azzu!”, grida Giuliano felice di ricevere la visita di un caro amico e perdipiù uno dei più forti alpinisti lombardi. “Ciao!”... “Cosa ti è successo?”, gli dice Augusto notando il piede fasciato del compagno. “Lascia perdere!”, risponde Giuliano. Dopo aver chiacchierato a lungo tra loro, Sten chiede all’amico qual buon vento lo portasse a Rovereto. Gli risponde Azzu: “A dire il vero, era mia intenzione invitarti ad una scalata in Civetta ma..., purtroppo, ti trovo infortunato”.
“In Civetta, sarebbe meraviglioso!”. Su dai, digli che sei disposto ad accompagnarlo con la tua automobile, almeno fino al rifugio, penso d’impulso fra me. Infatti, desidero ardentemente rivivere un’arrampicata sulla mia montagna e quindi comincio il “lavoro” di persuasione.
Prosegue Giuliano: “Ho visto che sei arrivato con la motocicletta; se lo desideri potrei accompagnarti con la mia automobile fino alla base del sentiero che porta al rifugio, è un’occasione per parlare di montagna, per stare un po’ assieme”. Per tutta risposta, Azzu gli replica: “Splendido, sei la manna dal Cielo! Naturalmente se ce la fai a guidare!”. “Non ci sono problemi!”, aggiunge il mio beniamino: “Però non far parola con mia madre altrimenti si inquieta!”. Dopo alcune ore di viaggio trascorse dai due amici parlando di avventure, svelandosi i loro progetti alpinistici, giungono a destinazione. Tanta è la voglia di stare in montagna che Giuliano invita il compagno a sostenerlo nel tentativo di salire anch’egli al rifugio. Il mio alpinista, dopo aver alleggerito la fasciatura del piede ed infilate un paio di scarpe da ginnastica, si avvia a fatica lungo il sentiero. Fin dai primi passi il dolore si manifesta così forte da costringerlo ad appoggiarsi all’amico; ma ci si abitua anche alla sofferenza. Verso sera zoppicando vistosamente varca la porta del rifugio Vazzoler. L’indomani, il tempo non è bello, anzi molto nuvoloso ma la pioggia sembra, almeno per qualche ora, farsi attendere. Per trascorrere il tempo i due amici si portano all’attacco della via Tissi, sulla Torre Venezia. A quel punto il richiamo della montagna, la grande voglia d’arrampicare si fa forte e Sten vuole provare la scalata: “Credo che con quattro ‘zampe’ andrei meglio che con due!”. “Ok, proviamoci! Se ci saranno dei problemi per il tuo piede scenderemo immediatamente”, prosegue Azzu, svuotando lo zaino di tutto il materiale necessario. La tentazione di entrare in azione è tanta, purtroppo l’idea di arrampicare provando lo stesso dolore al piede del mio assistito, mi fa desistere. Giuliano non è mai stato paziente! Un’impazienza innata, soprattutto con se stesso, gli fa muovere i primi passi sul verticale trascinando il piede offeso. Si lega la corda all’imbrago; appende i moschettoni sulla fettuccia, posizionando alcuni chiodi ed il martello all’imbragatura, con decisione si muove. Le difficoltà non sembrano impensierirlo, anzi la roccia è talmente compatta ed appigliata che la sua arrampicata procede sicura: usando come spinta l’unica gamba efficiente e sfruttando le braccia. Le “Superga” bianche aderiscono perfettamente alla roccia e non stringono il piede. Sten, felice di ritrovarsi con le mani nuovamente sulla montagna, non si accorge di essere salito per diversi tiri di corda. Ad un tratto la voce lontana di Azzu gli urla di aspettarlo procurandogli un brivido: “Non mi dirai che devi ancora legarti?”, grida Giuliano al compagno. “Per forza!”, risponde Azzu, “Ho visto il capo della corda che saliva con te e non sono riuscito a raggiungerlo”. “Ma... allora sono salito senza protezioni?”, chiede Sten. “Certamente! Se è possibile vorrei anche fare qualche tiro da capocorda”, aggiunge Azzu. In poche ore la cordata è in vetta. La discesa è per Giuliano un continuo tormento, il suo piede è infiammato. Solamente poggiarlo gli procura delle fitte dolorose costringendolo a scendere barcollando: l’equilibrio è talmente precario che finisce anche per cadere in un crepaccio, fra ghiaccio e roccia. Al rifugio la prima operazione, la più difficile, è quella di levare la scarpa e la benda: il pollicione completamente giallo e gonfio richiede un immediato ammollo nell’acqua calda e salata, e una nuova fasciatura. Augusto è entusiasta sia per la velocità della scalata, sia perché il tempo brutto del mattino li ha risparmiati durante la salita. Parla a lungo di alcune vie che vuole fare ed in particolare le più difficili del Sass de la Crusc. Dopo alcuni minuti si allontana per fare una telefonata. Al suo ritorno invita Sten ad accompagnarlo con l’automobile in Val Badia, dove avrebbe incontrato Beppe e altri amici di Milano per ripetere una via, per l’appunto, sul Sass de la Crusc. Giuliano è felice della richiesta perché a Corvara, capoluogo della Val Badia, avrebbe incontrato il suo compagno di corda impegnato come istruttore presso la Scuola Militare Alpina. Già la domenica mattina, Sten e Giorgio sono impegnati lungo le fessure strapiombanti del Diedro Mayerl; mentre Azzu con i suoi compagni stanno ripetendo “il Grande Muro” di Messner. Nonostante il piede sempre dolorante, il mio sestogradista si trova a suo agio in quell’arrampicata molto atletica, motivato in modo particolare da una piccola sfida. Al rifugio un valligiano osservando il “ditone” malmesso seccamente e con convinzione gli disse: “Tu, in quelle condizioni e con le ‘Superga’, non arriverai all’attacco del Diedro Mayerl!”. “Sì, naturalmente!”, gli rispose scocciato il mio assistito. Giorgio, si diverte in quella scalata molto simile a tante altre della Valle del Sarca, dove aveva superato passaggi ben più impegnativi. La via obbliga a tirare molto sulle braccia mantenendo i piedi prevalentemente in aderenza, peculiarità che favorisce la scalata del mio protetto. Entrambi raggiungono rapidamente la vetta senza alcun rischio. I problemi sorgono, invece lungo il ritorno, dove si devono usare solamente “due zampe!”. Giuliano inizia il cammino barcollando, ben presto però si rende conto che il piede malconcio non lo avrebbe portato molto lontano. Infatti nelle vicinanze del rifugio il dito è talmente infetto che è costretto a levarsi la scarpa e a proseguire con l’aiuto, anzi con le spalle di Giorgio. Il piede gli duole, ma è così contento di sentirsi ancora “libero di volare” al punto di riuscire a sopportare tutto con gioia. La sera, nuovamente il “bagno” e la solita medicazione. Il giorno seguente, il mio assistito ed Azzu completano quelle straordinarie giornate con un’altra via sul Piz Ciavasez nel Gruppo del Sella per ritornare finalmente a casa! Prima di presentarsi alla madre Giuliano ritiene saggio fare un salto al Pronto Soccorso. Il medico di turno, trovandosi davanti al pollice gonfio e giallo per l’infezione, esclama: “Ma cosa ha fatto con questo piede..., la Marcialonga?”. “Sta scherzando dottore, ho solo fatto il sesto grado!”, risponde il mio raccomandato. Naturalmente la frase è compresa come una battuta.
Il re del Brenta
Siamo ormai assieme da dieci anni e abbiamo continuato ad arrampicare, a salire molte vie, compresa la mia Civetta dove Sten e Renzo hanno aperto anche una nuova variante. È stato fantastico ritrovarmi sulle mie rocce ed è stato bello fermarmi con Giuliano nel paese di Pieve di Livinallongo, ospiti del parroco don Bruno e dell’amico Piero. Per contraccambiare la generosa accoglienza i miei compagni si sono calati lungo il campanile della chiesa per sistemare la lancetta dell’orologio che, a causa del peso della neve, non segnava più l’ora esatta. Il parroco, preoccupato per la sorte degli alpinisti decise d’invitare la popolazione a pregare e fece suonare le campane, dimenticando come a pochi centimetri ci fossero i due alpinisti. Il paese è vicinissimo alla mia vecchia casa... la mia valle è rimasta intatta come allora, e con lo stesso panorama sulla mia Civetta.
Oggi, al Rifugio Brentei nel cuore del Brenta, si parla sempre di vie di roccia più o meno difficili. Questa sera il rifugio è colmo di alpinisti che al mattino tenteranno di scalare le vie o del Crozzon di Brenta o della Tosa ma soprattutto le vie della Guglia per eccellenza: il Campanile Basso. Giuliano e Renzo, seduti davanti a due boccali di birra, discutono con altri alpinisti. I discorsi dei due amici si concentrano su una via del Campanile aperta quindici anni fa da Pit Schubert e Klaus Werner lungo il vertiginoso spigolo Sud-Ovest, fino ad allora mai ripetuta. Mi rendo conto che comincia ad esserci qualcosa di più di un semplice interesse per questo itinerario e sono certo che domani saremo lassù, tutti e tre.
Il sole compare all’orizzonte ed il vento sta ormai cessando completamente quando, il mio assistito si accinge a mettere le mani sulla roccia. Renzo nel frattempo si prepara, anzi per alcuni istanti osserva attentamente e ansiosamente i movimenti del compagno, poi decide di fare velocemente sicura. È sempre così ricco di tensione l’attacco alla parete! Giuliano veste una tuta rossa da meccanico e questo lo rende ben visibile dal sentiero attrezzato delle Bocchette che attraversa la cima opposta distante meno di cento metri. Nel successivo tiro di corda Renzo, senza volerlo, sale direttamente nei camini iniziali fin sopra ai tetti che chiudono l’uscita, prosegue poi il compagno dirigendosi verso lo spigolo. È una nuova variante alla via originale che viene realizzata dopo una serie di passaggi difficili. Il sole si nasconde dietro le nuvole e di lì, ritorna in piena vista, splendendo in un chiarore che si riflette sul nevaio della Val Brenta. D’improvviso, come per magia, tutte le cime divengono luminose per poi ritornare grigie e così alternamente per tutta la scalata. Sono molto impressionato dall’ambiente e decido di godermelo abbandonando la cordata in una magnifica arrampicata. In poche ore percorrono tutto lo spigolo e non c’è più, tra loro e la cima, che il nulla. Sono in vetta ed io con loro! Di fronte le grandi pareti nord del Crozzon di Brenta e della Cima Tosa, ricoperte di neve. In basso la scena è più morbida: ci sono distese di prati e colline di boschi lussureggianti. Sulla vetta del Campanile siamo stregati da questo spettacolo naturale. Di questo monolito roccioso, considerato una delle cime più belle del mondo, nella mia vita terrena ne avevo solo sentito parlare. La notizia dell’exploit è giunta veloce al re del Brenta, Bruno Detassis, che inevitabilmente incontriamo nel suo rifugio. “Eravate voi sulla Schubert al Campanile Basso?”, chiede Detassis. “Sì!”. “Si può anche dirlo quando si fanno certe vie?”. Giuliano e Renzo rimangono imbarazzati. “Ma..., perché? È successo qualcosa?”. “No”, risponde il grande alpinista un po’ seccato, ed aggiunge: “Semplicemente si può dirlo!”. E poi conclude: “Vi offro un panino!”. I due cominciano a riflettere. Ben poche sono le situazioni in cui un uomo possa trovarsi, senza che egli senta un profondo interesse per un’altra persona. Seduto ad un tavolo del rifugio, Giuliano non fa altro che parlare dell’episodio e ben presto si rende conto come il Brenta, o meglio quella parte del gruppo dove si incontrano gli alpinisti veri, è territorio incontrastato di Bruno Detassis. È come se ogni alpinista fosse sotto la sua protezione, la sua esperienza, i suoi consigli: è la caratteristica di queste montagne, il fascino del suo grande re! Gli amici si rendono conto di aver commesso, sebbene involontariamente, una “gaffe” e cercano di rimediare. Al mattino Giuliano si avvicina al grande alpinista: “Mi scusi..., ci potrebbe indicare una via per oggi...”. Perfetto, mi dico soddisfatto, la cosa fa il vecchio felice e con entusiasmo risponde: “Sul Torrione Comici, c’è una mia via di quinto grado, molto atletica”. I miei compagni corrono sul sentiero, attaccano la via, la salgono quasi di corsa facendo anche delle fotografie. Infine, discendono e ritornano al rifugio. Il tutto in poche ore sorprendendo anche il re del Brenta che incredulo, chiede: “Siete ritornati, non avete fatto la via?”. “Ma no!”, risponde Renzo, “L’abbiamo salita ed è molto bella!”. Detto ciò, comincia a raccontare dell’arrampicata, lasciando il Bruno meravigliato. Giuliano si accorge e ne approfitta per chiedergli: “Potrebbe indicarci un’altra via un po’ più difficile?”. Detassis per un istante resta pensieroso e guardando le Cime di Campiglio, di fronte al rifugio, indica una sua prima ascensione aperta con il Re del Belgio, la quale forse, non è mai stata ripetuta. “Ci sarebbe quella parete nera, laggiù. C’è da fare una difficile traversata a corda per raggiungere quel profondo camino. È di sesto grado!”, spiega Bruno. Ne approfitta Giuliano con tono un po’ scherzoso e confidenziale: “Se ci offre un minestrone, andremo lassù!”. “Va bene.”, ribatte Bruno sorridendo. Non è difficile per Sten che ama particolarmente i traversi, compresi quelli con la corda, spingersi in quella nuova avventura. Al primo tentativo la cordata risolve elegantemente la via, sotto gli occhi o meglio il binocolo, di Bruno e di un folto pubblico. In poco tempo ritornano al rifugio, dal quale Giuliano riparte per un’ultima arrampicata in solitaria lungo la via Steger. I due, verso sera, si ritrovano e, malgrado le strane emozioni procurate, lasciano Bruno Detassis incuriosito, meravigliato, anzi entusiasta: hanno suscitato simpatia per il loro modo veloce e sicuro di arrampicare. Il mio protetto e Renzo hanno così l’onore di mangiare nel “santuario” di Bruno: la saletta dietro la cucina, luogo riservato ai grandi alpinisti o agli amici più intimi. Fra Bruno e il mio assistito nasce un’amicizia, un “feeling” stretto. Il più giovane prova piacere nel parlare o anche nel solo ascoltare il più anziano: da Bruno riscopre il valore della “storia”, i segreti più intimi del Brenta, insomma impara a guardare la montagna con occhi nuovi. Trascorriamo molte estati nelle Dolomiti di Brenta dove facciamo la conoscenza di centinaia di alpinisti più o meno famosi. Giuliano impara ad amare queste cime e se ne innamora al punto tale di salirle quasi tutte anche più volte. Bruno infine, gli insegna l’importanza di andare in montagna rispettando l’alpinismo degli altri. In lui, il vecchio alpinista invece, ritrova l’entusiasmo per ritornare con le mani sulla roccia. Assieme salgono in vetta sia del Campanile Alto che del Campanile Basso. Bruno ha già compiuto 74 anni!
Un incontro particolare
Finalmente avete deciso di legarvi! La montagna con le difficoltà della sua parete Nord ve lo ha imposto. Giuliano voleva scalare la via dell’Ideale in Marmolada, per questo ieri si era portato a Canazei e casualmente aveva incontrato Tone che gli ha presentato la moglie e i figli; per la nottata è rimasto suo ospite. In Val di Fassa altri alpinisti avevano tentato senza successo il Pilastro nord della Roda di Mulon, la via era ancora vergine! Tone lo sapeva e conosceva bene il valore di Sten e le difficoltà presenti nelle oltre cento vie nuove da lui aperte. Era un’occasione da non perdere! La vita è un imprevisto continuo! Quanti progetti si perdono durante una vita e quante situazioni nuove ti fanno cambiare modo di agire e di pensare? Anch’io a vent’anni avevo molti sogni nel cassetto. Invece sono morto e non riesco ancora a capire come. Sono entrato in un altro mondo, in un’altra vita. Ho incontrato gente nuova, ho rivisto i miei nonni e molte persone care ma soprattutto sono entrato in Dio, il mio Papi.
