L’ANGELO PETER E GIULIANO STEN

 

 

LA CASA DEL CIELO

 

 

“Non devi negare il tuo passato per costruire il nostro futuro!”

A mia moglie Nicoletta

 

Alle mie bambine

A mia madre e ai miei fratelli

Alle persone che mi vogliono bene così come sono!

Ai nostri grandi Angeli!

 

Foto di copertina:

Il Bimbo di Monaco (Gruppo del Brenta)

 

Tutti i diritti riservati.

È vietata la riproduzione anche parziale

dei testi e delle illustrazioni.

 

Grafica di copertina: Roberto Pezza

 

Stampa: Tipolitografia Emanuelli - Arco (TN)

 

 

 

 

Prefazione

 

Dopo Lasciami volare, ecco La Casa del Cielo. I motivi ispiratori sono sempre la montagna e l’alpinismo. Ma sono solo il mezzo, direi addirittura il pretesto perché qui è soprattutto un uomo che parla, sia pure vestito da alpinista.

Forse lo stesso Giuliano “Sten” non se ne rende conto ma lui ha molte cose da dirci. Per questo gli è uscito fuori, gli è “scappato” questo suo nuovo libro.

La storia di un Angelo custode. Un soliloquio con se stesso.

Non spetta a me e non intendo fare una presentazione. Mi interessano i contenuti e trarne un insegnamento. Leggendo bene si scopre l’evoluzione di un cammino verticale verso la conoscenza, la risposta affermativa a un progetto di amore al quale è chiamato ogni uomo degno di essere tale.

L’invito viene dall’alto e sta dentro di noi. Bisogna solo avere il coraggio di soffermarsi, di ascoltare e di tradurlo concretamente nella vita di tutti i giorni. Ognuno con la generosità che gli è propria, ognuno con i suoi talenti.

È segno di predilezione.

Qualche prevenuto potrebbe pensare ad una lezione non richiesta di moralismo stantìo. Tranquillizziamoci. La Casa del Cielo è semplicemente più di un frammento di vita vissuta realmente. Un caleidoscopio di lotte, di sofferenze a volte drammatiche, di scoramenti e di riscosse gioiose illuminate da una generosità, da una disponibilità e da un servizio da additare a modello. Semmai poi ognuno farà le sue scelte.

Giuliano è un incendiario. Col fuoco dell’amore egli invita tutti dall’alto della sua montagna ideale. Lasciamoci bruciare anche noi, almeno un poco. Credo che questo sia lo scopo del libro.

 

«Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli..”.» (Matteo XVIII, 2-3)

 

Armando Aste

 

 

 

...Un giorno che non ricordo... mi sono incontrato con Giuliano, mi invitò ad una breve arrampicata nella Valle del Sarca. La scelta cadde sulla via “46° Parallelo”, una via su placca non difficile. Alla fine della nostra scalata il mio compagno mi disse: “Bruno è l’ultimo tiro di corda, quindi vai avanti tu mentre ti faccio delle fotografie.” Sebbene non fossi molto preparato e quasi ottantenne lo accontentai!

Un altro giorno, un’altra via sul Campanile Alto nel Gruppo del Brenta: lassù sempre ad un tiro di corda dalla vetta, Giuliano mi disse: “A te Bruno l’onore della cima!” e mi invitò a proseguire da capocorda. Rifiutai con decisione, dicendogli che lui aveva “tirato” la cordata e quindi doveva continuare a farlo. Giuliano insistette nella sua richiesta, addirittura manifestando la volontà di rinunciare alla vetta: anche in quell’occasione dovetti cedere esclamando: “E no! Siamo a pochi metri dalla cima e non mi sembra proprio il caso”.

La stessa “storia” sul Campanile Basso.

In vetta al Campanile Alto con una giornata bellissima, anche se molto fredda, guardando il panorama e “le grolle” che ci volavano attorno, Giuliano mi disse: “Bruno, questo è il posto delle aquile...”. Lo interruppi: “Certamente! le aquile volano in alto, i corvi in basso!”.

 

Ti ho ammirato caro Giuliano, per il tuo generoso altruismo che, con il pensiero costantemente rivolto alla tua Serenella, ti ha permesso di realizzare tante opere di bene e perché hai imparato dalla montagna, da Serenella e dalle tue bambine che la forza aiuta a trovare la serenità.

L’essere cristiani credo non sia altro che riuscire a trasformare in bene una croce che Dio mette sulle spalle dell’uomo.

Auguri per il tuo nuovo libro.

 Bruno Detassis

 

 

 

Vent’anni fa con mio fratello e Giuliano Stenghel eravamo legati in un’unica cordata nel tentativo di aprire una via nuova sulla Torre di Pietramurata, che abbiamo dedicato a mio padre: “La via del Gino”. Due anni fa ci siamo nuovamente “legati” per stampare “Lasciami volare” scritto da Giuliano. Non immaginavo il successo del libro. Non potevo credere al bene che è nato da quelle righe per le centinaia di bambini sconosciuti adottati da tanti amici perché vivessero con un tozzo di pane e con un libro per crescere con dignità. La generosità e l’entusiasmo dell’autore ci hanno coinvolto ancora una volta in questa simbolica cordata per stampare il nuovo libro “La Casa del Cielo”. Con la stessa voglia continuiamo a scalare uniti con Giuliano Stenghel che si è innamorato dei più deboli, dei più dimenticati perché di loro è la casa del cielo , oltre le vette che noi abbiamo tante volte raggiunto per sentirla più vicina. L’“Associazione Serenella” vive delle nostre cordate a cui s’aggrappano tanti amici, tante famiglie che indicano ai figli la vetta, oltre la quale c’è il cielo. Un cielo che si può raggiungere con la generosità, perché tutti “possediamo quello che abbiamo donato”.

La S.A.T. di Arco si unisce a questa cordata perché ci dona serenità e la gioia di essere vicini a Giuliano. E lo ringraziamo perché ci aiuta a scoprire “La Casa del Cielo”.

 

Giancarlo Emanuelli

 

 

 

È con vivissima gioia che desidero porgere un sincero saluto a questa nuova fatica editoriale di Giuliano. Quale Presidente della Sezione S.A.T. di Riva del Garda, che ha avuto l’onore di patrocinare il precedente “Lasciami volare”, esprimo quindi l’augurio più sincero affinché questo volume, che rappresenta l’ideale prosecuzione del messaggio che l’autore desidera esprimere attraverso la sua personalità e le sue esperienze di vita, ottenga un lusinghiero successo sia in termini di apprezzamento dei contenuti proposti ma soprattutto per il raggiungimento dei fini di beneficenza a cui anch’esso si rivolge attraverso l’opera dell’“Associazione Serenella”.

 

Cesarino Mutti

 

 

 

TERRA MONTAGNA CIELO

 

 

L’occhio umano ingombrato dalla terra

racchiude un ferito anelito di cielo.

E nei mattini i monti risplendenti

invitano verso l’alto. Certo, l’uomo

nei monti si decanta, si purifica;

ma pure Vi trascina le pene della terra.

 

È la tua storia, Giuliano, paradigma

di essere assimilato alla montagna.

 

Mentre tu sfidavi, tesa umanità.

Vertigini di rocce e di altitudini,

fino a pregare sulle pure cime,

quaggiù un morbo impietoso subentrava

nel cervello della tua Serenella.

Oh! Infinita agonia senza ritorno,

sbocciare estremo in una creaturina.

 

Fanno ressa i ricordi, sono stimmate

di vita eterna nel corso dei tuoi giorni,

terra calamitata dalle altezze.

Fluiscono in anima, in parole

imponderabili: il prezzo monetario

si riversa solidale sulla fame,

le carenze, gli abbandoni planetari.

 

Il richiamo delle vette, la precaria

vicenda della vita rifioriscono

in dilagante corrente d’amore.

 

Rovereto, giugno 1997

 

Giuseppe Mascotti

 

 

 

 

 

— Prima parte —

 

Civetta... perché incanta!

