Chiara e gli amici

Se il sole sorge...

 

Alla mia sorellina Martina perché possa

crescere con un sole sempre più splendente,

a mamma Nicoletta e a papà Giuliano.

A tutti gli amici dell’«Associazione Serenella».

 

Noi piccoli abbiamo fatto la nostra parte

per aiutare bambini come noi che soffrono,

                                 ...ora tocca a voi grandi!

 

 

In copertina: disegno di Asif, Ibrahim e Ayub

Retro copertina: disegno di Chiara Stenghel

 

1999

 

Tutti i diritti riservati.

È vietata la riproduzione anche parziale

dei testi e delle illustrazioni.

 

Grafica di Roberto Pezza.

 

Stampa: Tipolitografia Emanuelli - Arco (Tn)

 

 

 

Prefazione

 

 

Ciao a tutti! Mi chiamo Chiara Sten… Stenghel, sono nata il 17 marzo del 1989. Sono alta un metro e cinquantasei, peso… chiedetelo alla mia mamma! Ho gli occhi bordò… no, sto scherzando perché sono verdi e azzurri. Ho i capelli lisci e biondi, il viso ovale, la pelle pallida e il naso a patata. Non mi accontento mai delle cose che ho e sono una brontolona.

Mi piace giocare a pallavolo e a palla prigioniera, faccio anche la raccolta di videocassette di Walt Disney. Abito a Villa Lagarina ma vado a scuola a Pomarolo perché qualche anno fa abitavo lì. Un’ultima cosa, ho una sorellina che lascio qui in fondo perché in questo momento mi fa disperare!

Una sera papà mi ha chiesto se volevo aiutarlo a scrivere un libro, mi sono spaventata perché penso quanto sia difficile farlo. Lui però, afferma che quando una cosa la si vuole veramente, quasi sempre la si ottiene.

...Se poi questa cosa è buona, vengono in aiuto anche gli Angeli e tutto si trasforma in un gioco magico, meraviglioso.

Dal lontano Burundi e dall’India, paesi aiutati dall’Associazione intitolata alla mamma Serenella, sono arrivate favole, racconti, disegni bellissimi che serviranno per il nuovo libro… beh, sì… un libro che secondo lui io dovrei aiutarlo a scrivere.

La sapete l’ultima? Abbiamo due mesi di tempo per metterlo assieme e stamparlo perché il mio papà è convinto che si possa leggere a Natale. Ma…? Proviamoci!

 

Dai quaderni di terza e quarta elementare ho scelto alcuni testi, sono favole, racconti che non so se vi piaceranno ma che sono felice di presentare perché, anche questa volta, serviranno per aiutare tanti bambini che non hanno ciò che noi invece abbiamo. A questi bambini che vivono in famiglie molto povere mancano molti diritti e molti non hanno da mangiare, non possono andare a scuola…

  Con i miei compagni di scuola nell’occasione della nostra Prima Comunione abbiamo raccolto dei soldi per costruire una casa ad una famiglia indiana molto povera… E’ incredibile trovarsi una casa fatta di mattoni, con il tetto di tegole, il bagno, la cucina, le camere quando per una vita si è vissuto in una capanna. Per loro è un miracolo, per noi, in fondo,  non è stato così difficile, anzi l’iniziativa ha fatto contenti tutti, maestri e genitori. Le foto della casa, della famigliola indiana assieme al missionario Padre Cirillo ci hanno donato molto di più di quello che noi abbiamo donato a loro!

Un’altra emozione e soddisfazione? Il villaggio costruito e dedicato a nonna Pia.

«Cara nonnina, mi dispiace che non hai potuto partecipare alla mia Prima Comunione, però so che questo Natale lo passerai con la mamma Serenella vicino a noi. Il mio regalo? Questo libro!».

 

Chiara Stenghel

 

 

 

Fra le tante favole che ho letto in questi giorni, c’è quella di Emanuela che…

  

C’era una volta una foglia che si chiamava Priscilla e continuava a dire alle sue sorelle: “Volete cadere con me? Ormai è autunno!”

E le sorelle rispondevano: “No! Non veniamo”. Ma una piccola foglia che era sua amica e si chiamava Sissi, le disse: “Voglio venire con te”.

Passò di lì il vento che, perfido, sussurrò: “Volete volare?”. Le due foglie gli risposero: “Sì, con piacere”.

Allora il vento soffiò più forte e le fece andare su, fino quasi al sole, poi le fece ruotare, volteggiare e le fece perfino ballare il tango…

In primavera, sull’albero, nel posto dove erano nate, spuntarono altre due foglie tenere.

E la vita continua…

 

Un mattino di settembre, mentre accompagnavo mia figlia Chiara a scuola, il mio cuore era molto triste perché mi era stata appena comunicata la notizia della morte di un caro amico.

“Papà, guarda… guarda il sole che esce dalla montagna” mi disse dolcemente la mia bambina e stringendomi in un forte abbraccio continuò… “Se il sole sorge è perché il tuo amico Giorgio è in Paradiso!”. La sua frase mi scese nel cuore come un sussurro, e ci resterà, nell’intimo della mia anima per tutta la vita.

Quel giorno mia figlia ha suggerito il titolo di questo libro che raccoglie racconti e favole scritte solamente da bambini. Ci sono scritti di Chiara, di tanti suoi amici, ma soprattutto i racconti dei bambini più poveri dell’Associazione Serenella; assieme ci lanciano, a noi “grandi”, un messaggio:

“… noi abbiamo fatto la nostra parte, ora, tocca a voi!”.

Questo libro sarà il modo migliore per scavalcare il millennio, sarà il decimo anniversario della morte di Serenella e della nascita dell’Associazione che porta il suo nome.

Centinaia di famiglie hanno scelto di adottare a distanza dei bambini, l’Amore è entrato nelle loro case e… chissà che il nostro grande Dio non regali a tutti il Paradiso soltanto per questo gesto di bontà; non poniamo limiti al suo cuore di papà!

Tutte le cose sono in cammino verso una meta!

Esiste quindi una via, un’opportunità da cogliere al volo, la consapevolezza che un atto d’amore è essenziale per noi e per chi lo riceve: é un cristallo di ghiaccio nell’immenso ghiacciaio; ma cosa sarebbe quest’ultimo senza quel cristallo? Gli mancherebbe senz’altro qualche cosa!

 

Giuliano Sten... Stenghel

 

 

Da piccolo o, meglio, quando avevo l’età di Chiara e dei bambini che hanno scritto le testimonianze, i racconti e le fiabe raccolte in questo libro, i bambini di altri continenti li potevo vedere solo al cinema o alla televisione. Oggi invece bambini e famiglie di origine non europea le troviamo anche nelle nostre città e nei nostri paesi. In un primo momento questi cercavano in qualche modo di “nascondersi” vestendo anche all’europea, si vedono sempre più ragazzi indiani o di altri paesi andare a scuola o semplicemente passeggiare con i vestiti delle loro terre di origine. Questa sicuramente è una ricchezza per tutti purché ci sia un reciproco rispetto e conoscenza delle proprie tradizioni.

La strada per raggiungere tutto questo ce la insegnano questi ragazzi che pur avendo origini sociali e culturali diverse e non conoscendosi fra di loro hanno deciso di aiutarsi, anche economicamente, raccontandosi delle storie e delle fiabe e trasmettendo a noi alcune testimonianze.

Dagli scritti traspare una lettura del nostro mondo, quello occidentale, che drammaticamente si differenza da quello orientale, ma questa capacità di aiutarsi e di sapersi ascoltare sicuramente aiuterà anche quei bambini che oggi soffrono.

 Gianmario Baldi

 

 

 

CHIARA

… per un sole che sorge

 

 

GOCCIOLINA ALLA SCOPERTA DEL CICLO DELL’ACQUA

 

Gocciolina? Gocciolina? Oh scusate, salve a tutti, io mi chiamo Matilda. Sono la nonna di Gocciolina che… eccola qua! Viviamo per il momento nel gran ghiacciaio del Monviso!”.

Vi sarete chiesti chi sono Gocciolina e Matilda! Sono dei fiocchi di neve che fanno parte del gran ghiacciaio. Lì c’era una vita tranquilla, ma nonna Matilda, la saggia della prima nevicata d’inverno, sospettava un cambiamento, infatti, passata la fredda stagione… “Nonna! Nonna… guarda! Sto cambiando, sto diventando trasparente…” disse Gocciolina preoccupata. La nonna: “Tranquilla piccola mia non sei l’unica, anch’io sto cambiando… persino le tue amiche, vedi stiamo diventando acqua!”.

Più tardi le raccolse un rigagnolo di goccioline che cominciò il suo lungo cammino verso il mare.

