Giuliano Sten
LE PRIMULE ROSSE
All’Amore: a mia moglie, alle mie bambine, a...
Ai miei Angeli: a Serenella, a mamma Pia, a…
Alla solidarietà: ai bambini poveri di “Serenella”.
All’amicizia: agli amici più intimi.
Alla passione per l’arrampicata: ai miei compagni di corda.
Al coraggio, alle Primule Rosse.
In copertina: disegno di Nicoletta Dalbosco.
© 2002
Tutti i diritti riservati.
È vietata la riproduzione anche parziale
dei testi e delle illustrazioni.
Grafica e impaginazione di Roberto Pezza (Ropez).
Stampa: la grafica - Mori (TN).
Prefazione
La prima cosa che m’è venuta in mente è questa: se la magica storia delle Primule Rosse si fosse dipanata ai nostri giorni — e non più di vent’anni fa — chissà che razza di palco ci avrebbero costruito sopra i vari Maurizi Costanzi e Cucuzzi Schow... Ve lo immaginate? Due pazzi scriteriati, senza nome e cognome, che nelle gelide notti delle vallate trentine s’arrampicano come ragni sui campanili delle chiese? Che ghiottoneria da salotto televisivo! Che giallo! Che impresa sportiva da brivido! E che poesia in queste imprese straordinarie dedicate ad una bambina appena nata, oppure all’atmosfera di Natale, o alle mamme di tutto il mondo... Ma erano altri tempi. Lavoravo nella redazione dell’Alto Adige di Rovereto e la (r)matta stagione delle Primule Rosse venne sì seguita con attenzione, ma anche senza la frenesia di scoprire, intervistare, gettare in pasto al popolo (non sarebbe stato difficile: soprattutto per me...) le fotografie e le motivazioni di quei due scalatori estremi che si aggrappavano a fili arrugginiti di parafulmini, a minuscole fessure, a steli d’erba rampicante... per raggiungere il punto estremo di incontro tra le pietre e i desideri mistici dell’uomo (le torri campanarie, appunto) e l’immensità del cielo.
Giuliano Stenghel, tornando alle emozioni di quei giorni, direi quasi al candore delle idee pure — ma potrei anche dire al cuore in mano di certi giovani-antichi montanari — riapre un romanzo fantastico. Romanzo che gli stessi protagonisti, al tempo delle scalate sui sassi urbani dei campanili, avevano voluto tenere nel mistero. Non certo per timore, credo: ma perché quelle imprese, con qualche troupe di supporto, avrebbero perso il loro fascino; e perché i più autentici cacciatori di commozioni possono sì stupire, ma programmare mai. La storia che ci racconta “Sten”, che non è un professionista delle parole ma un finissimo annusatore delle vibrazioni dell’animo umano (senza le quali non potrebbe vivere: quindi è un poeta), la storia che ci racconta...dicevo.. è una storia vera. E in qualche modo vissuta da dentro le vicende. Tra sogno e realtà. Comunque e in ogni attimo, come si diceva un tempo, ad alta tensione ideale. Quando il lettore arriverà all’ultima pagina gli capiterà, come è successo a me, di volare con lo sguardo oltre la finestra, di inseguire i profili dei tetti, le antenne, gli ultimi rami degli alberi più alti del paese. E poi ancora più su: fino alla sommità dei campanili. Per vedere, per scoprire ancora, in barba al tempo e alle stagioni, alla fioca luce dei lampioni, le sagome di due fiori. Sì, le Primule Rosse. Ancora in azione. Come vent’anni fa. Perché gli incantesimi non finiscono mai. Ed anche perché — come ci dice “Sten”, un po’ sibillino — essere innamorato della propria passione, significa anche fare (o quantomeno immaginare) qualche pazzia.
Sergio Molinari
Nota dell’Autore
Dopo la pubblicazione dei miei precedenti libri, pensavo di aver già scritto tutto quello che avevo da dire. Ho “disegnato” la mia vita in tante sfaccettature, raccontando le mie avventure con lo stesso entusiasmo con cui ho perorato la causa della solidarietà verso i bambini poveri dell’Associazione intitolata a Serenella.
Un mese fa circa, affaticato da tanti impegni, ero sinceramente convinto che avrei dovuto riposarmi un po’. Mi ritornò alla mente una frase scolpita sulla trave del Rifugio Brentei: “Non è riposo il riposo, ma mutar fatica alla fatica è riposo”. Decisi così di buttarmi in un’altra avventura… ma con la penna.
Cosa avrei potuto ancora raccontare?
Con il pensiero ritornai indietro negli anni quando, trentenne, con una pazza voglia di libertà, dedicavo la maggior parte del mio tempo all’alpinismo; allora, come oggi, mi sentivo vivo soltanto nel rincorrere i miei sogni. Mi tornò alla mente un fatto realmente accaduto: la vicenda delle Primule Rosse. Una storia che mi entusiasmò a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta, alla quale i quotidiani diedero grande risalto. Alcuni articoli che raccontavano le imprese notturne delle fantomatiche Primule Rosse, li ho trovati spulciando le pagine di allora; infatti, dopo un paziente lavoro nella Biblioteca di Rovereto, sono riuscito a ricostruire la loro storia, fatta di bizzarre avventure: scalate mozzafiato sulle pareti dei nostri campanili. Il loro desiderio, come quello della maggior parte dei ragazzi della loro età, era quello di essere eroi; è questo che mi ha entusiasmato, a tal punto da immedesimarmi in una delle Primule. Alla fine del mio racconto, in molti potranno dubitare che sia proprio io uno di loro.
“Non lo so… è possibile”, è la mia risposta.
Forse, ne sa qualcosa di più Sergio Molinari, giornalista di un quotidiano locale, che ha visto le Primule Rosse in azione sulle pareti
del Campanile del Duomo di Merano. Magiche avventure
che, in quegli anni, hanno incuriosito non solo i media. L’unica vera certezza sui due straordinari arrampicatori è che sono esistiti come testimoniano le fettucce rosse lasciate in cima ai campanili. Il racconto quindi, è tratto da un evento realmente accaduto; per quanto riguarda invece le storie descritte nei dettagli, i dialoghi, le emozioni,
le sensazioni, le avventure vissute dai protagonisti, potrebbero essere persino inventate.
Concludendo: “Ho vissuto realmente tante avventure sui campanili o forse le ho semplicemente sognate ad occhi aperti?”.
Quale la verità sulle Primule Rosse?
Non ne svelerò, di certo il segreto!
Giuliano Stenghel “Sten”
Capitolo 1 — Le Primule Rosse
Per tutto il giorno, il cielo era apparso carico di nubi attraverso le quali il sole fluttuava; per tutto il giorno un vento freddo ci tormentò. Dopo aver messo dei buoni chiodi di sosta, cominciai a “recuperare” il mio compagno. Osservavo il panorama attorno: un’altissima catena di cime e guglie si ergeva davanti, con la quale potevo confrontarmi e capire, approssimativamente, la nostra posizione.
“Alex, non dovrebbe mancare molto: ancora qualche tiro di corda e dovremmo trovare il nevaio sommitale”. Sì, non c’era dubbio, era ormai questione di ore, o, nella peggiore delle ipotesi, saremmo stati costretti ad un bivacco in parete.
La cima ci trovò abbracciati di fronte ad un sole infuocato al tramonto. La notte ci avrebbe raggiunto in pochissimo tempo ma, per nostra fortuna, un profondo ed inclinato canalino nevoso ci indicò la via del ritorno. Raggiungemmo il rifugio sorridenti e sistemammo il materiale da roccia alla luce della luna, che splendeva chiarissima.
Già da un’ora era passata la mezzanotte, quando accompagnati dall’amico Andrea uscivamo dalla birreria del paese; il silenzio trionfava ovunque e soltanto le nostre voci disturbavano la quiete: il racconto della nostra ultima scalata in Dolomiti, la gioia per la via aperta e l’ultima sigaretta prima di salutarci.
Notai Andrea alzare gli occhi al cielo, attratto dalla forma slanciata della “guglia” che lo sovrastava, la fissò con interesse come volesse richiamare la nostra attenzione sull’insolita vetta. Disse: “Ecco una cima per due ‘grandi’ alpinisti come voi!”. Aggiunse: “Riuscireste a scalarla?”.
Era veramente uno spettacolo: il campanile della chiesa s’innalzava imponente con le sue lisce pareti, senza appigli, con gli spigoli che sembravano lame verticali e, la cima appuntita; il tutto aveva la forma di un dito verso il cielo. Sembrava una scalata impossibile, una vetta inaccessibile persino per due “scoiattoli” come noi.
Ma qualcosa nell’intimo mi diceva che era possibile salire lassù.
Simultaneamente i nostri occhi si fermarono sul filo d’acciaio del parafulmine che saliva lungo il muro e si perdeva in vetta: era un’opportunità preziosa, un buon appiglio per inerpicarsi. Il fatto che fosse, di tanto in tanto, ancorato con dei chiodi nel muro ci avrebbe permesso di assicurarci con dei moschettoni.
Alex restò assorto per un momento. Poi disse sottovoce: “Ci provo!”.
Il mio compagno cominciò a salire lungo il parafulmine. “Alex! Scendi che sei troppo alto e... poi senza corda!”, esclamai con decisione.
Andrea con tono persuasivo: “Su dai, provateci con la corda”.
Rischiavamo molto e a tutt’oggi, non so spiegarmi perché raccolsi la sfida.
Era oramai notte fonda e attorno tutto silenzio. Dall’auto estraemmo corda, cordini, moschettoni e scarpette d’arrampicata e, dopo esserci guardati attorno, cominciammo l’insolita scalata lungo il filo d’acciaio del parafulmine. Ben presto mi resi conto che per inalzarmi dovevo usare tutta la mia agilità e tutta la mia grinta. L’arrampicata era straordinariamente atletica, in opposizione: il che significa tirare con tutte le forze sulle braccia e spingere con i piedi in aderenza sul muro liscio e smaltato del campanile.
“Un insolito sesto grado”, mi rivolsi ansimando verso i miei compagni.
“Ma non di roccia!”, mi rispose Alex in procinto di assicurarmi.
Quando raggiunsi le campane ero stremato. Non riuscivo quasi più a chiudere le mani.
Quella notte, non arrampicammo fino in vetta al campanile ma, decidemmo di fermarci poco sotto; per indicare il nostro passaggio lasciammo una fettuccia: casualmente di colore rosso.