 

 

 

Civetta... perché incanta!

 

 Come è bello questo Cristo!

Per la prima volta scolpisco un Gesù senza croce, con le braccia e lo sguardo alzato verso il cielo che sembrano trascinare lo stesso corpo. È il Gesù che più amo! Non sofferente e morente sulla croce, ma vivo e presente in mezzo a noi per insegnarci ad essere più vicini al cielo.

Mentre osservo la figura con aria critica, mi sento soddisfatto, ho lavorato tutto il giorno senza sosta e trascinato dal mio entusiasmo ho dimenticato anche il pranzo. Ora, a scultura ultimata, mi sento addosso tutta la stanchezza!

Fra due giorni, finalmente sarò sulla parete Nord-Ovest della mia montagna: la Civetta!

Emil Solleder aveva superato per primo “la parete delle pareti”, usando un paio di pedule talmente fragili e logore, al punto di sostituirle, per concludere la scalata con quelle del compagno di corda, di due numeri più grandi. Solleder era arrivato ai piedi della montagna da solo dopo essere giunto in bicicletta da Monaco di Baviera.

In seguito raccontò: “Avevo sentito che là ad oriente si alzava un irto castello di roccia: la Civetta; scariche di roccia, ghiaccio, sassi; si diceva che era impossibile metterci su le mani e fu d’allora che sorse in me il desiderio di salirla”.

Il rocciatore bavarese ricorda ancora come ai piedi dell’immensa parete, in un fienile, incontrò altri due alpinisti intenzionati a tentare la stessa scalata e solamente quando confidò loro di essere il vincitore della parete Nord della Furchetta: “Il dado fu tratto! Eravamo in tre sulla Nord-Ovest della Civetta”.

Sospendo la mia scultura, ormai quasi al termine, uscendo sul prato di casa lo sguardo è attratto dall’immensa parete che domina la mia valle: è bellissima, con il sole al tramonto che la colora di rosso, si chiama Civetta, perché? Perché incanta!

Fisso lontanamente la via Solleder, ne conosco tutte le difficoltà, tutti i particolari e mi ritorna in mente la frase finale della guida: “...in caso di brutto tempo si può ritenersi fortunati a raggiungere sani e salvi la vetta!”.

Il buio trionfa, ed io ascolto i rumori della notte mentre guardo ancora la mia prossima meta. Tutti gli alpinisti hanno paura della “Nord” della Civetta. Tutti, tranne me! Da lontano la parete sembra gridarmi: “Ehi, tu! Non hai paura di me?”. “No! No! Ci vuole ben altro! E per dimostrarti che non mi fai paura continuerò tranquillamente il mio lavoro”.

Rientro in casa, entro nel laboratorio ed accendo la luce, sul balcone è appoggiata la mia scultura. Impugno scalpello e martello e proseguo nel lavoro di rifinitura. Le mie ansie sembrano scomparire alla vista di un Cristo così bello. Che meraviglia!

Controllo ancora i particolari della figura. Ho scolpito nel legno ogni ruga, ogni vena superficiale, persino i tendini delle mani, le unghie, gli occhi che sembrano parlare! Lo contemplo estasiato e ripenso alla frase della mamma quando mi ha chiesto con insistenza di scolpire un nuovo Gesù: “Lascia perdere Peter, fai un Crocefisso e quando sarà esposto nel Capitello tutti lo guarderanno e pregheranno!”.

Questa sera consegnerò il mio lavoro a papà che mi aiuterà a levigarlo e a dare il colore per poterlo mostrare alla mamma. Sono ansioso di cogliere le impressioni che la scultura susciterà in lei.

Dopo cena andrò a dormire molto presto così domani potrò salire sotto la parete e forse portarmi anche all’attacco della via. La prossima notte sicuramente la trascorrerò in uno di quei fienili forse, dove aveva bivaccato lo stesso Solleder con i suoi compagni: allora sarò solo, con la mia corda, il mio pesantissimo zaino e l’immensa passione per l’arrampicata.

 

Ha piovuto per circa due ore e con insistenza, il temporale ha scaricato tutta la sua energia; infine, con sollievo un vento forte da nord ha spazzato via le ultime nuvole, lasciando il sole a brillare sulla natura. Dalla parete scendono cascate che polverizzano l’acqua formando dei meravigliosi arcobaleni: il paesaggio è unico, incantevole, maestoso!

“La mia via” sale lungo fessure e camini e sarà quindi tutta nell’acqua; domani, sicuramente, non sarà in condizioni ottimali per scalarla.

Per passare il tempo decido di trasportare il materiale da roccia all’attacco ma le continue scariche di sassi dalla parete mi fanno ritornare sui miei passi.

Alla sera, dopo aver acceso il fuoco ed essermi riscaldata la minestra, riempio lo stomaco con molte delle mie vivande. Continuo a guardare la parete minacciosa: la sua ombra avvolge tutto quanto in silenzio ed oscurità.

Avverto una “fitta” di solitudine, mi sento barcollante nel mio coraggio: ho paura, un brutto presentimento e tanta voglia di ritornarmene a casa. Mi mancano i miei cari, gli amici, il mio caldo laboratorio e le mie sculture.

“Ma perché sono qui? Cosa voglio diventare? Perché rischio in questo modo? Perché ho una forza così grande da farmi tentare la scalata di una delle pareti più difficili, per di più da solo?

Ho voglia di rinunciare anche se da oltre un anno sto pensando a questa via. Probabilmente lo farò! ...ma solo domani”.

Immerso in questi pensieri mi corico fra il fieno, ma il sonno non è così pacifico, anzi, sono sempre più inquieto; decido quindi di scacciare con forza tutte le ansie che occupano ancora la mia mente e piano piano mi addormento.

All’alba, il temporale del giorno precedente è solo un ricordo, l’aurora rischiara le rocce sovrastanti. La notte con la luna, un cielo pieno di stelle mi hanno accompagnato sin qui e alla debole luce del giorno che nasce ho scalato velocissimo lo zoccolo roccioso. La parete è ancora addormentata, la roccia, nonostante sia bagnata e fredda, mi sembra accessibile, anche la famosa fessura di sesto grado è arrampicabile. È trascorso un po’ di tempo dal mio risveglio e si fa sentire la fame: decido di aprire il vasetto di marmellata della zia; ne mangio gran parte.

Mi butto deciso nella mia avventura, sono consapevole come sulla parete dovrò essere velocissimo per non finire ingoiato da un repentino cambiamento di tempo.

Nel primo pomeriggio un raggio di sole colpisce i miei occhi mentre slegato salgo le rocce inclinate che conducono al Cristallino, il piccolo ghiacciaio pensile posto in mezzo alla parete. Cerco di individuare la via, immedesimandomi nella logica dei primi salitori, un vecchio ma solido chiodo mi testimonia il mio intuito. Sono molto in alto e sono felice ma soprattutto ho caldo e non ho più paura. L’azione ha vinto i miei dubbi, avrei voglia di “volare”, ma il fischio di un sasso che precipita vicino mi riporta immediatamente alla realtà.

“Peter!” — mi dico — “... stai scalando l’impossibile e sei quasi sempre slegato, fai attenzione!”.

La cascata che vedo sopra di me mi ricorda come i primi salitori per superare quell’ostacolo furono costretti a passare sotto l’acqua. Decido, in quel tratto, di autoassicurarmi, consapevole che in seguito sarei salito molto più velocemente e nulla mi avrebbe fermato sino alla vetta. Riecheggiano nella mente le parole di Emil Solleder, quando — ormai al buio — salì gli ultimi metri della montagna: “Una cornacchia gracchiò, il vento gelido mi colpì, era la cima!”.

La soddisfazione comincia ad avere il sopravvento, la tensione sembra attenuarsi, mi muovo in un’arrampicata più armonica. “Sono nella storia! Nessuno aveva osato tanto!”.