Attraversarono boschi, montagne e qualche volta si fermavano anche per la notte: “Oh! Nonna, non avevo mai visto un paesaggio così bello… ma… ma… cos’è questo rumore?” chiese Gocciolina preoccupata. “E’ un grillo, un animale che abita fuori dei confini del ruscello” le rispose la nonna e aggiunse: “Adesso… a nanna, è ora di dormire”.

Passavano i giorni e Gocciolina cominciava a capire il significato della vita e della natura, giocava con gli animali che la circondavano, finché un giorno arrivarono ad una specie di lago, anzi uno stagno. Purtroppo però in quel posto le goccioline non erano gradite ai suoi abitanti, particolarmente alla regina anguilla Lilla che minacciava spesso di sputarle nel prato.

Dopo alcuni giorni, per fortuna scoppiò un temporale che trasportò Gocciolina e Matilda più a valle:

“Nonna, l’abbiamo scampata bella, però, se tu mi avessi lasciato fare, gliela avrei fatta vedere io a quella smorfiosa di Lilla!”. E la nonna Matilda, saggia com’era la corresse dicendole: “No! No piccola mia, con la forza non si risolve nulla… guarda gli alberi del bosco, non hanno bisogno di fare a pugni per crescere! Mentre l’uso della forza è praticata purtroppo fra gli animali… anche tu volevi fare come loro, semplicemente perché non ti rendi conto della forza che tante goccioline messe assieme possono avere!”.

“Aiuto! Aiuto! Nonna…!” gridò allarmata Gocciolina e aggiunse: “Cos’è quella distesa bluastra che si sta dirigendo verso di noi?”. “Cara Gocciolina, quello è il gran mare dove ora entreremo! Non è così brutto perché potrai fare nuove amicizie e giocare!”.

Nel mare, la piccola goccia esplorò il suo fondale, dove fu urtata da un gruppo di pesci variopinti, poi vide un delfino, una medusa e altri strani esseri, si accorse che il mare non era poi così terribile come pensava.

Un altro giorno, Gocciolina e Matilda si sentirono sollevare fuori nel cielo, volavano leggerissime… “Ehi nonna, che cosa sta succedendo?”. “Nulla di grave! La tua vita, come la mia, stanno nuovamente trasformandosi!” disse la nonna e aggiunse: “Adesso che stai scoprendo il “giro dell’acqua”, lasciati andare, abbandonati nel cielo… chissà che un giorno non torneremo sul ghiacciaio del Monviso!

 24 maggio 1999 (Classe IV)

 

 

 

AVVENTURA DI MARE

 

Ciao! Mi trovo su un aereo, fantastico!

Quest’anno per le vacanze estive andremo a Ca… Cal, oh! Insomma mamma, come si chiama quel posto?

All’aeroporto di Cafi… Cafo… Cafonia  sono le sei di sera. Eccoci finalmente arrivati!

Cafonia è un’isoletta fantastica, formata da colline sempreverdi dove il mare sembra non finire mai!

Alloggeremo in una simpatica casetta proprio sul mare. Mamma mi ha dato il permesso di esplorare la zona… mi sto guardando intorno quando un vecchietto si ferma davanti a me e dice: “Ciao bambina! Sei nuova del posto?” e aggiunse: “Ti ho vista guardarti attorno con aria strana… scommetto che stavi osserfando il vecchio veliero laggiù! Se fuoi ti racconto la sua storia.”.

Il vecchio cominciò a raccontare… fino a qualche secolo fa, quest’isola apparteneva al terribile e temuto Barbarossa e ai suoi pirati sempre pronti all’arrembaggio. Barbarossa afefa una gamba di legno… “Mi scusi se la interrompo: una gamba di legno come la sua?”. “Sì, come la mia!”. Ancora il vecchio: “Dof’ero rimasto? Ah sì… quando lo affistafano correvano tutti al riparo! Barbarossa era proprio il pirata più terribile dei mari! Il suo motto era: “Dove passo con la mia ciurma, non nuota più nemmeno un pesce!!!”.

Il pirata era un feroce lupo di mare, ma non lo restò per molto tempo perché un giorno giunse con il suo feliero ficino ad un’isola. Era pronto ad attaccare quando un giofane forte e robusto gli sbarrò la strada costringendolo ad andarsene. La stessa cosa su altre isole! Barbarossa venne sempre sconfitto dal giofane e così decise di fare una fita più tranquilla.

Che bella storia! Credo di aver capito chi è il vero pirata Barbarossa andato in pensione: è lei!!!

 

30 marzo 1999 (Classe IV)

 

 

IL CANE E IL DENTIFRICIO

 

In una città chiamata Canelandia viveva un cane molto ricco, era un fabbricante di dentifrici. Un giorno, nel bagno della sua casa, il cane volle rasarsi la barba, lavarsi e mettersi il deodorante, infine volle provare a lavarsi i denti con una novità: l’ultimo dentifricio!

Afferrò il dentifricio ma improvvisamente sentì una vocina, si guardò intorno ma non vide nessuno. La vocina si fece ancora sentire e il cane spaventato lasciò cadere il dentifricio…”Ehi! Che modi! Se non sai chi parla, fatti visitare da un dottore!” disse il dentifricio. Allora il cane domandò: “Sei tu che parli?

“E chi vuole che sia!”.

Giorno dopo giorno il dentifricio e il cane diventarono grandi amici ma il tubetto lentamente stava consumandosi e così disse al suo padrone di ricaricarlo altrimenti non avrebbe più potuto lavarsi i denti. Il cane si mise subito al lavoro e mescolò alcuni ingredienti: ne venne fuori una pasta bianca che subito mise nel tubetto.

All’indomani il cane provò il nuovo dentifricio ma quando si guardò allo specchio si accorse che i suoi denti erano diventati di tanti colori. Felice per la scoperta, uscì da casa per mostrare a tutti i suoi denti e dopo un po’ la gente voleva i denti colorati come i suoi.

Il cane fece fabbricare altri dentifrici di quel tipo e molte persone  lo comperarono.

Infine, sapete che fine hanno fatto i nostri due amici?

Il dentifricio fu incoronato re dei dentifrici e il ricco cane lo chiamò “Dentiarcobal”. Così vissero felici e contenti!

27 febbraio 1998 (Classe IV)

 

 

 

DUE ANGELI NEL NATALE DI OGGI

 

Era la vigilia di Natale, in Paradiso c’era una gran calma e soltanto due angioletti Gabriel e Micael litigavano sul come dovesse essere il Natale: “Secondo me tutti vanno a Messa di mezzanotte!” disse Gabriel. “Ma non credo! Saranno tutti impegnati nei preparativi” rispose Micael.

“Va bene, andiamo a vedere?”.

Così fecero, volando invisibili sopra i grattacieli della città.

Ancora Gabriel: “Scendiamo un po’ più in basso!”.

Assieme entrarono in un negozio dove ascoltarono una ragazza che diceva: “John, prepara un pacchetto per la signora Cuccini!   Nel negozio accanto invece: “Duecento pasticcini per la contessa, dieci torte per…”. Tutti erano molto agitati.

Micael, a un certo punto si girò di scatto con un urlo. “Ahi!  Ahia...”. “Sei matto?” disse Gabriel tappando la bocca del compagno. “Mi sono bruciato il culetto con quelle luci, mmm… chissà perché le mettono?”.

Rispose Gabriel: “Forse fanno a gara per la città più luminosa”.

Poi andarono a spiare attraverso una finestra di una casa, dove una mamma, con i bambini, era indaffarata a decorare un bell’abete con palline colorate, fiocchettini, stelline e …

I due Angioletti attraversarono la strada dove furono investiti da un’automobile, in coro gridarono al pilota: “Ma che modi sono questi! Stai attento a dove vai!  Cos’è tutta questa fretta”.

Più tardi furono incuriositi da un mercatino di Natale dove, piccoli com’erano, furono soffocati da tanta gente. “Non è possibile!” esclamarono in coro mentre ritornavano in Paradiso con la testa frastornata per la confusione. Micael disse: “Ah! Beh! Belli i preparativi anche se purtroppo nessuno pensa al vero Natale!”.

“È vero! Una cosa è certa! Il Natale… non sarà mai più come quella volta a Betlemme”.

15 dicembre 1998 (Classe IV)

 

 

 

LO SCOIATTOLINO

 

Sono qui, sono seduta alla finestra, aspettando il mio papà. È uscito per prendere un po’ di legna. La neve mi sembra zucchero filato, che incappuccia il bosco. Gli animali, sono tutti rientrati nelle loro piccole casette. La neve mi da una sensazione di pace… di tranquillità. Il mio gattino è uscito: è una macchia nera in mezzo a tutto quello splendore. I colori dell’interno e dell’esterno della baita sono in contrasto. All’interno è tutto caldo: legno, il rosso del fuoco e il profumo della cena. Guardo fuori. Tutto bianco e freddo. All’improvviso quel ricamo di rami intrecciati si rompe, n’esce fuori il mio papà! “Papà, papà!” gli corro incontro, gli apro la porta: “Ho trovato… oltre alla legna…”.