Era una notte calma, densa di silenzio e, in giro non c’era nessuno. Il cielo sopra di noi era pieno di puntini luminosi e mi ritrovai a fissare, il Carro Maggiore e la Stella Polare. La luna gialla era bassa in cielo, appena sopra le cime. Vicino alle campane avevamo l’impressione di aver conquistato una piccola vittoria. Era un gioco che ci divertiva. Non credevo alle coincidenze, ma, del resto, tutti gli avvenimenti di quella notte sembravano collegati tra loro dal destino. Lassù mi si confuse ogni cosa, mi sedetti sul cornicione, chiedendomi che pazzia stessimo facendo, di scalare un campanile di notte, mentre tutti dormivano tranquilli. Anche Alex aveva l’aria di una persona assorta in profondi pensieri.
Erano le due di notte passate quando decidemmo di calarci a corda doppia.
“Facciamo uno scherzo alla stampa!”, disse Andrea, mentre noi riponevamo la corda, gli imbrachi e i moschettoni negli zaini. Aggiunse: “Si potrebbe lasciare un messaggio… non so, una dedica o una poesia”. “Bella idea”, disse Alex con entusiasmo. Mi girai verso di loro sospirando.
Andrea attese un istante, per esserne sicuro, poi esclamò: “Potreste scrivere di aver scalato il campanile di Villa Lagarina, lasciando un cordino nel punto massimo raggiunto…”.
“Una fettuccia rossa”, ribattei immediatamente.
“Firmato: le Primule Rosse”, sussurrò Andrea.
Con queste poche parole scambiate alle tre di notte, nacque la nostra straordinaria storia, fatta di grandi scalate e di grandi avventure non lungo pareti rocciose, sulle quali eravamo abituati ad arrampicare ma, ugualmente affascinanti e pericolose. In quegli anni non si usava scalare monumenti, ancora non esistevano le pareti artificiali d’arrampicata; non sapevamo di precedere i tempi e le mode, ciononostante avevamo deciso di divertirci in quel modo soltanto per vivere emozioni diverse. Inoltre, le Primule Rosse, avrebbero potuto trasmettere qualcosa di buono, magari con qualche bella dedica o poesia. Il solo fatto di ritornare bambini, di “fuggire dal mondo” e di toglierci di dosso, almeno per qualche sera, il mantello di persone adulte, ci fece assaporare una strana libertà, stavamo insomma entrando in una favola.
“Una scalata, fatta in un certo modo, può far del bene!”, dissi ai miei compagni.
“Speriamo però che non ci mettano le manette”, ribatté Alex volgendo il capo verso di me.
“Non credo, almeno fino a che ci limitiamo a scalare, senza far danni alle strutture”, osservai.
Più tardi, lasciammo il nostro messaggio nelle cassette della posta dei quotidiani, per informarli della scalata. Nonostante il buio fosse ancora profondo, e la notte inoltrata, si sentiva nell’aria la nascita del sole. La temperatura era mite, correva un fruscio lieve tra i rami, dando la sensazione che si svegliassero anche gli uccellini e, quando mi coricai i primi colori dell’alba s’infiltravano tra le nubi.
Capitolo II — Le Primule in vacanza
Alex, dopo aver preso in mano il giornale, cominciò a leggere a voce alta.
“Se vi interessa una notizia stravagante: alle due del 25 agosto 1979 due rocciatori (Le Primule Rosse) hanno scalato la parete fronte scuola (Est) del campanile della chiesa di Villa Lagarina. La salita si è svolta lungo un filo d’acciaio, che ha mansioni di parafulmine, con estreme difficoltà…”.
“Hanno trovato il nostro messaggio?!”.
“Non solo, ma si sono presi la briga di portarsi sotto il campanile e controllare la veridicità della notizia”.
“Dai continua”, esclamai con curiosità.
“… Sembrava uno scherzo. Infatti, chi va a pensare che due matti alle tre di notte si sarebbero messi a scalare un campanile? Abbiamo voluto sincerarci chiedendo notizie al parroco, il quale, da parte sua, mai ha visto fettucce di qualsiasi colore attaccate al cavo del parafulmine. Fettuccia che, effettivamente, è ben visibile dal basso e che è a destra del quadrante dell’orologio, in una posizione tale che, solo calandosi dalla cella campanaria è possibile sistemarla in quel posto…”.
“Hanno visto anche il cordino con moschettone per la calata?”.
“Sì, certamente”.
“L’articolo termina dicendo…
Tutto perciò dovrebbe tornare a corrispondere a quanto scritto nel comunicato delle Primule Rosse. A meno che non sia tutto uno scherzo (ma non siamo al primo d’Aprile). Se è uno scherzo, complimenti ugualmente, è ben congegnato. Se non lo è, attendiamo la prossima annunciata impresa “alpinistica”.
Mentre Alex leggeva della nostra “mattata” sul campanile, eravamo in viaggio: volevamo farci una breve vacanza al mare, anzi, sulle sue scogliere.
Un sole tiepido di primavera ci riscaldava. Il vento impetuoso trasportava in alto le gocce d’acqua polverizzata delle onde che s’infrangevano sulla scogliera. Ci procuravano improvvise gelide docce ed una sensazione d’impotenza di fronte a tanta forza della natura. Soltanto il volo solitario dei gabbiani ci faceva compagnia, dandoci una sensazione di pace e di libertà.
Io ed Alex avevamo viaggiato tutta la notte per raggiungere il mare e, nella tarda mattinata, non perdemmo l’occasione di toccare quelle rocce.
Ci trovavamo su un promontorio, con rocce verticali su piccole insenature; la nostra via si svolgeva seguendo un lungo traverso sulla scogliera rocciosa a picco sul mare e non aveva altre possibilità d’uscita se non il proseguire o ritornare sui propri passi. Mentre ero appeso a due solidi chiodi osservavo il mio compagno impegnato su una placca povera di appigli.
“E qui? Come faccio?”.
“Ebbene, se non ci riesci arrampicando, puoi raggiungermi con un pendolo…”. Non riuscii a terminare la frase quando, con stupore, vidi il mio compagno lanciarsi nel vuoto.
“Questa poi…”, borbottai sbalordito. D’un tratto rimasi immobile, poi, strinsi la corda con tutte le forze ed arrestai il suo pendolo mentre, intimorito, continuavo ad osservare i chiodi di sosta.
“Se si levano, finiamo a mare”, pensai ad alta voce.
“Ho fatto come mi hai detto”.
“… E lasciarmi almeno controllare i chiodi di sosta?”, domandai spazientito. Mentre osservavo il mio compagno arrampicarsi tranquillamente sulle corde.
“Allora”, dissi: “Sei dotato di una buona dose di coraggio…anche troppo… anche troppo”.
Il mio compagno di corda si mise a ridere.
Infatti Alex disponeva di un’agilità incredibile, con un fisico così avrebbe potuto praticare qualunque sport ad altissimi livelli: riusciva a salire una corda, appeso con la sola forza delle braccia, per una intera lunghezza di quaranta metri. Fino ad allora avevo arrampicato con forti alpinisti ma nessuno aveva il suo nerbo e la sua agilità.
A mezzogiorno, il sole pareva essersi fermato in cielo a picco su di noi e picchiava forte; mi sentivo bruciare la testa; cercavo di rubare un po’ d’ombra dalla roccia. Il vento aveva smesso di soffiare, il mare era un tappeto di luccichii e non faceva più paura.
Riuscimmo a portare a termine la nostra via e chiacchierando raggiungemmo il comodo sentiero di ritorno. Improvvisamente mi accorsi che il tempo era volato. Il sole non batteva più sulla mia testa; una luce più calma si stendeva sul mare. Tutta la natura sembrava addormentarsi; s’avvicinava l’imbrunire e dovevamo trovare alla svelta un posto dove pernottare.
Sistemammo il bivacco sotto una grande volta rocciosa. Nella grotta avevamo sacchi a pelo, pentolame e vettovaglie. C’erano poi i nostri zaini e le corde.
Il mattino dopo, delle voci mi svegliarono di buon’ora. Uscendo dal sacco a pelo, stropicciai gli occhi e vidi uno spettacolo fantastico: il sole si levava nel cielo sull’orizzonte e gettava una grande strada di luce attraverso il mare. Una piccola imbarcazione si spostava nelle onde e presto raggiunse la nostra “spiaggia rocciosa”. Notai che, nella canoa, c’erano due ragazze. Una di loro remava voltando le spalle alla riva. L’imbarcazione filava spinta dalle onde verso la riva, conficcandosi con la prua tra le rocce. Una ragazza saltò in acqua e dopo aver aiutato la compagna a scendere tirò la canoa a secco. Le due “sirene” cominciarono a spogliarsi di tutti gli indumenti.
In quel luogo, mi sentivo come un pesce fuor d’acqua. Avrei potuto nascondere il mio imbarazzo rimettendomi a dormire ma, scelsi di svegliare il mio compagno. “Alex... Alex sveglia!!!”.
“Cosa succede?”.
“Guarda con i tuoi occhi!”.
Alex si stropicciò gli occhi e… dopo aver preso un po’ di tempo mi guardò.
”Per mille… siamo nell’Eden!”, esclamò esterrefatto.
“Già, è così”.
Più tardi, mentre facevamo la prima colazione, ci accorgemmo che un anziano signore imitava le ragazze con un altro spogliarello integrale. In quel momento preciso e in quel preciso luogo, vedendo l’espressione di Alex farsi divertita, cominciai a ridere di gusto. Entrambi ridevamo talmente che non riuscivamo nemmeno ad alzarci in piedi.
Per fortuna o per disgrazia, fra tutti i posti possibili per trascorrere la notte, eravamo finiti in un campo nudisti. Non male considerando quelle due giovani e prorompenti bellezze, un disastro invece nell’accorgerci più tardi che la maggior parte degli ospiti erano decadenti, sotto tutti gli aspetti.
Fra riflessioni, commenti e risate, non perdevamo di vista le ragazze. Stavano sdraiate sugli asciugamani; loro, sapevano benissimo che c’eravamo; ma avevano deciso di ignorarci.
Noi, ci comportavamo alla stessa maniera e, siccome il nostro più immediato scopo era quello di scalare, dopo aver preparato il materiale da roccia ci avviammo all’attacco di una delle vie più belle della scogliera e, soltanto nel pomeriggio ritornammo al campo base.
Ci venne una brillante idea: decidemmo di prepararci un piatto di spaghetti. Grandissimo fu l’interesse provocato, e così il giorno dopo pensammo di offrirne un piatto alle ragazze e fu subito amicizia.
I nudisti, prima della sera, sparivano, e noi potevamo gioire di uno spettacolo naturale ben più appagante: il tramonto del sole sul mare e il sorgere della luna.