Questa via è molto bella, l’ambiente è severo e maestoso; la parete è lunga quasi novecento metri e la roccia liscia ma bucherellata come quella della Vallaccia. Il mio alpinista non fatica ad entrare in armonia con la parete e arrampicare come è nel suo stile, Tone lo segue sicuro. Il rintocco di una campana ad intervalli regolari, perdendosi nei campi e sulle cime, attira la mia attenzione. Decido di volare nella mia valle, nel mio paese, nella mia casa; ci sono stato “migliaia” di volte, soprattutto dopo la mia morte, per aiutare e “guidare” i miei cari come Papi mi ha insegnato. Ora i nonni, i miei genitori e mia sorella sono in Paradiso. Con il pensiero ritorno indietro nel tempo: come era triste, la domenica, sentire le campane suonare il vespro. Sulla strada maestra la gente si fermava a parlare: era l’uscita dalla chiesa. Le donne tutte eleganti nei loro vestiti ricamati, i contadini con l’abito della festa, i bambini correvano attorno a loro, saltellando fino all’ora di pranzo. Tutti tornavano a casa. Dal pomeriggio, fino a sera tarda, gli uomini giocavano a carte nell’unica osteria del paese. D’inverno, alle cinque, la nonna accendeva il fuoco e alla sera ci abbandonavamo al calore del camino per raccontarci molte storie. Durante la bella stagione, quando il tempo lo permetteva, partivo di buon’ora per le mie scalate. Non si sentiva cantare un uccello, tutto sembrava addormentato, mentre con la mia bicicletta pedalavo fino al paese di Mario, il mio inseparabile compagno di corda, che dopo la mia morte ha lasciato definitivamente l’alpinismo. In quegli anni cresceva in me la grande “passione” per la montagna che si attenuava solamente quando prendevo in mano lo scalpello per creare le mie opere nel legno. Amavo la scultura ma soprattutto l’opera d’arte; sentivo che avrei potuto fare un capolavoro d’estetica sulla montagna, oppure nel legno, ma per riuscirci avrei dovuto esprimere tutta la forza del mio cuore. Con l’amore si può tutto! La mamma veniva nel laboratorio di falegnameria per portare la colazione a me e papà tutte le volte che presi dal lavoro ci dimenticavamo di salire in casa. Lavoravo sodo assieme a mio padre, però in fondo al cuore, aspettavo la domenica per soddisfare il mio bisogno di montagna. Durante la settimana scrutavo con occhi innamorati le montagne per scorgere lontana la mia prossima via. Di mattina e di sera, la mamma e la nonna accudivano le bestie. Mia sorella, molto più piccola, andava a scuola in paese. Di tanto in tanto papà prendeva il carro e portava i nostri lavori dappertutto. Il nonno ripeteva sempre che bisognava fare economia. All’ora dei pasti ci trovavamo tutti, sotto il camino che talvolta, a causa del vento, fumava e il tetto scricchiolava. Aspiravamo il profumo unico delle salsicce e della polenta, mentre il nonno, a capotavola, spezzava il pane in parti uguali. Il gesto mi ha sempre ricordato la stessa semplicità con la quale il nostro Signore, durante l’ultima cena, preso il pane, lo spezzò, e lo divise con gli apostoli. Al ricordo della mia vita, ho voglia di piangere, ma poi rifletto, quindi posso constatare, come durante la mia esistenza non ho mai provato tanta gioia come quella di cui godo in Paradiso, ma se ho scelto di ritornare sulla terra è si per aiutare Giuliano ma è anche per poter fare qualche scalata appagando così la mia voglia di montagna. Decido di ritornare sulla Roda di Mulon, successivamente, visto che la cordata progrediva sicura e veloce, mi porto sulla parete nord della Civetta. Ripercorro l’ultima mia via, soffermandomi sul punto dove penzolava il mio corpo privo di vita, il luogo mi appare impressionante. Mi colgono mille interrogativi. Resto in quel posto pensando, dimenticandomi del mio assistito. Nel pomeriggio, mentre mi avvicino..., vedo la cordata oramai sull’affilata cresta sommitale; sono lontani come puntini persi nella maestosità dell’ambiente, meriterebbero una fotografia. Ascolto Tone spiegare al compagno le sue incredibili discese con gli sci dalla parete del Gran Vernel, proprio lì di fronte. Si stanno preparando al ritorno ma non conoscono la montagna e non sanno bene da che parte ridiscendere! Decido di allontanarmi per scrutare la parete sottostante. Individuo la via di discesa in un diedro a forma di rampa obliqua che cala fino ai piedi del ghiacciaio della Marmolada. Velocemente risalgo e suggerisco la mia idea entrando nell’intuito del mio assistito: infatti, dopo qualche corda doppia, li vedo muoversi verso il basso slegati proprio su quella rampa che avevo individuato precedentemente. Corrono felici, soddisfatti sui ghiaioni sottostanti e prima di cena raggiungono il Rifugio Pian Trevisan. Là trovano la guida emerita Dezulian oramai molto anziano, come i suoi due amici. I “vecchietti” si avvicinano e si presentano: Hans Steger e la moglie Paula Wiesinger. Giuliano è shockato. Si trova dinanzi la “storia”, delle vere leggende! Steger confida in un cattivo italiano di averli seguiti durante la scalata. Dezulian si congratula mentre assieme ai suoi illustri ospiti scrivono una dedica su una cartolina, Sten rimane incantato. Mi accorgo di come abbia dimenticato la gioia e la soddisfazione per aver aperto un’altra via nuova per lasciare spazio a quell’incontro indimenticabile. In macchina lo scorgo pensieroso, decido quindi di entrare nei suoi pensieri:
È bellissimo aver incontrato Steger! Ripenso ad una delle mie prime scalate importanti: lo spigolo “Steger” sulla prima torre del Sella. Mi ritrovo con la mente sull’ultimo passaggio sotto la cima, il più difficile dove centinaia di cordate hanno provato la stessa gioia nel ripercorrere quel tratto. In seguito come in una fotografia, rivedo la parete est del Catinaccio, i cinquecento metri della via diretta, aperta per l’appunto da Steger con la moglie Paula. Molti anni fa l’ho scalata con Franco, Giorgio e con noi anche Gianmario, il letterato della compagnia. Una via bellissima, quanto ardita, un sesto grado, se si considera che per sbaglio abbiamo seguito la variante Vinatzer. Ricordo la bravura e fatica di Gianmario, il mio compagno di corda, che seppur meno allenato per quelle difficoltà, ha tirato fuori tutta la forza e volontà per seguirci nell’avventura. La via Steger al Catinaccio è stata per noi un sogno, un mito raggiunto. Quel giorno portavo un paio d’occhiali da vista, con le lenti molto scure. Già al calar del sole sulla parete, avevo problemi di vista: vedevo scuro come fosse notte! Non dimenticherò mai gli ultimi tiri di corda, la stanchezza dopo una giornata intera trascorsa ad arrampicare su difficoltà quasi estreme e la striscia rossa del sole all’orizzonte che preannunciava la notte. Con Gianmario, seguiti da Giorgio e Franco, raggiungemmo la vetta a sera tarda, di notte le corde doppie lungo la via normale. Non vedevo nulla con gli occhiali così scuri ma fortunatamente la buona vista dei miei compagni mi guidò durante una discesa per me molto insidiosa, quasi impossibile; solo all’alba tutti quanti arrivammo finalmente a casa. Che tempi! Che giornata! Non la dimenticherò mai! Non conta se oggi, con le comode scarpette ai piedi potrei salire slegato lungo quella via; è importante questo ricordo che non mi abbandonerà mai.
Uscito dal pensiero del mio assistito, anch’io mi abbandono al passato, rifletto sull’alpinismo di dieci anni fa, sull’equipaggiamento d’allora: gli scarponi pesanti ai piedi, lo zaino altrettanto pesante sulle spalle, il materiale da roccia, compreso lo stesso abbigliamento molto meno leggero di quello di oggi. La tensione prima della salita, la paura di non riuscire, lo stesso modo d’arrampicare misurato e lento, di sicuro meno istintivo di quello che oggi è permesso grazie alle scarpette super aderenti. Non più la fatica di allora, nemmeno però sulla vetta la stessa gioia e soddisfazione!
Allievi e maestri
I suoi compagni conoscono Giuliano a fondo, gli vogliono un gran bene! Sono esperti alpinisti che sanno intuire il pericolo; specialmente quando vedono il loro capocorda insicuro, indeciso. Da lui, Fabio ed Alessandro hanno imparato molto, forse hanno scoperto ciò che già avevano dentro, di certo comunque lo considerano un maestro. “Nella vita si è allo stesso modo allievi e maestri, perché imparare significa scoprire quello che già sai!”.
“Fai attenzione!”, comunico mentalmente al mio assistito. “Giuliano, metti un chiodo!”, insiste Fabio con decisione. “La roccia è bagnata, è molto scivolosa! Scendi di alcuni metri e metti qualche cosa!”, consiglia Alessandro. “È un buon consiglio” rifletto, osservando il vuoto sotto di lui, ma visto che si trova nel mezzo del “passaggio” forse sarebbe meglio proseguire per non sprecare altre energie. “Sta nevicando fai molta attenzione!”, continua Fabio un po’ preoccupato. “Va bene, non preoccuparti!”, risponde il mio assistito studiando attentamente quei pochi metri che lo separano da difficoltà inferiori. Guardo attentamente il tratto da superare: è tutto sui piedi; a mio parere, Sten dovrà spingere su piccolissimi appoggi perché per le mani c’è poco, anzi direi nulla. Se gli scivola anche soltanto un piede la caduta sarebbe inevitabile. In questi frangenti i suoi compagni rimangono in silenzio! Il silenzio che fa sempre “ragionare”! “Deve fare qualcosa, si deve muovere, ma come?”. Inutilmente il mio assistito fa dei tentativi, per ritornare sempre al punto di partenza: appoggiato soltanto su piccole asperità, sotto una placca di roccia così compatta da non regalargli una fessura, un piccolo buco per infilarci un chiodo, così essenziale per la sua sicurezza. Credo che mentalmente si stia sforzando di rilassare la muscolatura dei polpacci, mentre con lo sguardo sta cercando ogni “variante” possibile per la sua prossima mossa. “Dai decidi alla svelta!”, gli trasmetto con forza. Finalmente lo vedo infilare le dita delle mani nella fessura strapiombante, abbandonando l’insidiosa placca e, con sforzo immane strisciare e arrancare fino ad un buon appiglio. Ce l’ha fatta! Ha vinto! Il passaggio è sotto di lui. Non sempre, su una via nuova, è possibile salire in modo impeccabile, capita a volte di dover “inventarle tutte” per proseguire! Ad esempio, per poter liberare le mani e conficcare un chiodo, a volte, bisogna incastrarsi usando le ginocchia e i gomiti: tutte posizioni che farebbero gridare allo scandalo qualsiasi amante “del bel arrampicare”, non di certo un primo salitore di vie. Ora mi soffermo con lo sguardo sugli occhi puntati dei suoi compagni, non posso fare a meno di ricordare le grandi avventure realizzate assieme. Infatti, abbiamo formato una cordata ideale, aperto e ripetuto vie dappertutto. I due compagni di corda sono per lui amici inseparabili, sembrano fatti uno per l’altro. Con Alessandro e Fabio, il mio assistito ha vissuto, camminato, pensato, fantasticato, arrampicato e amato le montagne d’uno stesso amore, ha provato le medesimi sensazioni e grandi emozioni. In parete hanno raggiunto un feeling unico: bastava che si scambiassero un’occhiata per intendersi completamente. Tante vie nuove, grandi avventure, scalate condivise in profonda amicizia, con forte rispetto l’uno verso l’altro, quest’ultimi, valori che nella vita di tutti i giorni sembrano decadere, come pure la vita stessa! Che cosa c’è di più bello del rivivere nel ricordo l’intensità dei momenti vissuti in montagna? Si arrampica nella luce, nel vento che ci accarezza, lungo una parete dove si esprime la propria fantasia, la propria personalità, si è immersi nella natura! Si sogna ad occhi aperti.
In alto la parete regala rocce solide, appigliate e molto esposte. L’arrampicata è di così grande soddisfazione da far dimenticare la tristezza di una giornata nuvolosa. La via, seppur nata per caso, è una prima ascensione che merita un nome; Giuliano, Alessandro e Fabio decidono così di dedicarla a Andrea Caliari, un bambino che certamente è diventato un Angelo! “Come me!”, affermo entusiasta, mentre la neve sta scendendo a fiocchi, rendendo il paesaggio attorno particolarmente umido e bianco. La vetta per un alpinista rappresenta un momento unico, difficile da dimenticare: ecco cosa rende la vita degna di rimpianti! Osservandovi sulla cima così uniti e felici mi domando cosa potrà separarvi? Eppure, dopo la cima dovrete ritornare nel “mondo” per vivere una vita di cose anche futili, di problemi che sembrano non appartenervi. Non potrete trasferire nella quotidianità la realtà di essere alpinisti, nemmeno tra voi! Ogni mondo ha la sua vita, seppur assomigliante è un’altra vita!
Dieci anni prima... Sten è istruttore triveneto di alpinismo e frequenta il corso per diventare istruttore nazionale. È una grande soddisfazione ricevere questo titolo, solo dopo quattro anni d’arrampicata; tuttavia è convinto che la troppa teoria in montagna serva soltanto a fare confusione. Durante i corsi di alpinismo dopo un po’ si annoia e non vede l’ora di portare gli allievi sulle montagne. Ha il dono di coinvolgere chiunque nella passione per l’arrampicata intesa come un’avventura! Forse ha l’istinto della guida alpina! In un albergo del passo Pordoi, l’allievo segue con interesse la lezione teorica di una grande alpinista del passato: Cirillo Floreanini ora direttore dei corsi di esame per gli istruttori. Il relatore sta parlando di Storia dell’alpinismo, quando viene interrotto ed invitato ad uscire. Ritorna dopo pochi minuti e con voce commossa comunica la tragica notizia: “Marino Stenico è caduto durante un’arrampicata in una palestra di roccia nelle Giudicarie”. “No! Oh Dio, no!”, esclama Giuliano impressionato e addolorato. Avvicinandosi all’amico Mario, compagno di corso e concittadino, gli dice: “con Marino dovevamo scalare proprio questa domenica il Pilastro dei francesi al Crozzon di Brenta ed ho rifiutato per frequentare questo corso”. Sia Mario che Sergio, un altro amico di Marino, rimangono ammutoliti, ed il mio assistito scosso, piange! Nei giorni seguenti Giuliano rivive i momenti trascorsi con Marino nella palestra di Val Scodella, le molte arrampicate, i passaggi in parete, ma soprattutto ricorda le lezioni di “vita vissuta” in montagna che il grande alpinista generosamente ha dato a tutti i giovani arrampicatori roveretani ed in particolare a lui. Ultimamente i due arrampicavano molto insieme. Marino volle ripetere la sua prima via e ricordo ancora il giudizio: “Caro Ciano la tua via ai Colodri è un sesto grado vero, una scultura che rivela una fantasia ricca e vivace, un’ardita forza d’espressione”. È raro vedere un alpinista oramai sessantenne arrampicare slegato sul sesto grado, aprire vie, bivaccare, sopportare fatiche riservate agli alpinisti più giovani. È ancor più difficile vedere un alpinista famoso, passare le proprie ore ad insegnare o accompagnare i giovani alpinisti meno esperti. Marino ha trasmesso la poesia che scaturisce dalla montagna, la “storia” come veramente è stata, priva di retorica. È riuscito a comunicare con generosità l’immenso amore per la montagna, insomma ha amato! A volte basta solo questo per guadagnarsi il Paradiso!
Il piccolo grande uomo
Oggi abbiamo avuto un incontro speciale. Parlo al plurale intendendo per noi Giuliano ed il sottoscritto: Peter Gabrielli, di professione Angelo custode! Dopo aver realizzato delle scalate importanti nel gruppo di Brenta, ci troviamo al Rifugio Tuckett dove ci si rilassa sia per l’accoglienza dei suoi gestori, sia per la cucina del grande amico cuoco Pio che per giocare sulle meno impegnative vie del Castelletto Inferiore. Sulle sue rocce Sten sale e scende di corsa e quasi sempre slegato. Negli ultimi giorni vi ha anche aperto delle vie che seppur tracciate fra le altre “storiche” della parete, risultano molto difficili. Anch’io sono “costretto” ad arrampicare con lui durante le sue innumerevoli esibizioni acrobatiche, sotto lo sguardo stupito di centinaia di ammiratori. Devo però confessare di non provare alcuna soddisfazione. È una scalata pericolosa non solo per il rischio della vita, ma anche perché non si trasmette nulla a nessuno. Questa sera la sala del rifugio è meno affollata. Gino, uno dei gestori, si avvicina al mio protetto tenendo per mano un ragazzo, o meglio un adulto dall’aspetto di un bambino. Si chiama Sergio e diciamo semplicemente che è un uomo nano. Sergio rimane incantato di fronte al grande alpinista, all’uomo che ha ammirato per tutta la giornata durante le sue evoluzioni in parete. Vuole un autografo magari una dedica, o forse semplicemente conoscerlo e parlare con lui. Per l’emozione non riesce nemmeno ad apostrofare una parola; Giuliano si accorge della situazione e si sforza di metterlo a suo agio con delle battute. Sergio gli confida di voler diventare un alpinista, ma di avere anche tanta paura. Giuliano gli getta uno sguardo, provando un sentimento di gioia sincera. Anch’io rimango commosso ed allora decido di entrare nei suoi pensieri tentando di suggerirgli: “Su dai, invitalo ad una arrampicata con te!”. “Se vuoi domani possiamo scalare assieme sulla via Kiene!”. Meraviglia, anzi stupore per l’invito lasciano Sergio ancor più senza parole; i gestori del rifugio comprendono la sua titubanza e cercano di rassicurare ed incitare l’inesperto alpinista. Così nasce la sua incredibile avventura. Ancora a sera tarda, il piccolo uomo è sempre con noi, inseparabile anche durante la notte: infatti, sceglie di trascorrerla nella nostra camera. Durante il sonno, colto dagli incubi, continua a gridare: “No! la Kiene no!”. Al mattino è imbragato di tutto punto, con in testa il casco e sulla schiena lo zaino: ed in breve è di fronte a Giuliano, spaventato ma contemporaneamente felice di provarci, guidato da un alpinista che, nella sua fantasia, considera un mito, un eroe. Fa domande in continuazione e chiede se tutto va bene. Continuamente, con pazienza lo interrompe Giuliano rassicurandolo, anzi, non gli dà nemmeno il tempo di pensare e decide di partire subito. “Dai Sergio, bravo Sergio, sei grande!”. Si levano molte incitazioni ed auguri fra la gente. Il primo tiro di corda è micidiale! Sulla sosta lo vedo aggrappato alle gambe del suo capocorda implorandolo di rinunciare e di scendere. Nuovamente Sten lo incita: “Guarda in basso quanta gente che ti segue, quante ragazze, e poi dai che stai arrampicando bene e sopra le difficoltà diminuiscono!”. Il piccolo uomo è costretto a mille peripezie per raggiungere gli appigli troppo alti per lui, fortunatamente la corda tesa lo rassicura e l’aiuta. Piano piano egli comincia a capire che il sogno sta diventando realtà. La cima è la fine di una grande avventura. Sergio è felice, raggiante, orgoglioso, incantato di fronte ad un panorama magnifico e nel vedere così piccolo il rifugio sottostante la grande parete; soltanto dopo alcuni minuti l’immensa gioia si trasforma in un sentimento di preoccupazione quando si rende conto che la scalata non è terminata. Non è facile per Giuliano condurre il compagno lungo la discesa; infatti, di tanto in tanto Sergio scivola tendendo pericolosamente la corda. Raggiungono così l’ultimo salto, il più verticale; è l’ultima calata di quaranta metri quella che lo separa da una impresa memorabile, un successo nella sua vita senza eguali, un trionfo! Sul ghiaione sottostante la parete Giuliano frena il suo entusiasmo costringendolo a “ripiegare la corda”. Poi si abbracciano con forza: la commozione è grande e il mio assistito decide finalmente di “liberarlo” lasciandolo correre saltellante, verso il rifugio. Nel vederlo correre a quel modo mi dico: “Vedrai che forse si rompe una gamba! Sarebbe proprio il colmo!”. Al Rifugio l’entusiasmo è alle stelle, la gente lo circonda riempiendolo di complimenti, e lui in risposta regala baci e abbracci a tutti. Alla vista di tanta gioia ed entusiasmo, si decide di fare un regalo: dopo cena Sergio viene invitato dai gestori a salire in piedi sopra un tavolo dove le Guide Alpine presenti passano a turno per congratularsi. Daniele gli infila addosso la corda, Gino una medaglia e Fabio gli porge due bottiglie di spumante “Ferrari”. Infine, Giuliano lo stringe fortemente a sé consegnandogli un attestato a perenne ricordo dell’impresa. Tutto si svolge sotto gli occhi di un folto pubblico che commosso applaude mentre scendono delle lacrime sul volto del piccolo grande uomo del Brenta.