Mi sento libero, forte, sicuro! Con questi sentimenti affronto il difficile tratto di parete sotto la cascata. Per alcuni secondi, pur protetto dalla mia cerata, trattengo il respiro rabbrividito da quella doccia di acqua gelida. Avverto tuttavia forte il desiderio di tornare al più presto alla luce, al caldo del sole lasciando quei camini bagnati, viscidi ma soprattutto così freddi.

Improvvisamente un colpo! Una forte botta sulla faccia! Sto precipitando! Tento disperatamente di arrestarmi trattenendo la corda, ma sbatto tutto il corpo ovunque, soprattutto la testa e la faccia: “Mio Dio che brutta caduta!”. Il sangue esce a fiotti sotto il mento mentre con la mano tento di toccarmi la testa: ho il viso distrutto e per di più non riesco a muovermi.

Credo di aver perso un occhio, ma ci vedo! Non reagisco, ma sono stanco.

Cerco di capire cosa possa essere accaduto. Forse sono stato colpito da un sasso? Non riesco a capacitarmi perché sono caduto; guardando il maglione e la cerata inzuppata del mio sangue, ho paura: “Signore! Cristo aiutami!”.

Improvvisamente sono leggero, estraneo, al cospetto del mio corpo che vedo ripiegato su se stesso. Sono sospeso a quasi mille metri di altezza, senza nessuna ferita, nonostante il pauroso volo mi sento leggero, anzi leggerissimo: sto volando!

“Sogno o sono sveglio?”, esclamo spaventato.

Fisso nuovamente il corpo. Anzi mi avvicino a lui muovendomi nel vuoto. Velocemente mi sforzo di fare mia questa irreale situazione. Tento di svegliarmi ma non ci riesco! Comincio allora a percepire la realtà della morte, del mio povero corpo, penzolante accanto a me. Raccolgo tutto il coraggio per avvicinarmi ad esso che vedo solo, abbandonato nel vuoto, immobile ed esanime. Volo attorno a lui, mi soffermo con lo sguardo sul volto. Gli occhi sono spenti, privi di vita, la pelle è di un bianco pallido e solo il sangue rosso vivo sembra ridonare la vita a quel viso morto.

“Mio Dio!”, non immaginavo di avere un simile aspetto. Fino ad ora mi ero sempre visto in immagini piatte; in fotografia o allo specchio. Ora, vedo il mio corpo in una dimensione completa appeso ad una corda. Lo posso percepire nitidamente a pochi centimetri: non mi sembra vero! È come se fosse un oggetto, qualcosa che non mi appartiene; per lui non provo più nulla mentre mi pongo continuamente delle domande.

“Cosa ci faccio qui? Non sarò mica morto! No, no! Non posso crederci, perché proprio a me...?”.

Tento di permearmi in questa realtà, qual’è ora la mia nuova dimensione. Non riesco a descriverla! Non avverto nessuna sensazione corporea, nessun dolore e nessuna temperatura.

“Povero me! I miei genitori rimarranno soli, sono morto!”.

Non posso credere che tutto questo accada proprio a me, eppure non sono preoccupato e angosciato.

Improvvisamente avverto il mio essere levitare lentamente verso l’alto. Tento di aggrapparmi alla corda, tesa come quella di un violino. Senza alcuna fatica salgo lungo le rocce sovrastanti e... proseguo oltre. Sempre più velocemente una forza misteriosa mi trascina verso il cielo mentre desidero disperatamente rimanere sulla terra, sulla mia montagna, sulla vetta che è sotto di me.

Sono spaventato ciononostante continuo a salire in una luce che sempre più mi avvolge quasi totalmente, addirittura abbagliante. Percepisco una sensazione di benessere, qualche cosa di inspiegabile, che però aumenta vorticosamente. Potrei paragonare il tutto all’attrazione fatale del canto delle sirene, ma ancora di più, di più...

Come è bello e meraviglioso godere di tutta questa pace, armonia e serenità!

Non riesco a descriverne la gioia, il divino che sta in questo posto, non c’è nulla di umano in ciò che sento. Non desidero più ritornare sulla montagna!

Incontro una luce ancora più forte, chiara, bella ma soprattutto non irritante: anche se in essa non colgo una persona, mi dà la sensazione che abbia un’identità che m’attrae. È una luce di comprensione, di assoluto amore, inimmaginabile!

Dalla luce nasce un pensiero: mi chiede se sto bene, se sono pronto a morire definitivamente. È come se quel manto luminoso mi chiedesse che cosa io debba mostrare della mia vita. Da questa precisa sensazione seguono improvvisamente dei flashback: rivivo l’infanzia, la prima scultura, le mie scalate: quel lontano Natale e la corda per regalo..., poi molti altri momenti, insomma tutta la mia vita in un attimo! È strano, sto rivisitando la vita come se fosse un film a più dimensioni ed avverto la presenza di questa luce che evidenzia nel mio cammino terreno i momenti dove si è manifestato l’amore in modo tale che io possa comprendere sino in fondo l’importanza di quel sentimento. Il tutto comunque è gradevole e piacevole. Le immagini si succedono risucchiate come in un vortice: mi fanno piacere e tento di aggrapparmi ad esse, tornano vari pensieri, talvolta sono solo dei brandelli, ora riaffiorano ricordi: volti, persone, montagne.

Poi, in un lasso di tempo che non riesco a quantificare, vedo delle figure umane che materializzo nei miei nonni scomparsi molti anni prima.

“Ehi nonno Tita, ehi nonna Maria!”, grido stupito e felice di incontrarli.

“Ciao Peter”, mi rispondono sorridendo quasi simultaneamente: “Ben arrivato in Paradiso!”.

 

 

 

Il Paradiso

 

Il Paradiso! Per tutta la mia vita ne avevo sentito parlare, anche se in sincerità desideravo arrivarci il più tardi possibile. Non potevo immaginare però tanta bellezza, armonia e serenità, orizzonti sconfinati, tanta luce e tanta musica. In questo spazio infinito non si sente il bisogno di nulla; si è permanentemente in una situazione piacevole avvolti dal Sommo Bene. Si può fare tutto! Volare, cantare, ballare, viaggiare nell’universo e nessuno incoraggia al male.

Non riesco a misurare il tempo che passa, qui non ci sono notti o giorni, non ci sono ore o minuti, quelli che talvolta in terra diventano ossessionanti.

Il mio spirito vola nel mondo e mi accorgo di quanto la vita scorra veloce, quasi a voler distruggere tutto. Ogni cosa sembra “nascere” per annientare la precedente: le persone, gli animali e i fiori appena accennano ad invecchiare sembrano farsi insignificanti. Il mondo è impazzito!

Certo anch’io, quand’ero in vita, facevo dispendio di energie e mi preoccupavo eccessivamente. Invece di accettare una condizione più umile, volevo bruciare le tappe e finivo, inevitabilmente, per crearmi sempre nuovi problemi, nuovi disagi.

I miei nonni già conoscono molte di quelle verità che vengono rivelate dopo la morte e per questo motivo rimango quasi sempre con loro per imparare.

L’uomo spesso considera bello ciò che non è tale, ma si appaga di vedere un bello appariscente, privo di valori, anzi autodistruttivo, capace di creare solo infelicità, trascurando il bene e la sua anima. Solo quando si rende conto di avere un’anima ritrova serenità, armonia, pace e comincia ad assaporare la gioia del Paradiso.

Ogni cosa sembra all’uomo semplicemente e direttamente la conseguenza di un’altra, crede che non esistano colpevoli delle numerose sofferenze; tutto scorre e tutto accade per equilibrarsi. Se qualcuno mangia, altri muoiono di fame: è normale! Per l’uomo è così, ma non lo è per Dio!

L’uomo poteva avere un mondo meraviglioso, aveva addirittura il Paradiso, ma ha scelto la “libertà”. Libertà di riempire la terra di lacrime, quindi è imputabile! Tutto il “sapere” del mondo non vale le lacrime di un bambino che prega: “Mio Dio, aiutami!”.