In quel momento si toglie il cappello e sopra alla sua testa c’è un bellissimo scoiattolino. È tutto infreddolito, la sua pelliccia è di un rossiccio marrone, ha la coda folta e un musetto minuto.

“È ferito, l’ho raccolto per questo. Poverino era steso sulla neve sotto un albero!”, mi dice papà.

“Allora, dobbiamo curarlo!”.

Mi metto al lavoro, la zampina di destra è rotta, la blocco con dei legnetti e una fascia ben stretta, poi metto lo scoiattolino al caldo vicino alla stufa.

 

Lo tenemmo con noi circa una settimana finché lo vidi muovere la zampa ferita.

Una mattina nevicava, presi lo scoiattolino e lo portai fuori: “Vai!”, gli dissi, sembrava che il gelo riecheggiasse le mie parole.

Lo scoiattolino mi guardò come per ringraziarmi e scomparve nella nebbia gelata.

12 gennaio 1999 (Classe IV)

 

 

 

UNA STORIA DA COMPLETARE

 

A prima vista poteva sembrare un albero come tutti gli altri. Aveva un tronco piuttosto grosso ed una chioma folta e voluminosa. Ma, a guardarlo bene si scopriva una porticina nascosta in basso tra le radici nodose. Una porticina abbastanza grande da poterci passare attraverso senza rimanere incastrati. Il tronco era cavo e dentro c’era una lunga scala.

 

In quel pomeriggio caldo e noioso, Chiara si era messa sotto l’albero a leggere quando scorse la porticina e vi entrò. Con un po’ di coraggio Chiara cominciò a scendere la scala: “C’è nessuno?” gridò. Non udendo risposta continuò a scendere finché vide una luce multicolore. Allora cominciò a correre, a correre fino ad un’altra porta, forse la via d’uscita? L’aprì e sotto lo splendore dei suoi occhi c’erano mille colline splendenti, fiori dai colori dell’arcobaleno e piccoli villaggi vivaci e colorati. Chiara, incuriosita fece un passo avanti ma… fu bloccata da un buffo gnometto vestito di rosso. “Alto là! Nome… cognome, tempo, città …” ed aggiunse: “Come hai fatto a venire?”.  “Beh! Ecco… l’albero, sono entrata dalla porticina e …”.

Lo gnometto che si chiamava Fannj si spaventò: “Dunque conosci il segreto… sei tu la prescelta!”.

“Che cosaaa!?”, urlò Chiara.

In quel momento il cielo si annuvolò e tutti i colori scomparvero. “Beh! Sei arrivata tardi, Billy Black ha gia fatto sparire i colori ed i sentimenti…” disse Fannj. “Ci sarà pure il modo per farli tornare” aggiunse la bambina. Il viso di Fannj s’illuminò: “Che idea! Ascoltami bene, i sentimenti ed i colori sono racchiusi in una bolla di marmo, ti basterà spaccare la bolla per sconfiggere Billy Black”. “Sei sicuro di ciò che dici?” chiese Chiara. Le rispose lo gnometto: “Sicurissimo! Dovrai però partire con queste tre piume: la prima ti darà la forza dell’orso, la seconda il potere di diventare piccolissima e la terza quello di parlare con gli animali”.

Chiara partì in un’immensa pianura nera. Ad un certo punto le venne incontro un lupacchiotto che tentava di dirle qualcosa. Chiara si ricordò delle piume e usò la terza per parlare con gli animali. Il lupacchiotto le disse: “So dove si trova la bolla, presto seguimi!”.

Chiara lo seguì finché non arrivarono sotto una montagna di sassi. Per attraversarla usò la seconda piuma e divenne così piccola da poter passare fra gli spazi che c’erano fra i sassi.

Finalmente si trovò davanti la grande bolla. Chiara riprese le sue sembianze naturali e con la prima piuma che le avrebbe dato la forza dell’orso, scaraventò la bolla per terra che si ruppe in mille pezzi.

… Chiara si svegliò sotto l’albero dicendo: “Ho fatto proprio un bel sogno!!!”.

17 marzo 1999 (Classe IV)

 

 

 

IL VESTITO DI BABBO NATALE

 

Tutti sanno chi è Babbo Natale, ma nessuno sa perché si veste di rosso! Mi correggo... non tutti lo sanno.

Per questo motivo voglio raccontarvi una storia che mi ha raccontato il mio papà.

Era la vigilia di Natale, nel lontano Nord Babbo Natale si stava preparando a partire: “Natalie, preparami il mio vestito, mi raccomando controlla che sia blu, blu notte!”.

Natalie, sempre molto affettuosa e gentile, era la moglie di Babbo Natale: “Sì caro, ecco pronto il tuo vestito blu, blu notte”.

Babbo Natale stava annotando con una bellissima penna rossa i bambini buoni e, con una penna blu, quelli cattivi, quando per sbaglio appoggiò la penna rossa sul vestito che la moglie gli aveva preparato. Questo si macchiò di un rosso intenso!

Babbo Natale disperato corse da Natalie e le raccontò l’accaduto. Allora la moglie prese il vestito e lo strofinò, “strastrofinò” ma la macchia non voleva saperne di venire via. “Mi dispiace, ma non riesco a pulire il tuo vestito” disse la moglie preoccupata e… “forse sono ancora in tempo…”.

Velocemente corse a prendere la bottiglia dell’inchiostro rosso e lo versò tutto sull’abito. Il risultato fu: “Un abito color rosso fuoco, talmente bello da convincere Babbo Natale a metterselo di corsa e partire. D’allora Babbo Natale si veste di rosso!

15 dicembre 1997 (Classe III)

 

 

 

LA VERA STORIA DELLA BEFANA

 

C’era una volta in cima ad una montagna una strega molto cattiva: ero io! La Befana!

Allora mi divertivo a fare delle pozioni.

Un giorno andai a trovare un mio vecchio compagno di scuola, che ora è diventato il più grande mago del mondo. Seduti, davanti una tazza di the cominciammo a litigare: io affermavo che lui, il gran mago, non sarebbe mai stato capace d’inventare una pozione in grado di trasformare il carattere delle persone, e lui diceva di me la stessa cosa. Insomma dopo un po’ di tempo cominciai ad odiarlo.

Il giorno dopo mi misi subito al lavoro e feci una pozione capace di far diventare buona la gente! Provai il suo potere e un raggio colpì il muro, poi me e così... diventai buona!

Questa è la mia storia!

7 gennaio 1998 (Classe III)

 

 

 

 

BURUNDI

 

A Mauro e famiglia...

 

Ora dovrei presentarvi lo zio Mauro, zia Rosi e Josianne, sono loro che portano i nostri aiuti ai bambini del Burundi; a loro voglio dedicare una favola che mi ha raccontato il mio papà.

 

C’era una volta …

Matita, una gattina randagia che si divertiva sui tetti delle case giocando e correndo fra i camini.

Era primavera e il sole mandava i suoi mille raggi d’orati, nessun posto sembrava sfuggirgli.

Sopra la trave di un tetto c’era un nido di rondini. Matita le osservava incuriosita, attratta da come, mamma e papà rondine, volavano per portare il cibo alle loro piccole rondinelle. La gattina era tanto meravigliata dalla vita piena d’amore che c’era in quella famigliola; tentò di avvicinarsi: voleva un po’ di compagnia. Le rondinelle lo accolsero con gioia.

Vicino al nido c’era una finestra aperta, dalla quale uscivano delle voci: “Non dobbiamo preoccuparci stiamo facendo una scelta buona e giusta! Non sarà facile ma con l’aiuto di Dio ci riusciremo.” Incuriosita Matita si avvicinò finché una rondinella la chiamò: “Matita, cosa stai ascoltando?” e continuò: “È una famiglia molto buona, amante della natura che ha creato un ambiente sereno e felice. Da un po’ di tempo parlano... hanno in mente di ospitare una bambina di un paese lontano, molto lontano”.

Intervenne un’altra rondinella: “Il Paese si chiama Bu … Bur … Burundi”.

Mamma rondine che ascoltava, ricordava alle sue piccole come con il loro papà fossero emigrate da quel Paese lontano. Raccontò che la gente laggiù soffriva a causa della guerra, molti erano morti e mancavano cibo e medicine.

Nel nido, le rondinelle bisbigliavano spaventate. Intervenne il papà affermando che il male e l’odio fanno soffrire la gente! Ancora un’altra rondinella: “Ma … allora papà, se scelgo il bene, il male se ne va via?”.

“Proprio così !”.