Un’avventura dietro l’angolo
Sten ha trovato un buon lavoro che gli permette di avere del tempo libero; così ha potuto frequentare anche i corsi di Aspirante Guida Alpina. La sua passione vera però è quella di muoversi in parete, di arrampicare. Non ha importanza se le vie sono su pareti famose o meno, se lunghe o corte, se su roccia sana o friabile: essenziale per lui è raggiungere la linea di massima estetica alpinistica e che l’istinto lo chiami in quella impresa. Un’altra cosa molto importante: il compagno di corda deve essere un amico! Il mio assistito ritiene, a ragione, che su una via nuova sia necessario lasciarsi trasportare, come ha fatto Pollicino, seguendo gli appigli che la parete offre. Se la via è di difficoltà estreme bisogna quindi cercare il “facile nel difficile!”. Infine è sempre stato convinto di come sia possibile trovare l’avventura anche “dietro l’angolo di casa”. Da questa “filosofia” deriva la sua capacità di scoprire nuovi itinerari su qualsiasi parete rocciosa: salire metro dopo metro, scoprendo ed esprimendo la propria fantasia, gli procura una gioia impagabile. Il suo alpinismo? Aprire vie, dovunque si trovino!
È un caldo pomeriggio di luglio; Giuliano ha appena terminato di pranzare, siede solitario su una panca del Rifugio Brentei. Bruno Detassis gli chiede: “Sten, se vuoi fare la Guida alpina c’è un cliente”. “Bruno, è il mio primo cliente!”. Il giorno successivo la giornata è splendida, lo spettacolo è così bello, così straordinario che il sole sembra non voler più nascere, rimanendo nascosto dietro le montagne. La “nuova Guida alpina” assieme al compagno partono di buon’ora camminando con passo svelto sul sentiero verso la Bocca di Brenta. La loro mèta è la via Preuss al Campanile Basso, una via storica di quinto grado che il cliente vuole scalare. Un’idea balena nella mente del mio protetto: all’altezza della guglia denominata il Bimbo di Monaco è attratto da una parete verticale, sembra la Ovest dello Spallone del Campanile Basso in miniatura! Infatti, la parete non supera i centocinquanta metri ma per raggiungerne la base è necessario salire un erto canale detritico interrotto nel mezzo da salti rocciosi verticali. “Non vorrà per caso portarlo lassù?”, mi chiedo preoccupato. Giuliano non perde tempo e chiede al compagno: “Se vuoi possiamo tentare quella parete, naturalmente, se te la senti di superare il canalone fino all’attacco”. Ed aggiunge: “Ho l’impressione che non sia mai stata salita, possiamo aprire una via nuova o almeno tentare di farlo!”. Il cliente, sebbene incredulo e meravigliato per la strana proposta, con cuore felice e senza esitare risponde: “Va bene! credo che sarà una nuova esperienza”. L’avventura sembra presentarsi bellissima! La cordata comincia a salire faticosamente sul ripido canale, le difficoltà iniziali sono semplici, ma l’emozione di muoversi su un terreno inesplorato, o quasi, procura continui stimoli per proseguire verso la prevista mèta. Le nebbie si alternano facendo apparire e scomparire un paesaggio magnifico; l’arrampicata vera sta per avere inizio alla base della parete verticale. I miei compagni sono in procinto di sciogliere le corde quando si accorgono di una visione assai rara e fantastica. La natura, per un effetto particolarissimo di luce e nebbia, offre un fenomeno unico in montagna: lo spettro di Brocken. “Guarda! Guarda!”, grida Giuliano al compagno. Le loro figure, assieme ai corpi di pietra delle guglie più vicine si riflettono nella nebbia e proiettano le loro immagini nella coltre: ombre dall’aspetto irreale, circondate da un alone luminoso che esalta la magia dello spettacolo. Passata la sorpresa per quella straordinaria apparizione, Sten spiega al compagno: “Questo fenomeno era vivo nelle leggende che si raccontavano nei filò. Queste proiezioni strane, inspiegabili perché ombre luminose che galleggiano nel vuoto, venivano attribuite alla presenza di spiriti che vagavano sulle montagne più alte: entità soprannaturali che spaventavano chi osava avventurarsi sui monti!”. “Come me!”, soggiungo. Per alcuni secondi rifletto sulla necessità di mostrarmi almeno una volta. Mi basterebbe questo per poter trasmettere al mio protetto la fede, la certezza della mia esistenza. Tutto, quindi, sarebbe più facile per rivelare la potenza del mio Papi, la realtà del suo immenso amore per l’uomo. La voce della Guida Alpina che invita il suo cliente a levare i chiodi di sosta e ripartire, mi riporta sospeso nel vuoto per meglio osservare la prima salita di questa parete inviolata. Sto pensando di entrare nell’anima e nel corpo del mio assistito per godermi da protagonista l’arrampicata ma incantato dalla stupenda visione delle guglie attorno decido di volare sulla cima più vicina per “osservare” le altissime pareti nord della Cima Tosa, del Crozzon di Brenta, la Cima Margherita, la vetta del Campanile Alto e tantissime altre cime che formano un anfiteatro roccioso unico nelle Dolomiti. Di fronte a me Sten, fermo nel mezzo di una placca strapiombante, con il corpo tutto di traverso, una gamba quasi all’altezza delle braccia e con un solo vero appoggio nei pochi centimetri di un’asperità, rimane fermo in quella posizione per alcuni minuti. Lentamente, per non perdere l’equilibrio, estrae il martello, poi un chiodo che mette in bocca, fra i denti. Con la punta del martello comincia a battere sulla roccia per scoprire, attraverso il suono, l’esistenza di buchi nascosti (un’arte, un segreto che pochissimi alpinisti conoscono!). La parete è compatta, non ci sono alternative: bisogna passare in arrampicata libera! Non ho dubbi il mio protetto si trova sul sesto grado. Osservo attentamente la parete sovrastante, mi rendo conto che solamente quell’unico passaggio, quell’unica difficoltà lo separa dalla vetta. Mi è venuta un’incredibile voglia di arrampicare: “Ora o mai più, almeno per oggi”. Così decido di entrare velocissimo nel mio compagno.
Per l’amor di Dio! Questa scalata mi sembrava molto più accessibile ed ora mi trovo quassù bloccato. Sono a cinque metri dall’ultimo chiodo, il mio cliente comincia ad intuire che sono in difficoltà. Non posso cadere! Devo prendere una decisione nella massima sicurezza: salire o scendere. Non riesco a piantare un chiodo per raggiungere prima una piccolissima cornice e poi la vetta. È un passaggio estremo! Se avessi il solito compagno di corda mi sarei già avventurato oltre, invece la presenza fisica del mio primo cliente impone il comportamento doveroso della Guida Alpina, in poche parole la massima prudenza! A tutti gli alpinisti, ai capocorda che avvertono questo senso di responsabilità è impossibile dare una risposta certa; esiste il buon senso e il fatto di mettere la ragione al primo posto. Valuto se sono stato imprudente nell’avventurarmi con un cliente su una via nuova, poi mi convinco che in fin dei conti ho aperto vie anche con compagni non sempre esperti, la mia grande “passione” mi ha aiutato a crescere come alpinista conoscendo molto bene il limite della cordata.
Il “limite” della sua cordata è di non avventurarsi oltre senza un buon chiodo, quindi suggerisco alla sua mente: “Guarda sulla sinistra! C’è un piccolo appoggio per il piede e sopra un carol!”.
Il mio occhio è attratto da un appoggio. Con una larga spaccata di gambe cambio la vincolante posizione del mio corpo, sentendomi finalmente sicuro su tutti due i piedi. La nuova condizione mi permette di riposare, di rilassare la muscolatura e muovermi con le mani senza grossi problemi. In alto scorgo un buco, un “carol” nel quale provo ad infilarci un chiodo che a fatica entra, entra fino all’anello. “Questo chiodo terrebbe un bue!”, mi dico soddisfatto. Dopo pochi metri di dura arrampicata guadagno una fascia di parete molto più appigliata e successivamente un comodo terrazzino, sotto la cima.
Fuoriesco da Giuliano per osservare il suo cliente in procinto di salire. Lo vedo ingarbugliato con le asole createsi lungo la corda mentre sale su difficoltà per lui impossibili. “Non preoccuparti, niente paura. Sono qui per aiutarti!”, grida Sten tendendo con tutte le forze la corda. Dopo mille acrobazie il cliente guadagna finalmente la sosta. L’ambiente attorno è alpinistico, selvaggio, per lo più sconosciuto al mio assistito che per non rischiare oltre decide di scendere a corde doppie, naturalmente non prima di aver calato il compagno. Alla base della loro torre vedo la cordata attraversare prima su facili rocce, poi raggiungere il grande pianoro roccioso posto sotto la vedretta della Cima degli Armi, quindi, in breve tempo, il rifugio Alimonta! Sul sentiero che conduce comodamente al rifugio Brentei, ascolto Sten interrogare in modo curioso il suo compagno di corda. Colgo l’imbarazzo del mio assistito quando scopre che il suo cliente è un normalissimo operaio, un padre di famiglia che ha risparmiato qualche soldo per potersi togliere una soddisfazione in montagna ed in piena sicurezza. Al rifugio, quando il cliente manifesta la volontà di saldare il suo debito, Giuliano non ha dubbi: “Niente! Per carità di Dio non voglio nulla è stato un piacere arrampicare con te!”.
Il valore della vita
Gli uomini privi di fede affidano ogni evento al caso: alla fortuna o viceversa. L’uomo di fede, invece, è convinto di come il caso sia nient’altro che lo pseudonimo con cui si firma Dio! Tutto accade per un disegno immenso del Papi che soltanto con la vita oltre la morte si può capire. Chi crede in Lui, lo ringrazia per tutte le cose buone della sua esistenza! La nonna mi ha spiegato con un esempio la presenza di Dio, attraverso i suoi Angeli, nella vita di tutti i giorni: “Caro Peter, quando eri in vita, avvertivi dei desideri buoni, oppure avevi delle intuizioni che ti portavano a creare qualcosa di positivo. Tutto questo era il tuo Angelo! Quando scolpivi il legno per dargli la forma del nostro Signore o mentre arrampicavi, il tuo Spirito guida “lavorava sodo” per arricchire la tua coscienza. Per richiamare la presenza degli Angeli custodi a volte basta un po’ di fede ed umiltà, talvolta una sola preghiera, oppure un semplice atto d’amore, di carità!”. Le parole della nonna mi fanno riflettere sul fatto di come fino ad ora non mi sono sforzato più di tanto di rendere consapevole il mio assistito della realtà della mia presenza. Sten pensa esista nell’uomo una forza misteriosa che gli permette di fare cose straordinarie: la stessa forza che consente ad un contadino di alzare il trattore mentre è sul punto di schiacciare il figlio, ad una mamma di partorire su di un marciapiede, ad un bambino di vivere in condizioni impossibili, ad un alpinista, a volte, di superare passaggi andando oltre i propri limiti, insomma non sente la presenza di Dio e dei suoi Angeli e ritiene di poter vincere tutto con la sua forte volontà. Ha fiducia nell’uomo, una fede da spostare le montagne, che però, a volte, purtroppo non basta!
L’altro giorno, Giuliano stava arrampicando lungo una via sulla Rupe Secca, quando senza alcun “preavviso” e senza aver manifestato la minima idea, lasciava la via per avventurarsi lungo una nuova variante molto difficile e pericolosa. Legato alla sua corda c’era Franco un compagno molto preparato, un professionista della montagna che, intento a fare sicura, osservava preoccupato il compagno salire venti metri sopra lungo una fessura strapiombante, con un unico ed insicuro chiodo di protezione: una caduta sarebbe stata fatale! Il sole scendeva lento sulla roccia, poi si spandeva sulla valle, infine luccicava sui vetri lontani di alcune finestre; Giuliano si trovava sotto l’ultimo passaggio impegnativo della via, il peso del corpo sulle braccia, con le dita incastrate nella fessura. Lo sforzo per proseguire sarebbe stato terribile, così come il vuoto che lo separava dal compagno. Non era facile ritornare indietro, e ancor di più proseguire. Solamente mezzo metro fra lui ed una piccola pianta avrebbe risolto quella variante. Con un piccolo dado, oppure un buon chiodo a “U” da conficcare nella fessura il passaggio sarebbe stato superato senza rischi. Purtroppo però non c’era nulla di ciò sull’imbragatura. Bisognava decidere, ma soprattutto fare qualche cosa alla svelta, perché le forze stavano cedendo: era necessario scendere in fretta! Sten prese una lunga fettuccia e provò a lanciarla verso la pianta, ma i ripetuti tentativi fallirono: la posizione di massimo sforzo e tensione, misero il mio protetto in una situazione disperata. Nel frattempo il vento staccò una foglia secca, sospingendola qua e là nel vuoto come un funesto presagio. “In quale pasticcio si è ora cacciato? Papi, proteggilo!”, sospirai atterrito. Giuliano stava pensando e ripensando a come togliersi dai guai, alla fine lo vidi rannicchiarsi, prendere la mira e lanciarsi nel vuoto con le mani protese verso l’alto, verso la pianta. “Mio Dio!”, esclamai chiudendo gli occhi. Impietrito per alcuni secondi, attendevo il botto che fortunatamente non arrivò. Aprii gli occhi e lo vidi appeso con tutte e due le mani alla pianta; il vederlo lì mi fece tirare un sospiro di sollievo. “Ma perché non pensi a quello che poteva accadere?”, esclamai. Ci vollero alcuni minuti prima di afferrare il senso di una tale follia. Ancora mi venivano i brividi pensando al rischio corso; in quel momento ebbi la chiara sensazione che la mia missione stesse fallendo! Alla fine lo osservai giungere sulla sommità della Rupe Secca, dove le mie idee trovarono piena conferma: passato il primo momento di eccitazione, vidi il mio assistito assorto in pensieri non certo sereni: “Che cosa mi sta succedendo?”, si chiese preoccupato! “Follie di Hollywood”, fu nominata la nuova variante. “Ma che nome ‘stupido’ per una via!”, espressi con convinzione. E ancora mi chiedevo: “Dov’è finito l’alpinista che dedicava le sue vie, le proprie fatiche, le sue sculture, alle persone care? Dov’è finita la poesia che sprigionava dal suo cuore puro di vero artista della montagna?. Perché continui ad arrampicare in questo modo?. Caro Giuliano Sten, non ti riconosco proprio più! Perché, non riesci a dare un giusto valore alla tua vita? Cosa mai dovrà accadere perché un giorno tu possa cambiare idea? Basta dimostrare a te stesso e agli altri come il tuo cuore batta forte per dare un senso buono all’esistenza! Non riesco più a ‘seguirti’, a guidarti nelle tue imprese frenetiche, ti stai muovendo con la stessa mentalità, la medesima concentrazione che richiede una difficilissima partita a scacchi ‘lampo’. Non mi piacevi quando giocavi in quel modo, non provavo alcuna emozione perché non costruivi nulla. Seguivi soltanto l’istinto, muovevi i pezzi della scacchiera con la logica matematica della tua lunga esperienza e studio ma, non inventavi nulla di nuovo, non esprimevi la fantasia, il tuo cuore non batteva forte e nemmeno tutto il tuo essere era proteso nello sforzo di dare ‘il massimo’. Mi dispiace dirlo: eri soltanto uno dei tanti che ‘vivevano alla giornata’, quindi preferivo allontanarmi da te e volare via. Avrei ancora voglia di abbandonarti alla tua follia, ma non posso farlo perché ora, a differenza del gioco degli scacchi, stai mettendo a repentaglio la tua vita. Sono comunque il tuo Spirito guida!”.
Subito dopo l’alba, la prima luce del mattino irrompeva con luminosi raggi dai vetri delle finestre del rifugio; solitario, immerso in profondi pensieri, me ne stavo seduto vicino al letto del mio protetto. Le montagne erano ancora più belle, il sole colorava le cime di un rosa dolce. Il silenzio della natura addormentata, fu interrotto dal rumore della “ferraglia” appesa all’imbragatura degli alpinisti che si preparavano ad affrontare le loro vie. I moschettoni si toccavano al dondolio nervoso e frettoloso del loro passo. Con loro dividevo l’intimità delle prime ore del mattino. È una di quelle giornate tiepide durante le quali non si è programmato nulla. Giuliano si è svegliato di tarda ora per essere in montagna. È vestito con una vecchia tuta blu modello “Adidas”, sotto, la maglietta senza maniche, ai piedi i suoi inseparabili zoccoli bianchi: l’insieme mette in risalto un fisico atletico. Seduto su una panca fuori dal rifugio, in pieno sole, con il suo inseparabile amico Fabio, sta affrontando l’abbondante colazione. Di tanto in tanto, si alza sfilando fra la gente che lo conosce e lo ammira. “Dov’è finito l’alpinista del primo mattino, dei bivacchi ai piedi delle pareti o nei fienili, l’alpinista della colazione cucinata con il fornelletto? Forse, caro mio, ti sei montato la testa? Non ho più intenzione di arrampicare con te! Sono lontani i giorni delle nostre avventure quando ogni via era preparata, desiderata con tale forza da divenire quasi un’ossessione: è quell’entusiasmo che ha bisogno di essere ricercato e risvegliato! Forse sei così bravo da non avere più bisogno del mio aiuto? Mi sei sfuggito di mano: ogni scalata diventa una corsa frenetica, un record. Ho la certezza che tu non cerchi più le vere difficoltà, le grandi sfide, hai perso i sogni ad occhi aperti, le idee per ‘volare’ ancora oltre. Arrampichi di corsa e slegato. Ti manca la passione! Vivi di rendita! Butti via la tua vita in questo modo per vivere solo d’alpinismo. Quando sei in cordata ti muovi quasi sempre in ‘conserva’. Non godi dei momenti intensi della salita, non te ne importa! Vuoi l’exploit! la vittoria fine a se stessa. Non rifletti sul fatto che un attimo solo può distruggere la felicità di tutta una vita! Ho l’impressione di dover subire! Devi arricchire la tua coscienza!”.
Sten è piccolo piccolo nel vuoto della grande parete: sta arrampicando con tutto il corpo appeso solo alle punta delle dita di una mano e si muove istintivamente e meccanicamente con una velocità tale che è impossibile aiutarlo. Un attimo! Un piccolo errore! Un malessere o forse un sasso come è accaduto a me e la sua vita avrebbe fine, sprecata inutilmente.