È difficile raggiungere la verità, soprattutto perché ognuno crede che sia giusta la sua “verità”; vogliamo che muti con il trascorrere del tempo, delle persone e delle tradizioni; ma l’amore, cioè il “gesto” che riesce a far sorridere, rimane così come è nato. L’amore è l’eternità stessa.

Ciò che per l’uomo è fantasia, in Paradiso è realtà! Tutto è possibile: si hanno le stesse “possibilità di Dio” perché siamo parte integrante di Lui, del Suo amore e Lui ci dona tutto! È grazie all’Amore che tutto diviene possibile, è grazie a Dio se siamo vivi!

Negli ultimi anni sono giunti in Paradiso anche i miei genitori e la mia unica sorellina, morti per le conseguenze di una grande guerra che ha decimato anche la popolazione della mia valle. Spesso ci incontriamo, immensamente felici in un amore puro!

La mia Guida in Paradiso continua ad essere il nonno Tita, Angelo di prima classe e da lui ho ereditato la passione di arrampicare sulle montagne.

 

 

 

Essere Angelo

 

Sono molto felice anche se un “pochino” mi mancano le scalate; probabilmente l’essere giunto qui molto presto non ha saziato la mia passione per l’alpinismo e, se fosse possibile, qualche arrampicata me la gusterei ancora. Non riesco però a comprendere perché nonostante mi trovi in questa gioia eterna, ho ancora sete di vita terrena!

“Posso risponderti io” -  interviene il nonno leggendomi nel pensiero.

“Vedi Peter, la tua voglia di scalare ancora le montagne, come lo stesso desiderio per altre passioni umane, sono comuni a tutte le anime giunte fra noi molto presto, cioè di chi non ha potuto vivere a lungo. Anche in tutto questo c’è il disegno di Dio!”.

“Però tu e la nonna mi sembrate così felici, appagati?”, gli ribatto.

“È vero, nipote caro, noi anziani siamo completamente soddisfatti! Tu invece, come altre anime “giovani”, hai bisogno ancora di esperienza terrena: ogni cosa, ogni essere, si chiama amore e nel suo nome anche noi che siamo in Paradiso, possiamo rivivere le stesse sensazioni, emozioni, gioie e dolori di quando eravamo in “vita” ma quest’ultima possibilità è una scelta rara. Chi rinuncia alla gioia e all’eterna felicità per ritrovarsi nuovamente nel dolore? Solamente gli Angeli custodi, ovvero le anime più forti, più giovani, meno stanche, le più coraggiose e desiderose di vita terrena scelgono di tornare nella vita. Però, caro Peter, se decidi di fare l’Angelo custode, dovrai farlo fino in fondo...”.

“In che senso fino in fondo?”, chiedo.

Ancora il nonno: “l’Angelo custode diventa protettore di una persona terrestre, lo accompagna e lo aiuta contro il male entrando nei suoi pensieri, nelle sue sensazioni, deve vivere le sue emozioni, i suoi errori, le sue sofferenze...”.

“E anche le gioie spero?”, lo interrompo un po’ scocciato.

“Certamente, mio caro, sappi che il lavoro dell’Angelo è una missione non facile; anzi, molto difficile e molto impegnativa: un compito che dovrai svolgere lungo tutta la vita del tuo assistito, fino alla sua morte. Il destino della sua anima è legato al tuo, quindi lascia perdere e ripensaci”.

Interviene anche la nonna: “Non ascoltare il nonno e vai Peter, noi siamo orgogliosi e felici della tua scelta.” Poi rivolgendosi al marito: “Non scoraggiarlo, Dio premierà il suo eroico coraggio!”.

E la nonna, continuando: “Dio ci ha dato, fra le molteplici possibilità meravigliose che possediamo, anche questa di diventare Angeli custodi: possiamo sceglierci una persona e guidarla al bene, a Lui. Come? Come ti ha spiegato il nonno. Tieni però presente che anche gli spiriti maligni, i demoni, possono entrare nel cuore, nella mente delle persone, provocando danni incalcolabili. Per un meccanismo un po’ complicato, le anime del Paradiso possono intervenire e combattere “questo male”, senza intaccare la libertà degli uomini, anzi ciò accade per scelta, spesso dopo una piccola preghiera.

Vieni Peter, andiamo a farci un giretto sulla terra”.

 

C’è un traffico incredibile di spiriti bianchi e purtroppo anche neri, quest’ultimi temono gli Angeli custodi ma nonostante tutto, essendo in molti, continuano a disturbare la nostra opera; si possono paragonare a delle zanzare: succhiano a poco a poco Dio dalle vene dell’uomo e su alcune persone hanno anche il sopravvento.

Molti uomini sono così arroganti e presuntuosi da non chiedere l’aiuto di Dio e di conseguenza il nostro, lasciandosi dissanguare. Altri credono di aver scelto la strada che li conduce a Dio, ma lo hanno fatto senza amare, così prima o poi, sono travolti dai demoni che gli ronzano attorno e — paradossalmente — a volte anche nel nome del nostro grande Dio, provocano molto male, finendo per fare il gioco opposto: sono tutti quelli che vogliono studiare Dio senza averlo mai amato veramente. Nel nostro mondo sono tanti!

Basta però solamente un piccolissimo segnale, una semplicissima preghiera per farci intervenire e sconfiggere le sanguisughe del male. È sufficiente dire: “Dio mio aiutami!” e gli Angeli arrivano.

Penso di aver capito le parole dei miei nonni e lentamente ripeto ciò che ho imparato. Per la Sua immensa grazia a noi Angeli custodi Dio ha dato la possibilità di scegliere anche la persona da accudire.

C’è però una regola! Quando è stato assegnato il proprio assistito, non lo si può lasciare per tutta la vita, fino alla morte. Bisogna stare con lui e “portarlo” a Dio. Se non si riesce in questo è un grande fallimento; ci vuole quindi un grande coraggio, tanta determinazione e ancora voglia di soffrire e lottare, cioè la testardaggine e l’entusiasmo delle anime giovani desiderose di vivere ancora sulla terra.

Ho chiesto di diventare l’Angelo di un alpinista, come ero in vita, possibilmente di un dolomitista, anche perché le mie esperienze in montagna furono solo sulle Dolomiti.

Ai miei tempi era molto difficile trasferirsi su montagne lontane; il mio universo si limitava a quello della mia valle. Il tempo per scalare era limitato: dovevo lavorare nella falegnameria di papà, accudire le bestie, aiutare la mamma con la sorellina; la sera, mentre tutti si ritrovavano a fare “filò”, lavoravo il legno. Scolpivo prevalentemente la figura di Gesù in croce, talvolta la nostra piccola comunità lo acquisiva e lo poggiava ai bordi delle strade o dei sentieri e qualche volta vi costruiva attorno un capitello di sassi. Forse i miei Cristi, e le preghiere dei pellegrini ai loro piedi hanno contribuito a farmi arrivare in Paradiso?

La mamma era orgogliosa del mio lavoro, mi ricordava in continuazione come questo mio impegno fosse una preghiera, un modo per lodare e ringraziare il nostro Dio, di sicuro era molto più felice alla vista di una mia nuova scultura che del mio faticare in scalate; sculture per me molto più impegnative dei miei crocefissi.

La mia vita e la mia passione era scalare, cioè vivere quelle emozioni e quelle soddisfazioni che solo in vetta riuscivo ad apprezzare.

Prima di partire per la mia missione sulla terra, il nonno mi avverte che sarei diventato l’Angelo custode di un giovane, con la passione per il gioco degli scacchi... “Ma come? C’è un errore! Ho chiesto un alpinista, non uno scacchista!”, lo interrompo seccato.

“Non agitarti Peter! Giuliano ha tutti i requisiti per diventare un buon alpinista e lo sarà di certo se saprai convincerlo”, risponde calmo il nonno.

“Ma si chiama Giuliano e...”.