Capitolo III — La piramide umana
Incastrato con tutto il corpo in uno stretto camino di roccia, non riuscivo a salire se non di pochi centimetri alla volta. Spingevo con le gambe e le braccia con tutte le forze, buttando fuori il respiro. Ad un certo punto mi sembrò di svenire, tanto mi sentivo stretto fra le due pareti. Per non lasciarmi massacrare dalla paura e dal panico, mi concentrai sul cielo azzurro e… lentamente mi rilassai.
“Devo trovare una soluzione al più presto, altrimenti rischio di rimanere soffocato dalla roccia”, gridai ad Alex sotto di me.
“Ma…dove sei finito?”.
“All’inferno!”, conclusi sconsolato e sfibrato.
Provai anche a scendere, ma ero incastrato.
“Dio mio aiutami”, dissi con tutto il cuore.
Lottai strenuamente con energia e in preda all’ansia decisi di provare a portarmi verso l’esterno ma senza alcun risultato; allora spinsi…spinsi…spinsi come mai avevo fatto prima di allora e, finalmente, il camino si “allargò”.
In sosta trassi un profondo respiro di sollievo e, dopo essermi assicurato completamente di peso su alcuni chiodi, decisi di recuperare il mio compagno.
Alex, nonostante fosse più magro, saliva anch’egli a gran fatica.
Di lì a poco, dalla mia posizione dominante, osservai le rocce esterne del camino e pensai allo sbaglio compiuto nell’incastrarmi.
Più sopra la via diventò bellissima e l’arrampicata, anche se difficile, di gran soddisfazione.
Era una giornata splendida, serena e calda, la brezza del lago portava un profumo… di fiori, di prati… un buon profumo!
Nel piccolo borgo di Nago, i nostri sguardi assieme si fermarono sul campanile della chiesa.
“Cosa ne dici?”, rivolgendomi al mio compagno.
“È un campanile da scalare”, mi lesse nel pensiero Alex.
La stessa notte, dopo aver attentamente studiato la scalata, cominciammo a salire lungo il parafulmine. Sul tetto della chiesa, prestando attenzione a non rompere qualche vecchia tegola, raggiungemmo l’orologio del campanile. Per continuare non avevamo altra possibilità se non quella di provare un passaggio alpinistico, piuttosto usato in passato: la “Piramide umana”. Mi arrampicai sulla schiena della Primula, poi sulle sue spalle; non fu facile compiere l’operazione, in particolare avevamo paura che i nostri pesi potessero sfondare il tetto e farci precipitare nella canonica sottostante. Ci riuscimmo con qualche difficoltà e finalmente con una mano agguantai, come appiglio, un pezzo di ferro che sporgeva dal muro, il quale mi permise di continuare.
“Giulio, fai attenzione, se cadi, finiamo entrambi in canonica”. In verità, egli mostrava qualche preoccupazione. Me ne ero già reso conto ma, lassù, non era così facile ritornare sui miei passi. Seguì tra noi un lungo silenzio, dovevo proseguire, arrischiarmi più avanti ma, con la massima prudenza. Esitai, poi mi misi in posizione di massimo equilibrio e di maggior aderenza, trattenni l’aria nei polmoni e… superai il tratto difficile. Mi arrestai nella zona campanaria per aiutare il mio compagno a salire a sua volta. Mentre recuperavo la corda, qualcosa mi cadde sul maglione. Con una smorfia di disgusto, mi accorsi che era una “cacca” di colombo. Alzai gli occhi e un’altra “cac…”, mi cadde vicino. All’improvviso sentii un rumore che proveniva dall’alto e vidi un uccello prendere il volo.
Capitolo IV — I Papaveri Azzurri
Alex, hai letto il giornale?
Sono nati i Papaveri Azzurri.
“Ieri c’era un articolo che annunciava la scalata del campanile di Mori”.
“Questi Papaveri hanno scritto che sono saliti in arrampicata artificiale, che significa conficcando chiodi. Innanzittutto è impossibile chiodare un muro compatto se non con chiodi ad espansione, poi, se lo avessero fatto, le martellate avrebbero svegliato il paese. Infine non c’è traccia di un chiodo”.
“Scommetto che il campanile non è mai stato scalato!”, affermò il mio compagno.
“Infatti, sono andato ai suoi piedi per controllare se nella realtà qualcuno lo avesse salito ma ho costatato, con certezza, che nessuno lo ha fatto, almeno dal basso”.
“Noi Primule, con le nostre scalate, abbiamo sempre cercato di non provocare danni alla struttura dei campanili che abbiamo conquistato, e finora ci siamo riusciti”.
Alex annuì. “Lascia stare, questa scalata annunciata è una balla!”.
“Qualcuno vuole giocare con le Primule! Altri hanno pensato che fossimo ancora noi”.
“Forse, sarà utile comunicare alla stampa che, nell’occasione di questa ‘scalata’ ci trovavamo in compagnia di due belle ragazze…”.
“Quali ragazze?”, e accompagnai le mie parole con una risata sarcastica alla quale il mio compagno non seppe resistere.
Sotto di noi una valle profonda, e qualche piccolo agglomerato di luci, indicava la presenza di piccoli paesi arroccati sulle sue sponde. La notte taceva attorno a noi, neppure un piccolo rumore; si sarebbe sentita la caduta di una foglia.
Nel paesino di Parrocchia in Vallarsa non c’era un’anima in giro, la notte comincia prima, quindi non fu necessario nasconderci o attendere il momento propizio per mettere le mani sul suo campanile. Il cielo era pieno di stelle e la luna rischiarava a giorno tutte le cime attorno. Faceva abbastanza freddo sul campanile; l’arrampicata ci aveva riscaldato e ora stavamo camminando cautamente sul cornicione per individuare il posto ideale per la nostra fettuccia rossa.
La notte era meravigliosa, troppo meravigliosa, e lassù tutto c’invitava a raccontare. Spensierati ci lasciammo trascinare dal cielo limpidissimo e ci sedemmo sul cornicione con le gambe nel vuoto. Nonostante il freddo della notte sferzasse i nostri volti, decidemmo di levarci i passamontagna.
Cominciai a parlare di montagna. Alex invece parlò di sé e, infine, mi confidò quanto per lui fosse importante la nostra amicizia.
Ci fu un breve silenzio, prima che la Primula parlasse di nuovo.
“Ti spiace… se ti faccio una domanda?”, chiese con qualche esitazione.
“Dipende dalla domanda”.
“Caro Giulio, perché mi hai legato alla tua corda?”, m’interrogò lui.
Sospirai, accesi una sigaretta e mormorai: “Per me è essenziale essere in sintonia con il mio compagno di corda. Se non c’è l’amicizia, puoi anche essere il più forte arrampicatore del mondo, ma la cordata è finita!
Tutti gli animali della terra, compresi noi, sono felici quando sono capiti dagli altri”.
“Mi hai insegnato i segreti della tua esperienza ma soprattutto mi hai fatto vivere un alpinismo pulito, eroico, senza compromessi o ipocrisie”.
Sorrisi, e poi aggiunsi, facendomi serio: “Sono felice e orgoglioso di averti insegnato molto, poi, chissà, l’allievo un giorno forse supererà il maestro, oppure insegnerai ‘questo alpinismo’ a qualcun altro, magari ai tuoi figli”.
“E mi ricorderò del mio vecchio maestro”, m’interruppe la Primula.
“Vecchio sarai tu”, gli rammentai con tono scherzoso, deciso però a non permettere che quel particolare fosse dimenticato.
Alzai lo sguardo verso la luna che splendeva sopra di noi. In cielo non c’era una nuvola e potevamo gioire dello spettacolo del firmamento. Sono certo, in nessun altro posto, avrei potuto contemplare la volta celeste così fantastica.
Ritornai con gli occhi sul mio compagno, di nuovo concentrai il mio pensiero e rivolgendomi ancora a lui: “Non dimenticare però che potrai vincere dieci, cento, mille montagne ma se non ne scali almeno una con il cuore avrai soltanto conquistato l’inutile”.
Alex annuì, rendendosi conto che noi due, in effetti, avevamo tanto in comune; dopo tante avventure avevamo arricchito la nostra coscienza ed in parete eravamo diventati quasi una cosa sola. Non nascose neppure il suo stupore dicendomi d’istinto semplicemente: “Grazie!”.
Così, eravamo immersi in una conversazione in quota. E parlammo a lungo, dimenticando il tempo e il freddo della notte; soltanto il rumore di un’automobile che saliva dal fondovalle ci riportò alla realtà del momento e… decidemmo di lanciare le corde nel vuoto per la calata.
Capitolo V — L’Amore è...
Giornale Alto Adige.
Il campanile di Mori resiste alle Primule Rosse e sottotitolo: “Un sogno spezzato, ma solo per poco”.
Il messaggio delle Primule:
“… Il vostro stupendo campanile ci ha respinto, un sogno spezzato ma solo per alcuni mesi che presto sarà realtà. Noi scaleremo il campanile di Mori lasciando una fettuccia rossa sulla cima. Con questo messaggio abbiamo voluto annunciare la nostra prossima avventura. Il campanile di Mori lo abbiamo già tentato inutilmente senza trovare traccia di salita artificiale (chiodi ecc.). Chi è abituato a salire le montagne sa benissimo che è impossibile chiodare un muro liscio di un campanile. È certo che i Moriani con buon campanilismo e sempre scherzoso non volevano che il loro campanile fosse scalato e ci hanno beffato, inventando i Papaveri.
Il vostro campanile era nei nostri piani e con la vostra finta scalata ci avete anticipato. Non dovete ‘giocare’ con le Primule Rosse, perché il vostro stupendo campanile che fino ad oggi ci ha respinti, lo bruceremo”.
“Speriamo che i Moriani intendano bene il termine bruceremo”, mi disse Alex, dopo aver letto a voce alta l’articolo del quotidiano.
“Ma… non penseranno sul serio che vogliamo bruciargli il campanile”, aggiunsi con una gran risata. “Vedrai che non sentiremo più parlare di questi Papaveri Azzurri e sarà la prova che anche nella ‘balla’ più abilmente costruita, vi è sempre un punto debole, che se lo si sa colpire, fa crollare tutta la costruzione”.
“In ogni modo, prima o poi, scaleremo anche il Campanile di Mori”.
“Se c’è una sola possibilità di farcela, puoi esserne sicuro, ma per ora pensiamo a quest’altro campanile”, conclusi parcheggiando la macchina davanti alla chiesa del comune di Dro.
Un manto di tenebre era sceso sulle montagne, ma la luna brillava così luminosa, che potevamo vederci chiaramente.