Rivolgendomi nuovamente al mio assistito: “Cosa lasceresti di buono? Non sai che la nostra vita ha un significato solamente se vissuta in funzione degli altri? Giuliano, non capisci che in Paradiso ci arrivi solo se hai amato!”. Il mio Papi mi ha donato la sua luce e felicità perché nel mio lavoro e nella mia vita ho amato e pregato, ma anche perché aveva bisogno di me per condurre qualcun altro al suo amore. Sono il tuo Angelo custode e non posso più accettare che tu continui a “buttarti via” solamente per vivere una sbornia di emozioni, oppure per dare spettacolo. Sono stufo di sopportarti! È ora che ti ridimensioni! Ho letto nei tuoi pensieri l’intenzione di tentare una nuova via sulla Cima Tosa. Se andrai lassù, sarai solo con il tuo compagno di corda, perché io non ci sarò ad aiutarti. Ti osserverò soltanto da spettatore. Fa abbastanza caldo, un profumo di rododendri passa nell’aria, trasportato da raffiche di vento freddo che scendono dalle cime più alte ancora cariche di neve. Per fortuna il sole scotta, infondendo vita; la parete Nord-Est della Cima Tosa è totalmente immersa nella luce, ad esclusione della sola ombra del Campanile Basso che su di essa si riflette, e che lentamente l’attraversa tutta. Giuliano e Dario sono ora nell’ombra del Campanile, hanno superato i primi quattro tiri di corda ma...! Deve essere accaduto qualche cosa perché vedo il mio protetto muoversi dolorante. È caduto?! Sì, è caduto!!! Ma perché continua a salire? Perché non scende? C’è qualcosa che non va! Qualcuno lo sta consigliando male, gli crea degli intoppi. Non voglio, non devo intervenire! Comincio a imparare anch’io: quando un Angelo custode abbandona o si allontana dal suo protetto, gli spiriti maligni ne approfittano e disturbano l’assistito in tutti i modi. Gli ronzano attorno, cercano di entrare nella sua mente inducendolo ad agire malamente, insomma si muovono a fin di male. “Caro Sten oggi ne vedrai ‘di belle’! Avverto che ti stai lamentando per il dolore al fondo della schiena, sei preoccupato, molto teso!”. È da poco passato mezzogiorno, quando la cordata si trova nel mezzo del Pilastro più bello, più alto, più verticale. Devo ammettere però che stanno aprendo una via bellissima, proprio nel centro della grande parete della Tosa: una via di grande estetica. Giuliano ha raggiunto il punto dove è d’obbligo traversare a sinistra nella direzione del diedro fessurato, in seguito solo pochi tiri di corda lo separano dalla cima. Ma..., che cosa sta facendo? Dove sta andando? No a destra..., è una trappola! Ci sono difficoltà estreme e poi finirà sotto una parete gialla e strapiombante. Arrampica ferito, distratto, come per mettersi nei guai: sembra che qualcuno lo stesse “guidando” perfidamente. Povero “piccolo arrampicatore” che sali le montagne senza rispettarle. Per elevare te stesso calpesti la tua umiltà. Ma cosa credi di fare? Quante vette dovrai ancora conquistare per raggiungere Dio? Giuliano sta salendo molto lentamente, si trova su grandi difficoltà. Decido di avvicinarmi per osservare meglio, ma senza intervenire; è nel mezzo di una parete verticale, si muove in maniera impacciata, fatica ad aprire le gambe. Successivamente mi accorgo che qualcosa sta cadendo, rimbalzando sulle rocce sottostanti. Incuriosito mi avvicino e vedo il martello e un mazzo di chiodi precipitare. Ripenso all’attuale abitudine del mio assistito nel portarsi con sé lo stretto necessario, quindi ora è rimasto senza chiodi proprio sull’ultimo terrazzo, sotto la parete più difficile, più strapiombante; a soli cinquanta metri dalla vetta. Lo vedo in lontananza che tenta di salire il tratto più difficile, lo fa per alcuni metri per poi ridiscendere al chiodo. Già da mezzora continua a tentare ma ora è fermo. Non è nel suo stile restare appeso alla parete senza fare niente. Probabilmente non ha più chiodi, forse non sta bene! È sfibrato, sconsolato, annientato! Vorrei aiutarlo, ma non posso! È una beffa? Se riesce a superare quel passaggio tutto diventa più facile e possono raggiungere la vetta! Decido di volare al rifugio Brentei, dove Bruno Detassis, da tutto il giorno, li sta osservando con il binocolo. Ascolto mentre dice: “Sì, ormai sono sotto la vetta!”. Dopo alcuni minuti lo vedo rientrare al rifugio. Sul pilastro più alto della Tosa, Giuliano, scompare, sta forse rinunciando? Perché ridiscende al terrazzo dove c’è Dario in sicura? Cosa è accaduto...? Qualcosa non va! Non comprendo ciò che sta succedendo: potrebbero calarsi per una trentina di metri ed uscire molto facilmente nel canale di sinistra, invece sono fermi come se qualcuno gli stesse consigliando male. In questo momento hanno ben poche possibilità di raggiungere la vetta! Il rumore di un elicottero attira la mia attenzione. Lo vedo “girare” lentamente e salire sulla parete della Cima Tosa, per appoggiarsi in vetta, proprio sopra ai miei compagni. Decido quindi di avvicinarmi: Giuliano è tremante come se avesse la febbre! “Caro ‘onnipotente’ amico mio, oggi purtroppo, anche tu dovrai subire ‘l’umiliazione’ del soccorso! Mi dispiace per il tuo eroico coraggio ma dovevi essere ridimensionato!”. Questa è la vita! Anche i Santi, a volte soccombono di fronte al male però ciò che conta è chiedere umilmente aiuto, capire che da soli non è possibile farcela. “E allora continuiamo a lottare per realizzare, o almeno tentiamo di farlo, i nostri desideri migliori; ci accorgeremo così che è possibile passare oltre gli anni che scorrono, oltre gli acciacchi, oltre i dolori, oltre il fardello di difetti che ci portiamo appresso. Continueremo a ‘cadere’, ma anche a rialzarci. Ci porteremo, l’uno con l’altro, alternati sulle spalle e sicuramente qualche volta riusciremo a vendere un po’ di quella pace che nessuno sembra più comperare”.
”Cosa succede? Caro Sten, i giornali che negli ultimi anni ti hanno esaltato, oggi pubblicano menzogne contro di te. Non riesci a dare una spiegazione logica, a capire perché l’alpinismo trentino non si schieri in tua difesa. Perché? Hai fatto un alpinismo ‘limite’, legando il tuo nome a centinaia di prime ascensioni, hai rispettato ed amato l’alpinismo del passato. Tutti riconoscono le tue capacità! Ma ora sei solo! Ti senti ‘bastonato’ ingiustamente, vittima di tutto e ricominci a soffrire! Sei ridimensionato e, finalmente, leggo nei tuoi pensieri il desiderio di andare in montagna in un modo diverso!”.
Due anni dopo... Stiamo aprendo vie in un anfiteatro di cime poco frequentato e più intimo ma immensamente bello: la Val d’Ambièz! Il rifugio è accogliente: la bontà dei gestori e la serenità del posto conquistano Giuliano che continua a scalare sulle montagne attorno, com’è nella sua natura, ma lo fa finalmente in sordina! Ora sono molto felice! Sembra aver imparato la lezione! Dopo tanto silenzio, ha deciso di ritornare alle origini, agli albori del suo alpinismo: senza riviste o giornali, senza la volontà di raggiungere la gloria fine a se stessa. Riconquistandosi dei meriti con quell’attività alpinistica che rimane scolpita nel cuore e sulla montagna. È una scelta non facile, e sarà difficile portarla avanti; ma gli permetterà di ritrovare la pace. “Ora voglio tornare ad essere vicino a te! Esserti ancora amico. Abbiamo fatto grandi scalate assieme e hai bisogno di me!”.
La vita è una cosa meravigliosa
C’è un leggero, trasparente chiarore lunare, non fa molto freddo, la natura si sta addormentando. Dal profondo dell’anima mia, penso che Giuliano voglia confidare a Bruno Detassis qualcosa di importante; mi avvicino per ascoltare... Gli racconta di aver conosciuto una ragazza di diciannove anni, e lei si è fortemente innamorata; gli dice che è molto graziosa ma forse un po’ troppo giovane è ancora una studentessa: “Tu lo sai Bruno, come sono fatto! Sono un vagabondo delle montagne, che rischia fin troppo! Poi ho trent’anni e lavoro quasi per hobby, per guadagnarmi quel minimo di stipendio che mi permette di vivere dignitosamente. Cosa posso offrire a Serenella? Deve terminare gli studi, trovarsi un lavoro, insomma mi sembra troppo giovane per me. Ho bisogno di una donna più ‘matura’ anche negli anni, con i piedi per terra, perché io sono nelle nuvole! No... non può funzionare! Cosa mi consigli di fare...?”. Bruno senza esitare, dopo aver ascoltato i suoi dubbi ed aver intuito quanto in realtà fosse innamorato conclude: “Fa quel che èl to cor èl te dìs” (Fai quello che ti dice il cuore, e non sbaglierai mai!). Le mie sensazioni di Angelo sono quelle di completa felicità, perché mi sento liberato. Come hai ragione vecchio saggio alpinista, uomo che ti dichiari ateo ma che porti Dio nel cuore più di ogni altro! Hai svelato al tuo allievo il più grande segreto della vita, gli hai detto di ascoltare il suo cuore, di seguire l’amore. Dio ci ha sempre parlato attraverso il suo amore che passa per il cuore!
Un anno dopo... “Certamente uno dei film più belli usciti dalla fucina americana!”. Per due volte Giuliano lo ripete a Serenella. Incuriosito mi avvicino ai due e mi siedo sul divano, proprio di fronte alla televisione. È una sera fredda d’inverno, mancano pochi giorni a Natale; il film che stanno dando alla televisione è una vecchia pellicola in bianco e nero; la regia è di Frank Capra, interpretato da James Stewart! Rimango con loro per tutta la durata del film, vivendo la loro commozione e gioia per lo splendido finale. Devo ammetterlo mi ritrovo nella storia di George che dopo la laurea vuole realizzare il sogno della sua vita, cioè viaggiare. Per destino, dovrà invece fermarsi e vivere una vita completamente diversa. Ciò non gli impedisce di aiutare molta gente, tirandosi contro l’ira di Porter, un vecchio malefico usuraio. George, ottimista e generosissimo, in un momento della vita è vittima di un destino avverso che lo porta a tentare il suicidio. È la notte di Natale e George si avvia verso il fiume per gettarsi nelle sue acque turbinanti. Ma dal cielo arriva un Angelo di seconda categoria che per meritarsi le ali deve compiere una buona azione, salvando George. Successivamente, per convincerlo a cambiare idea e non uccidersi, gli dà l’opportunità di vedere cosa sarebbe successo se lui non fosse nato. La città sarebbe nelle mani del perfido Porter, molte persone sarebbero rimaste senza aiuto, i suoi figli non sarebbero venuti al mondo e così via... George, rendendosi conto del bene fatto, si convince di come nonostante le grandi prove che ci troviamo ad affrontare, la vita è una cosa meravigliosa. Ritorna quindi felice alla sua famiglia e all’amicizia delle molte persone che aveva aiutato e dalle quali riceverà un aiuto per superare il momento difficile. Il film termina con il suono di una campanella sull’albero di Natale che richiama l’attenzione di uno dei bambini di George: “Papà, è vero che quando suona una campana è perché un Angelo ha messo le ali?”. “È vero”, risponde il papà convinto. La vita, se la vivi nell’amore, è il più grande dono che Dio ci ha dato: questo è il messaggio del film.
Come posso farti capire, caro Giuliano, l’importanza di Dio e dei suoi Angeli? Sono soddisfatto per le grandi avventure vissute in montagna, ti ho “guidato” verso il grande alpinismo e modestamente credo di averti aiutato anche nella scelta della tua compagna Serenella la cui fede spontanea ti ha colpito e guidato insegnandoti come non sono le regole o i dogmi a cambiare l’uomo, ma bensì l’amore di Dio, l’unica forza che può mutare il mondo. “Giuliano per vivere non è sufficiente arrampicare, ti prego alza gli occhi guarda e impara come Serenella sta pregando!”. Seguendo il mio invito, il mio protetto non può fare a meno di osservare Serenella che racchiusa nell’angolo più intimo della casa volge una mano in alto e chiude gli occhi. È impossibile capire se pensa o prega; l’intensità dei suoi sentimenti traspare attraverso gesti impercettibili; la profonda spiritualità, e l’intimità con il suo Dio appare evidente solamente in chi la conosce a fondo. Sta semplicemente parlando e comunicando con il cuore: ... sta pregando! Colpito, il mio assistito si chiede a voce alta: “Serenella, ma cosa stai facendo?”. “Sto ringraziando Dio per tutto il bene che ci dà!”, le risponde con tranquillità. È straordinario come Serenella riesca in modo così naturale a colpire il cuore del marito, invitandolo alla spiritualità più vera, più genuina e più profonda senza mettere in mostra la propria religiosità, affidandosi come non mai, all’amore per la vita e per ogni essere vivente. Senza dubbio Serenella è molto bella, ciononostante la sua attraenza nasconde la grande ricchezza della sua anima. Modestamente, anche se lei sembra più dotata di me a guidare Giuliano verso l’amore di Dio, mi rimane però il merito di avergliela messa accanto. Forse la vera forza dell’uomo è quella di rimanere legato al proprio destino con coraggio e dignità? Anch’io ho rincorso i miei sogni: la mia vita sembrava vissuta pienamente solamente al culmine delle mie scalate, ho voluto entrare nella “leggenda” della montagna che più ho amato, ma questo decisamente è poco rispetto a ciò che ti può offrire la vita; io l’ho scoperto nella mia ultima scalata. “Quale, Giuliano, la tua ultima?”. Come farti capire che la felicità limitata al solo momento di gloria non è altro che un’illusione? Che la vera “saggezza” dell’uomo si ritrova nei valori più semplici, in quelli più umili? Ma ecco che con Serenella, nella semplicità della famiglia, con i suoi problemi quotidiani, stai finalmente imparando l’amore per la vita semplice, l’amore per un altro essere e non l’amore per la gloria. Anch’io, sebbene sia un Angelo custode, continuo a riflettere sulla vita e sull’amore: “Quando si salva una vita, si salva il mondo intero! Dio unisce con amore un uomo e una donna, perché si occupino di un bambino!”. Quanti pensieri per un Angelo, mi dico ricordando i miei anni vissuti in Paradiso.
Il soffio dello Spirito
La sentenza è micidiale: “Signor Sten, si sieda. Purtroppo l’esame ha evidenziato una neoformazione di alcuni centimetri nel mezzo del cervello, ai nuclei della base. Un tumore in un posto non operabile, per sua moglie calcoliamo pochi giorni di vita e per il bambino che porta in grembo, un miracolo se riusciamo a salvarlo!”. Fisso Giuliano: il suo viso si altera spaventosamente, si contraggono tutti i lineamenti. Vuole dire qualcosa, ma non può parlare, e ad un tratto comincia a piangere amaramente, nascondendosi il viso fra le mani. Nel suo intimo sta accadendo un fatto contro il quale è impotente! Le lacrime ci liberano di tutto quello che è troppo grande per il nostro cuore, ti aiutano ad esprimere il tuo dolore.
“Non è possibile che sia vero? No! No! Non può essere! Perché Papi hai lasciato accadere questo? Perché viene divisa una famiglia proprio nel momento più bello? Non è giusto!”. Improvvisamente mi trovo davanti il nonno che mi abbraccia dicendomi: “Peter, il male non viene da Dio, per Lui è impossibile, lo sai che Dio è Amore!”. Gli ribatto: “Allora lo permette?!”. Aggiunge il vecchio: “È un’altra cosa, comunque è un mistero troppo grande anche per noi Angeli”. Dimmi allora nonno: “Come farò a portare Giuliano con noi? Non ha creduto in Dio per tutta la vita e pensi che ora potrà avvicinarsi a Lui? È impossibile! Il mio assistito ha vissuto gli ultimi sette anni lavorando sodo per dare alla sua famiglia quelle certezze necessarie: la casa, due risparmi, il diploma in pianoforte di Serenella e molto, molto altro. Ricordi com’era prima di incontrarla? Adesso non ci sono più speranze! Se Serenella muore, lui ritorna all’alpinismo più esasperato, fino alla morte! Ho fallito nonno Tita! Ho fallito la mia missione ed il mio cuore è triste, molto triste. No, in tutto il mondo non c’è nessuno più infelice di lui! Gli voglio bene, il nostro grande Papi deve fare un miracolo!”. Mi interrompe il nonno: “No, caro Peter tu non sei ancora pratico del Paradiso, non sai come vanno le cose nella volontà d’Amore di Dio. L’uomo non sa perché la vita si muove veloce e nella sua direzione, ma Papi sa e anche tu lo saprai, quando ti eleverai ancora più in alto! La vita terrena si può paragonare ad un fiore di un campo, viene raccolto o falciato e finisce per seccare, morire. Questo dolore, questa grande prova per Giuliano e per te, rientra in un disegno che un giorno riuscirete a capire”. “Ma che disegno?”, soggiungo sconsolato. “Lascia perdere Peter e prosegui nel tuo compito, ti ripeto che Dio è Amore e quando il suo Soffio, cioè quando il suo Spirito tocca gli esseri, tutto diventa meraviglioso! Cerca di portare colui che proteggi vicino allo Spirito del Papi e vedrai cose grandi... quando avevi scelto di fare l’Angelo, ti avevo avvertito. Allora ti dissi: ...vivrai l’emozioni e sensazioni del tuo assistito, le gioie ma anche i dolori. Non potrai fuggire e resterai con lui fino alla sua morte. È stata una tua scelta che ora devi portare avanti!”. Sono le ultime parole del nonno e poi... il nulla; è sparito!
Sono frastornato, indebolito, impotente ed allora, un solo pensiero mi coglie come una certezza. Decido di trasmetterlo velocemente e con forza a Giuliano: “Fai come farebbe Serenella, vai nella cappella dell’ospedale, vai da Dio, Lui solo può tutto!”. Continuo a farlo per ore senza smettere. “Non morire così, fai qualcosa, piuttosto!”. D’improvviso, come udisse la mia voce lo osservo, in mezzo alla sua disperazione, alzarsi dalla sedia posta accanto al letto di Serenella ed uscire dalla stanza dell’ospedale. Lo seguo fino nella cappella, lo vedo davanti all’altare in ginocchio, piangente; si fa il segno della croce, per la prima volta dopo tanti e tanti anni.