“Sten!”, prosegue ancora il nonno, lanciandomi un sorriso che ha il sapore di un buon augurio.

“Che strano cognome!”, borbotto fra me.

 

 

 

— Seconda parte —

 

L’Angelo Peter e Giuliano Sten

 

 

 

Introduzione

 

Questo Peter, vero autore e protagonista del libro, è davvero una figura particolare. Non è certo quell’Angelo custode descritto da una certa iconografia sugli Angeli che li vuole sempre in una veste dalmatica ed in un atteggiamento serafico; anzi i suoi dubbi, la sua passione per la vita, lo rendono più vicino agli uomini che agli Angeli.

Peter Gabrielli muore in un incidente in montagna mentre sta per entrare nella storia dell’alpinismo; infatti precipita quando sta realizzando il primo tentativo di salita in solitaria alla via Solleder al Civetta. Improvvisamente gli è negata non solo la soddisfazione di poter realizzare quella importante salita alla quale si era preparato durante molti anni di alpinismo ma soprattutto non ha più la possibilità di poter vivere la sua gioventù e di provare quei sentimenti e quelle passioni che pervadono ogni uomo.

La voglia di continuare in qualche modo a vivere gli fa accettare l’incarico di diventare un Angelo custode di un possibile alpinista. Sarà suo compito avvicinare Giuliano Sten all’alpinismo e a Dio; assai facile gli è il primo molto più difficile appare il secondo. L’esperienza e la passione di Peter, nonché l’entusiasmo del suo assistito, portano in breve tempo Giuliano non solo sul sesto grado ma anche lungo difficili salite in solitaria. Durante queste ascensioni Peter ha un tale desiderio di arrampicare che non esita ad entrare nel suo assistito ed arrampicare con lui godendo del suo stato d’animo e delle sue stesse emozioni in modo da poter placare quel desiderio di montagna che un fatale errore gli fu negato. Stando vicino a Giuliano ha la possibilità di provare anche quelle passioni umane che per il suo amore verso le pareti e per la repentina morte non ha avuto modo di provare. Così scopre cos’è l’amore verso una donna, la paternità ed il dolore per la morte della persona amata.

Questo desiderio di vita gli fa dimenticare il compito di ciascun Angelo cioè di avvicinare il proprio assistito a Dio. La sua preoccupazione, tuttavia, non è quella di imporre una fede a Giuliano ma piuttosto di dargli una prova dell’esistenza di Dio e del Bene affinché egli possa credere; cioè di dare o trovare chi possa rendere una testimonianza di fede autentica e genuina. Anche questo privilegio è di fatto negato al nostro caro Peter; infatti, sarà Serenella, la giovane moglie di Giuliano conosciuta anche grazie all’intervento di Peter, ad avvicinare Giuliano a Dio e sarà Lei, infine, a chiedere di diventare l’Angelo custode della sua famiglia terrena; sollevando così l’Angelo alpinista dal suo gravoso compito. Peter con rammarico si separa dal suo assistito dopo aver visto degli squarci che la vita gli riserverà, ma ora è appagato perché ha potuto vivere sia quel tempo che non gli è stato concesso che vivere quei sentimenti che la sua breve vita non aveva conosciuto.

Peter con la sua voglia di vivere che vince anche la delusione di non vedere i suoi desideri più intimi ed importanti realizzarsi è comune a ciascuno di noi ed ecco perché possiamo riconoscerci in quest’Angelo la cui passione per la vita spesso ha il sopravvento sulla sua natura serafica.

Giuliano e Peter lungo le loro scalate continuano ad interrogarsi anche sul significato dell’alpinismo. Ambedue sono consapevoli che di fronte alle difficoltà della montagna non è possibile giocare con se stessi, non c’è posto per la meschinità; infatti in parete le difficoltà o si superano oppure no: non c’è posto per le vie di mezzo! Questa considerazione vissuta fino in fondo fa rispondere ad ambedue che, nonostante i pericoli, vale la pena continuare ad arrampicare per poter continuare a scoprire il fascino dell’alpinismo soprattutto se vissuto in modo non totalizzante o prigionieri della propria passione che spesso ci distrugge impedendo così di esprimere fino in fondo le possibilità e la propria sensibilità come, in una certa misura, è accaduta al nostro caro Peter.

 

Gianmario Baldi

 

 

 

Giuliano Sten

 

“Peter, se avrai dei problemi o qualsiasi altra richiesta rivolgiti a Dio, chiamandolo semplicemente Papi; io sarò sempre con te pronto ad aiutarti!”, disse il nonno prima di lasciarmi.

 

Una luce molto lontana, un puntino luminoso attira la mia attenzione.

Mi avvicino velocemente e scopro come quella luce non è altro che un fuoco nel mezzo di una valle: circondata di cime ombrose, nel “buio pesto” di una notte senza luna e priva di stelle.

Vicino al fuoco un uomo avvolto nel sacco sta dormendo: è il bivacco!

Nuovamente con l’occhio mi allontano e vedo in lontananza decine e decine di altri puntini luminosi. La mia curiosità vuole essere appagata, mi accosto, cerco di mettere a fuoco questa nuova realtà e più velocemente mi immergo in quella che scopro essere una piccola città: strade debolmente illuminate, case e finestre aperte; il rumore di qualche motorino di tanto in tanto rompe la quiete di una notte d’estate.

Una vecchia casa, affiancata da moltissime altre tutte uguali e così prive d’identità, attira la mia attenzione. “Che sia la mia destinazione?”.

Decido d’infilarmi in una finestra. Oltre le tende, una stanza semplice, arredata di vecchi mobili, il pavimento è di assi lunghe, vecchie insomma, tutto rappresenta un umile e popolare appartamento.

In casa nessun rumore. Il mio occhio si ferma su qualche cosa di vivo: sembra una donna, non più giovane, profondamente addormentata. Nella stanza non c’è nessuno oltre a lei; l’immagine mi procura imbarazzo e mi eclisso velocemente uscendo di lì.

Attraverso una porta semi aperta, entro in un’altra stanza da letto dove mi accorgo di tre ragazzi tutti addormentati. Cerco di capire da chi sono occupati i tre letti sparpagliati nei vari angoli: sono oramai certo che uno di loro sia il mio assistito, il mio futuro compagno. “Chi di loro è Giuliano?”, mi chiedo proseguendo nel mio curioso “viaggio” sopra i loro corpi. Il mio sguardo si ferma su uno di quei letti dove uno dei giovani dorme assiduamente, sopra di lui un poster raffigurante dei bambini debolmente illuminato dalla luce della strada. Sotto, sul comodino, un libro di scacchi, dal titolo: “Il centro partita”. Adesso capisco chi è e dove sta dormendo il mio assistito!

“Grazie Papi, sono arrivato a destinazione!. Mi sento emozionato perché finalmente ho “una grande vetta da raggiungere”. In Paradiso ho imparato ad amare la gente per quello che è. Le ultime parole della nonna:  “Peter dovrai insegnare a Giuliano che solamente trovando Dio ed amando il prossimo avrà la pace con se stesso e con la natura! L’avvenire gli sta davanti: è cresciuto in una famiglia in difficoltà; presto sarà grande e si allontanerà per avventurarsi con te sulle montagne”.

Odo la voce del nonno che mi dice: “Ecco Peter, ora, se vuoi, potrai osservare i sogni” del tuo assistito, potrai anche vivere “direttamente” tutto ciò che egli prova, potrai entrare in lui”. Incuriosito cerco di farlo, spingendomi nei suoi sogni che quasi sempre svelano la vita più segreta.

 

Alcuni giorni dopo, il mio Sten è in procinto di giocare una partita a scacchi. Tra le dita della mano destra l’inseparabile sigaretta e in quella sinistra un bicchiere colmo di latte caldo: di fronte l’ostico avversario!

Non capisco nulla di questo gioco, anzi non riesco proprio a capacitarmi di come si possa trascorrere gran parte della propria vita in questo modo; mi sto terribilmente annoiando!