 

All’inizio dell’estate giunse in quella casa una bimba del Burundi, aveva la pelle scura e gli occhi tristi per aver lasciato la sua terra; soltanto quando si accorse della gattina che giocava con le rondini, scoppiò in una gran risata. E allora comprese di aver trovato non solo una nuova casa ma anche un modo diverso per essere vicina alla sua terra.

 

 

 

LA TERRA DI JOSIANNE

 

Vorremmo dedicare questi brevi racconti, a tutti gli uomini, a tutte le donne che, in Burundi resistono, cercando di vivere “trasversalmente”, a tutti coloro che si adoperano per far tornare un sorriso su molti bambini.

Il Burundi è un paese poverissimo e dall’economia disastrata, l’unica risorsa è la posizione geografica, una specie di cuneo conficcato in mezzo alle immense miniere a cielo aperto dell’Africa dei Grandi Laghi, un’area dove far convogliare e da dove far ripartire oro, diamanti ed ogni altro minerale prezioso scavato in Zaire, Congo e paesi limitrofi, con destinazione Francia, Belgio e Italia.

Da quattro anni c’è una guerra civile ferocissima, che ha portato il numero d’abitanti da sei milioni del ‘95 a quattro milioni e mezzo del ‘98. Il conflitto burundese è stato ed è descritto sempre e solo come conflitto etnico: Tutsi, la minoranza, contro la maggioranza Hutu.

Scavando nella realtà burundese ci si accorge, senza fatica che l’elemento etnico non spiega tutto. Dopo l’indipendenza dal Belgio, gli Hutu e i Tutsi non hanno le stesse fortune, non vivono la stessa dignità; gli Hutu aspirano al potere attraverso la violenza, i Tutsi fanno di tutto per salvaguardare questa riserva di caccia del potere organizzando il Paese, ricevuto dai belgi, a loro vantaggio attraverso l’esercito, le strutture economiche e sociali, la scuola, la funzione pubblica.

La questione etnica nasconde l’iniqua distribuzione delle scarse risorse, tra chi gode di privilegi e chi è tagliato fuori dai profitti dei traffici illeciti. Ma se è così, sorge immediata una domanda: perché i mass-media (in special modo quelli Italiani) non ne parlano di questa situazione e quando ne parlano, riducono il tutto ad una guerra etnico-tribale? Come mai la Comunità Internazionale, pur riconoscendo i responsabili, non fa niente? Perché non ci sono né grossi interessi economici né strategici per le grandi potenze industrializzate.

Quando sono stato in Burundi, in occasione dei funerali di Nicolas, papà di Josianne che da cinque anni vive con noi, ho incontrato Mons. Simon Ntanwana vescovo di Bujumbura; mi disse: «Ogni giorno che passa in silenzio, è un macigno che aumenta sulla nostra speranza di vivere dei giorni da “liberi”».

Tornato in Italia, con l’Associazione Serenella, abbiamo dato inizio ad un progetto di “Adozioni a distanza”. Oggi suor Cecilia, zia di Josianne, attraverso l’aiuto di tanti amici dell’Associazione Serenella, riesce a garantire a più di cento bambini un pasto al giorno e soprattutto la frequentazione della scuola. Ogni giorno suor Cecilia deve trovare la forza di dire no a tanti bambini che rimasti senza genitori, senza dimora e affamati, bussano alla sua porta perché non sanno dove andare, non sanno a chi chiedere protezione.

Vogliamo anche tentare di costruire un orfanotrofio che possa ospitare più di duecento bambini, sarà dedicato a Daniele, un ragazzo da poco volato in Paradiso. I suoi familiari hanno già provveduto all’acquisto del terreno dove sorgerà, per il resto ci penserà la Provvidenza.

Questa raccolta di favole e storie, scritte da bambini, dovrebbe aiutarci ad avvicinarci a questo popolo così provato, ma pieno della voglia di vivere giorno dopo giorno, a farci capire che: Grandi Laghi non sono abitati solo da Hutu e Tutsi cattivi.

Davanti a situazioni così difficili, a problemi mondiali che cosa possiamo fare noi? È una domanda che spesso ci è rivolta e che esprime l’impotenza di tutti noi. Come cristiani e come credenti dobbiamo opporci a questo senso d’impotenza ed annunciare la speranza, affermare che ognuno di noi può fare moltissimo per cambiare qualcosa.

 Mauro Dossi

 

La cultura burundese è impregnata di danze, di canti, di festa, ma il modo di comunicare è quasi pudico, riservato.

Le persone sono poco inclini a confidarsi a comunicare anche alle persone più amiche le cose intime, come conseguenza si è formato un linguaggio pieno di “modi di dire”, di piccole storie; per dare un consiglio ad una ragazza si usa parafrasare una storia, per esempio: per dirgli di non dare molto peso all’esteriorità e che in ognuno c’è qualche cosa di buono ed una bellezza nascosta gli raccontano questa storia…

 

 

 

UN VECCHIO E IL SUO CANE

 

 Il était une fois  un chien quil était ...

 

C’era una volta un cane che era tra i più brutti del mondo.

Un vecchio vedendolo disse: “Lo amerò per i suoi occhi perché se io fossi il più vecchio del mondo, malgrado ciò l’amore si vedrebbe nei miei occhi. Per questo motivo gli starò accanto e capirò tutto di lui esplorando i suoi occhi che sanno dire tante cose!”.

Jean Claude Mabu

 

 

IL FABBRO DEI DENTI

 

C’era una volta...

Tre ragazze volevano avere dei bei denti e, siccome oltre la collina c’era un fabbro dei denti… un giorno decisero di andare da lui per rifarseli.  Il buon fabbro, sistemò i denti delle ragazze, ma ad una condizione: non avrebbero potuto ridere prima di aver avuto almeno cinque figli!

Sulla strada del ritorno, due delle tre ragazze, non riuscirono ad obbedire alla volontà del fabbro e decisero di mostrare un gran sorriso, ma dopo averlo fatto, i loro denti tornarono come prima.

Soltanto la terza non aprì bocca. A casa, tutti le chiedevano di mostrare i suoi nuovi denti ma senza alcun risultato.

Il figlio del re, dopo aver sentito la storia del fabbro si recò dalla ragazza, con tanti doni, ma lei non rise.

Il giovane fu impressionato da tanta risolutezza e ne rimase affascinato così da innamorarsene; infatti, dopo un po’ di tempo le chiese di sposarlo! La ragazza non volle ridere nemmeno il giorno del suo matrimonio; non lo fece nemmeno dopo il primo figlio, nonostante il marito e i suoi sudditi la tentassero con mille regali: oro, avorio e tant’altro.

Per altri sei anni la storia andò avanti e soltanto dopo il quinto figlio, come aveva detto il vecchio fabbro, la ragazza decise di mostrare il suo sorriso.

Il re organizzò una grande festa, invitò tutti i cittadini e i re degli altri Paesi… La regina seduta sul suo trono disse: “Ora è giunto il momento di mostrare il mio sorriso”. Così, quando lo fece, il prato davanti si riempì d’oro, d’avorio…; al secondo sorriso tutti i poveri si trovarono davanti cibo e vestiti. Insomma tutte le volte che sorrideva, dalla sua bocca usciva ogni ben di Dio! Tutti meravigliati si congratularono con lei per la bellezza dei suoi denti; ma soprattutto per la sua volontà e fedeltà alla promessa fatta!

Nduwayo Georgette

 

 

IL TESORO DELL’AMICIZIA

 

C’era una volta un uomo che voleva dare una lezione di vita ai figli. Quest’ultimi si chiamavano Ndanyunva che vuole dire “capisco”, Maturimato che significa “piccole orecchie”.

Il padre, di buon mattino, li chiamò: “Andate in quel villaggio lontano per conoscere nuova gente”, poi aggiunse:

“Non dimenticatevi di fare dei mazzetti d’erba che però dovrete lasciare al loro posto!”.

I ragazzi partirono. Durante il cammino, Maturimato si mise all’opera mentre il fratello si limitava ad osservare com’era impegnato nel suo compito.

Maturimato, però, lo rimproverava dicendogli: “Non hai ascoltato ciò che ha detto nostro padre?”. Ndanyunva gli rispondeva che invece preferiva meditare su ciò che il padre voleva insegnargli.

Verso sera raggiunsero il villaggio. Il capo li accolse e fece portare loro del cibo. Alle molte domande sul perché si erano spinti fino a quel villaggio, Ndanyunva rispondeva che erano giunti lì per fare nuove amicizie. Più tardi incontrò anche un giovane che salutò calorosamente. Quest’ultimo rispose invitandolo a casa sua per conoscere i suoi familiari.