Tiravo con tutte le forze sul filo del parafulmine del campanile e, improvvisamente… scesi di alcuni centimetri. Mi aggrappai al cavo perché ebbi la sensazione che si fosse allentato. Fortunatamente però si tese di colpo. Dopo essermi assicurato ad un piolo nel muro, mi appesi: volevo accertarmi che tutto fosse a posto.
Deciso, proseguii la mia lenta scalata nonostante una sensazione di pericolo attraversasse il mio cervello. Sentivo come un presentimento: l’istinto mi diceva che qualcosa non andava e mi guardai attorno preoccupato. Alle due di notte, al buio, perché, sebbene fosse improbabile, poteva accadere che qualche nottambulo potesse sorprenderci. Tutto però sembrava tranquillo: il paese era deserto e scarsamente illuminato da piccoli lampioni che creavano altrettante piccole zone di luce, circondate di ombre scure. Nel frattempo Alex restava, anche se nascosto, in una posizione visibile, intento a farmi sicurezza. Pensai al nostro modo di arrampicare e di agire, dettato dalla prudenza e, così ricominciai ad arrampicare deciso, tirando sul parafulmine. Il cornicione era pieno di “sterco” di colombi, quindi passai oltre e feci sicurezza un po’ sopra.
Alex non faticò molto a salire e in breve tempo mi raggiunse.
“Giulio?”.
“Sì”.
“A proposito, hai visto il parafulmine?”, mi fece notare il mio compagno. E si avvicinò a ispezionare il groviglio di cavi. “Ah!”, e scoprì come l’estremità del cordino di acciaio non fosse agganciato; miracolosamente non si era allentato sotto il peso del mio corpo.
“Uhm”, borbottai, se fosse accaduto mi sarei fatto del male”, e trassi un profondo respiro.
“La montagna nasconde le sue insidie; momenti duri, grandi tragedie e patimenti e nell’adorarla c’è il pericolo di rimanere delusi”, dissi pensando ai rischi corsi in tanti anni di alpinismo estremo.
“Abbiamo qualcuno sopra di noi che ci protegge”, considerò Alex, riflettendo rapidamente.
Guardando in alto gli risposi: “Senza alcun dubbio!”
Nel chiarore della luna, sotto una volta di stelle, lassù cominciammo a confidarci e ricordo ancora che parlammo di Dio…
“Cosa ci sarà oltre le stelle?”, volsi gli occhi al cielo.
“Vuoi dire oltre l’universo?”.
“No, intendo dire ancora oltre”.
“C’è Dio!”
Mi domandai a voce alta: “Quale è il suo progetto su ognuno di noi?”. E contemporaneamente mi risposi con la massima sincerità: “Credo sia quello di tentare di assomigliargli”.
“Allora, la nostra vera identità è quella di avvicinarci a Dio?
“Sì, certamente, perché Dio è Amore”, risposi con convinzione.
Alex confermò e io mi sentii incoraggiato a continuare. Esitai, poi spiegai: “Di una cosa sono certo, nonostante i miei limiti umani e le mie povertà, credo che l’unica vera ragione per cui valga la pena di vivere, sia quella dell’Amore”. Aggiunsi: “L’Amore è una cosa meravigliosa, l’Amore è la mano di Dio sul cuore dell’uomo”.
Eravamo immersi in una conversazione profonda.
Intervenne la Primula: “Ad ogni modo, l’Amore accomuna tutti, tutte le religioni e tutte le fedi del mondo…”.
“Direi proprio di sì!”.
Erano quasi le quattro del mattino, ormai la luna splendeva ancora con tutta la sua luce. L’aria era pura. Entro poche ore il sole ci avrebbe illuminato.
Capitolo VI — A Benedetta
Venerdì 31 agosto 1979 – Alto Adige.
Sergio Molinari, cronista del quotidiano Alto Adige scrisse:
…La storia ha un inizio triste. È il 16 agosto di due anni fa: una data che molti non hanno dimenticato nel piccolo paese di Brentonico. Quel giorno, infatti, nella più assurda delle disgrazie perde la vita il piccolo Benedetto Giovanazzi. Un bambino di quattro anni e mezzo d’età, che si era messo a sedere per gioco, all’interno di un copertone di camion appoggiato al muro dell’officina paterna. Il copertone precipitò sopra di lui e quello che poteva essere un banalissimo infortunio si rivelò invece una tragica disgrazia. Benedetto Giovanazzi colpito al capo perse la vita. Per arrivare al secondo capitolo della storia, al capitolo felice, bisogna aspettare due anni. E fermarsi a lunedì scorso 27 agosto. All’Ospedale di Rovereto Bruna Galvagni, moglie del meccanico Gianni Giovanazzi, mette al mondo una bellissima bambina. I genitori che certo non hanno dimenticato il loro primo figlio, morto in circostanze incredibili, non hanno dubbi: la bambina si chiamerà Benedetta. Questa storia, la storia di una famiglia che ha ritrovato la gioia, non l’avremo mai conosciuta senza la dedica delle Primule Rosse alla piccola Benedetta. E noi potremo essere qui ad occupare questo stesso spazio di carta con altre vicende, con altri avvenimenti. Importanti magari, ma certo più freddi, più distaccati, meno umani.
Avevi proprio ragione caro giornalista, le nostre “mattate” ricordavano semplici storie di vita, avvenimenti per alcuni meno importanti che ciononostante ci hanno riempito il cuore, ci hanno fatto sentire vivi e, soprattutto, ci hanno insegnato ad amare. Cosa c’è di più straziante dello sgomento e dolore per la perdita di un figlioletto di cinque anni d’età? Non dimenticherò mai quel giorno, la piccola bara bianca che usciva dal portone dell’officina, seguita dall’immenso dolore dei familiari.
Che cos’altro, può esserci nella vita, di più importante e bello della nascita di una sorellina per quel bambino volato in cielo?
“Oggi è un giorno di festa, è nata Benedetta”, dissi ad Alex e aggiunsi: “Anni di sofferenza e, finalmente, dalla morte di Benedetto un altro Angelo è sceso in terra…”.
Fui tanto felice della notizia, che sebbene fosse una giornata di pioggia, non potei trattenermi dal camminare per le vie della città sotto un’acqua torrenziale. Accompagnato dal mio fido compagno di corda chiacchieravamo. Camminammo per un po’ in silenzio, infine: “Bisogna dedicarle una scalata!”, propose la Primula Rossa con tono commosso.
“Magari scalando il campanile del suo paese”, affermai con risolutezza.
Decidemmo così quella che sarebbe stata la scalata di maggior soddisfazione delle Primule Rosse.
La notte del giorno dopo, ci trovammo puntuali ai piedi del campanile di Brentonico.
Spinto da un impulso irrefrenabile mi aggrappai al parafulmine e cominciai a salire. Il filo d’acciaio era molto staccato, legato al muro da alcuni pioli molti distanti tra loro e, perdipiù, in quel momento, non mi sentivo tanto in forma. Venti metri sopra, mi lanciai deciso ma, improvvisamente, abbassai le mani e arretrai. Scivolai lungo il cavo, fino a raggomitolarmi sul piolo.
“Hai l’aria stanca”, affermò il mio compagno. “No… no…”, risposi scuotendo la testa. “Mi sa che dovrò tirarti su io”, aggiunse Alex con una battuta. “Non esagerare!”, gli risposi con fermezza.
Così, nel suo modo scherzoso, Alex mi metteva di fronte alla scelta di decidere alla svelta; guardai il campanile perdersi nell’infinito del cielo e... “Lassù vedrò la luna salire”, esclamai a voce alta.
“Dai Giulio, pensa ai genitori di Benedetto che hanno dovuto continuare la scalata della vita e domani, quando avranno la notizia della nostra dedica in onore di Benedetta, vedranno, come noi, la luna salire… sul campanile”.
Le parole di Alex mi furono di stimolo.
Piedi poggiati sul ficcone, braccia in tensione sul cavo, testa rivolta verso l’altro ficcone, il corpo teso simile a quello di un corridore in partenza, avevo l’aspetto di chi è sul punto di fare un altro tentativo. Che non si fece attendere! Trattenni il fiato e scalai l’ultimo tratto impegnativo. Sopra continuai senza difficoltà sul tetto inclinato del campanile. In vetta, il cielo si illuminò di mille luci e lasciai la nostra fettuccia rossa a segnalare la nuova conquista, mentre compariva la luna. “Se la luna riesce a farsi breccia fra le nuvole, il sole di certo trionferà anche per molte persone in difficoltà”, esclamai pensando alla famiglia di Benedetta.
Infine la dedica:
“Questa notte abbiamo scalato il campanile di Brentonico per ricordare al mondo che nel suo comune è nata una bambina di nome Benedetta. E dalla cima osservando un cielo tutto stelle abbiamo pensato a te Benedetto. Che tu protegga Benedetta”.
“È la nostra preghiera”, affermò Alex.
“E poi”, aggiunsi guardandolo negli occhi attraverso il passamontagna: “Non è la bocca che deve pregare, ma il cuore! Bisogna proprio scalare con il cuore se vuoi trasmettere qualcosa agli altri. Penso che una grande conquista in montagna, a volte sia molto più inutile di tutto ciò che immaginiamo: corde, chiodi, coraggio, paure, fatiche al limite delle forze spesso ci parlano, ma soltanto di grandi imprese e null’altro”.
Infine, il mio compagno riprese la parola ed esclamò:
“Vorrei tentare di dare al mondo la parte più profonda di me”.
All’improvviso un uccello notturno dalle grandi ali venne a svolazzare sopra le nostre teste.
“Si dice che tutte le bellezze del giorno, contrastano con la notte”.
“Chi lo afferma non è mai stato quassù”.
“Ben detto Alex!”, annuii.
Rimanemmo lassù per tutta la notte e, soltanto sotto il campanile, ci accorgemmo che spuntava l’alba e l’oscurità andava dileguando mentre il cielo, ancora costellato di stelle, s’arrestava sul frastagliato profilo delle cime.
Stavamo vivendo un momento speciale; l’aria era impregnata del profumo dei rododendri ed annunciava una giornata bellissima!
Capitolo VII — Il Duomo di Merano
Da quando mi hai lasciato, mamma, ti porto nel cuore come mai. Eri generosa e forte, amavi la musica, l’arte e le cose belle. In tanti, ancora, mi parlano di te, della tua disponibilità specialmente nel tuo lavoro. Mi mancano i tuoi pranzetti, soprattutto il baccalà o lo spezzatino, che, nessuno sapeva fare come te. Ma quanto hai sofferto mamma! Quanto il tuo cuore ha pianto e quanta amarezza nei tuoi occhi! Quanti dolori capitati per “caso”, quante lacrime ma, quanto amore per me e per i miei fratelli. Grazie mamma per ciò che mi hai dato, un bacio in cielo ti ho già mandato e prego Dio che, almeno ti doni tutto il bene che in vita ti è stato negato.