All’improvviso un amico interrompe la mia monotonia invitandolo ad una escursione alpinistica sul monte Stivo.

Nuovamente il nonno si fa avanti e mi dice: “Dai Peter, puoi trasmettere il tuo messaggio a Giuliano, richiamare la sua attenzione su quest’idea nuova; se insisti forse riuscirai a convincerlo!”.

Inizio così il mio lavoro di persuasione: “Sì! Sì! Che bella avventura! Che meravigliosa possibilità... e così via per molte volte finché il mio assistito si rivolge all’amico rispondendo: “Ma, non so..., non sono mai salito su una montagna!”. Aggiunge il fautore dell’idea: “C’è sempre la prima volta! Allora d’accordo domani, alle sette del mattino davanti al bar Imperiale”.

“Va bene!”, conclude Giuliano.

Il giorno successivo, il mio protetto è puntuale all’appuntamento; vestito di un paio di scarponi in prestito, di pesanti pantaloni di velluto “a costa larga”, di un giubbotto in lana ed una borsa a tracolla, inizia così la sua prima avventura in montagna.

Mentre mi affianco a lui nei faticosissimi passi sulla neve, per raggiungere la vetta dello Stivo, la voce inconfondibile del nonno mi incoraggia: “Bene Peter, il tuo affiliato comincia ad essere un alpinista! Finalmente puoi rivivere la tua “voglia di montagna” non ancora appagata, puoi provare la sua stessa fatica fisica e psichica, puoi ritornare ad essere alpinista però in modo diverso da prima. Infatti, ora potrai trasmettere al tuo assistito molti segreti della tua esperienza ma, non potrai “intaccare la sua libertà di scelta” perché la decisione ultima, prima dell’azione, spetta solo a lui!”.

“Su dai, vai, entra in lui! Vivi con lui e, dopo tanti anni soddisfa il tuo desiderio di avventura e di montagna!”.

Ecco faccio ciò che mi consiglia il nonno.

 

...sto camminando nella neve profonda, sono sudato fradicio e continuo a guardare in alto, verso la fine della salita, lassù dove le nuvole corrono e si nascondono in un turbinio di neve sollevato dal vento. Devo farcela! Devo raggiungere i miei compagni di escursione che si sono allontanati lasciandomi solo: salendo molto più velocemente. Ogni due passi devo fermarmi a respirare e a riposare!

Guardo in valle e vedo il lago di Garda, proprio sotto di me c’è Arco, la valle del Sarca mentre più sopra c’è la cima del monte Stivo, la mia mèta! Ma perché ho accettato l’invito di buttarmi in questa fatica? Non potevo starmene tranquillo al Bar a farmi una bella partita a scacchi?

Comincio a rendermi conto di come non solo le forze mi stanno abbandonando, ma anche di come la calma si stia trasformando in disperazione per la tremenda situazione. Gli amici mi hanno lasciato e sicuramente staranno ridendo o prendendosi gioco di me.

Ma che m’importa di loro, devo vincere questa sfida e salire. Lo faccio passo dopo passo sorretto soltanto dalla mia volontà; non sono mai salito su una vera montagna, salvo su qualche sasso scalato da bambino e per gioco, nel tentativo di esplorare le grotte vicine a casa mia.

C’è una casa, vedo della gente, probabilmente i miei compagni che non voglio nemmeno incontrare da tanto sono stanco e arrabbiato. Così proseguo tenendomi lontano da loro. All’improvviso una raffica di vento mi percuote, mi trovo ai piedi di una grande croce e... c’è il vuoto davanti a me: che spettacolo al momento dell’arrivo in vetta!

Mi inginocchio stremato, slego dalla vita il mio giubbotto e lo indosso, mentre il mio sguardo si perde sulla città, sulla valle, sulle montagne.

Non ho mai visto il mondo da così in alto! Non ho mai vissuto un’avventura così grande! Mi scopro felice, incantato, ammagliato da tanta bellezza e forza della natura. Finalmente sono soddisfatto, orgoglioso di questa vittoria. Mi rendo conto di come qualche cosa di importante stia accadendo in me, è come se la mia vita stesse per cambiare. Ho vent’anni e mi trovo sulla mia prima vera cima!

 

“Nonno. È incredibile!!! Avevi ragione! Ho vissuto nuovamente l’emozione della montagna da ‘protagonista’”.

Mi ribatte: “Sono felice per te, avresti però potuto dimostrarti un po’ più attivo, metterci qualcosa di tuo senza vivere passivamente i suoi pensieri, le sue sensazioni, le sue emozioni. Ad esempio avresti potuto consigliare al tuo assistito delle pause al momento giusto, oppure di levarsi il giubbotto al primo caldo, e così via; a lui poi la decisione se farlo o meno!”.

“Hai ragione nonno Tita — rispondo — ma ero così frastornato ed emozionato dall’esperienza da abbandonarmi completamente in lui”.

 

Con l’aiuto del nonno ho iniziato ad imparare le molteplici possibilità concesse dal mio Papi agli Angeli custodi. Finalmente ho capito come posso aiutare Giuliano a crescere, ad andare oltre: sulle pareti vertiginose, sul sesto grado e, forse, affrontare anche l’alpinismo più avventuroso delle “vie nuove”.

 

 

 

Il passaggio del naso

 

Da alcuni mesi stiamo arrampicando con ritmo impressionante. Ogni giorno che passa il nostro legame si rafforza: infatti, seguo Giuliano da una roccia all’altra di Val Scodella. Contagiato dalla sua passione mi dimentico che devo aiutarlo a “crescere”, di essere parte della sua coscienza. Arrampica con uno zaino pieno di sassi sulle spalle, un paio di vecchie e pesanti pedule certamente non adatte al suo modo istintivo di muoversi (ma è l’alpinismo di quest’epoca, degli anni Settanta).

Giuliano Sten è molto giovane, di media statura, magro e con gli occhiali ed i lineamenti scarni; si sforza di poggiare la punta del piede, mantenendo il tallone basso per non stancare il muscolo della gamba e per aumentare così l’aderenza sulla roccia della famosa suola rigida “Vibram”.

Sulle rocce della palestra di Val Scodella è abitudine di tanti alpinisti non proteggersi; quasi tutti salgono, scendono oppure traversano in molti casi senza corda. Su questo terreno è possibile superare, in continuazione, dei marcati strapiombi e salire così in alto dove non è consigliabile cadere. È il metodo ideale per creare un buon capocorda, un alpinista sicuro, abituato a muoversi senza grandi protezioni.

Il mio raccomandato su quelle rocce, è quasi sempre da solo. I più forti alpinisti  hanno già un compagno, le cordate sono formate ed affiatate, non è facile espugnare un ambiente così esclusivo, non ci sono alternative: i meriti in montagna, come gli stessi compagni, vanno conquistati con la passione e mostrando le proprie capacità! Ciò non rappresenta un problema, anzi Giuliano è stimolato, felice e realizzato nella gioia di potersi allenare migliorando continuamente: ogni passaggio superato è un traguardo, una vittoria!

Devo “guidarlo” con prudenza, per poter affermare di aver iniziato bene la mia carriera di Angelo custode. Sten di tanto in tanto si lega alla corda di qualche compagno ad esempio Alberto, gestore del Bar dove c’è il Circolo scacchi, è il primo che l’ha introdotto sulle rocce di Val Scodella, oppure Günter con l’inseparabile compagno di corda Sergio, soprannominato “Bussola”. Quest’ultimi rimangono colpiti dalle sue capacità e da loro arriva l’invito per la prima arrampicata vera: una via di duecento metri in cordata.

La scelta per questa nuova esperienza in montagna cade sullo Spigolo del Primo Apostolo nelle Piccole Dolomiti: una via molto esposta e classica, di quarto e quinto grado. L’emozione e la grande gioia del mio alpinista si riflettono nel mio cuore e mi trovo a rivivere la stessa felicità di quando anch’io avevo vissuto quello stesso momento tanto tempo prima. La giornata è splendida... Giuliano cammina con gli occhi al cielo, non ha mai visto montagne così alte, pareti così impressionanti.