Il giorno dopo i ragazzi presero la via del ritorno. Ndanyunva, con una forte stretta di mano, salutò tutti, mentre Maturimato continuava a raccogliere e fare ciuffi d’erba. Gli abitanti del villaggio trovarono Ndanyunva simpatico e decisero di non lasciarlo partire, anzi lo invitarono nelle loro case, così come si fa con un grande amico. Il ragazzo fece la conoscenza anche di una bellissima ragazza. I genitori della giovane presero in simpatia Ndanyunva e decisero di promettergliela in sposa.

A casa, Maturimato confessò al padre di aver eseguito i suoi ordini mentre il fratello non aveva fatto nulla. Il padre allora decise di farsi condurre dai figli al villaggio. Per strada, Maturimato mostrava con orgoglio i ciuffi d’erba raccolti ma quando giunsero alla meta, tutti accolsero con gioia Ndanyunva ed il padre, tanto da donare loro una capra come segno d’amicizia. La stessa cosa accadde nella casa della ragazza che Ndanyunva aveva precedentemente incontrato.

Soltanto quando i tre ritornarono a casa, il padre li chiamò per spiegare il suo insegnamento:

“La cosa importante che vi avevo detto era quella di fare nuove amicizie, d’uscire dal vostro isolamento! Ndanyunva, tu hai capito il senso profondo delle mie parole e grazie a te sono stato accolto come un amico, invece tu, Maturimato hai eseguito alla lettera i miei ordini e ti sei perso dietro i mazzetti d’erba senza raccogliere nessuna amicizia; ora sei rimasto povero e isolato.”.

 

L’amicizia è il vero scudo contro le necessità quotidiane della vita!

 Kinana Edith Stevi

 

 

LO SPECCHIO

 

Madebari guardandosi allo specchio, appeso sul muro, chiamò la madre e ridendo: “Mamma, nello specchio c’è un bambino che mi assomiglia e non riesco a capire da dove venga!”.

“Intanto comincia a giocargli assieme” gli rispose la madre. Madebari cominciò quindi a toccare gli occhi del bambino che vedeva nello specchio, poi provò a fargli il solletico per costringerlo a ridere. Dopo alcuni minuti, Madebari si domandò il perché quel bambino continuasse ad imitarlo in ogni suo gesto e, infastidito, chiese alla mamma di cacciarlo.

La madre concluse: “Il bambino che ti fa arrabbiare sei tu stesso che ti rifletti nello specchio!” e non riuscì a trattenere una risata a crepapelle.

Anche Madebari scoppiò a ridere.

 

Come possiamo arrabbiarci e vivere male per nulla!

 Marie Thèrese Rosanna

 

 

DUE BAMBINI ORFANI

 

C’era una volta…

Due bambini avevano perso la mamma. In seguito il papà si risposò.

La nuova madre, però, odiava i bambini così tanto da lasciarli anche senza mangiare. I piccoli, un giorno, decisero di “scappare da casa” e andare a vivere in strada, girovagando giorno e notte.

Là incontrarono molte persone, alle quali chiesero se sapevano dove viveva la loro nonna.

Dopo alcuni giorni, i fratellini disperati per la fame e la sete, andarono nel bosco dove pensavano di poter cacciare e mangiare qualche frutto della natura.

La matrigna però voleva sapere dove si fossero rifugiati i bambini e quindi si rivolse ad uno stregone. Quest’ultimo raccontò la verità sui piccoli e confidò alla donna che il bambino aveva spesso molta sete. Allora la matrigna avvelenò tutte le acque attorno ai bambini: così se avessero bevuto sarebbero diventati degli animali.

Il ragazzo assetato non riuscì a fare a meno dell’acqua e fu trasformato in una capra.

La sorellina prima si disperò e poi decise di tenere con sé la capra. Durante il giorno le cercava l’erba e la notte la stringeva vicina perché nessuno gliela portasse via.

 

La cosa più importante è l’amore.

 Ndi Hokubunayo Asterie

 

 

LA LUCERTOLA

 

Hanabaye abama baja muujo guaina bariko barakina…

 

C’era una volta…

Dei bambini andavano a cercare dell’acqua e intanto continuavano a giocare. Involontariamente, i piccoli schiacciarono una lucertola. L’animale aveva mangiato da poco, così, a causa della pancia piena, invece di correre, andava lenta come un verme. I bambini continuavano a guardarla e uno di loro disse: “ Volete che vi racconti una favola?”.

Gli altri risposero: “Dai, racconta!”. Allora il bambino cominciò:

… Un giorno una lucertola stava camminando quando incontrò un serpente che invece di mangiarsela subito si accorse della sua grossa pancia. 

“Perché sei così piena?” chiese il serpente.

“Sono le notizie del re che mi hanno riempito la pancia!” e subito continuò: “Lui ha detto che nessuno deve mangiare un altro animale senza motivo!”. Allora il serpente esitando disse: “Passami accanto e vattene! Non voglio disobbedire al re!”.

Così la lucertola si mise in salvo!

 

Perché a volte, per poter vivere, bisogna essere furbi!

 Nzojiduan Edward

 

 

IL SERPENTE E LA PERNICE

 

Il était une fois un perdrix et un serpent qui vivaient tranquillement ...

 

C’era una volta un serpente e una pernice che vivevano insieme e in pace.

Un giorno, in piena stagione delle piogge, all’improvviso scoppiò un fuoco. Il serpente non sapeva dove scappare e osservando una pernice che volava via le gridò:

“Aiutami…salvami da questo fuoco che brucia! Se mi porterai in un luogo sicuro non lo scorderò mai!”.

Così la pernice si caricò il serpente sul collo e volò lontano, dove il fuoco non li avrebbe raggiunti. La pernice, posando il serpente per terra gli disse: “Adesso che ti ho salvato, vattene!”. Aggiunse il serpente: “Non è possibile! Se una persona deve la vita ad un’altra, non possono continuare a vivere tutte e due” e si mangiò la pernice nonostante il favore che gli aveva appena fatto.

 

... non fidarsi è meglio!

Nsabimana M. Chantal

 

È stata scritta da un bambino i cui genitori e fratelli sono stati uccisi dai vicini, durante la guerra. Lui si è salvato grazie ad un altro bambino.

 

 

 

LA FONTANA

 

C’era una volta…

Una donna ogni giorno si recava alla fontana per attingervi l’acqua; un mattino di primavera, mentre era intenta nell’immergere la sua anfora, scorse nell’acqua un grosso, roseo frutto. Era così bello che sembrava dirle: “Prendimi!”.

La donna allungò il braccio per raccoglierlo ma il frutto sparì come nuotando, per poi riapparire quando la donna ritirava la mano dall’acqua. Questo per due, tre volte.

Allora la donna infastidita, pensò di prosciugare tutta l’acqua della fontana e si mise al lavoro fino “all’ultima goccia” ma del frutto misterioso non trovò nessun segno. Delusa per l’incantesimo, fece per andarsene quando udì una voce tra gli alberi. Era un piccolo uccello posato sui rami più bassi: “Perché cerchi il frutto laggiù? Guarda quassù!”. La donna, dopo aver alzato gli occhi si accorse del bellissimo frutto appeso ad un ramo proprio sopra la fontana.

 

Se cerchiamo la felicità in ciò che possediamo, di certo resteremo delusi, perché la felicità non si trova nelle cose!

Nahonuremwi Larissa

 

 

LA MUCCA

 

C’era una volta una mucca che vagava senza meta. Un uomo la notò e cominciò a rincorrerla. Riuscì a catturarla e la tagliò a pezzi.

Più tardi però, gli “organi” dell’uomo cominciarono a discutere sul come dividersi la povera mucca. Gli occhi dissero: “Siamo stati noi a vederla e quindi dobbiamo avere una parte grande”. Le braccia proseguirono: “Noi l’abbiamo tagliata a pezzi e quindi meritiamo noi la parte più grande”. Persino le gambe: “Noi abbiamo rincorso la mucca per catturarla”. Infine la pancia: “Ma cosa state dicendo? Vi dimenticate, forse, che senza di me non ci sareste!”. Allora tutte le altre parti del corpo seccamente le gridarono: “Stai zitta! Non hai fatto nulla e vuoi avere la parte più grande”. Ancora la pancia: “Va bene, fate come volete, prendetevi tutte le parti della mucca” e decise di non parlare oltre.

Soltanto dopo qualche giorno, tutte le parti del corpo dell’uomo e particolarmente le membra s’indebolirono a tal punto da dover far la pace e unirsi per nutrire la pancia.

 
Rosalie

 

 

LA RANA E L’UCCELLO

 

Un giorno un uccello e una rana si misero a litigare sul chi fra i due fosse il più veloce.

La rana disse: “Anche se cammino con la pancia a terra, sono più veloce di te!”. L’uccello con una forte risata le rispose: “Proprio tu, che strisci per terra come un serpente dici di essere più veloce?”.