Come te anch’io ho lottato, anch’io sofferto e credo anche dato. Ora, penso di aver tanto sognato ma, oltre tutti i miei sogni di essere, grazie a Dio, volato! Ho avuto una vita “dura” ma sono ancora un “duro” e, il pregio più grande è di sentirmi legato a chi soffre. Tutto il resto di me è meglio lasciarlo perdere…
Sergio Molinari, giornalista di un noto quotidiano locale, mi interpellò cercando notizie sulle fantomatiche Primule Rosse. Mi passò un braccio intorno alle spalle. “Caro Giulio, chi sono questi matti?”.
“Ma… non so, ho letto alcuni articoli…”.
“Sicuramente tu sai qualcosa in merito”.
Rimasi, per alcuni secondi, pensieroso: “Non è facile scalare un campanile, e di notte poi…”, e mi arrestai nel commento, quando, fissandolo negli occhi, avvertii una strana sensazione: mi nascondeva qualcosa, mi stava studiando come per carpirmi un segreto. Infatti, la domanda non si fece attendere e con l’astuzia del “buon giornalista” tentò di mettermi in difficoltà: “Dai Giulio, confessa, sei la Primula Rossa?”.
Assunsi un’aria imbarazzata. Mi sembrò, lì per lì, di essere preso alla sprovvista. Rimasi zitto per un momento poi, diventando improvvisamente serio:
“Oh… vuoi dire se scalo campanili?”. Nello stesso tempo risposi evasivamente: “Stai scherzando! Sono ragazzate…”.
Sergio dubitava di me, dopo essersi consultato con molti alpinisti che concordavano nell’indicarmi come una possibile Primula.
“Scalare un campanile di notte e, magari con un freddo polare, sollevarsi su un muro di malta senza farsi notare non è cosa da ragazzi, molti alpinisti che ho interpellato mi hanno assicurato che per far ciò ci vuole una buona dose di follia, un coraggio straordinario, grande capacità arrampicatoria e nozioni tecniche di alpinismo. Per potersi assicurare, salire e ridiscendere a corda doppia, servono degli arrampicatori di notevole capacità”, e aggiunse: “In zona, non sono molti… insomma, in tanti sospettano che tu sia uno di quelli!”. Sergio sapeva di aver fatto un colpo gobbo. C’era una decisione da prendere, il più presto possibile, affidandosi al proprio istinto. Cercai di eludere il problema: “Lascia stare, sei fuori strada”.
Non era difficile leggere la verità sul mio volto e soprattutto, non era facile convincerlo di aver preso un abbaglio. Ero in trappola. “Bé…no” e, sforzandomi di rilassarmi: “Ecco, io… forse è il caso che ti metta in contatto con loro”. “Non credo proprio. Sei tu!”. Lo interruppi bruscamente e, dopo una breve pausa, sparai: “Va bene, confesso… non sono una Primula Rossa ma, credo di conoscerne l’identità!”. Pensai a Sergio, all’amico giornalista ma soprattutto al buon cronista, ero certo che avrebbe usato la “penna” per raccontare una storia positiva e decisi di dargli una possibilità: “Lasciami parlare con i protagonisti di queste mattate e, al più presto ti farò sapere qualcosa di più concreto”.
“Ok, va bene”.
“Non so… speriamo almeno, che le Primulette parlino con me”. Quindi cambiai discorso e lo salutai con un forzato sorriso.
Più tardi mi lasciai cadere su una sedia e cominciai a riflettere. Passai il resto della giornata a imbastire un piano: a quel punto, ci trovavamo in un bel pasticcio e decisi di parlarne con Alex.
Seguendo alla televisione una puntata di Zorro, ad un tratto mi balenò nella mente un’idea: ci serviva un complice, una persona fidata, per l’occasione. La scelta cadde sul nostro miglior amico, Franco. Nessuno tranne lui e Andrea, doveva conoscere l’identità delle Primule Rosse!
Il giorno dopo: “Ciao Sergio, sono Giulio, ho parlato con le Primule, mi hanno confessato, persino raccontato le loro avventure e soprattutto hanno insistito sull’importanza di mantenere il segreto sulla loro identità”. Aggiunsi: “Ti chiamerà un loro amico”.
Infatti, dopo qualche tempo, Franco si mise in contatto con il giornalista e gli propose di partecipare ad una nuova impresa delle Primule Rosse: la scalata notturna del campanile di Merano, una guglia ardita quanto difficile, di eleganza e bellezza straordinaria. Ero sicuro che Sergio non si sarebbe tirato indietro, quindi raccomandai a Franco di imporgli delle istruzioni precise alle quali attenersi; tutto ciò per non mettere a rischio l’impresa e la nostra identità.
Il giornalista, ancora dubitava di me e non avrebbe perduto l’occasione per svelare il mio segreto, quindi senz’altro, la sera della scalata, si sarebbe ben informato sul mio alibi.
Mi telefonò: “I tuoi amici vogliono scalare il campanile di Merano in notturna e mi hanno invitato a seguirne l’impresa da spettatore”. Aggiunse: “Sarei felice se mi accompagnassi”. Subito gli risposi: “Volentieri, ma quando?”.
“La notte di mercoledì prossimo!”, terminò prontamente.
Rimasi alcuni istanti pensieroso, poi fingendo disappunto: “Purtroppo, proprio mercoledì, sono impegnato nel Torneo di dama del Bar, è un appuntamento importante soprattutto perché, finora, sono ai vertici della classifica.”.
La sera prestabilita, d’accordo con il mio avversario cominciai la partita un po’ prima e, mi affrettai a muovere le mie pedine sulla scacchiera quasi d’istinto. Mi stavo giocando il torneo ed il mio coinvolgimento nelle Primule Rosse. Non avevo scelta! Dovevo vincere entro il tempo necessario per giungere a Merano e scalare il campanile. Il mio avversario si concentrò sulla partita. Lo fissavo. Era un buon giocatore, ma per ogni mossa doveva pensare un’eternità; il suo tempo, a confronto del mio, era il doppio e nonostante ciò ero in leggero vantaggio. Intorno al tavolo c’erano molte persone. Non sopportavo l’idea di perdere quella partita. Continuavo a guardare la scacchiera, come per studiare la prossima mossa da farsi; ma la mia mente era altrove. Analizzavo la posizione delle pedine, mantenendo lo sguardo fisso sulle persone che entravano; ero certo che Sergio avrebbe fatto una capatina al bar per convincersi della verità delle mie precedenti affermazioni sul Torneo di dama, il mio intuito mi diceva che non avrebbe perso l’occasione per incastrarmi. Infatti, un po’ prima di mezzanotte, arrivò all’appuntamento con Franco e lo vidi affacciarsi alla porta in sua compagnia. Subito misi il viso tra le mani, fissando le pedine sulla scacchiera fingendo di riflettere; persino il mio avversario si stupì del mio inconsueto atteggiamento, in quella partita. Con gli occhi nascosti tra le dita notai il giornalista che mi osservava e, soltanto dopo alcuni minuti, lo vidi lasciare il bar.
Intanto Alex, mi stava aspettando nella sua auto. Aveva preparato il materiale da roccia e sicuramente, come avevamo predisposto nel nostro piano, era già pronto: vestito con la tuta scura delle Primule Rosse e con l’imbraco da roccia. Cominciai ad innervosirmi perché il mio avversario, nonostante fosse a corto di tempo, se la prendeva con comodo e non faceva la sua mossa. Avevamo previsto ogni cosa e comunicato a Sergio che, al suo arrivo ai piedi del campanile, ci avrebbe trovato già alti sulle sue pareti. Ora invece, mentre lui era in viaggio, io mi trovavo bloccato. Ero impaziente di finire la partita. All’improvviso un’idea balenò nella mia mente, alzai gli occhi dalla scacchiera, fissai il mio compagno e dopo una breve pausa esclamai: “Offro patta! Se ti va bene ci accontentiamo di un punto ciascuno…”. Ancora un interminabile momento di riflessione e finalmente la sua stretta di mano, come segno di accettazione della mia proposta. Salutai il pubblico presente e lasciai il bar.
Avevo così deciso che, quella notte, la mia partita l’avrei giocata altrove: sul Duomo di Merano, lungo le pareti del suo altissimo campanile. Di corsa raggiunsi Alex nella sua auto con il motore acceso. Da buon pilota infilò velocissimo l’autostrada in direzione nord. Come un funambolo, costretto sul sedile dell’auto, cominciai a cambiarmi d’abito, misi le scarpette d’arrampicata e l’imbraco, poi sciolsi la corda legandone un capo anche all’imbraco di Alex.
“Non preoccuparti, ce la faremo anche questa volta”, subito osservò la Primula.
“Sei un inguaribile ottimista!”, gli risposi.
Alex guidava a gran velocità e stavamo in silenzio, pensando alla nottata che ci attendeva. Era un’ora di strada. Sapevamo che Franco viaggiava tranquillo, aspettava di essere superato da noi; tuttavia ero preoccupato specialmente quella sera. Lo raggiungemmo alle porte di Bolzano e guardai fuori dal finestrino. Avevamo studiato l’impresa in ogni particolare: la strada più veloce per arrivare alla base del campanile, il parcheggio, i passamontagna per nascondere la nostra identità, l’attacco. Era l’una di notte e sarebbe bastata soltanto un po’ di fortuna per trovare la strada e la piazza sgombre di gente. Alex posteggiò nel posto prestabilito. Fece un profondo respiro, poi si girò verso di me.
“Da che parte scendiamo?”, gli dissi con un sorriso.
Alex aprì la sua portiera ed entrambi, legati alla stessa corda, scendemmo dall’auto. Ci avviammo, fianco a fianco, verso l’attacco del campanile. Le luci sul portico erano spente e le strade erano deserte. Immersi nell’atmosfera della notte, camminavamo spediti lungo i marciapiedi di cemento, passando davanti ai negozi chiusi. Le nostre immagini si riflettevano nelle vetrine.
“Le Primule Rosse escono di notte come i vampiri…”.
“Vestiti più da ladri che da alpinisti”, Alex mi sorrise, poi scoppiò in una risata.