Grazie perché ci sei!
Non dimenticherò mai i momenti più forti: la nascita miracolosa di Chiara e l’incontro di questa con la sua mamma in ospedale. Il viaggio a Zurigo per l’operazione neurochirurgica del prof. Yasargil, un intervento fra i più difficili al mondo; poi il ritorno a casa con una diagnosi sempre tragica, la paresi di Serenella, le cure contro un male spietato, le mille peripezie. Ed infine, questa mattina la sua morte. “Papi, Padre onnipotente, tieniti stretto al cuore questa bambina ed il suo papà affinché possano ritornare a vivere; fa che il dolore di Giuliano che lo sta distruggendo nel suo fisico sia trasformato in amore, con l’amore della piccola Chiara tornerà a vivere!”. La mente non è in grado di concepire un simile dolore! Per resistere allo stupore della morte di una persona amata ci vuole l’aiuto di una grande fede; bisogna seguire il cuore! L’amore è un sentimento profondo che arricchisce le persone; ma, alla fine della vita, succede che per potersi ritrovare, è necessario separarsi.
Caro Giuliano, Serenella ti ha insegnato a guardare alla vita in maniera umile; le innumerevoli piccole cose che solitamente si è troppo indaffarati a notare, ora per te hanno riacquistato il loro fascino. Con grande dolore, a poco a poco, dovrai accettare come un fatto compiuto e irrevocabile la morte. All’inizio ti sembrerà una cosa impossibile da accettare anche se, purtroppo, reale. Più tardi ti resterà e comprenderai il suo testamento spirituale, il suo amore e la sua presenza di Angelo e se ti abbandoni al tuo cuore tutto, vedrai, ritornerà presto meraviglioso. Dio non ti butterà mai addosso una croce che tu non possa affrontare. Basta con fatica “rinascere” un passo alla volta. Il primo passo è la fede! Perciò vorrei che tu piano piano iniziassi a pensare così: “Non sarò mai solo. Siamo ancora una grande famiglia. La mia piccola Chiara è il mio domani!”.
Qualche giorno più tardi in una sera limpida d’autunno, Giuliano è pensieroso, con gli occhi fissi al cielo... Chissà a cosa pensa ora? In quale turbinio di pensieri e ricordi starà viaggiando? Su dai lasciami entrare nel tuo intimo per aiutarti!”. E lui mi lascia diventare nuovamente parte integrante di sé.
Serenella hai lasciato in me incancellabili ricordi che ritornano forti. Mi abbandono al ricordo del passato, della trascorsa felicità, rivedo tanti momenti vissuti, fatti di gesti, parole che non mi lascieranno mai:
“Oggi è un giorno di festa anche per la nostra piccola. Più la guardo e più mi accorgo di come Dio è stato buono con noi. La tua forza, il tuo coraggio ed il tuo grande amore hanno accompagnato la nostra storia senza paure, senza soste. Dio è amore, Giuliano e Lui ti ricompenserà! Grazie perché sei sempre qui accanto a noi con tanto amore”.
Ed ancora altri ricordi, tra i quali alcuni mi rimangono impressi nell’anima:
“Giuliano, fermati, fai salire quella vecchietta!”. “Ma Serenella non posso dare un passaggio a chiunque!”. Lei prosegue:“Quando vedi un vecchietto, un povero, un ammalato, chiunque abbia bisogno di te, fermati perché quello è Dio!”.
Ancora: ci troviamo nella chiesa di Pomarolo con la piccola Chiara addormentata. All’ Offertorio il parroco avvisa come le offerte del giorno saranno donate alle Missioni. Prendo il portafoglio per la mia offerta ma, con stupore mi accorgo di non aver altro denaro se non una banconota di grosso taglio. Mi sento imbarazzato, non so cosa fare quando la voce di Serenella: “Non preoccuparti, daglieli i nostri soldi. C’è Dio, ci aiuterà!”.
Ed ancora, pochi giorni prima della morte: “Le tue lacrime, posale ai piedi della croce e trasformale in fiori bellissimi. Pensa a Chiara, avrai una vita meravigliosa!”.
— Terza parte —
Un Angelo Grande
Ritorno in Paradiso
Fui molto turbato dalla gentilezza dei sentimenti che Serenella dimostrava. Ebbene da questo suo modo di essere è sgorgata la fede in Giuliano ed egli ha compreso come dietro il cuore di Serenella ci fosse un qualcosa di molto più grande, c’era, infatti, lo Spirito di Dio. La sua serenità, nonostante fosse a conoscenza che la malattia non le lasciava alcuna speranza, con la sua testimonianza mi ha dimostrato che sebbene fossi un membro di diritto del Paradiso con la qualifica di Angelo custode non sarei mai stato in grado di insegnare al mio raccomandato ciò che Lei gli ha lasciato. Probabilmente sono troppo giovane, oppure ho troppa voglia di vivere, tuttavia confesso che durante questa “stagione” della vita, con Serenella e Giuliano, ho imparato molto. Infatti Serenella era ed è di Dio! Prima di lasciarti, caro Giuliano, te lo ha dimostrato: “Hai avuto la fortuna di avere accanto un Angelo in carne ed ossa. Quest’Angelo ancora è vicino a te e a Chiara, ancora vi ama, vi guida e vi benedice, perché Lei, come me, ora è nello Spirito, e lo Spirito è ovunque. L’amore che hai dentro, continuerà verso altri orizzonti; la vita diventerà nuovamente bella, anche se per il momento ti sembra impossibile rispondere a certe domande, ti renderai conto che si vive perché così è la vita! Bisogna avere il coraggio di viverla! Per coloro che si amano è certo che un giorno si ritroveranno!”. Sono uno Spirito guida ma sono stufo di vivere in questo mondo terreno! Ora sono appagato di aver vissuto quel “pezzo” di vita che mi era stata negata. Nel paese, dove stavo prima della morte, mai mi era capitata un’esperienza di dolore di tale intensità. Con Giuliano ho corso, amato, sperato, pregato e lottato. L’ho accompagnato nel periodo di maggior sofferenza della sua vita ed ora sono pago per come ho svolto il mio compito, ciononostante il mio cuore è triste! L’avvicendarsi dei miei molteplici pensieri è interrotto dalla voce del nonno: “Peter, noi, tutta la tua famiglia, siamo orgogliosi di te! Il Papi ti ha permesso di fare l’Angelo custode non soltanto per guidare il tuo affiliato e saziare così la voglia di vita che avevi dentro, ma soprattutto perché anche tu potessi riempirti l’anima del Suo desiderio. Credo che finalmente sei pronto per ritornare nella luce del Paradiso”. “Hai ragione, nonno Tita — accorato gli rispondo — mi manca la luce, la pace, la gioia, la vita del mio Papi! E Giuliano, cosa farà senza il mio aiuto?”. Il nonno con tono deciso riprende: “Chiara e il suo papà avranno come Angelo la loro Serenella!”. Poi prosegue: “Comunque, prima di lasciare il tuo assistito, ti sarà concesso di “osservare” nel suo futuro: vedrai come realtà i momenti che dovrà ancora vivere. Caro Peter, avrai ancora qualche giornata intensa che potrai trascorrere alla stessa maniera degli ultimi vent’anni ma, saranno le ultime sulla terra!”. Ma, allora continuerò il mio “lavoro” di Angelo? “No! Peter, questo è un dono concesso a quei pochissimi Angeli che lasciano, per un evento straordinario, il proprio assistito prima della sua morte. Sono cose scritte in cielo, sono volontà di Papi!”.
La vita è dura ma io resisto
“Peter, Peter!”. Una voce dolcissima scuote la mia anima. Una presenza luminosa che lentamente assume le sembianze di donna attira la mia attenzione: “Ciao Peter, sono Serenella!”. “Ciao, benvenuta fra noi in Paradiso!”, rispondo. In braccio una bambina piccolissima, con i capelli lisci e biondi; assomiglia moltissimo a Chiara, ma... è Chiara! Serenella rivolgendosi a me chiama con forza e piena di gioia: “Vedi Peter! ora posso camminare, correre, volare; posso muovermi a piacimento; non c’è più la paresi che mi incatenava sia il piede che il braccio: sono guarita! Posso ritornare a cantare, a suonare e a ballare. Lo faccio con i migliori musicisti del mondo come Mozart, Bach e tanti altri. Il nostro Papi mi ha voluta nella sua orchestra, la più grande dell’universo! Durante la malattia, non riuscivo a capire perché la morte mi volesse strappare alla musica, non era giusto gettare tutti gli anni di Conservatorio, il mio diploma in pianoforte e tanti, tanti corsi di perfezionamento. Con Giuliano abbiamo fatto grandi sacrifici per i miei studi, ed in quei momenti mi sembravano sprecati ma l’amore del nostro Dio Papi mi ha ricompensato mille volte tanto, il più grande dono è stato però quello di poter coccolare la mia bambina attraverso la sua anima. Privilegio, questo, concesso a tutte le mamme che vengono chiamate in cielo prematuramente, lasciando i loro bambini ancora piccoli sulla Terra. Caro Peter, tu mi capisci! Perché ho chiesto di diventare Angelo custode di tutta la mia famiglia non certo per rubarti l’incarico, più semplicemente per poter trovare una moglie a mio marito e una mamma alla mia bambina: una donna con tanto amore nel cuore da donare ai miei cari tutta la gioia che non hanno avuto dopo la mia morte; così attraverso il suo cuore, la sua anima, potrò essere sempre con loro!”. Commosso la interrompo: “Cara Serenella, confesso che fin dal giorno della tua morte ero certo di come molto presto mi avresti sostituito: è giusto così! Quindi ho chiesto al Papi di liberarmi dal mio impegno; l’ho fatto a malincuore perché sono affezionato ai tuoi cari. Ma ora mi sento appagato, specialmente come Angelo alpinista. Per tuo marito ricomincia una nuova vita, seppur diversa, è sempre vita!”.
Caro Giuliano, Serenella non rimarrà a lungo in Paradiso; è già pronta per essere il tuo Angelo. È comunque difficile per me accettare di uscire dal tuo cuore; con te ho vissuto “ciò che mi mancava da vivere”: abbiamo diviso avventure grandiose e amato tantissimo fino a conoscere la morte nel cuore! Ho rivissuto i tuoi errori, i tuoi peccati, però ho la sensazione di come non abbandonerai mai più la strada che ora hai imboccato. Perché nella tua vita ed in quella di Chiara sta arrivando il vostro Angelo grande: Serenella, a cui lascerò presto il posto.
Prima di andarmene mi è stato concesso da Papi il privilegio di “osservare nel futuro” del mio assistito anche perché non potrei condizionare in nessun modo la sua vita conoscendo ciò che accadrà. Nella luce comincio a vedere le immagini... C’è Giuliano, la sua mente, i suoi pensieri proiettati nell’aria come fossero ovunque. Riesco ad entrare nella sua essenza come ho sempre fatto, a vivere da protagonista come nel presente episodi della sua vita futura. Posso leggere il suo pensiero all’istante vivendo le stesse sensazioni ed emozioni, insomma tutto come ho sempre fatto. È difficile spiegare il futuro nel presente! Faccio un esempio: in questo momento, attraverso gli occhi del mio protetto e la Volontà di Dio che tutto conosce vedo proiettato ciò che accadrà, mi sembra di leggere fra le sue emozioni una frase: “La vita è dura ma io resisto!”.
La frase, ben visibilmente stampata sulla maglietta di un ragazzo, mi ha fatto meditare a lungo; infine ho impresso nel mio animo questa considerazione: “La vita è così bella che preferisco viverla”. Sono negli “anta” ed ho una voglia pazza di vivere nonostante i momenti difficili, anche perché le notti più buie preannunciano sempre delle aurore meravigliose. Mi ritornano alla mente le parole di Serenella prima di lasciarmi per il Paradiso: “Giuliano, avrai una vita meravigliosa”, quindi scriverò sulla mia maglietta una nuova frase “La vita è semplicemente meravigliosa!”. Fra le tante cose belle della mia vita c’è anche quella di essere ritornato al “mio alpinismo”, di essere riuscito ancora a salire il sesto grado, di farlo senza il bisogno di molto allenamento, di non sentirmi sminuito per non avere l’elasticità fisica di un tempo e soprattutto sembrare appagato e felice anche nella semplice ripetizione delle vie da me aperte molti anni fa. Certo fremo e sogno nuove vie da aprire, poi mi accontento e godo anche osservando la felicità smisurata dell’amico inesperto che si affida alla mia esperienza per raggiungere la vetta. È con questi sentimenti che ora quasi tutte le settimane, metto le mani sulla roccia! Oggi abbiamo salito i primi trecento metri di parete, la scalata era priva di una meta precisa, mi sono lasciato trasportare dalle difficoltà della parete alla ricerca del “facile nel difficile”, incurante di ciò che c’era sopra. L’idea iniziale era di aprire una via sfruttando una dorsale di roccia, molto più a sinistra del punto dove ora ci troviamo. Purtroppo l’attacco si è mostrato inaccessibile per una foresta di rovi. Ci siamo spostati in un camino parallelo alla linea scelta, ma questo purtroppo, aveva una direzione opposta; è l’inconveniente della grande parete, con i suoi innumerevoli imprevisti. Questo è l’alpinismo di chi vuole scoprire e percorrere pareti inviolate: quello che più amo, quello che ho vissuto per oltre vent’anni, quello che mi ha dato le maggiori soddisfazioni! Ripercorrendo le vie classiche, aperte tanti anni fa, non ritrovo più i tratti friabili o le piante spinose, i punti interrogativi di un tempo! Vi ritrovo invece difficoltà inferiori, molti chiodi e tanti arrampicatori entusiasti di ripetere la mia via. Credo persino che quando si ama, si possa comunicare il proprio amore anche attraverso il modo di porsi e di compiere una scalata. Ho lasciato, infatti, la mia firma: chiodando il più distante possibile, studiando quale chiodo poteva entrare nella roccia ma soprattutto appendendomi ad essi con prudenza e rispetto anche se non sempre si dimostravano sicuri, insomma, ho cercato l’arrampicata libera, senza l’uso di trapani o strani aggeggi. Per questo ora chiedo a chi ripete una mia via come quelle di altri alpinisti di rispettarne l’arte di chi è venuto prima, non è necessario amare il suo alpinismo, almeno non cancellarne “la sua storia!”. Anche perché con i miei compagni abbiamo esplorato molte pareti, espresso la nostra fantasia scolpendo la roccia: insomma, abbiamo scalato in sintonia con la parete e le sue asperità. Mi trovo ora a fine corda, sotto una paretina strapiombante e preparo la sosta. Osservo attentamente la roccia, cerco inutilmente una fessura, un piccolo buco e, solamente alcuni ciuffi d’erba mi ricordano che dove c’è una radice posso tentare di piantare qualche cosa. Lo faccio creando una ragnatela di chiodi alcuni sicuri altri meno e grido a Gino e Roberto di salire. A fatica mi alzo dalla sosta e con l’aiuto di un chiodo, affronto deciso uno dei tratti più difficili. Mi muovo lentamente su una fascia di rocce instabili, selezionando ogni appiglio consapevole di come una caduta in come ho sempre fatto cioè con qualche solido chiodo e con le “mie mani!” quel tratto di parete mi avrebbe causato sicuramente dei danni. Già da molti anni salgo le montagne con poche protezioni e su qualsiasi terreno, anche se non sono più né motivato né allenato per molti dei gradi moderni. Solo il mio cuore, il mio pensiero, la mia concentrazione unita alla mia resistenza psicologica, alla mia forza interiore ed alla grande esperienza mi permettono ancora di “vincere” quelle pareti che per molti rimangono inaccessibili. Cerco di arrampicare. Una parete giallo-marrone, molto strapiombante e all’apparenza friabile frena il mio entusiasmo di raggiungere la cima senza grossi problemi. Guardo in tutte le direzioni scrutando ogni possibilità per uscire da una situazione critica, evitando quelle difficoltà che rallenterebbero la scalata costringendoci ad un imprevisto bivacco in parete: per il quale non siamo attrezzati. Ora tutto è più difficile! Si è alzato il vento della sera. Le ultime ombre della scogliera si riflettono sul lago; nel folto di un cespuglio qualcosa si muove: due gabbiani spiccano il volo, gridando in duetto “le loro parole”. Gli osservo incantato dalla perfezione del loro volo, l’armonia e la grande grazia, l’innocenza di una immagine che per un attimo mi fa sentire vicino, quasi uno di loro. Con questo pensiero decido di preparare la sosta. Mentre recupero la corda cerco di sdrammatizzare la situazione concentrandomi sulla manovra. Infine, il mio sguardo ritorna sul lago e sulle ultime piccole vele. Un attimo la fantasia mi trasporta ad alcuni giorni prima sulla mia barca, quando per la prima volta decisi di mettere le mani su questa parte inviolata della scogliera.