Per me invece è tutto normale, sono nato nelle Dolomiti, ho scalato pareti di mille metri e sono un alpinista esperto; ciononostante ho il privilegio, in quanto Angelo custode, di rivivere tutte le emozioni del mio assistito e quindi il mio spirito freme per l’entusiasmo di ritrovarmi nuovamente ai piedi di una montagna.

La scalata non è difficile, comunque Sten non nasconde la tensione per il suo battesimo su una montagna vera; solo dopo il primo tiro di corda si rilassa in un’arrampicata armonica. Il famoso “passaggio del naso” è bellissimo, indimenticabile anche se con grossi appigli.

La vetta offre i soliti rituali: la stretta di mano, le congratulazioni, la corda avvolta attorno al corpo e finalmente un panino interrotto di tanto in tanto da un sorso di the o di vino. Giuliano è entusiasta, sta toccando il cielo con un dito mentre si gode il panorama unico, mai visto prima.

Come farò a fargli accettare che fra pochi giorni sarà arruolato in un battaglione di fanteria? Sembra una beffa per un alpinista con tanta passione, però anche questo fa parte di un disegno che, sebbene Angelo, non riesco a comprendere. Anch’io dovrò soffrire del suo dolore per la lontananza da casa, ma soprattutto per la mancanza delle nostre montagne.

Pensando a casa mi ritrovo a fare una constatazione: “Talvolta è necessario essere preparati per un’intera vita a diventare grandi alpinisti, ma soprattutto uomini pronti a portare croci, sofferenze essenziali per capire, migliorare e quindi avvicinarsi a Dio. Papi ha dato a Giuliano delle grandi possibilità ed anche modestamente un Buon Angelo custode: e non è poco!”.

Mi ritornano alla mente le parole del nonno: “Caro Peter, se scegli di fare l’Angelo custode potrai anche vivere tutto ciò che prova il tuo assistito, compresi gli stessi dolori!”.

 

 

 

Finalmente le Dolomiti!

 

“...non preoccuparti Fante! Alla fine del C.A.R., partirai per le truppe di montagna”.

“Grazie, signor Capitano”, rispose Giuliano al suo comandante dopo avergli spiegato tutte le motivazioni per le quali desiderava trascorrere il periodo militare sulle montagne. Venne il giorno della definitiva destinazione; assieme alle altre reclute attendeva con ansia la nuova dislocazione in una caserma. Verso la fine dell’elenco l’altoparlante annunciò: Giuliano Sten... Napoli!

“Che bel ritorno in montagna!”, mi dissi addolorato, deluso, ingannato.

Alla stazione ferroviaria di Roma, in attesa di proseguire il suo viaggio, Giuliano comprò un libro di montagna dal titolo: “Il manuale dell’alpinista”. Lo imparò a memoria diventando il suo unico compagno di viaggio e il nesso con la filosofia d’essere scalatore di montagne.

Sten ha vissuto una vita difficile: la mancanza del padre, nonostante l’immenso amore di una mamma votata ai figli, ha costretto la sua infanzia in salita; a otto anni cominciò il lungo periodo del collegio (furono gli anni che non avrebbe mai voluto vivere); quel periodo lo ha vissuto impotente con tanta nostalgia di casa e della sua libertà, ma rafforzò il suo carattere.

Ogni giorno imparo a conoscere il mio protetto sia nel presente come nel passato, ma il suo destino mi è nascosto per non sentire la tentazione di modificarlo, magari involontariamente.

A pochi mesi dalla sua prima vetta non è servito stimolare Giuliano per trovare la sua via: continua a scalare, ad allenarsi: è travolto da una passione più grande di lui! Tutti i giorni devo arrampicare, vivere le tensioni, paure, vittorie; sta bruciando i tempi, è sempre oltre il limite, rischiando la vita in ogni momento.

Lo “guido” su ogni appiglio, su ogni appoggio e gli indico la via; mi riconosco, mi ritrovo negli stessi sentimenti. Anch’io sono “bombardato” psicologicamente, ho paura per il suo sistema nervoso ed anche per la sua vita. Se accadesse “l’inevitabile” il mio compito sarebbe un fallimento, certamente non riuscirei nemmeno a portarlo con me in Paradiso.

Non vuole ascoltarmi!

L’unica mia consolazione è l’immensa emozione che, giorno dopo giorno, provo nel veder crescere la sua capacità e la sua esperienza alpinistica, così capisco come ben presto mi sarei ritrovato in solitaria sul sesto grado.

Per tutto il giorno, Giuliano osserva una fotografia delle Torri del Vajolet. Le Dolomiti! Finalmente! Ritorno a “sognare”, le mie montagne, la mia valle; devo convincerlo al “magico” incontro! Lui non le ha mai viste, ne ha soltanto sentito parlare. Quindi spingo il mio “lavoro psicologico” nella sua mente.

Trascinati come siamo dalla vita crediamo di essere noi i veri padroni delle nostre attività e delle nostre azioni; invece, un “giorno” dovremo ammettere, come in molte occasioni, siamo stati “guidati” da qualcun altro.

È arrivato il giorno fatidico! Un’occasione unica anche per il mio spirito di poter condividere alla maniera del mio assistito non solo le ansie, i dubbi ma anche l’eccitazione che preannunciano una scalata importante così potrò partecipare fino in fondo alle emozioni che furono anche mie.

 

...Un’alba molto bella, senza una nuvola, in un giorno di primavera ormai inoltrata. La mia città sembra risvegliarsi nuovamente: un furgone si ferma davanti ad un’edicola, scarica un pacco di giornali mentre, di tanto in tanto, qualche portalettere entra alle Poste e alcune saracinesche di bar si alzano. Osservo il tutto, mentre sono seduto su una poltroncina dell’autobus, immerso nei miei pensieri, nei miei sogni, che lascio soltanto per ritornare alla realtà del mio equipaggiamento e della mia attrezzatura da roccia: corda, moschettoni, casco, martello e qualche chiodo che da poco ho imparato a conficcare nella roccia.

Penso alle preoccupazioni di mia madre che vincendo le sue paure mi ha regalato la mia prima corda e le pedule d’arrampicata e di come soprattutto mi ha donato tanta fiducia. È stata lei a preparare un sacchetto con qualche vivanda, dandomi anche qualche soldo.

A Trento cambio bus e per la prima volta nella mia vita contemplo la Val di Fiemme e la Val di Fassa, le prime vere montagne: le Dolomiti! Dopo aver scambiato quattro chiacchiere con l’autista, chiedendo informazioni sulle famose Torri del Vajolet, mi rendo conto di quanto avrei dovuto camminare per raggiungerle. Scendo dalla corriera nel fondovalle dove comincio a inerpicarmi sulla ripida stradina che porta al rifugio Gardeccia. Stupore, meraviglia per ciò che vedo accompagnano il mio lungo cammino: scorgo pareti altissime, vertiginose guglie, torri di roccia che si ergono dai verdi prati; formano un circo immenso.

La bellezza del paesaggio però non mi distoglie dal mio obiettivo perché tutto il tempo che passa fra l’attuazione di un’impresa importante e la prima idea, procura ansia, tanta impazienza.

Alle quattro del pomeriggio sono finalmente ai piedi delle mie Torri.

Mentre “disegno” la “mia via”, mi accorgo con sollievo di come le rocce sovrastanti sono molto articolate, di conseguenza sono certo che la scalata non mi dovrebbe procurare grossi problemi, come ad esempio quelli incontrati in solitaria lungo le vie più difficili della gialla e strapiombante parete del Croz di Naranc’, sopra Rovereto.