Ai piedi del campanile, osservandolo slanciarsi nel cielo scuro della notte, avevo la sensazione di trovarmi faccia a faccia con qualcosa di simile alla perfezione che incredibilmente concretizzava il frutto dei miei sogni. Sogni e pensieri che non mi avevamo più abbandonato dalla prima volta che avevo deciso di metterci su le mani. E, finalmente, toccai il filo del suo parafulmine.
… Faceva abbastanza freddo. Quella notte la temperatura dell’aria doveva essere calata, di sicuro, di alcuni gradi. Salivamo uno dietro all’altro e soltanto alcuni metri di corda ci separavano, il resto della corda era legato attorno al corpo. All’improvviso, si accese una luce e una signora venne nella mia direzione: la stanza mi era di fronte e soltanto pochi metri di strada ci separavano. Trattenni il respiro quando vidi la donna affacciarsi alla finestra e guardarsi attorno. “Ora mi vede”, pensai rimanendo immobile come una statua. La fissavo intimorito, oramai quasi rassegnato a fuggire in fretta e furia. Anche Alex si bloccò, restando assolutamente fermo. Immaginate la sua reazione se si fosse accorta di noi due, aggrappati alla parete della chiesa, a circa dieci metri da terra, vestiti di scuro e con il passamontagna in testa. In quel momento sarebbe stato molto difficile spiegarle che eravamo le fantomatiche Primule Rosse, eroici e poetici scalatori notturni di campanili. Nessun rumore, nessun movimento, solo un inquietante silenzio, interrotto soltanto dal battito del mio cuore. Fu un miracolo: la donna chiuse la finestra e si allontanò spegnendo la luce.
Guardai l’orologio. Entro pochi minuti Sergio e Franco avrebbero dovuto essere lì sotto, e io mi augurai che ritardassero almeno di mezz’ora.
Senza alcuna protezione, continuammo a salire lungo il filo del parafulmine e, in poco tempo, raggiungemmo il tetto della chiesa, proprio alla base del tratto più ardito e verticale del campanile. Più sopra decidemmo di assicurarci con la corda ma, nonostante ciò, il freddo del metallo sulle mani aumentava la tensione per la paura di non farcela.
Alex mi chiamò: “Ehi Primula, guarda in basso”. Mi voltai nella direzione da cui proveniva la sua voce, poi spostai lo sguardo da lui alla piazza sottostante e vidi i nostri “amici” notturni: Franco e Sergio, in procinto di raggiungere il luogo stabilito. Osservandoli piccolissimi e immaginando i loro occhi su di noi, pensai che ogni dubbio sul mio coinvolgimento nelle Primule ora poteva essere dissipato: infatti, un’ora prima il cronista mi aveva notato immerso nei miei pensieri durante la partita a dama, non avrebbe mai potuto immaginare che avrei impiegato così poco tempo per raggiungere il luogo dov’ero in quel momento. Soddisfatto, mi resi conto della perfezione del nostro piano e avvertii una gioia immensa e una soddisfazione impagabile, la stessa che si prova dopo una grande conquista. La pace raggiungeva anche il mio cuore, per propagarsi al cervello e ad ogni parte del mio corpo. La mia arrampicata si fece più lenta e più armonica come la lenta ascesa della luna nel cielo notturno sopra il campanile: dapprima gialla, poi arancione. Sergio Molinari, puntandoci con un faro, cominciò a fotografarci. Mi fece effetto la sua presenza, ci sentivamo osservati; la nostra era la magia di quegli eroi mascherati che non potevano essere scoperti se non alla fine della loro storia.
Il punto più difficile della scalata fu il superamento del tetto in lamiera che s’innalzava appuntito nel vuoto scuro della notte. Il parafulmine finiva la sua corsa pochi metri sotto e bisognava salire sulla lamiera resa viscida dagli escrementi degli uccelli. Mi avventurai deciso, cercando di aggrapparmi a una sporgenza.
“Stai attento a dove metti le mani”, disse lassù Alex. Detto fatto, mi buttai sicuro, veloce come un lampo, lasciandomi trascinare da quella cima che avevo, da qualche tempo sognato.
Mi arrestai sul tratto senza parafulmine, quello più difficile che ci avrebbe negato la gioia di sederci sulla punta dell’immenso campanile, l’esperienza e la sensazione del pericolo mi fecero desistere.
A pochi metri dalla cima “Ahi, ahi!”, esclamò Alex, in sicura sul cornicione. Dopo averlo raggiunto: “Aspettami qui, vado a esplorare i dintorni e mi gettai in un altro tentativo che risultò inutile. Mentre mi muovevo sul cornicione ebbi la sensazione improvvisa, quasi da vertigine, di essere sul ciglio di un precipizio, sentivo che dovevo fare attenzione. Lasciandomi prendere dall’aria fredda: “È un’altra partita a dama…”.
Decidemmo così di fermarci pochi metri sotto la cima e legare la nostra fettuccia rossa.
Lassù il panorama era magnifico, sedevamo di fronte alla luna e sotto di noi, un mare di luci segnava le strade, mentre quelle delle case si erano spente. Più in là altre luci ci indicavano i paesini e al di sopra le montagne coperte dalla prima neve. I tetti caratteristici delle case dell’Alto Adige, i campanili appuntiti: il tutto ci dava la reale situazione del punto raggiunto. Apparivano soltanto le stelle sopra di noi; il silenzio dominava; un silenzio così profondo che il solo rumore era quello del vento, un vento fresco che ci tormentava, facendoci capire come fosse necessario scendere al più presto. Non volevamo lasciare quella cima, perché sapevamo che mai più l’avremo raggiunta.
Alzai gli occhi per ringraziare il firmamento. “Ah! Che notte! Come è bello quassù, è incredibile!”. Era veramente uno spettacolo.
Spiegai al mio compagno: “Per tutti, la nostra scalata rimane un fatto inconcepibile, forse un gesto di follia; mentre per noi invece è una grande conquista, la realizzazione di un sogno”.
Alex, d’un tratto, mi guardò un momento, probabilmente colpito dal tono della mia voce e mormorò: “Una vittoria portata a termine tra molti imprevisti, per questo più importante e per questo motivo sono certo rimarrà sempre in noi”.
Subito soggiunsi: “Pochi alpinisti possono salire un campanile tanto ardito, di notte, senza assicurazioni e.. di corsa. In montagna abbiamo dimostrato di essere una delle cordate più forti e più veloci del momento e…”.
“Che ne dici se dedichiamo la via a tua madre?”, mi disse Alex stringendomi la mano.
“E perché non ci mettiamo anche la tua?”, gli ribattei con un suadente sorriso.
“Allora cin cin, alle nostre mamme!”, brindammo scambiandoci una lattina di birra.
“Nei prossimi giorni, in tanti parleranno delle Primule Rosse”, affermò Alex volgendo gli occhi su di me con un’espressione indimenticabile.
“Ma pochi ne conoscono la vera identità”, conclusi con soddisfazione.
Fu una delle serate più fantastiche della mia vita. Lassù eravamo raggianti, mentre la luna dorata, sospesa nel cielo, si godeva il trionfo dei piccoli ragni aggrappati sulla cima del campanile di Merano.
Giornale Alto Adige.
“Espugnato a Merano il campanile del Duomo”.
Probabilmente c’è una ragione precisa per cui la felicità è spesso tradotta verbalmente con l’espressione “toccare il cielo con un dito”. Chi scrive ha avuto modo di verificarlo osservando per circa un’ora (standosene nascosto) qualcuno che il cielo con le dita è abituato a “toccarlo” nei fatti e non solo a parole. Il riferimento è alle “Primule rosse”, la bizzarra coppia di scalatori….
La dedica: “È sulla cima di questa stupenda scultura che il pensiero e l’immaginazione scoprono la gioia di dedicare questo campanile a tutte le mamme e in particolare alle nostre, che pur conoscendo la nostra identità la mantengono in un segreto inespugnabile”.
Capitolo VIII — La Torre degli Asinelli
Giornale l’Adige.
Per le “Primule Rosse” non c’è campanile che tenga. Dopo la torre del Duomo di Merano hanno affrontato la scorsa notte il campanile della chiesa di Pannone in Valle di Gresta. Stringato il comunicato di vittoria, redatto su un pezzo di carta ritagliato da un foglio più grande. “Abbiamo scalato il campanile della chiesa di Pannone trovandolo di difficoltà estreme. Sesto grado superiore. Lasciato cordino rosso sul filo del parafulmine in cima sotto l’orologio. Salita dedicata a tutti gli abitanti della Val di Gresta”.
Peccato che questi messaggi arrivino sempre ad impresa compiuta. Nessuno fino a questo momento ha avuto la fortuna di assistere alle esibizioni notturne di questi rocciatori “campanilisti”.
“Ma cosa dice?”, esclamò Alex a voce alta.
“È un cronista poco informato”, riprese lanciandomi un’occhiata. “Dimentica la presenza di un suo concorrente ai piedi del campanile di Merano”.
“Probabilmente il nostro Sergio avrà qualcosa da recriminare dopo quest’affermazione, soprattutto perché, per seguire la nostra scalata, ha dovuto passare la notte in piedi”, conclusi sogghignando.
Alcuni giorni dopo…
Alex, guardando con ammirazione la Torre degli Asinelli e la pendente e vicinissima Torre Garisenda, esclamò: “Bologna è la città delle torri, ma la più alta è qui davanti a noi”.
Osservai il volto di Alex cambiare espressione. “Hai ragione! La Torre degli Asinelli è un campanile, alto cento metri”.
Contemplando quella scultura, un pizzico d’ansia attraversò la mia mente. Ripresi la parola: “La leggenda vuole che un poveraccio, improvvisamente arricchitosi, aspirando alla mano di una fanciulla ricca, per ottenerla in moglie avrebbe dovuto erigere una torre più alta delle circa duecento allora esistenti a Bologna”.
Volevamo scalarla! Ci aveva convinti Andrea, nostro “palo” nell’ascensione del campanile di Villa Lagarina e studente universitario a Bologna. L’istinto mi esortava ad approfittare dell’opportunità, ma qualcosa dentro mi diceva che non dovevo farlo. La scalata sarebbe stata un’impresa sensazionale che presentava però dei grossi punti interrogativi; infatti, oltre alle notevoli difficoltà dell’attacco alla Torre, era particolarmente in vista. Avvertivo una spiacevole sensazione, una strana inquietudine, che m’invitava a rinunciare.
Ancora non so spiegarmi perché non decisi di seguire ciò che sentivo dentro. Il problema dell’uomo è di non accontentarsi mai, nemmeno quando è felice; abbiamo purtroppo il difetto, persino quando si sta bene, di voler stare meglio.
Così, quella notte, restammo divisi sul da farsi e furono proprio i tentennamenti a tradirci.