“...il lago era pauroso in quel giorno di settembre, la tempesta brontolava nell’aria, annunciata dall’avvicinarsi del vento. Le onde dell’acqua, scure come le nuvole nere, percuotevano la barca con violenza. La prua scompariva sott’acqua per poi fortunatamente riapparire. Eravamo investiti da un vento violento che soffiava da nord e mi obbligava ad ammainare il fiocco e ridurre la randa, la vela più grande. Confesso, sinceramente, che i miei sentimenti mi fecero capire di come fossimo in una posizione piuttosto preoccupante anche perché il mio equipaggio era privo di qualsiasi esperienza velica e perché la corrente era così forte da non permettere nessuna andatura se non quella di giardinetto, quasi di poppa, cioè essere sospinti dal vento e dall’onda. Il mio successivo pensiero fu quello di ricercare il coraggio dei tempi migliori, quando le difficoltà mettevano a dura prova il mio baldanzoso coraggio e la paura voleva avere il sopravvento. Colsi la preoccupazione dei miei compagni; erano così tesi e così eccitati, che nessuno di loro aveva il coraggio di parlarmi, anche se leggevo nei loro volti il desiderio di ritornare subito a riva. “Asseconderei volentieri il vostro desiderio, ma come?”, mi domandavo in silenzio scrutando le ripide scogliere e la lancetta del serbatoio del carburante, ero in riserva e quindi sarebbe stato impossibile navigare a lungo sfruttando il motore. Non mi scoraggiai, nemmeno nel vedere le poche imbarcazioni che rientravano a riva. Volli aggredire la situazione, consapevole che tutta la mia vita è stata un’avventura, alcune così estreme da impormi scelte vitali sia per me stesso che per le persone più care. Solitario in mezzo al lago, puntai in direzione di Campione. Iniziai a virare con tutta l’energia di una rinnovata speranza. La sicurezza e la fiducia in me stesso erano la mia unica forza e continuavo a ripetermi che presto anche quest’inferno di tempo sarebbe cambiato, lasciandoci nella “quiete”. Improvvisamente un colpo: la vela si era staccata perdendo il vento. “Dio mio!”, esclamai preoccupato mentre mi accorsi della rottura di un morsetto. La “scotta” non teneva più il “boma” e l’imbarcazione si trovava in balia della corrente e delle onde impetuose che sembravano travolgerla. Gridai ai miei compagni, riparati in coperta, di mettersi il salvagente e cercare uno dei moschettoni che tenevo in barca per quando mi divertivo ad arrampicare lungo la scogliera. Solo pochi secondi e mi trovai con il moschettone tra i denti, occupato come ero con le mani al timone. L’intenzione era quella di portare la prua contro vento, di riacciuffare il “boma” e con il “moschettone” riallacciare la vela alla scotta. Ci riuscii con mille peripezie e finalmente ripresi il controllo della barca. Ero bagnato fradicio. “Non vi preoccupate, è freddo, sì, ma non sono facile ai raffreddori. State tranquilli!”, gridai ai miei compagni. Attorno a me cielo, acqua e bufera. Una natura nemica che m’invitò a volgere il cuore al mio Dio per confidargli di quanto avessi bisogno di Lui. A mezzogiorno, la burrasca diminuì d’intensità, e la barca ricominciò a navigare fluidamente. Un raggio di sole attraversò le nubi terribilmente cupe e finalmente ammainai la vela, accesi il motore per dirigermi verso il porticciolo di Campione. Mentre mi avvicinavo a quell’insenatura, osservai il Salto delle Streghe, la parete dove avevo firmato le vie più difficili, poi navigai fino alla base della grande scogliera del monte Tignale. Scrutai con lo sguardo i camini iniziali della via Marilyn e, oltre a destra, la via delle Guide. Quanti anni sono passati, dieci forse quindici, non ricordo nemmeno quando con i miei compagni le abbiamo scalate quelle pareti per la prima volta. Quella giornata trascorsa in barca mi fece ritornare la voglia di arrampicare, di ricercare un mondo, per me meno ostile e certamente con maggior soddisfazione. Guardai la vergine parete, con le sue tante linee, posta sulla sinistra rispetto alle altre vie già aperte, e compresi come ben presto sarei stato lassù: quel giorno è nata questa via...!”.
La voce di Gino che m’invita a recuperare la corda, mi riporta alla realtà. Cerco con lo sguardo fra le rocce e trovo la soluzione in modo evidente: una marcata fessura che scompare nel vuoto, dietro lo spigolo. Mi immagino la parete come in una fotografia, come l’ho vista quel giorno dal lago, e scorgo il gran diedro finale della via Marilyn e focalizzo il punto dove presumibilmente ora mi trovo e comprendo come l’unica possibilità sia quella di seguire la fessura che dovrebbe portarmi sulla parte finale di quella via da me già aperta precedentemente. “Quante volte ho dovuto scontrarmi con l’ansia del dubbio?”. Spero vivamente in un regalo della montagna: stupende facili rocce che mi avrebbero portato in vetta. Mentre salgo ricordo come non sempre sono stato esaudito dalla montagna, non sempre ho raggiunto la meta. Le piante, il grande diedro della Marilyn! che gioia indescrivibile! ancora pochi tiri di corda, tutto è risolto e presto saremo in vetta. “È magnifico! Di che cosa ridete? Non crederete mica che avessi voluto bivaccare?”, grido ai miei compagni. Poi tiro un sospiro di sollievo e, accompagnato dagli ultimi raggi di sole, proseguo nella mia scalata verso la cima. La felicità è immensamente grande come quella dei miei compagni, ancora maggiore quando pensiamo di fare la nostra dedica. “A Nicoletta”, aggiunge Roberto, “a Cecilia”, anche Gino esclama la sua dedica: “a Patrizia”...., infine io replico: “a Serenella!”.
La Casa del Cielo
“Papi, ho ancora un desiderio, una curiosità. Prima di lasciare Giuliano e Chiara, vorrei sbirciare ancora per un po’ nel loro futuro”. La mia preghiera viene nuovamente accolta e nuove immagini prendono forma e prende consistenza una nuova dimensione in cui mi trovo immerso totalmente: C’è Giuliano, sdraiato sul letto con accanto Chiara ormai grande ed ascolto la piccola mentre chiede: “Papà mi racconti una storia?”. “Va bene! ma prima parliamo con Gesù con il nostro segnale segreto, la nostra parola d’ordine: il segno della Croce”, risponde il papà prima di soddisfare il desiderio della bambina. Dopo la preghiera, il papà comincia a raccontare: “...In un Paese molto lontano chiamato India viveva, in compagnia della sola mamma, un bambino; il suo papà purtroppo era morto dopo una lunga malattia. In quel Paese la gente era ed è ancora molto povera, chi ha la fortuna di lavorare guadagna pochissimo. “Quanto guadagnano papà?”, interrompe Chiara. “Da quello che so, molto poco! La gente vive in condizioni di grande povertà e ciononostante riescono ad essere felici”, risponde Giuliano. “Perché sono felici?”, interrompe nuovamente la sua bambina. “Chiara, non lo so! Forse perché sono ricchi dentro”. Aggiunge Chiara: “Però se si ammalano non avendo i soldini per il dottore possono morire”. “È così!”, le risponde. “Noi siamo ricchi, abbiamo dottori, medicine e molte cose superflue, però possiamo morire nell’anima e spesso siamo molto più infelici di loro”. “Allora papà, cosa possiamo fare?”. “È necessario cercare in noi stessi un minimo di equilibrio e, contemporaneamente, diventare un po’ meno ricchi di ‘soldini’ e donarli a loro: così potranno curarsi, studiare e vivere meglio e ci insegneranno come si possa essere felici anche nella povertà se l’anima è ricca”. Hai ragione Giuliano: “Arricchisci la tua coscienza... arricchisci la tua coscienza!”, suggerisco commosso al mio protetto. Queste parole gli entrano nella mente e.... “Dai papà vai avanti con la storia”. “Ok, va bene!”, risponde Giuliano, proseguendo nel racconto. “...La mamma si chiamava Golda Kotric e il bambino Selvaraj, vivevano in una vecchia baracca e mangiavano solo un pugno di riso, quando c’era. Purtroppo la morte del papà aveva lasciato la piccola famiglia nella miseria e l’unica speranza per sopravvivere era nel piccolo Orfanotrofio di Padre Cyril, dove i bambini più poveri potevano sfamarsi e studiare. L’Orfanotrofio poteva esistere solo grazie alla solidarietà di alcune famiglie italiane che adottarono a distanza i bambini indiani”. “Papà, perché tutte le famiglie italiane non adottano un bambino indiano?”. “Chiara non lo so, forse perché non conoscono quanta tristezza e povertà c’è nel mondo, forse perché non sentono il bisogno di diventare ricchi dentro! O più semplicemente perché siamo pieni di problemi e non troviamo il tempo per pensare”. Giuliano prosegue nel racconto “...La mamma di Selvaraj, vedendo che il suo bambino aveva raggiunto l’età della scuola si rivolse a padre Cyril, il quale si impegnò, quando ne avrebbe avuto la possibilità, ad occuparsi del bambino. La Provvidenza di Dio fece il miracolo: una famiglia italiana si prese cura del mantenimento del bambino e così Selvaraj poté entrare nell’orfanotrofio per iniziare gli studi. I giorni passarono velocemente, Selvaraj studiava molto ed era il primo della classe; tuttavia Padre Cyril si accorse di come il bambino fosse sempre molto triste... “Perché papà era molto triste?”, chiede con insistenza Chiara; e il mio protetto risponde: “Vedi, il suo piccolo cuore batteva per la sua mamma rimasta sola nella baracca”. Durante il tempo delle piogge, Selvaraj rimaneva per ore alla finestra pensando alla sua mamma, la vedeva stanca e sola sotto un tetto che perdeva acqua da tutte le parti. Padre Cyril comprese il dolore di Selvaraj e scrisse alla famiglia italiana che lo aveva adottato, raccontando la vita del bambino ed aggiunse come nonostante soffrisse per il distacco dalla mamma fosse molto diligente nello studio. Quella famiglia rispose esprimendo il desiderio di voler costruire una casetta da destinare a Golda vicino all’Orfanotrofio per poter riunire la madre al figlio. Un giorno Padre Cyril prese Selvaraj a scuola e lo invitò a render visita alla mamma. Il piccolo si preoccupò molto, pensando fosse accaduto qualcosa di brutto alla mamma, invece il missionario lo confortò dicendo che lo aspettava una sorpresa molto bella. Velocemente si trovarono di fronte alla miseria più nera, condizioni queste, in cui viveva la povera donna, solo quattro stracci nascondevano l’esile suo fisico. Selvaraj abbracciò fortemente la mamma mentre Padre Cyril commosso li invitò a seguirlo. Subito dopo raggiunsero la nuova casa: era bellissima, aveva il tetto di tegole, le mura di mattoni con l’intonaco colorato di rosa, c’erano anche la porta e addirittura le finestre. All’interno alcune stanze, un gabinetto ed una camera con dei letti, insomma era una casa! Padre Cyril raccontò alla mamma ed al bambino come quella casa fosse il dono di una famiglia molto lontana che, forse, non avrebbero mai incontrato, almeno in questa vita... ”Perché papà? Perché non avrebbero potuto incontrarsi?”, interrompe Chiara. “Probabilmente perché sono molto lontani fisicamente, ma vicinissimi con il loro cuore”, risponde Giuliano. La storia è molto bella e importante, ma l’ora tarda e le continue domande di Chiara cominciano a spazientire Giuliano che prosegue più velocemente nel racconto: “In quella casa, assieme alla mamma Golda, trovarono ospitalità anche due poveri e abbandonati vecchietti, assieme condivisero felicemente la loro vita, aiutandosi reciprocamente. Padre Cyril un giorno scrisse: “Cari Benefattori, sul volto del vostro bimbo indiano per la prima volta ho visto un sorriso, accompagnato da una lacrima di felicità. Oggi quel bimbo è un dottore che cura gli ammalati più poveri e talvolta aiuta i missionari nella realizzazione delle case che i Benefattori fanno costruire. Le casette ora sono tantissime!”. Un attimo di silenzio mentre osservo il volto felice di Chiara ma poi nuovamente la sua voce: “ Papà, prendi i soldini dal mio salvadanaio e portali ai miei fratellini indiani”.
“Brava piccola!” — aggiunge il papà soddisfatto — e interrompendo ogni discorso le sussurra: “Adesso però chiudi gli occhietti e dormi. Domani ti racconterò la storia di una mia scalata di tanti, tanti anni fa: il nido dell’aquila”.
Lasciami volare
Con Sten è accaduto il “cambio d’Angelo” in un evento straordinario, per un disegno che non conosco e che non spetta a me giudicare. La mia missione si è dunque compiuta! Difficile è lasciare il mio protetto. Serenella ha cercato di spiegarmi perché il mio Papi mi ha regalato alcuni momenti futuri di Giuliano ma questo non ha impedito di sollevare il mio cuore colmo di malinconia. Ecco farsi strada ancora delle immagini... Giuliano è seduto su una sedia, sta sfogliando un libro! Deve essere un libro particolare perché avverto delle strane sensazioni. Mi avvicino e leggo il titolo: “Lasciami volare” e sopra Giuliano Sten... Incuriosito lo invito, attraverso il suo spirito, ad aprirlo, sfogliarlo. Lo fa! Assieme leggiamo, ci soffermiamo su bellissime fotografie di montagna, su racconti che riconosco dei suoi compagni di corda. Infatti, ci sono scritti di Andrea, Gianmario, Ivo, Giovanni, Marco, Giorgio, Franco, Alessandro, Bruno e molti altri. Nelle ultime pagine, la mia attenzione è attirata da una fotografia di Serenella e bambini dell’India. Su queste fotografie leggo: “Villaggio Serenella”, “Associazione Serenella”. Nella pagina a fianco c’è una frase: “Grazie all’ “Associazione Serenella” molte famiglie indiane hanno migliorato concretamente le loro condizioni di vita e ha reso possibile a molti bambini di frequentare la scuola fino alla decima classe. Grazie a chi ha partecipato e parteciperà in futuro a questa solidarietà”. E ancora leggo: In particolare lo scopo di questo libro è di far conoscere e sensibilizzare gli animi attorno al progetto dell’ “Associazione” intitolata a Serenella. “Un’iniziativa bella!”, mi dico orgoglioso. Nello sfumarsi di quelle immagini penso ai limiti del mio assistito, anche alla sua fatica nel crescere ed al suo inevitabile ricadere nelle sue debolezze. Ciò che ha ricevuto da Dio attraverso Serenella e la mia opera è il dono della “fede”: ha capito che da solo non riuscirebbe a camminare, perciò con semplicità chiede il nostro aiuto. In poche parole spesso si lascia trasportare dal cuore. Improvvisamente la voce del nonno scuote la mia anima: “Certo ogni uomo esiste per sé, ma anche per gli altri. L’uomo, investito di una missione è capace di compierla da eroe quando ha per amico un Angelo di Dio! Hai voluto vedere nel futuro di Giuliano, che cosa vuoi che ti mostri? Caro Peter. Le sue debolezze, i suoi peccati o cos’altro? Hai avuto la possibilità di vedere momenti particolari della sua vita. Ad esempio la favola raccontata a Chiara testimonia il suo desiderio di carità. Non sarà la carità dei Santi o di tante altre persone più generose e buone di lui ma è un suo modo di aiutare. La nuova via aperta da Giuliano mostra come nonostante la batosta della malattia di Serenella, gli è stata data la forza di ritornare al grande alpinismo. Lo farà in modo diverso da prima, perché ci saranno le bambine...”. Scusami nonno, “Perché hai detto le bambine?”. Mi risponde: “Peter, Peter, come sempre sei un Angelo impaziente. Guarda e goditi altre sensazioni ed immagini future del tuo assistito e poi preparati per la tua nuova avventura!”. Sten, con il suo libro in mano sta guardando la fotografia di copertina che lo raffigura in vetta ad una montagna mentre recupera altri due alpinisti. Per l’ultima volta vivo, entrando in lui, i suoi ricordi per mezzo del suo pensiero:
Lo spigolo del Croz del rifugio, sui Castei Meridionali, è una delle vie più esposte che ho aperto. Non è una via lunga o estrema, anche se è superiore in difficoltà al quinto grado, ma è bella, risolve un problema alpinistico fra i più estetici di tutta la Val d’Ambiez. Con Gianni, l’abbiamo vinto alcuni anni fa, dedicandolo ad Anna, la sua mamma. In vetta c’è una Madonnina ed anche una statua di alcuni centimetri di un Santo a cui sono molto legato: San Gaspare. È stata poggiata da Mariano, durante la malattia di Serenella. Serenella è morta il 21 ottobre, il giorno di San Gaspare. Per chi non ha fede è soltanto una strana coincidenza, invece per me è un segno che Lui l’ha accompagnata in Paradiso. Quel giorno, in vetta ero immerso in questi pensieri, quando la voce di Mario mi riportò alla realtà di tenere le corde ben tese perché c’erano difficoltà. Mario è un alpinista occasionale, comunque particolarmente dotato e coraggioso! A lui devo molto! Specie durante il periodo più difficile della mia vita. Assieme, legata ad un’altra corda, stava salendo Nicoletta! Stavo recuperando le corde, quando ho sentito un urlo di paura, il tonfo di qualcosa di grosso in fondovalle, soprattutto le corde alleggerite, come se non ci fosse più nessuno appeso. Mi sono sentito agghiacciare. “Mio Dio!”, mi sono detto impietrito, terrorizzato. Le corde molli e il tonfo mi hanno fatto pensare al peggio. Ma finalmente le loro voci; poi, a poco a poco, nuovamente il coraggio ritrovato di aiutare i miei compagni a salire. “Cosa era accaduto?”. Le corde facevano uno strano giro attorno ad uno spuntone di roccia, il quale a causa del mio tirare con forza, ad un certo punto è crollato in valle. È vero! Le persone care si amano mille volte di più, quando si rischia di perderle. Sulla cima ci siamo ritrovati con le altre cordate attorno alla Madonnina, ognuno con la sua preghiera. Nicoletta così ha pregato: “Dai Signore a Serenella tutta la gioia che non ha avuto durante la sua vita!”.
Nicoletta, la tua sensibilità ha colpito il cuore di Giuliano, la sua mente, la sua anima. L’ho sentita vicina la tua preghiera e ora dopo una lunga sofferenza, insieme percorrete la medesima strada costruendo a poco a poco il vostro futuro, la vostra vita.
Giuliano appoggia il libro sul tavolo e guarda l’orologio, e inizia a scrivere nel suo diario: “Oggi alle quattro del mattino dell’ultimo dell’anno, un anno “particolare” vissuto interamente, bruciato, nell’intensità di tutto ciò che è avvenuto. Guardo dalle finestre e vedo le campane della chiesa illuminate dalle lampadine di un Natale appena passato, sui tetti delle case c’è già molta neve e continua a nevicare; il tutto mentre Chiara sta dormendo nel lettone del suo papà e della sua mamma. Io e Nicoletta, siamo molto agitati, frastornati; abbiamo spostato da una stanza all’altra cose, vestiti, giocattoli. Ci prepariamo a cambiare casa, ci guardiamo attorno..., non sappiamo più cosa fare. Perfino le ore sono completamente saltate: vado a dormire alle nove, mi sveglio alle quattro, magari più tardi tornerò a dormire, chissà? Perché tutta questa eccitazione? Che cosa sarà successo? È nata Martina! Rifletto sulla mia vita vissuta così pienamente al punto da sentirmi vecchio, almeno come avessi cent’anni, qualcosa però rompe questa mia convinzione, questo pensiero che da molto tempo mi assilla, ma cosa? È nata Martina! Quando ieri stringevo per la prima volta Martina fra le braccia e quando penso a Chiara e alla mia nuova famiglia capisco quanto devo ancora ‘correre’. Questo cuore che ancora batte forte, forte; questo cuore che ancora si commuove ed agita il guerriero che c’è in me, che ancora mi dona tanta voglia di vivere, lottare, amare, sognare. Penso al coraggio di mia moglie Nicoletta, al suo grande amore per noi e particolarmente per Chiara, a ciò che è maturato in lei. Penso a mille altre cose belle!”.