Allora la rana, per niente intimorita, lo sfidò ad una gara; ma pensò bene di chiedere un aiuto agli amici e cioè di disporsi tutti in riga sul percorso, per spingerla ad ogni passaggio. L’uccello invece, era così sicuro di vincere che non si preoccupò, anzi decise di partire in ritardo, ma quando arrivò al traguardo, con gran meraviglia, si trovò la rana davanti.

All’uccello non rimase che disperarsi mentre gli animali lo schernivano.

 

L’unione fa la forza!

 

Kubwimana Emeline

 

 

 

L’AMORE

 

C’era una volta… la figlia del re, tanto bella che tutti gli uomini del regno correvano a corteggiarla senza però nessun risultato.

Ma un giorno arrivò un ragazzo che pensò di nascondersi all’interno di un albero che si trovava vicinissimo alla reggia. L’albero si chiamava Umutengenyeri.

La figlia del re si recava spesso alla sorgente e così un giorno l’albero Umutengenyeri ne approfittò; quando la vide, dopo essersi tolto le radici dalla terra, la seguì.

“Munyana, Munyana, figlia del re aspettami! Potremo fare la strada assieme!”.

La ragazza spaventata cominciò a gridare: “Mamma…mamma!”, ma l’albero non si fermò e la seguì fino sulla porta di casa, dove la vide sparire.

L’albero continuava a chiamare Munyana ed allora la madre invitò la figlia ad uscire per tranquillizzare la pianta con la sua compagnia.

La notte, il ragazzo, nascosto nell’albero, uscì e sposò la bellissima figlia del re.

 Aline Blondine Kanyana

 

Un piccolo appunto...

Alcune morali che escono dalla lettura di queste storie, dal nostro punto di vista, ci appaiono dure, forti, ma dobbiamo pensare che sono state scritte e raccontate da bambini che hanno avuto come unico obbiettivo della giornata, la sopravvivenza; quindi, un’esortazione ad andare oltre le parole.

 

 

 

 

INDIA

 

A Luciano...

 Luciano Poli è un amico di famiglia, amato da tutti. Da sempre dedica la vita agli altri. Riesce sempre ad andare al centro del problema perché è un uomo concreto, il mio papà è convinto che sia un Santo! Mamma invece insiste nel dire che come tutti i veri Santi, Luciano è destinato a non avere gloria in terra ma in Paradiso!

Caro Luciano voglio salutarti con un mio piccolo scritto.

 

Qualche anno fa… una terribile malattia aveva colpito gli abitanti di un piccolo paese dell’India e si stava espandendo dappertutto. Il missionario, non trovando più la medicina per curare la malattia, chiamò l’amico italiano che da molti anni lo sosteneva nelle sue iniziative. L’amico comperò tante scatole di quella medicina, prese l’aereo e volò in India. Le medicine curarono tanti ammalati!

C’era una volta… un missionario molto anziano. Durante la sua vita trascorsa nelle lontane Indie aveva costruito centinaia, anzi migliaia di casette per le famiglie più povere e bisognose. Si era organizzato molto bene, infatti, aveva un’impresa con molti operai e continuava a costruire case con una caratteristica però: erano tutte uguali. I soldi arrivavano al Padre da tanti benefattori italiani.

Chi invitava tutte queste persone di buona volontà ad aiutarne altre? Chi raccoglieva i soldini? Chi li portava al missionario? Chi… chi…chichichichi?

Un giorno il missionario chiamò l’amico italiano dicendogli che aveva l’occasione di comperare moltissima terra per le casette, ad un prezzo incredibile, bisognava però concludere alla svelta! L’amico procurò i soldi necessari e li portò personalmente al missionario.

E… mille altri aiuti, in Madagascar, in Sudan e altri Paesi; famiglie che possono trascorrere una “vita” dignitosa, bambini che tornano a sorridere! Il tutto grazie a molti missionari e suore missionarie ma anche grazie a chi ha tenuto questi contatti. Un lavoro impressionante fatto da chi… chi… chichichichi? Chi..chi…chichichichi!

 Forse decine di persone che raccolgono aiuti e li portano con continui viaggi, veri Superman: un’organizzazione incredibile?

 No…! No! No! Un uomo! Un uomo con una gran fede nell’amore! Un uomo onesto e coraggioso!!! Chi… chi…chichichichi?

 

 

«SERENELLA»

 

Da molti anni (dieci) l’Associazione Serenella aiuta molte famiglie dell’India, soprattutto a Belgaum dove lavora Padre Cirillo nell’orfanotrofio «Nirmala Nagar». Anche Padre Cirillo è rimasto orfano a otto mesi ed è vissuto fino a sedici anni nell’orfanotrofio delle Canossiane.

L’Associazione Serenella aiuta molti bambini indiani ad andare a scuola e garantisce a tutti la mensa a base di riso e curry. Tramite «Serenella» molte famiglie indiane che vivevano miseramente in baracche e capanne hanno avuto una casetta di tre stanze e spesso un pozzo in comproprietà con altre famiglie. Molte ragazze hanno ricevuto in regalo una macchina da cucire e così possono lavorare come sarte, molti ragazzi hanno avuto una bicicletta per andare a lavorare in fabbrica o in campagna e così risparmiano i soldi dell’autobus. L’Associazione Serenella ha collaborato attivamente con Padre Cirillo per migliorare la vita dei suoi 150 orfani: un nuovo dormitorio per i più piccoli, una grande lavanderia dove i ragazzi si lavano i vestiti e li mettono ad asciugare, una nuova cucina, un grande pozzo per la campagna e l’orto, la scuola (1200 scolari che vengono dai villaggi), l’orfanotrofio e l’ospedalino delle suore di S. Carlo Borromeo.

Negli ultimi anni «Serenella» ha aiutato molti bambini per operazioni (ospedale di Bangalore), aiuta inoltre molti bambini all’ospedale pediatrico di Tamatave-Madagascar.

Ha aiutato alcune famiglie sempre a Tamatawe ad avere una casetta con la collaborazione di suor Clelia nata in Sardegna e in Madagascar da 40 anni. Aiuta suor Jeanne d’Arc nella prigione della città a dare una scuola elementare ai prigionieri, colpevoli quasi sempre di furti alimentari.

«Serenella» sta aiutando quest’anno Padre Mazzolari a Rumbek (Sud-Sudan)  a dare cibo e medicine alla sua povera gente perseguitata dal governo centrale. Gli aiuti arrivano specialmente per aereo dal Kenia, organizzati dai Comboniani di Verona. Grazie a tutti gli amici di «Serenella» per l’aiuto costante di questi anni, aiuto per chi ha bisogno, per i più piccoli, per chi quando va bene ha appena una ciotola di riso al giorno. Grazie «Serenella»! Grazie a tutti!

 

 

 

LETTERE

 

Dai bambini indiani dell’orfanotrofio di Padre Cirillo ci sono arrivate oltre 300 lettere. È stato bello leggere i loro scritti, accompagnati da disegni e fotografie ma il mio cuore si è riempito di gioia quando ho “sentito” la loro gratitudine.

A volte mi fermo ad ascoltare il vento e mi sembra di udire le loro voci... mentre giocano spensierati!

 

Caro amico,

Saluti da Bharati Patil, sono felice di spedirti la mia fotografia e dividere con te qualcosa della mia vita. Vengo da un villaggio chiamato Koldur (distretto di Belgaum). Sto frequentando la classe VIII standard. Ho perso mio padre Ramangouda quando frequentavo la classe VII standard. Mia madre è casalinga. Noi non abbiamo nessuno che si preoccupi della nostra famiglia. Adesso mio zio ci aiuta un po’. A causa della povertà mia madre mi ha portato in questo orfanotrofio. Noi siamo tre fratelli. Due femmine ed un maschio. Anche le mie sorelle e mio fratello studiano.

Sono in questo orfanotrofio da quando avevo otto anni. Quando ho perso il papà ero completamente giù di morale e le suore mi hanno confortata ed incoraggiata ad accettare la sua morte. Quando sono stata ammalata si sono prese grande cura di me. Del buon cibo, vestiti , medicinali, divise scolastiche ed altre cose mi sono state date qui. Nei giorni di festa ci vengono serviti cibi deliziosi e abbiamo un programma ricreativo. Le suore ci aiutano a scoprire i nostri talenti e ad utilizzarli nel modo più appropriato. A scuola abbiamo dei bravi insegnanti.

Dopo i miei studi voglio diventare un’ infermiera e servire l’umanità. Voglio essere autonoma come queste suore e insegnanti. Mi piace molto giocare a pallavolo. Il mio frutto preferito è la banana e qui c’è  spesso. A me piace molto mangiare Mysorepak. Mi piace anche il gelato. I miei hobbies sono il disegno, il canto ed il cucito.

Sono grata verso tutti coloro che mi aiutano nella mia educazione. Ringrazio Dio per queste persone nella mia vita. Specialmente per te caro amico, che non sei stanco di ascoltarmi ma pronto a condividere le mie gioie e le mie preoccupazioni.