Per la prima volta le Primule Rosse caddero in un’imboscata.
Mentre, a notte fonda, ci stavamo legando alla corda, all’improvviso, ci trovammo circondati da alcune macchine, dalle quali scesero dei poliziotti in borghese. Ci chiesero i documenti e dopo un breve interrogatorio ed una perquisizione degli zaini ci vietarono la scalata. In quel momento, provai uno strano disagio. Non era consuetudine, per loro, trovarsi di fronte a due arrampicatori in procinto di scalare la Torre degli Asinelli e sono certo che stessero morendo dalla voglia di vederci salire. Ma il senso del dovere ebbe il sopravvento e ci diffidarono di scalarla, invitandoci però a chiederne il permesso all’autorità competente.
“Ma sì”, pensai: “Se lo facciamo, tutti verranno a conoscenza dell’identità delle Primule”.
E la stessa notte ritornammo a casa sconfitti ed amareggiati!
Viaggiavamo taciturni, ognuno avvolto nei propri pensieri. Pensando alla vita, fatta di alti e bassi, mi ritornò alla mente un fatto drammatico che avevo vissuto alcuni mesi prima:
… Era la vigilia di Natale e, mi trovai a soccorrere un ragazzo caduto dalla parete. Solo, con un corpo privo di vita, tentai di rianimarlo con la respirazione artificiale ma senza alcun esito. Mi fermai un istante. Con il cuore che batteva forte, pensai che tra la vita e la morte c’è un filo sottile, ma talmente resistente che solo Dio può tagliare. Natale significa amore e gioia, quindi mi sembrava impossibile morire proprio il giorno prima. Mi rivolsi a Lui: “È la vigilia di Natale…”.
Non esaudì la mia preghiera e il ragazzo volò in cielo. Il solo fatto di non riuscire a riportarlo alla vita fu, per me, una grande sconfitta. Trascorsi le festività con il pensiero rivolto a ciò che mi era accaduto, a riesaminare il mio faccia a faccia con la morte, a riflettere e sviluppare teorie sull’Amore di Dio per l’uomo. Cercavo risposte razionali ma brancolavo nel buio più profondo. Ebbi la sensazione di vuoto assoluto e il fenomeno durò a lungo.
Ci vollero tanti anni per accettare il progetto di Dio e, soltanto oggi, la Fede mi dice che quel ragazzo è stato chiamato a trascorrere il Natale in Paradiso.
Dopo una pausa di riflessione, sorseggiando una bibita, chiesi all’improvviso: “Credete nella vita dopo la morte?”.
“Perché ci chiedi questo?”, domandò Andrea.
“Speriamo proprio di sì!”, replicò Alex. “Altrimenti non esisterebbe Colui che ha dato significato alla nostra vita”.
Andrea, rimase in silenzio poi esclamò: “Una cosa è certa...” e continuò, “... l’Amore è la porta del Cielo!”.
Provai un tuffo al cuore!
Capitolo IX — L’albero di Natale
Era una radiosa giornata di sole, sul finire dell’autunno. L’aria era limpidissima; nel cielo, senza una nuvola, splendeva un sole che riscaldava ancora. La mèta della nostra scalata, che si sarebbe svolta lungo un maestoso Pilastro, era una liscia placca strapiombante; contavamo di aggirarla con un lungo traverso fino a raggiungere rocce più appigliate. Infatti, appeso a due buoni chiodi, pendolavo da una parte all’altra, mirando ad un pulpito roccioso.
“Che cosa facciamo?”.
“È tardi e non abbiamo nessuna vivanda, non il sacco da bivacco, nemmeno una borraccia di acqua ed inoltre siamo senza maglioni e giacche a vento”.
“Mi sembra arrampicabile”, dissi con gli occhi ed il cuore fissi sulla parete sovrastante.
“Se decidiamo di proseguire dovremo per forza salire fino in vetta!”, aggiunse titubante il mio compagno di corda.
Chiusi gli occhi e la mia mente riprese…
Provai a riflettere sul mio alpinismo sempre al limite, all’entusiasmo con cui avevo sempre affrontato le prove più difficili, ma soprattutto alla determinazione. Valutai come fosse possibile salire in vetta in giornata e rivolto al mio compagno: “Ok, proviamoci”, e… fui irremovibile.
Le difficoltà sopra non erano minori e il vuoto impressionava ed esaltava la nostra arrampicata; una fessura strapiombante mi costrinse a piantare nella roccia qualche chiodo. Metro dopo metro, salivamo ma molto lentamente. Diedi un’occhiata all’orologio: era già tardi. Il mattino s’era trascinato lentamente, il pomeriggio stava volando. Dovevo trovare una soluzione, dovevamo muoverci alla svelta. Mi guardai attorno. Il sole stava declinando, le cime trattenevano l’ultima luce del giorno, mentre al lato opposto del cielo stava sorgendo la luna. Sulle pendici delle montagne si erano già accese le luci dei paesini e nel fondovalle era già scesa la notte. La nostra parete, in penombra, rivelava un tratto verticale, interrotto di tanto in tanto da qualche solida pianta. Una fessura strapiombante era l’unica via possibile per raggiungere la vetta.
“Credo di aver sbagliato i calcoli”, dissi, rivolgendomi al mio compagno ed ammisi, forse per giustificarmi: “Non sono abituato a studiare nei dettagli le mie vie, arrampico d’impulso, spesso trasportato dal mio istinto”.
“Ho capito, vuoi ricordarmi che siamo nella cac.. fino al collo?”.
“Ma…, non so…”, gli risposi.
Alex mi guardò con viso alterato. “Se non usciamo di qui, saremo bloccati e…”
“... congeleremo”, continuai confuso.
Di solito eravamo sempre riusciti a conservare un atteggiamento entusiasta ma, quella volta, il grigiore della sera rendeva tutto tremendamente difficile. La stanchezza e la mancanza di qualsiasi vettovagliamento si fecero sentire come un macigno sulle spalle.
“Sei un po’… anzi, matto da legare”, tagliò Alex con un forzato sorriso.
Mi alzai e cominciai ad arrampicare velocemente, disperatamente contro il buio della notte; le mie mani ed i miei piedi “volavano” sulla roccia. Il cuore mi martellava, i polmoni scoppiavano. Era una lotta contro il tempo: mi ero impegnato in una sfida.
In sosta su un comodo terrazzino, tentai di riprendere fiato. Anche Alex mi raggiunse ansimante.
Gli ultimi bagliori dietro le montagne avevano fatto accendere le prime luci delle case, ora, con l’oscurità appena calata, si erano tutte accese; il silenzio dominava e si sentiva l’aria fresca della sera.
Feci un rapido calcolo e mi buttai deciso sulla fessura; cominciai a salirla nel buio pesto e, sotto uno strapiombo, la stanchezza si fece sentire sempre di più.
I dubbi cominciarono a minarmi il morale, insomma brutti pensieri passavano per la mia mente mentre salivo e scendevo sfinito al punto di partenza. Avevo paura e mi tremavano le gambe per lo sforzo; il tremito era talmente forte che dovetti chiudere gli occhi per rilassarmi.
Alex, intuì la difficoltà e la pericolosità della situazione: “Dai Giulio, dai che ce la fai!”.
Cominciai a parlare fra me, ripetendo ogni mossa del mio corpo sul passaggio, studiandone ogni appiglio, poi chiusi gli occhi un istante e mi concentrai al massimo.
Mi mossi. Le mie mani ingaggiarono una battaglia furiosa con la fessura mentre lei cercava di staccarsele di dosso, io continuavo ad aggrapparmi per salire. Alla fine, si arrese e mi sembrò prendermi per mano e tirarmi su. Più tardi pensai che una caduta in quel punto sarebbe stata sicuramente mortale.
In vetta non soffiava un alito di vento, Alex mi abbracciò di una stretta talmente forte dal togliermi il fiato; poi, sulla via del ritorno, cominciammo a cantare tutti e due la stessa canzone e notai negli occhi del mio compagno trasparire una gioia e una soddisfazione inimmaginabile; mentre la luna ci orientava il cammino.
Le stelle, la luna, le nuvole… c’erano persino delle lucciole.
Prima di lasciarci mi rivolsi al mio compagno: “Essere innamorato della propria passione, significa fare anche qualche pazzia. Non so dirti quanti rischi abbia sfiorato; negli ultimi anni ho fatto qualche sciocchezza ma, questo è il mio alpinismo e, spesso, mi è capitato di dover chiudere gli occhi e rischiare.
A volte, nell’affannoso tentativo di concretizzare i miei sogni, mi sento come quell’uccellino che voleva prosciugare il mare, per recuperare ciò che un’onda gli aveva portato via”.
Alex mi guardò perché il mio tono e le mie parole lo colpirono. Mi fissò e disse: “La montagna nasconde le sue insidie; momenti duri, grandi tragedie e patimenti e, nell’adorarla, c’è il pericolo di rimanere delusi”.
“È un dono di Dio poterlo raccontare”.
La luna sembrò fermarsi nei nostri cuori. Ci scambiammo una rapida occhiata, poi con un sorriso ci salutammo.
Pochi giorni prima di Natale: “Bravo Alex”, gli dissi vedendolo salire come un gatto lungo il parafulmine del campanile di Brentonico. Nel cuore della notte, zaino in spalla con dentro un piccolo abete, il mio compagno si muoveva con agilità naturale come chi è sicuro di ciò che fa. Osservandolo, intuivo la sua passione per l’arrampicata dal modo paziente con cui preparava ogni cosa, dalle corde ai moschettoni ma, soprattutto, dall’amicizia incondizionata che nutriva per me. Quella notte di dicembre, avevamo deciso di portare un piccolo albero di Natale sulla vetta del campanile, per ricordare il piccolo Benedetto e la sorellina Benedetta, nata da pochi mesi.
Il resto della scalata fu tranquillo e mentre eravamo intenti nell’operazione di fissare l’abete mi interrogai: “Forse, i privilegi che abbiamo dalla vita, come l’essere dei buoni alpinisti, sono la ricompensa alle preghiere di tante persone buone alle quali abbiamo intitolato le nostre vie?”. Pensai a Benedetto come Angelo del Paradiso.
Alex, come mi avesse sentito, annuì, assorto.
Cambiai discorso. “Hai letto i giornali? Stiamo facendo notizia”.
Alex tacque e mi guardò con aria interrogativa, come per dire: “Speriamo che comprendano il nostro stato d’animo e che di noi Primule parlino bene”.
Non riuscivo a togliermi dalla mente l’immagine che avevo visto pochi mesi prima su un quotidiano, che raccontava della nostra prima scalata su questo campanile: mamma Bruna che stringeva al petto la piccola Benedetta.