L’attacco è sulla prima Torre, la Delago, sfruttando un’evidente fessura (più tardi verrò a conoscenza che si tratta della via Preuss), la supero slegato ma con la corda attorno al corpo e con l’inseparabile zaino; proseguo salendo tranquillo e abbastanza veloce verso la cima che raggiungo in poco tempo. Il vuoto che mi circonda è impressionante accentuato dallo spazio ridotto della vetta e dalla solitudine. Solo il volo solitario di un gracchio rompe quel deserto di cime ricordandomi come debbo ritornare con i piedi a terra. La mia inesperienza mi dice di scendere il più in fretta possibile.

Facilmente per rocce straordinariamente appigliate e solide dello spigolo riguadagno la base, dove lascio lo zaino, mangio un panino e sorseggio un goccio di the.

La soluzione tranquilla e veloce della mia scalata, il sole che ancora illumina il mio volto mi ridanno vigore, forza e soprattutto voglia di continuare ad arrampicare, di svelare quel mondo nuovo che fino a pochi mesi prima avevo solamente conosciuto attraverso i libri di montagna.

Sono immerso nei miei sogni, nella storia della montagna, mi sento a mio agio, anzi tutte le paure che c’erano fra me e quest’avventura non esistono più. Il mio baldanzoso coraggio nello scoprire rocce molto più facili di quello che prevedevo è un invito a rimettere le mani sulla roccia lungo un’altra via (Fehrmann) che trovo più facile della precedente. Su e giù, in poche ore, quasi di corsa da queste torri, solo e senza incontrare altri rocciatori. Perdo così la dimensione del tempo, la realtà delle tenebre che si avvicinano, il freddo della sera che annuncia la notte.

Centinaia di luci in valle, compresa quella del rifugio sottostante si accendono, mentre mi sento soddisfatto per questa scalata importante, appagato, orgoglioso di averci provato. Finalmente sono un vero alpinista!

 

Completo, ritorno nella mia dimensione per osservare le montagne da unico protagonista, sebbene sia privo di corpo fisico posseggo tutto ciò che è nell’anima ed ancora di più!

Caro amico mio, guardandoti nel buio della notte mentre scendevi agilmente il sentiero che conduce in valle, nonostante la tua miopia, ho trovato come sia bello muovermi con te, vivere il tuo entusiasmo, arrampicare nuovamente slegato ed entrare nel tuo animo.

I desideri migliori sono possibili! Se sogni di diventare un alpinista e continui a volerlo con tutte le tue forze, è probabile che ci riuscirai: ci vuole soltanto una grande fede e un grande cuore!

Sono un Angelo custode e non posso dimenticarmi che Giuliano ha un corpo che deve riposare, dormire, mangiare e fare altre cose. Cerchiamoci dunque un fienile e poi si vedrà!

 

 

 

Un compagno di corda

 

Finalmente un compagno di corda!

Giorgio, seppur giovanissimo ha appena compiuto i 18 anni d’età, è un alpinista molto preparato, di grande maturità e capacità tecnica. Sten invece è più vecchio di tre anni e vuole “volare” oltre, tentare una via nuova su una cima che conosce molto bene: il Colodri. Il suo intento è di vincere la gialla e strapiombante parete sud lungo un itinerario, a mio parere, troppo ardito. A causa della sua inesperienza si è fossilizzato nella convinzione di poter salire lassù, tralasciando così delle altre possibili prime ascensioni più accessibili, almeno per la qualità della roccia.

La primavera è giunta in ritardo ma più ridente del solito: la natura germoglia, fiorisce. Il sole riscalda nel mezzo della giornata, facendo risaltare la mitezza del clima di Arco. È il giorno prestabilito per la salita, la cordata sta per “attaccare” nel fondo di una grande grotta.

Giuliano e Giorgio, vestono gli stessi abiti che usano portare in Dolomiti: i pantaloni alla zuava, i calzettoni di lana escono dalle grosse e “rigide” pedule d’arrampicata, la canottiera a maniche lunghe e sulla schiena i soliti zaini pieni di materiale alpinistico, acqua e vivande.

Giuliano s’infila l’imbrago dove appende il martello, i chiodi, un grosso cuneo di legno di pioppo, moschettoni e cordini; infine, si lega le grosse corde da 11 millimetri. Il primo tiro di corda è un piccolo capolavoro di tecnica alpinistica e coraggio. Si svolge lungo un traverso obliquo, su rocce verticali e molto friabili, superate con l’aiuto di un solo chiodo. La sosta è sopra un pulpito, quasi inesistente, posto all’esterno della grotta ed è accarezzato dal sole che rende le rocce sovrastanti più vive e articolate. È però un’illusione! Le difficoltà della via sono grandi, come enorme è la tentazione di provarci anch’io. Mentre Giuliano sta assicurando il compagno ora primo di cordata, decido con titubanza di trasferirmi in lui.

 

Giorgio è lassù, venti metri sopra di me, lo sto seguendo con apprensione ed ansia; un po’ preoccupato lo vedo costretto a superare un passaggio in traversata oltre il sesto grado.

Anch’io, proseguendo oltre, scopro il mio limite negli ultimi metri del terzo tiro. Sopra, la via “cala” nelle sue difficoltà, soltanto qualche passaggio m’impegna costringendo le mani e gli scarponi ad incastrarsi in una fessura.

 

Immerso nello Spirito del mio assistito mi accorgo di arrampicare oltre a quelli che sono stati i miei stessi limiti “umani”, partecipo ad una gioia indescrivibile. Penso agli anni vissuti in Paradiso, all’amore del mio grande Papi e alla possibilità concessami di calmare la mia sete di alpinismo facendomi Angelo custode di uno scalatore così esuberante e con così tanta grinta. È un’esperienza grandiosa, molto difficile, ma carica di soddisfazioni e di tanta felicità.

 

Cosa sarei, senza Dio? Semplicemente non “sarei più”, come gli uomini che non vogliono credere: non esisterei! Quindi non potrei più pensare, amare, aiutare gli altri. Bisogna morire per scoprire quanto grande è l’amore di Dio. Non devo dimenticare però, che lo scopo della mia missione è quella di portare il mio assistito in Paradiso! E non di arrampicare!

Queste riflessioni mi spingono ad allontanarmi dal proseguo della scalata per un bel po’ di tempo; soltanto più tardi, volando sopra la vetta, la mia curiosità è attratta dalla presenza di molte persone ai piedi della grande croce di ferro.

Sono i miei amici che festeggiano la loro prima via nuova!

Il sole tramonta sulle scogliere del lago di Garda illuminando la cima del monte Stivo ancora carico di neve, le pareti sono completamente immerse nell’ombra e il silenzio domina mentre gli alpinisti stanno scendendo a valle; infine resta soltanto quella croce in cima alla montagna.

Girovagando, il mio pensiero vola indietro nel tempo di alcuni mesi quando Giuliano si era avventurato per la prima volta sulla via Barbara sempre ai Colodri ed in solitaria.

Quel giorno ... con l’unica corda e qualche lungo spezzone arrampicava su e giù per il lungo diedro; assicurandosi ai vari chiodi oppure lentamente e con pazienza, riavvolgeva la corda attorno al corpo per proseguire in “libera”, almeno dove le difficoltà lo permettevano. La sete, la tensione per la paura di cadere mettevano il suo carattere a dura prova ma ciononostante insisteva perché quello era il suo “universo”, il suo modo di scalare!

Il libro di via, sulla stretta cornice alla base del grande camino sommitale, la firma in stampatello: “Giuliano Sten, prima solitaria!”.

Non mi sono mai preoccupato più di tanto del fatto che il mio compagno arrampicasse da solo perché nella realtà non lo era: c’ero pur sempre io! Assieme abbiamo formato una cordata ideale!

Però durante alcune salite, senza volerlo, Sten si è spinto in imprese troppo rischiose mettendo a repentaglio anche la vita: anche in quelle occasioni ho cercato di proteggerlo in tutti i modi. È solo un “caso” che sia andato tutto per il verso giusto.

La colpa è soprattutto mia, solo mia! Sono io