Il pianto della piccolina che è nata da pochi giorni interrompe i pensieri di Giuliano. Corre verso la culla assieme alla moglie; guardandosi negli occhi felici si dicono: “Festeggiamo questo nuovo magnifico e giovane anno! È arrivata Martina!”.
Il diario di Giuliano mi testimonia l’immensa forza dell’amore che ha contagiato Nicoletta; comprendo anche nel mio assistito il bisogno smisurato di essere riamato, infine mi rendo conto di come per volontà del mio Papi sia nata una nuova famiglia. Ognuno ha una missione da compiere, ogni vita ce lo testimonia in maniera grandiosa! L’anima abbandona il corpo allo stesso modo con cui si butta un vecchio vestito, ma l’amore che si è riusciti a dare ci viene restituito non come un miracolo della vita, ma semplicemente come conseguenza logica di quanto si è amato. Aveva ragione il nonno quando mi disse che un giorno avrei capito l’amore del Papi!
Ciao Ugo
Mi trovo in una mansarda con molto legno, gremita di oggetti: fotografie, quadri, libri, sculture in ferro battuto, piante e peluche di tutte le dimensioni. Il posto mi piace. In terra un pavimento in legno: con tutto il suo calore. Seduto c’è Giuliano. Sembra uscito da un brutta avventura in montagna. Non è cambiato, forse un po’ invecchiato, è invece provato nel fisico e nella mente: pare stanchissimo, persino nel vestiario mi sembra trasandato. Lo osservo incuriosito, poi il mio sguardo è attratto da una parete variopinta di colori, mi avvicino: le pareti del vano scale sono interamente coperte da multiforme stravaganti, “cose” strane, ma cosa sono? Sembra un grande quadro, forse alla fine del secondo millennio arredano in questo modo? Che strano effetto! Poi noto, alcuni chiodi con cordini e moschettoni, su un tratto di parete, appeso, un vecchio martello da roccia, con manico in legno, quasi uguale a quello che usavo: un dettaglio piuttosto antico che mi rende pensieroso. Finalmente capisco lo scopo delle forme: incredibile! Il muro così addobbato non è altro che una palestra di roccia con gli appigli costruiti artificialmente, in poche parole sono davanti ad una parete artificiale. Ai miei tempi, nemmeno con la fantasia avrei immaginato di come un giorno sarebbe stato possibile allenarsi in casa, sfruttando appigli variopinti e tutti lavorati diversamente. Pensandoci bene però anch’io arrampicavo lungo il muro di sassi del laboratorio, sfruttavo le piccole fessure o le asperità per allenare le dita. È notte in un’ora tardissima, dopo una lunga giornata e una serata estenuante, Giuliano sta pensando intensamente a qualcosa; lo leggo dall’espressione del suo viso anche se non riesco a capire ciò che passa nella sua testa. Lo vedo, con le lacrime agli occhi, prendere in mano il suo ultimo scritto: incuriosito mi avvicino e con lui lo rileggo: Ciao Ugo, più sorridente che mai, ora sei addirittura luminoso! Ugo, devo confessarti di come, per un attimo, non ti volevo con noi. Il giorno precedente la salita, eri affaticato e molto lento sul breve sentiero che separa il Rifugio Cacciatore dal Rifugio Agostini, mi avevi fatto paura! Vuoi parlarmi della giornata di ieri? È stato un momento storico, incredibile, finalmente siamo riusciti a poggiare la nostra Madonnina sulla cima più alta del Brenta: la Tosa! Oggi, che non sei più con noi, cerchi ancora di comunicarmi la tua soddisfazione e felicità; come ieri sulla vetta! Eppure, caro a poi i momenti vissuti assieme nel rifugio, la tua solita allegria, i tuoi cioccolatini, distribuiti a tutti, e la solita ricca cena della moglie di Ignazio, quante cose... mi sembravi scatenato nella tua simpatia. Ugo parlami, dimmi i tuoi pensieri... “A dire il vero, caro Giuliano, anch’io ho avvertito che non ero sulla mia, non avevo mai fatto così tanta fatica a camminare e devo ringraziare Gianni per non avermi mai lasciato solo. Mi sembrava strano vederti salire con i bambini piccoli molto più velocemente di me, ma credimi non ce la facevo proprio. Al rifugio però ho subito recuperato le energie, grazie alla splendida compagnia, alla bella dormita nella cameretta. Il mattino successivo ho preferito partire da solo, per salire con il mio passo senza essere di peso a nessuno”. Appunto Ugo, quando ti ho visto che camminavi in alto verso la Bocca d’Ambièz ho detto: “En do vàlo lassù da sol?”. Le cordate per la via Mingotti erano già partite e portavano sulle spalle la Madonnina. Io dovevo organizzare la giornata per tutti gli altri, bambini compresi. L’ascesso al dente non mi tormentava più di tanto e molti volevano provare la Cima Tosa per la via normale, tu eri davanti a noi e ci aspettavi sul ghiacciaio: quindi, abbiamo deciso di seguirti. “Caro Giuliano, già da un’ora mi godevo il sole ed il panorama ai piedi della Cima d’Ambièz, quando vi ho visti salire tutti quanti sul sentiero sottostante. Quando mi avevate raggiunto, ci siamo persino legati per attraversare il nevaio e successivamente salire sul percorso attrezzato Brentari verso la Tosa. Era un giorno particolarmente bello, le nebbie erano sotto di noi; mi godevo il caldo del sole, l’azzurro intenso del cielo, le montagne che ho sempre amato, in un anfiteatro di cime fra i più belli delle Alpi. Ho pensato a mia moglie Annamaria, ai miei cari figli, ai nipotini e particolarmente a Giulia che proprio ieri compiva gli anni. Salivamo in due cordate lunghissime, c’erano famiglie, nelle quali persino chi non aveva mai conosciuto le Dolomiti così da vicino; quindi, anche se cominciavo ad avvertire una strana fatica costringendo tutti a rallentare il passo, mi sentivo molto più esperto e sicuro. Anche quando mi hai rimproverato perché mi sono slegato sotto il camino della Tosa, anche quando hai chiesto chi avesse voluto salire o scendere, non ho avuto il minimo dubbio ed ho affrontato la paretina rocciosa sovrastante con grande tranquillità...”. Caro Ugo, a dire il vero ti ho visto salire molto bene e ti ho fatto anche i complimenti ma poi nel continuo lavorio di recupero di tutti gli altri ti ho perso di vista. Ora penso a quando poco prima mi avevi detto che in mezz’ora, dopo il camino, saremmo arrivati in vetta mentre io sostenevo che era necessario molto più tempo; ma tu mi sorridesti sicuro, da esperto conoscitore del Brenta. In vetta ci siamo ritrovati tutti, il lavoro di Mariano nel posare la pesante Madonnina proprio sull’orlo dello strapiombo, la fatica di Roberto, Alessandro, Gino e altri nel trasportarla fin lassù, le firme sul libro, la preghiera ed altre cose e poi, dopo un’ora, ho visto Gianni e subito dietro lentissimo c’eri tu. Mentre tutti si stavano preparando per il ritorno, tu eri fermo a pochi metri dalla Cima: a malincuore ti consigliavo di ritornare a valle senza raggiungere la Madonnina distante ancora un centinaio di metri. Ci trovavamo sul pianoro sommitale della Cima Tosa attorno a noi solo roccia e neve. Le nebbie che portavano via il sole ed il vento tipico delle cime più alte facevano risaltare la severità dell’ambiente. Mi godevo il tutto raggiante e felice quando fui interrotto dalla tua voce: “È un peccato essere a cento metri in linea d’aria dalla Madonnina e non poterla raggiungere”. “Ok, va bene!”, ti ho risposto: “Vieni, ci andiamo assieme”. Mentre tutti scendevano, ho avuto il privilegio di accompagnarti ai suoi piedi, lo abbiamo fatto molto lentamente. Insieme dopo averti scattato delle foto con Lei, abbiamo pregato... Scusa, se ti interrompo Giuliano, ma sono rimasto commosso dalla preghiera per Lara, Gloria, Cesarina e Sara ed ancora per tanti ammalati, credo proprio che la nostra Madonnina ci farà un miracolo grande. Ce lo farà, ce lo farà un miracolo mi ripeto convinto. Poi la tua lenta discesa con Gianni che non ti ha mai lasciato, vi vedevo chiacchierare nelle lunghe ore che hai trascorso in sua compagnia. “È vero, Gianni mi ha aiutato moltissimo. In questo posto dove ora mi trovo c’è tantissima gente buona, siamo avvolti da una luce meravigliosa, mi sento leggerissimo ed estremamente veloce, c’è una musica dolcissima e posso spostarmi alla velocità del pensiero. Per farti un piccolo esempio sto parlando con te e posso vedere anche i miei cari, sono nello Spirito, sono ovunque!”. Ti prego caro Ugo, non sono un Santo, sono un uomo pieno di limiti quindi fai in modo che un giorno anch’io possa godere del Paradiso dove tu ora vivi. “A te e alla tua famiglia ci sta già pensando Serenella”, dolcemente mi dice. “Dai parlami di Lei, dimmi se l’hai incontrata?”, gli chiedo colmo d’ansia. “Lascia perdere Giuliano, stai sempre con Dio e segui il tuo cuore con tanto coraggio e tutto accadrà per “destino”. Quando Mariano mi ha calato dalla paretina a fianco del camino della Tosa, mi sono sentito leggero e... non mi sono nemmeno accorto di morire. Ciao Giuliano, ora devo lasciarti per stare vicino a mia moglie, ai miei figli, ai miei nipotini; non dimenticarti di rimanere con Dio e di ascoltare il tuo cuore!”. Ciao Ugo, salutami Serenella e stai sempre vicino a noi.
Ne vale la pena?
Sono felice che Giuliano abbia avvertito la presenza di noi Angeli, però soltanto con la morte potrà conoscere la “vera” vita e il mio costante aiuto; di sicuro apprezzerà il “lavoro” che ho fatto per salvargli “la pellaccia” e ancor più per portarlo all’amore di Dio. Grazie Papi perché mi fai ancora “vivere” alcuni momenti significativi della vita futura del mio protetto che coronano in modo straordinario il tratto d’esistenza che non potrò trascorrere con lui. Il mio compito è oramai concluso e sono soddisfatto, devo lasciare il posto a Serenella che è arrivata al momento giusto. Dio capisce molte cose... Improvvisamente una visione, una rappresentazione di ciò che un giorno accadrà: Sten un po’ appesantito si sta allenando nella palestra di Val Scodella: è un pomeriggio ancora freddo di primavera, me ne accorgo dalla natura attorno. Il mio affidato, si muove da un passaggio all’altro con sicurezza e velocità; per lui, in questa palestra, nulla è difficile perché conosce ogni appoggio e ogni appiglio che sta toccando. Lo seguo incuriosito e felice di rivederlo in allenamento: “Chissà quali e quanti progetti per la primavera ormai prossima?”. Ad un certo punto lo osservo alla base di un passaggio molto atletico, esposto ma anche appigliato: è lo strapiombo, che quand’ero il suo Angelo custode, amavo di più fra i tanti di quelle rocce. Decido, proprio in quel punto, di godermi il piacere dell’arrampicare trasferendomi in lui:
I piedi sono poggiati in aderenza, mentre tutto il mio corpo è appeso alle sole braccia che meccanicamente incrocio per raggiungere i buoni e solidi appigli memorizzati nella mente tutte le volte che superavo questo passaggio. Nessun dubbio, nessuna incertezza è come se camminassi, anche se mi trovo sul sesto grado! Metto il piede destro sul solito appoggio, allungo con sicurezza la mano per raggiungere l’unico appiglio e... precipito! Sono nel vuoto... sto cadendo con il corpo messo di traverso, d’istinto porto le mani avanti per proteggermi, tocco terra come un sacco di patate, sbattendo malamente il corpo e in particolare la faccia sui sassi. Ho il viso pieno di sangue, sta scendendo dappertutto; provo a chiudere un occhio, poi l’altro, per capire se nella botta ne ho danneggiato qualcuno, poi metto le mani in bocca e mi tocco i denti, il torace e così lentamente lo faccio con tutte le parti del mio corpo. Sono solo, senza saperlo potrei essere gravemente ferito ma mi sento abbastanza tranquillo. Mi alzo, lentamente provo a camminare lungo il sentiero verso la strada posta poco sotto, dove incontro un uomo che spaventato mi regala un fazzoletto, poi un’amica mi porge della stoffa bianco pulita ed anche questa, in pochi secondi è inzuppata di sangue. Infine fortunatamente Alberto, si ferma con la sua automobile e mi offre un passaggio verso l’ospedale.
La diagnosi non è delle più brutte: trauma cranio-facciale con ferite, infrazione del gomito destro, contusioni ed escoriazioni dovunque e sangue nelle urine. Per la prima volta sarà ricoverato in ospedale! Mi consola che domani sono le Palme e poi la Settimana Santa e quindi anche Giuliano avrà qualcosa da offrire a Papi; mi ritornano alla mente i giorni e le lunghe notti vissute accanto a Serenella, passando da un ospedale all’altro senza mai lasciarla. Il suo pensiero e il suo cuore ora sono per la moglie Nicoletta, per Chiara e la piccola Martina nata da pochi mesi; sa che loro hanno bisogno di lui specie in questo momento. Si sente in colpa, completamente impotente in balia degli eventi e comincia finalmente a pregare così: “Serenella aiutami!”. La sera stessa, a Mariano, ridimensionando l’accaduto, Giuliano spiega come dopo essere stato ricucito, la dottoressa gli avesse ordinato l’immediato ricovero. Non sapendo cosa fare per evitare la tensione, racconta all’amico di essersi abbandonato ad una preghiera speciale: “Signore, Ti prego, se devi prendere qualcuno, porta in Paradiso il mio amico Mariano, che non ha famiglia...”. “Ma va en ... ”, gli risponde immediatamente Mariano.
Per alcuni giorni, il mio assistito ha forti dolori di testa, è sottoposto ad un’infinità di “raggi x”, esami e visite. In molti sguardi di amici avverto il loro disappunto per l’accaduto, qualcuno glielo dice apertamente, altri indirettamente: “Non hai più vent’anni, hai anche due figlie..., devi riflettere su questi segni, anzi meglio devi rivedere tutto il tuo alpinismo”. Giuliano tenta di spiegare ma invano. Ad un amico ricorda come da anni ha scelto di non arrampicare più in solitaria, lungo vie difficili, e il suo alpinismo è esercitato in massima sicurezza perché è consapevole dell’importanza della propria vita sia per gli altri che per se stesso! Eppure, sconsolato, gli mormora: “Eccomi qui pieno di botte, cosciente che sono ancora comunque una persona a rischio, ancora un alpinista che può precipitare, un uomo che può morire, un ‘disgraziato’, irresponsabile, che prima o poi potrà forse ‘lasciarci le penne’ in montagna.”
Da alcune ore Sten è solo, sdraiato nel letto, non mi sembra sofferente ma solo pensieroso. Mi sto annoiando vedendolo così impotente e perciò decido di entrare nei suoi pensieri:
Devi smettere! Hai una famiglia! Devi smettere d’arrampicare! Molti pensieri, analisi, passano attraverso il mio mal di testa mentre il mio sguardo si perde attraverso il vetro della finestra, sul verde di Costa Violina e oltre, in un cielo pieno di nuvole, nello spazio eterno, infinito..., nel sogno ad occhi aperti di un’arrampicata: Sulla roccia, appesi a chiodi, moschettoni, cordini c’è di tutto: zaini, scarpette, fornelletto e padellino, persino un paio di occhiali da sole anche il liquido delle mie lenti a contatto poggiato su una piccola mensola di roccia. Riesco a vedere il tutto attraverso il passamontagna che avvolge il mio viso, con l’aiuto dei miei occhiali da vista. Il mio corpo ha iniziato a riposarsi solamente da poche ore, ha ceduto alla stanchezza dopo aver trovato la posizione ideale sul duro ed irregolare terreno. I miei compagni sono più o meno nella mia stessa posizione, di traverso e in trazione sulle corde, essenziali per non precipitare dalla stretta cornice. Le prime luci dell’alba mi invitano ad alzarmi; lo faccio mettendomi seduto, con le gambe penzolanti nel vuoto e la schiena poggiata alla fredda e umida roccia. Ciò che vedo è talmente bello e pulito che mi sembra immenso: l’orizzonte lontano è interrotto da cime sovrastate da una striscia rosa viva di luce, sopra, il cielo è ancora scuro e mi svela ancora qualche piccola stella. L’aria così limpida sembra una lente, la temperatura è talmente rigida da frenare il coraggio necessario ad uscire dal sacco. Invecchiando si perde la frenesia dell’azione, della vittoria a qualunque costo, si dà meno importanza agli applausi della gente, ai titoli di giornale, alle ambizioni personali e finalmente si comincia a essere se stessi. Infatti sono entusiasta, protagonista di questo panorama che ogni minuto mi dona una fotografia diversa in luce e colore. In valle si vedono ancora delle luci lontane ma il mio occhio è attratto da quella del rifugio sottostante. Già si diffonde il profumo sapido del caffè, il sapore di una fetta di strüdel, il buongiorno della mia famiglia e degli amici..., ma prima devo completare la mia “opera”. Il sole con il suo calore mi “coccola” facendomi così riaddormentare. Al risveglio sento delle voci, l’odore di fumo della sigaretta di Gianni, soprattutto il profumo di caffè che Mariano mi passa sotto il naso. “Buon giorno amore!”, mi rifila Mariano con un sorriso ironico. “Buon giorno”, rispondo a quella cortesia, ancora mezzo addormentato. “Ma che ore sono?”, chiedo vedendo il sole già alto nel cielo. “Sono le dieci circa!”. “Mi sono addormentato!”. Finalmente dopo essermi gustato il caffè, essere uscito dal sacco, caricato di tutta l’attrezzatura attacco deciso il primo strapiombo. Mariano mi raccomanda: “Vai piano e con prudenza tanto di tempo ne abbiamo ancora molto”. Gli rispondo che in compenso mi sento più riposato. Guardo in alto e penso: “Ancora una quarantina di metri strapiombanti e poi finalmente il camino che ci porterà in vetta”. Infilo il primo chiodo in un buco, al quale mi appendo con decisione e...