 

 

Caro amico,

Sono felice di inviarti questo disegno fatto da me. Mi chiamo Dominic F. Lobo. Sono alla V classe standard. Sono nato il 30. 07. 1984. Sto studiando in questa scuola per orfani da 5 anni. Il mio sogno è di diventare pilota.

Sono felice di stare in questo orfanotrofio. Non ho genitori. Ma i Padri e le Sorelle hanno preso il loro posto e mi dimostrano amore. Quando Padre Cyril se ne è andato ho avuto molti problemi. Ero abituato a pensare ai miei genitori. Come risultato sono scappato tre volte. L’ ultima volta che sono scappato dall’ orfanotrofio  sono andato a Bangalore con la corriera. Nessuno mi ha chiesto il biglietto. Alla fermata della corriera ho pregato le persone di darmi soldi per mangiare. Una brava persona mi ha portato nella sua casa e lì lavavo i vasi. Dopo tre mesi ho informato che venivo da Belgaum e che studiavo all’ orfanotrofio della scuola di Nirmala Nagar. Così Padre Cyril è venuto a prendermi e mi ha riportato all’ orfanotrofio. Dopo quest’ esperienza non ho più lasciato l’ orfanotrofio. Suor Teresa si prende cura di me; è come mia madre. Lei mostra particolare cura e affetto nei miei confronti. Quando sono tornato da Bangalore ero molto malato ma Suor Teresa si è presa cura di me molto bene. Mio fratello Stanlie sta studiando inglese alla scuola media. Io studio alle media Kannada. Sono molto bravo negli studi ma molte volte sono disturbato perché penso ai miei genitori. Ma in questo orfanotrofio ci sono molte persone che mi vogliono bene. Recentemente tu hai aiutato Padre Cyril a costruire una piccola casetta per noi. Ne siamo molto contenti. Nella mia classe ci sono più di cento ragazzi ed una sola insegnante. Noi cerchiamo di essere gentili, ma per lei è difficile controllare la classe. Mi piacciono molto i gelati. Qui non abbiamo problemi. Mi piace molto il pollo e la carne. Alfred e Anna preparano buon cibo per noi nonostante i molti problemi. La cucina era in cattive condizioni ma grazie al tuo aiuto, oggi c’è un bel posto per cucinare. Non sappiamo dove potremmo essere senza il tuo aiuto. Mi hai aiutato per la mia educazione attraverso Padre Cyril. Ti ringrazio di essere il mio amico. Cerco di aiutare tutti i miei amici quando sono ammalati e bisognosi di aiuto negli studi. Vorrei essere come te.

 

 

Carissimo amico,

Sono Fakeer Rajgolli. Sono molto felice di mandarti questo disegno della montagna con gli uccelli. Sono nato il 03. 06. 1986. Sto frequentando l’VIII standard nella scuola dell’orfanotrofio “Nirmala Nagar”, sono qui da sette anni.

Il nome di mio papà è Jotiba. Egli è un agricoltore. Lavora per Padre Cyril. L’anno scorso, il mio papà è stato molto contento perché ha avuto un buon raccolto. Anche la mia mamma è una grande lavoratrice. Aiuta molto il papà. Io annaffio le piante di canna da zucchero. Anche di notte aiuto mio padre per annnaffiare le piante. Mi diverto molto. Egli coltiva anche pomodori ed altre verdure. Vado a scuola insieme con lui. Io abito nel villaggio di Mogade, che dista appena 5 minuti a piedi dall’orfanotrofio. Per strada mi piace cogliere tamarindi e manghi. Gli lanciamo contro sassi. E’ proprietà pubblica. Mi piace prendermi cura delle mucche. Padre Cyril ci ha donato una mucca come regalo da parte del vostro gruppo. Mi curo di lei con affetto e le faccio anche il bagno. Quando mi vede è molto contenta. Io non sono molto bravo negli studi. Non mi piace la matematica, ma mi sforzo di studiare. Il mio insegnante è il maestro Andrew. Egli richiede molto interesse quando insegna inglese. Mi piace arrampicarmi sugli alberi di noci di cocco. Quando ho voglia di bere del latte di noce di cocco, mi arrampico su di un albero.

Ti ringrazio per essere mio amico. Mi piace recitare. Recentemente ho recitato la parte di Mahatma Gandhi durante la giornata dei bambini. Egli è stato davvero un grande uomo che ha creduto nella non-violenza. Ti ringrazio perché ti preoccupi delle spese per la mia educazione. Anch’io desidero aiutare le altre persone quando crescerò. Nella mia classe aiuto i miei amici quando hanno bisogno delle matite. Ti voglio tanto bene e grazie per il meraviglioso aiuto.

 

 

Caro amico,

Mi chiamo Shruthi Ramangouda e sono alla IV classe standard. Sono felice di mandarti questo semplice disegno. Sono nata il 20. 03. 1991. Sto studiando in questa scuola per orfani da 4 anni. Non sono brava a disegnare ma sono brava negli studi. Sono felice di studiare in questa scuola. Mio padre ci ha abbandonati. Ho un fratello. Il suo nome è Sunil. Mia madre lavora in una fabbrica vicina all’ orfanotrofio, dove si producono magliette; lavora pesantemente per mantenerci, poiché il guadagno è limitato. Padre Cyril si cura di tutte le spese per la mia educazione. Voglio molto bene a Padre Cyril. Mi fa molti regali a Natale. È grazie agli amici come te che oggi posso ricevere una buona educazione. Mia madre mi lascerà a scuola e così potrò andare in vacanza e divertirmi con i miei amici.

Sono molto amata dai miei compagni. Le mie materie preferite sono kannada e matematica. Ho buoni voti in queste materie. La maestra Nirmala mi aiuta nei miei studi ma è molto difficile da capire, qualche volta.

Comunque sono contenta di essere in questa scuola perché posso almeno diventare una persona migliore. Mi piace lavorare nel giardino. Quando ho tempo libero do da bere alle piante. Mi piace andare al mercato e comprare verdure. Mi piace molto giocare. Abbiamo un grande campo da gioco. La nostra scuola spesso partecipa a gare. Quest’anno abbiamo vinto il primo premio a livello distrettuale in pallavolo. Nel periodo di Natale abbiamo preparato una commedia sulla nascita di Gesù. Io ho partecipato e i miei amici sono stati molto contenti. Padre Cyril ci ha dato regali e dolci. Io vado a scuola regolarmente.

Ringrazio molto te e zio Luciano per il vostro aiuto. Prego per tutti quelli che mi aiutano e per tutti i bambini che non hanno la possibilità di studiare.

Con amore e preghiere.

 

 

STORIE SCELTE

 

Quand’è che finisce la notte ed inizia il giorno?

Quando guardi in viso un uomo qualunque e riconosci il lui tuo fratello; quando guardi in viso una donna qualunque e riconosci in lei tua sorella.

Se non sai fare questo, non importa che ora è per il sole, è ancora notte!

 

È l’insegnamento che ci viene dato da una delle dodici storie che Padre Cirillo e i suoi bambini hanno scelto per noi. Sono molto belle e molto profonde e ci vogliono dire che l’amore è ciò che unisce qualunque persona, indistintamente dal colore della sua pelle, dalla sua religione o modo di pensare!

 

 

ABRAHAM E IL DIO HATING MENDICANTE

 

One day Abraham invited a beggar to his tent for a meal. Wen grace was being said the man began to curse god, decla he could...

 

Un giorno Abraham invitò un mendicante nella sua tenda per un pasto. Quando la preghiera stava per essere recitata quell’uomo cominciò a maledire Dio, affermando che non avrebbe potuto sopportare di sentire il suo nome.

Afferrato con indignazione il mendicante, Abraham allontanò il blasfemo.

Quella sera, durante le sue preghiere Dio gli disse: “Quest’uomo mi ha insultato ed ingiuriato per cinquant’anni eppure gli ho dato cibo da mangiare ogni giorno. Non puoi tu sopportarlo per un solo pasto?”.

 

 

AKBAR DURANTE IL NAMAAZ

 

 

The Moghul Emperor, Akbar, was one day out hunting in the forest…

 

L’Imperatore Moghul Akbar andò un giorno a cacciare nella foresta. Quando fu il momento della preghiera serale egli smontò da cavallo, stese la sua stuoia sul terreno e s’inginocchiò a pregare come fanno in ogni luogo i devoti musulmani. Proprio in quel momento una contadina, disperata della scomparsa di suo marito che aveva lasciato la casa quella mattina e non era ancora tornato, si precipitava ansiosamente a cercare suo marito.

Nella sua preoccupazione ella non notò la figura inginocchiata dell’Imperatore e inciampò su di lui; poi si alzò e, senza una parola di scusa, corse attraverso la foresta.

Akbar fu infastidito da quell’interruzione ma, essendo un buon musulmano, osservò la regola di non parlare con alcuno durante il Namaaz.

Ora, proprio verso il momento in cui le sue preghiere erano finite la donna tornò, piena di gioia in compagnia di suo marito, che aveva ritrovato.

Ella fu sorpresa e spaventata nel vedere l’Imperatore ed il suo seguito in quel posto. Akbar diede sfogo alla sua rabbia verso di lei e gridò: “Spiega il tuo comportamento sprezzante oppure sarai punita!”.

All’improvviso alla donna passò la paura, guardò negli occhi l’Imperatore e disse: “Maestà, ero talmente assorta dal pensiero per mio marito che non vi ho nemmeno visto qui, fino a quando non ho inciampato su di Voi; durante il Namaaz, eravate assorto verso Uno che è infinitamente più grande e prezioso di mio marito. E come avreste potuto notarmi?”.

L’Imperatore si vergognò in silenzio e più tardi confidò ai suoi amici che una contadina, la quale non era né una studiosa né una Mullah, gli aveva insegnato il vero significato della preghiera.

 

 

CON FELICITÀ

 

An old hindu legend says that there was a time when all men were...

 

Un’antica leggenda Hindù narra che c’era un tempo in cui tutti gli uomini erano felici, ma che essi abusarono della felicità. Così Brahama decise di prenderla e di nasconderla dove gli uomini non avrebbero potuto trovarla.

Fu costituito un Consiglio. Qualcuno suggerì. “La felicità potrebbe essere sotterrata nel profondo della terra”, ma Brahama disse: “No. L’uomo scaverebbe in profondità nel terreno e la troverebbe”. “Bene, noi potremo immergere la felicità dell’uomo nel più profondo oceano”. Ma ancora Brahama rispose: “No, perché l’uomo alla fine esplorerà il più profondo oceano e sarà sicuro un giorno di trovarla e riprenderla”. Il Consiglio concluse: “Allora sembra che non ci sia luogo sulla terra e nel mare che l’uomo non potrà raggiungere”.

Allora Brahama disse: “Ecco cosa faremo con la felicità dell’uomo, la nasconderemo nel profondo dell’uomo stesso, così lui non penserà mai di cercarla lì”.

 Fino ad allora, conclude la leggenda, l’uomo è andato su e giù per il mondo, scalando, scavando, immergendosi, esplorando, cercando qualcosa che già ha dentro di sé.

 

 

NARADA TRASPORTA UNA CIOTOLA DI LATTE

 

The indian sage, Narada, was a devotee of the Lord Hari. So great was his devotion that he was one day tempted ti think that in all the world...

 

Il saggio indiano Narada era un devoto del Dio Hari. La sua devozione era così grande che un giorno fu tentato di pensare che, in tutto il mondo, non c’era alcuno che amasse Dio più di lui. Hari lesse nel suo cuore e disse: ”Narada, va in questa città sulla riva del Gange a trovare il mio devoto che dimora là. Vivendo in sua compagnia diventerai buono”.

Narada andò e trovò un contadino che si alzava presto la mattina, pronunciava il nome di Hari una sola volta, poi sollevava l’aratro e andava verso i suoi campi dove lavorava tutto il giorno.

Solo prima di addormentarsi la notte egli pronunciava il nome di Hari, una volta ancora. Narada pensò: “Come può questo rozzo, essere devoto a Dio? Lo vedo immerso tutto il giorno nelle sue occupazioni terrene”.

Poi Dio disse a Narada: “Riempi una ciotola sino all’orlo di latte e cammina per tutta la città. Poi torna indietro senza versare una sola goccia”. Narada fece come gli fu detto.

“Quante volte ti sei ricordato di me nel corso della tua camminata per la città?” chiese Dio.

“Non una volta, Hari” disse Narada. “Come avrei potuto, quando tu stesso mi ordinasti di stare attento a quella ciotola di latte?”.

Dio disse: ”Quella ciotola ha impegnato così la tua attenzione che tu mi hai dimenticato completamente; ma guarda quel contadino che, sebbene gravato dalle preoccupazioni di mantenere una famiglia si ricorda di me due volte al giorno!”.

 

 

FORTUNA …SFORTUNA.

 

Many years ago there was an old man who had one son and a horse. One day his horse broke out of the corral...

 

Molti anni fa c’era un vecchio che aveva un figlio ed un cavallo.

Un giorno il suo cavallo uscì dal recinto e fuggì verso la libertà delle colline. “Il tuo cavallo è fuggito?” chiesero i vicini ed aggiunsero:  “Che sfortuna!”.

Domandò il vecchio: “Perché dite questo ? Come potete dire che è sfortuna?”.

Infatti, la notte successiva il cavallo tornò al suo familiare recinto per il suo abituale foraggiamento ed il suo abbeveramento, portando con sé dodici cavalli selvaggi.

Il figlio del contadino vide i cavalli, fece scivolare il cancello laterale e chiuse il recinto. Improvvisamente il contadino e suo figlio ebbero tredici cavalli invece di nessuno. I vicini sentirono la buona notizia ed accorsero dal contadino. “Tredici cavalli! Che fortuna hai!”. Il vecchio contadino rispose: “Come sapete che è fortuna?”.

Alcuni giorni più tardi il suo forte e giovane figlio stava provando a cavalcare uno dei cavalli selvaggi quando fu disarcionato e si ruppe una gamba. I vicini tornarono quella notte ed espressero un altro giudizio affrettato: ”Tuo figlio si è rotto la gamba! Che sfortuna hai!”. Il saggio padre rispose: “Come fate a sapere che è sfortuna?”.

Infatti, pochi giorni dopo un gran capo militare passò per la città ed arruolò tutti i giovani sani portandoli in guerra. Non tornarono mai più alle loro case. Ma il giovane uomo fu salvo grazie alla sua gamba rotta.

 

 

 

IL “MODELLO” DI DIO NELLE NOSTRE VITE

 

A poor but hones jeweler was arrested for a crime he never commmited. He was placed in a secure and welprotected prison...

 

Un povero ma onesto gioielliere fu arrestato per un crimine che non aveva mai commesso. Egli fu messo in una sicura e ben protetta prigione nel centro della città. Un giorno, dopo essere stato recluso per mesi, sua moglie si presentò al cancello principale. Disse alle guardie quanto suo marito, il povero gioielliere, fosse un uomo devoto e di preghiera. Egli sarebbe stato perso senza il suo semplice tappeto per le preghiere. Non gli avrebbero permesso d’avere quest’unico bene?

Le guardie convennero che questo era innocuo e gli diedero la stuoia per le preghiere. Cinque volte al giorno  srotolava il suo tappeto e pregava.

Passarono settimane e un giorno il gioielliere disse ai suoi carcerieri: “Sono stufo di rimanere seduto qui per giorni e giorni senza niente da fare. Sono un bravo gioielliere, se mi lascerete avere alcuni pezzi di metallo ed alcuni attrezzi, farò per voi eccellenti gioielli. Potrete vendere quello che farò al mercato ed arrotondare i vostri esigui salari da guardie. Chiedo così poco, solo qualcosa per riempire le ore vuote e mantenere in esercizio la mia tecnica”.

Le sottopagate guardie furono d’accordo sul fatto che sarebbe stata una buona soluzione. Ogni giorno portavano al gioielliere un po’ d’argento e d’altri metalli ed alcuni semplici strumenti. Ogni notte avrebbero ritirato gli attrezzi ed i metalli e portato a casa i gioielli che aveva fatto per loro.

I giorni divennero settimane e le settimane mesi. Una bella mattina quando andarono alla cella del gioielliere, essi la trovarono vuota! Non fu trovato alcun segno del prigioniero o di come fosse scappato da quella sicura e ben sorvegliata prigione.

Qualche tempo dopo, il vero criminale fu arrestato per il crimine per il quale il povero gioielliere era stato falsamente accusato.

Un giorno, al mercato della città, una delle guardie della prigione fermò l’ex-recluso. Spiegando velocemente che il vero criminale era stato arrestato, chiese al gioielliere come fosse riuscito ad evadere. Egli cominciò a raccontare una storia stupefacente...

La moglie del gioielliere era andata dal capo architetto che aveva progettato l’edificio della prigione. Ella ottenne da questi gli stampi delle serrature del cancello della cella, poi, in seguito ne disegnò un modello ricamandolo sulla stuoia delle preghiere. Il gioielliere avrebbe pregato cinque volte al giorno, toccando con la testa il tappeto. Lentamente cominciò a notare che c’erano dei disegni al cui interno ce n’erano altri, con altri ancora ed era il modello per la serratura della porta della sua cella.

Dai pochi scarti di metallo e con i semplici utensili, aveva costruito una chiave ed era scappato!