...“Signor Sten, Giuliano Sten”, chiama una voce in continuazione. “Sono io”, risponde il mio protetto velocemente. “Deve fare l’elettroencefalogramma e poi i raggi x al torace”. Lentamente, dolorante per la testa e per i dolori che lo tormentano ovunque, Giuliano si siede mestamente sulla sedia a rotelle. Mentre egli attende pazientemente il suo turno, circondato da ammalati ripenso al “sogno” appena vissuto del bivacco sulla cornice della Cima di Pratofiorito e comprendo come ben presto, appena ristabilito ritornerà lassù, per tentare la variante diretta. “Ne vale la pena?”. Il solo fatto di sognare ad occhi aperti una scalata che si desidera fare, in compagnia dei migliori amici, lungo la quale sarà, con ogni probabilità, necessario un bivacco, fa sentire il mio alpinista straordinariamente felice. Sognare prima dell’azione è un modo per trovare la forza di spingersi oltre? È essere egoisti il sentirsi vivi? Forse si potrà discutere sulle motivazioni, sui perché un alpinista per sentirsi bene debba ritornare sulle montagne ma è un fatto che solo lassù c’è gran parte del suo mondo. Fra tutti questi pensieri importanti penso come per me la vita sia un mosaico di cose belle e brutte. Tra le belle c’è tutto il bene che Papi ogni giorno ci regala, la propria famiglia, “la realtà di essere un Angelo”. Per Giuliano credo ci sia anche, il desiderio di immergersi nella natura e di scalare le montagne che ama. Lo farà per se stesso e per le persone che desiderano farlo, lo farà in modo responsabile e prudente anche se a volte non gli riuscirà completamente. È a questo punto che c’è l’intervento divino, attraverso noi Angeli, per proteggere l’uomo in difficoltà! Vale la pena arrampicare? Credo proprio di sì!
Papi..., papà!
Il timbro di voce unico del nonno che mi chiama, la figura della mia mamma e del mio papà rompono la tristezza del momento. Dietro a loro spunta l’immagine di mia sorella che mi corre incontro stringendomi in un lungo abbraccio. Chiudo gli occhi dall’immensa felicità di ritrovare tutti i miei cari nella luce di Dio. Rimango a lungo in quella situazione, infine la voce della nonna che mi dice: “Non è necessario, Peter, che tu ritorni a fare l’Angelo! Se ti fa piacere puoi rimanere con noi per tutta l’eternità”. “Grazie nonna, sono molto stanco ho veramente bisogno di ritornare ad essere circondato dell’amore di Dio”. “E Sten, pensi che Serenella potrà guidarlo, quando sarà sulla montagna? Sono un Angelo alpinista, mentre Lei è un Angelo musicista, non è forse il caso di affiancarle almeno un secondo Angelo?”, chiedo un po’ preoccupato. Ancora la nonna con tono dolce e sicuro mi risponde: “Non agitarti per il tuo assistito, in questi anni con te, ha imparato a cavarsela da solo, anzi...”. “Ma..., non vorrei mai che abbandonasse il grande alpinismo!”, la interrompo. Prende la parola il nonno: “Va bene, va bene Peter, guarda il tuo protetto sulla montagna! Osserva attentamente la sua “prossima” avventura; ti renderai conto che lui è un alpinista che può continuare a scalare anche senza il tuo aiuto!”.
Per un privilegio speciale mi trovo con tutta la mia famiglia sospeso nell’aria, in una valle circondata da cime altissime: “Oh! Siamo in Val Brenta”, esclamo meravigliato. Proseguo: “La Cima Tosa, il Crozzon di Brenta, le Cime di Campiglio, gli Sfulmini..., il Campanile Basso!”. Ci avviciniamo sulla strapiombante parete ovest dello Spallone del Campanile, vedo degli alpinisti, riconosco Giuliano che sta martellando a più non posso: è in procinto di attrezzare un punto di sosta sopra un pulpito roccioso nella solitudine degli strapiombi. Trenta metri sotto di lui, due alpinisti che ancora riconosco nei suoi migliori amici Gianni e Mariano, appesi nel vuoto di circa trecento metri si stanno preparando per partire a loro volta. Improvvisamente si unisce a noi Angeli un’altra anima che riconosco in quella di Marino. Sembra entusiasta, felice più che mai: il Campanile è la cima che più ha amato. Marino comincia a raccontarci la storia della “Guglia” per eccellenza, ci dice di averle dedicato anche un libro ma, soprattutto, di avervi aperto una via che porta il nome di sua figlia: Cristina. “La via aperta da me e da Franceschini sale proprio lungo lo spigolo posto sulla sinistra della linea che sta percorrendo la cordata”. E Marino ce la indica con un dito: “Modestamente, la via nuova che stanno aprendo, l’ho suggerita al mio allievo il giorno in cui ha ripetuto la mia via, volevo fargli un regalo, una “prima sul Campanile”, per ricompensarlo non soltanto per il suo grande amore per il Brenta ma perché, dopo la mia morte, mi ha intitolato due prime ascensioni. La via che stanno terminando è molto bella, prevalentemente in arrampicata libera: il Campanile Basso racchiude i nomi più grandi dell’alpinismo di questo secolo ed ora anche Giuliano con i suoi migliori amici avrà la soddisfazione di legare il suo a questa meravigliosa cima. Il mio desiderio si sta avverando! Venite, volate con me attorno alla cima, potrete ammirare le altre vie”. Con Marino, i nonni, i miei genitori e mia sorella voliamo attorno al “Basso” e così anche i miei cari possono vivere, per alcune ore, la poesia dell’alpinismo migliore; rimangono si colpiti dal carisma di Marino, ma soprattutto, finalmente, cominciano a dare un senso e ad accettare anche la mia morte. Il sole sta scomparendo rapidamente quando, la sera, giungiamo sulla vetta dello Spallone, tra alcuni grandi massi, nel vuoto, dove c’è solamente lo spazio per sdraiarsi a terra; Sten con i suoi amici si appresta a bivaccare. Mentre si infilano nel sacco ascoltiamo Mariano: “Per il capocorda che oggi ha fatto tanta fatica, il posto più comodo, il più caldo, proprio in mezzo a noi”. Il mio protetto ringrazia con un sorriso smorzato, perché le facce dei compagni sembrano nascondere qualcosa. “Maledetti, mi avete fregato!”, esplode subito dopo gridando. Proprio sotto la schiena c’è un pezzo di roccia appuntito che, conficcandosi tra le vertebre, sembra volergli augurare una cattiva notte. Le risate dei compagni, unite alle imprecazioni di Giuliano rompono il silenzio! I tre compagni continuano a parlare della loro via: raccontano di passaggi estremi, di chiodi, della forza che hanno dovuto “tirar fuori” per salire, sono consapevoli di aver fatto una grande impresa. Cerco di spiegare ai miei familiari cosa significhi scalare per la prima volta un tratto di parete mai salito, pure “la passione”, il significato d’essere alpinista: “Aprire una via, legare il tuo nome alla montagna è il massimo che un alpinista può aspirare, se poi la via è bella e su una cima famosa come questa, la cordata entra nel mito, nella storia!”. Aggiungo: “Sono proprio felice per loro!”. Giuliano prima di addormentarsi: “Avrei voglia di chiedere a Dio di lasciarmi volare, per accarezzare le stelle, per seguire il cammino della luna ed andare oltre ancora...”. Lo interrompe Mariano: “Cosa mai ci sarà oltre le stelle?”. “Altre stelle!”. “Ed ancora oltre?”, gli fa eco Mariano. Risponde Gianni: “C’è mia madre, tuo padre, Serenella ... il Paradiso!”. Conclude il mio protetto: “Non occorre salire al di là dell’universo per trovare i nostri cari, loro sono qui con noi!”. La notte ci abbraccia tutti assieme Angeli e uomini sulla cima della montagna, anche Serenella si unisce a noi nel momento che Giuliano recita la finale di una sua poesia: “...più la notte è notte, e più meravigliosa sarà l’aurora che porta in seno!”.
Ancora Giuliano: “È troppo bello quassù! Mi manca la mia bambina, mi manca Nicoletta. Senz’altro questa sera prima di coricarsi mi avranno ricordato con una preghiera”. Dopo alcuni minuti di silenzio prosegue: “Papi, Papà del Cielo, quando giungerò da Te, Ti prego fammi vivere in una casa bella almeno quanto quella che ho ora! Fammi abitare vicino a Te anche se non lo merito!”. Dopo una breve pausa prosegue Mariano: “Fa’, o Signore, che quella casa raccolga il calore dei nostri cari e che confini con la Tua!”. Aggiunge Gianni: “Deve essere però una casa che non costi troppo, anzi nulla; lo sai Signore che non potrei mai comperarmela!”.
Ci sono notti d’estate vissute a tremila metri, nelle quali lo splendore del panorama ti lascia a bocca aperta, che ti vien quasi la voglia di scambiarlo con la bellezza del Paradiso. In cima al Campanile Basso, sopra una distesa smisurata di nuvole, sotto un cielo gremito di stelle rimango incantato. Il mio sguardo si perde lontano per poi arrestarsi molto più vicino: sul volto soddisfatto di Marino, sulle figure luminose dei miei cari, dei quali percepisco la gioia, sugli occhi di Serenella che sembrano convincermi di quanto debba ritenermi appagato della missione di Angelo custode. Mi lascio sommergere dalla felicità! Pensieri, emozioni cingono il mio essere completamente in balia dell’atmosfera: un complesso di circostanze mai vissuto precedentemente; infine mi scuote la voce del nonno: “Peter..., Peter, vieni! Ritorna con noi nella nostra casa in Cielo!”.
Conclusione
Ho avuto molte occasioni importanti per crescere, diverse opportunità per “volare oltre”, non sempre sono riuscito a coglierle; tuttavia quando ho risposto ai segni, alla chiamata del mio Angelo sono certo di aver creato le cose più belle della mia vita. La vita che ci plasma! Un “momento magico” è successo una notte umida e fredda, durante una serata trascorsa come tante altre davanti alla televisione. Quella sera veniva trasmesso un film molto bello, il capolavoro di Steven Spielberg: Schinderl List! Il lungometraggio è impressionante per la crudezza, la “realtà” delle immagini che raccontano, o meglio ci fanno dolorosamente rivivere lo sterminio del popolo ebraico durante la dominazione nazista: per la denuncia contro il male guidata con forza per non dimenticare, ma il film è anche un potentissimo messaggio di solidarietà umana. Un episodio mi ha profondamente colpito: un ebreo scampato all’Olocausto, grazie ad Oscar Schinderl, gli fa dono di un anello realizzato con l’oro dei denti di molti sopravvissuti: l’unico valore rimasto della loro “nudità”. All’interno dell’anello c’era scolpita una frase: “Chiunque salva una vita, salva il mondo intero!”. Schinderl pianse commosso tra le braccia dell’amico; per il rimpianto di non aver potuto salvare qualche persona in più scambiando la sua auto, oppure la spilla d’oro e chissà che altro, ma l’amico ebreo interruppe quel pianto dicendogli: “Oscar, Lei ha salvato più di mille e cento persone. Per questo, ci saranno altre generazioni!”.
Anch’io avrei potuto fare di più per salvare una vita. Ma cosa?... L’unico pensiero fisso per placare questa mia tensione... i bambini dell’“Associazione Serenella”, comincia un nuovo libro! Dopo “Lasciami volare” che cosa potevo ancora scrivere?
Non è facile scrivere un libro! Le ore notturne rubate al sonno trascorse sul computer, la tensione, i dubbi, infine anche l’impegno economico per pubblicarlo: è necessario crederci con tutte le forze ed essere sinceri con se stessi fino in fondo, per poter giocarsi una grande avventura ed evitare l’ipocrisia. È ancora più difficile se si vuole trasmettere sia i sentimenti più intimi che i momenti vissuti. Si rischia se stessi mettendo a nudo, in “piazza”, i pensieri più personali, si è disponibili ad accettare anche le perplessità e critiche. Tutto ciò l’ho accettato nel momento in cui ho cominciato a scrivere perché questo è il mio modo di pormi, la missione in cui credo! Non nascondo i dubbi specie quando l’argomento ha toccato la stagione della mia vita più difficile. Ne ho anche parlato sinceramente con Nicoletta, lasciandole la scelta! Mi ha fatto capire che non avrei dovuto negare il passato per costruire il nostro futuro! A lei e alle mie splendide bambine, dedico “la mia fatica!”. Il solo fatto di dire e di riscoprire con forza ciò che di più bello si ha dentro a volte crea imbarazzo: si parla d’amore, di gioie, di emozioni grandi, di sensazioni uniche, di sentimenti più puri, ed anche di dolori profondi: mille ragioni che spesso non possono essere comprese nella loro essenza perché appartengono solo al mio cuore. Non voglio essere il facile megafono dei valori più profondi che sono in me come in ogni uomo e non voglio nascondere i miei grandi difetti, le mie inevitabili debolezze. Sono certo esistono persone che hanno vissuto, sofferto, lottato, amato, e con generosità danno mille volte più di me; per carità lungi da me tale presunzione! Ho soltanto tentato di raccontare alcuni “frammenti della mia vita” attraverso gli occhi del mio Angelo, ho provato a testimoniare ciò che Serenella mi ha lasciato, ho fatto semplicemente il mio dovere cercando di essere fedele a me stesso: concludendo ho scritto ciò che la mia anima mi ha suggerito. Mi auguro anzitutto d’essere riuscito a comunicare qualcosa di buono, altrimenti prego il lettore di cogliere almeno lo sforzo di sensibilizzare gli animi attorno al progetto dell’“Associazione Serenella”. Anche oggi come in occasione del precedente libro “Lasciami volare”, nel mio cuore nasce una preghiera: “Perché ti cerco Signore? Ti sei forse smarrito in un cielo pieno di stelle, oppure semplicemente nascosto dietro il mistero di un essere che nasce, un filo d’erba che cresce, un fiore che sboccia. Probabilmente non sei altro che il volto di un uomo che soffre, ma senza dubbio negli occhi di un bambino riesco sempre a ritrovarti”.
Ringraziamenti
Come è consuetudine alla fine di un nuovo libro sono lieto di ringraziare le persone che mi hanno accompagnato in quest’ultima avventura: una scalata difficile fatta però da una cordata affiatata, tecnicamente molto preparata ma soprattutto legata da una solida ed illimitata fiducia uno dell’altro. È la stessa cordata della precedente via nuova: il libro “Lasciami volare”. Assieme abbiamo raggiunto una vetta che ci ha dato immensa soddisfazione, abbiamo scalato l’“Everest” anzi molto di più e siamo ritornati in valle, nei nostri problemi quotidiani. A seguito della nostra grande impresa, molte altre persone ci hanno imitato raccogliendo la sfida: il progetto legato all’“Associazione Serenella” è volato oltre la nostra vetta verso altre centinaia. Avevamo ancora la voglia di sognare, “arrampicare” per raggiungere un’altra cima che porta il nome “La Casa del Cielo”, per questo motivo ci siamo riuniti nell’accomunata voglia di riprovarci: è stata una scalata meno difficile della precedente, fatta a tempo di record perché eravamo più motivati, preparati sotto tutti i sensi. In vetta ci siamo abbracciati convinti che anche la nostra cima inviolata è bella almeno quanto la precedente, siamo stati così felici che volevamo quasi continuare ad arrampicare nell’aria come fanno i nostri Angeli. Ho avuto molto! Sono addirittura andato oltre i miei sogni: il mio traguardo più importante è il rendermi conto che nessun uomo è così grande come quando si china per aiutare un bambino! Infine sono lieto di presentare i miei compagni di corda:
Mia moglie Nicoletta e le mie bambine, che sono al mio fianco con tanto amore! Per il vostro star vicino, accettare e coccolare con gioia il mio cuore: che ha bisogno di sfogarsi, che ancora batte forte. Tenetevelo saldamente vicino, non lasciatelo mai solo! Dio è amore, un giorno vi ricompenserà.
Gianmario e Tiziana Baldi per “la rifinitura del lavoro”. È difficile immaginare le ore trascorse a sistemare i compiti di un altro, specie quando si hanno impegni più importanti che cadenzano la giornata, addirittura quasi impossibile quando bisogna farlo di corsa. Caro Gianmario, senza la tua sensibilità e capacità di interpretare il mio pensiero di uomo e d’alpinista, senza il tuo aiuto nel renderlo leggibile e, infine, senza la tua esperienza e fiducia, ora non avrei la gioia di presentare il mio secondo libro.
Giuseppe Mascotti, per i suoi preziosi consigli, per la poesia che scaturisce dal suo cuore, per la sua sensibilità e bontà d’animo..., per mille ragioni! Ti sono riconoscente.
L’intimo Carlo Zanoni per l’aiuto al “momento giusto” e per l’amicizia e l’entusiasmo che mi ha sempre trasmesso. Grazie di cuore!
Giuliano e Giancarlo Emanuelli con il personale della loro tipografia, per la stampa e per la clemenza dimostrata nell’accettare il fatto di lavorare senza grandi guadagni. Da un po’ di tempo ho uno strano desiderio: Vorrei invitarvi a spedire la fattura del vostro lavoro al signor Angelo Peter, vero autore del libro!
Luciano Conzatti per la sua professionalità nel controllo delle bozze e l’impaginazione del libro. Caro Luciano, la tua disponibilità di lavorare gratuitamente per questo libro come pure per il precedente “Lasciami volare” mi ha profondamente commosso!
Armando Aste per l’aiuto morale e la profonda amicizia! A te Armando, alpinista di fama internazionale, ma soprattutto alla tua umanità, fede e coerenza ti giunga la mia riconoscenza per i suggerimenti esortativi che mi hai dato.
Bruno Detassis, per i momenti che abbiamo condiviso.
Luciano Poli, responsabile del Gruppo Bombay, i missionari e tutte le persone che operano per continuare il progetto dell’“Associazione Serenella”. Caro Luciano, senza la tua instancabile opera di uomo sensibile, generoso, limpido e disponibile non esisterebbero le migliaia di adozioni a distanza di bambini e famiglie; neppure i villaggi, case e pozzi, acquedotti, macchine da cucire etc. Ho avuto la fortuna di apprezzare da vicino il tuo lavoro, come l’hanno avuta tantissime persone, quindi anche a nome loro ti dico “Grazie de cor!”.
Mario Francesconi, Gianni Canevari, Mariano Rizzi, Attilio e Patrizia Santulliana, Roberto Pezza e Gianni Potrich per mille ragioni! Grazie per “el bem che me volè!”.
Peter e Serenella gli autori del libro. Non so se sono riuscito ad interpretare il vostro pensiero, in tutti i casi comunque ho perorato con calore la causa degli Angeli. Ricordi Serenella quando ti dicevo: “Cosa fa un Angioletto più un altro Angioletto?”. Mi rispondevi: “Un Angelo grande!”. Grazie perché ci siete!
Finito di stampare presso la Tipolitografia Emanuelli - Arco (TN) nel mese di dicembre 1997
Printed in Italy
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