“Le parole non ti scaldano, non hanno un buon profumo, nemmeno un buon sapore, non danno più di tanto se non raccontano storie vere d’amore”, azzardai con convinzione scrollando le spalle.
Allora, si mormorava che fossi la Primula Rossa, in tanti lo dicevano, ma non ne avevano le prove. Una cosa era certa: le imprese non passavano assolutamente inosservate. Persino il mio dentista, nutrendo il dubbio che fossi una Primula, tentò, sotto tortura del trapano, di farmi confessare. Ma non ci riuscì!
Alex interruppe i miei pensieri: “Caro Giulio, le nostre dediche provocano commozione e gioia in tante persone”.
Presi dall’aria gelida, accendemmo una sigaretta per riscaldarci e chiacchierammo vivacemente per alcuni minuti. Più tardi, decidemmo di scendere ma…
“Fermo!”, esclamai.
In quel momento, sotto di noi un ubriaco parlava da solo e bestemmiava, un uomo grottesco accovacciato sugli scalini di una porta che di tanto in tanto si rialzava e, come uno zombie, attraversava la strada per poi ritornare sui suoi passi brontolando.
Mi nascosi nell’ombra continuando a guardare; avrei voluto gridargli: “E vattene a dormire”. Ma sembrava deciso a non muoversi dall’insolita posizione.
“Forse avrà da smaltire la sbornia, prima di ritornarsene a casa”, mi rivolsi sottovoce alla Primula.
“Allora dovremo aspettare l’alba”, sospirò lui.
Guardando l’ubriaco, mi sforzai di capire: “Caro vecchio schiavo del vizio dell’alcool, quante facce ti guardano con disprezzo, quant’altri ti invitano ad andartene. Il tuo volto scavato, magari con delle cicatrici, con la barba lunga e la pelle pallida; nella tua casa domina la disperazione. Mi dispiace per tutto quello che ti è accaduto”.
In basso l’uomo sembrò rispondermi: “Sono solo un povero vagabondo, lasciami in pace!”.
E un’improvvisa commozione mi strinse il cuore. Fino a quel momento il mio compagno aveva osservato tutta la scena con l’innocua imparzialità di uno spettatore, ma poi la mia impazienza, gli stessi miei pensieri, furono interrotti dalla sua voce che mi invitava a sedere e ad aspettare.
“Caro Alex, purtroppo ai poveri e agli emarginati, la bellezza è proibita”.
Mi guardò di nuovo e subito riprese: “Sì, certo, direi proprio di sì, che Dio lo benedica!”.
Poi tentò di cambiare discorso: “Fin dal momento che ti ho incontrato sono stato dominato dal tuo animo, dal tuo entusiasmo e… dai tanti sentimenti che mi legano alla tua corda, ma soprattutto ho ammirato in te la capacità dell’artista buono che dipinge i suoi quadri sulle rocce”.
“E su qualche campanile!”, aggiunsi sorridendo.
“Esprimi un desiderio”, dissi osservando una stella cadente.
I nostri desideri furono esauditi e alla fine, i miei occhi si fermarono sul “Santo bevitore” che si avviava barcollando verso casa.
Un attimo dopo, gettai uno sguardo sull’orologio che segnava le
tre di notte.
Lassù ci scambiammo gli auguri di Natale. Mi accorsi che la felicità e la serenità si spandevano sui nostri volti mentre scrivevamo su un foglietto la nostra dedica:
“Senz’altro nell’infinito universo è nata una nuova stella che brilla sopra tutte e si chiama Benedetto. Quassù noi piccole Primule ci sentiamo come dei bambini in riva al mare, alla ricerca di sassolini tondeggianti e conchiglie più strane, ma “l’oceano” è sempre qui davanti a noi immenso”.
E Alex aggiunse una poesia:
“È Natale, non va bene e non va male, cresce il prezzo del vitello, ma pure sul campanile l’alberello. È Natale, tra un raffreddore e un colpo di tosse, sono tornate a scalare le Primule Rosse. Auguri a tutti!”.
L’occhio mi cadde nuovamente sulla dedica: leggendo quelle parole ebbi la sensazione di una volontà superiore e buona che, quella notte, disponeva della nostra vita e, con commozione, pensai a Benedetto, a Benedetta e a Dio che ci benedice.
Verso le quattro del mattino, la luna uscì nuovamente dalle nuvole e la sua luce illuminò le palle dell’alberello, il vento ne sospinse una nel vuoto; improvvisamente mi rubò il foglio dalle mani e se lo portò fino a cader giù nel piazzale sottostante.
Passarono alcuni giorni e…
Giornale Alto Adige 19 dicembre 1979.
“È Natale…e per Benedetta è il primo”, hanno scritto le Primule nel messaggio che ci hanno inviato in redazione “. Le Primule Rosse vogliono augurartelo, risalendo il tuo campanile e lasciando un alberello, affinché ti porti altrettanti Natali di felicità”. Gli abitanti di Brentonico si sono dunque svegliati ieri mattina con un albero di Natale in cima al campanile, addobbato con le caratteristiche palle variopinte.
“Trascorse le Festività, torneremo a riprenderci l’albero”. È una promessa che, conoscendo chi l’ha fatta, sarà sicuramente mantenuta. Gli abitanti di Brentonico, sorvegliando nelle lunghe notti invernali le lisce pareti del loro campanile, hanno quindi un’occasione unica per fare finalmente conoscenza con le Primule Rosse: una coppia di giovani mattacchioni che finora sono sempre riusciti a tenere nascosta la loro identità.
Capitolo X — Un Capodanno speciale
Da un po’ di tempo il mio cuore sembrava arrestare il suo battito sotto quel grande diedro, sormontato da immensi strapiombi: una via incredibile, una scultura della montagna, un capolavoro di estetica alpinistica! Avevo sentito che alcuni fra i più grandi alpinisti ci avevano provato senza risultato, lasciando quindi il problema irrisolto.
La roccia era abbastanza friabile e ci voleva tanto coraggio e tanta determinazione per salire. Vinsi i grandi strapiombi in arrampicata libera lungo un tratto di roccia strapiombante e, se ben ricordo, senza alcun chiodo di protezione. In quel tratto, Alex ed io, ci rendemmo conto che nulla poteva fermarci e dovevamo soltanto aprirci un varco verso la mèta agognata: la vetta. Raggiungemmo la cima stanchi ed esausti ma immensamente felici.
C’eravamo riusciti con grandi difficoltà aprendo una via talmente ardita che fino ad oggi ha avuto pochissime ripetizioni.
Non dimenticherò mai, la gioia e la commozione dopo quella vittoria.
Dopo aver sistemato il materiale da roccia nello zaino, girai gli occhi verso il viso di Alex.
“Sei silenzioso”, gli dissi.
“Sto pensando…”, mormorò il mio compagno di corda.
“A qualcosa di bello, spero”.
Subito osservò: “Non puoi vivere un sogno razionalmente e, pensando a questa incredibile via, alle sue difficoltà, alla sua arditezza, ho la sensazione di essere entrato in una meravigliosa realtà”.
“Sì!”, risposi con sicurezza, mentre gli stringevo la mano congratulandomi per la grande vittoria.
Con Alex, avevo formato una grande cordata, molto affiatata e con la caratteristica della velocità in parete. Il nostro motto era quello di scalare leggeri: pochi viveri, poco materiale da roccia e…tanta arrampicata libera!
Ci caricavamo l’uno con l’altro, in parete come nella vita di tutti i giorni, di solito assieme, allegri e spensierati; il nostro entusiasmo ci spingeva spesso oltre i nostri limiti. Un’amicizia forte che ci portava a vivere emozioni e avventure straordinarie. Del mio compagno di corda, invidiavo la bruciante passione e l’entusiasmo; lui sarebbe stato un traino per chiunque.
Ricordo un giorno…
In piscina, ci divertivamo a tuffarci. Alex era bravissimo, faceva anche un doppio salto mortale dal trampolino oltre ad altri tuffi quasi perfetti. La sua carica mi coinvolse a tal punto che anch’io, buon tuffatore, feci i miei primi “salti mortali” ed altri tuffi spettacolari, mai fatti fino ad allora. Tutti rimasero impressionati dalla nostra bravura e il direttore della piscina ci propose delle fotografie da usare su alcuni depliants.
Con nessuno dei miei precedenti compagni di corda, mi ero spinto così oltre. Eravamo un po’… anzi tanto matti! Stavamo bruciando in pochi anni l’amicizia di una vita.
“Riusciranno le Primule Rosse a scalare la Torre Apponale?”.
Titolo di un quotidiano d’allora con, la fotografia della Torre in bella mostra.
“Ehi, vecchia Primula, hai letto il giornale di oggi… ci lanciano una sfida!”.
“E scaliamola…”, azzardò Alex.
“Ma… d’inverno e poi, sulla Torre non ci sono parafulmini”, sospirai preoccupato.
“Dai Giulio, facciamo una capatina ai piedi della “Apponale”, in seguito, decideremo il da farsi!”.
Poche ore dopo, come se ci fossimo dati appuntamento, eravamo tutti e due a Riva del Garda, ai piedi della Torre. Studiandone i particolari, ogni appiglio ed ogni appoggio, trovammo presto la nostra via di salita.
L’ultimo dell’anno, subito dopo la mezzanotte, nel bel mezzo della confusione di una festa, le Primule Rosse si dileguarono.
Dalla piazza di Riva del Garda ci portammo strisciando all’estremità della nostra parete di sassi e cominciammo ad arrampicare; qualcuno passò sotto, ma nessuno notò la nostra presenza sulla Torre Apponale. Avevamo preso tutte le precauzioni per non farci scoprire: tuta da ginnastica scura e passamontagna in testa.
Raggiungemmo finalmente la cima della Torre che offriva un nascondiglio perfetto e conversando, rimanemmo seduti lassù a lungo. Il nostro respiro formava nuvole di vapore nell’aria pungente.
Era una notte bellissima, una scheggia di luna pallida rifletteva i suoi raggi sul lago e l’odore dell’acqua era trasportato dalle folate di vento. Dall’alto si vedeva tutto il lago fino alle più lontane sponde illuminate da centinaia di luci. Ormai erano quasi le tre di notte e decidemmo di scendere. Dopo aver lasciato la fettuccia rossa, Alex iniziò a calarmi lungo le mura, quando all’improvviso feci cenno al mio compagno di bloccare la calata.
“Shhh… ferma!”, gli gridai a bassa voce.
“Che sta succedendo?”, domandò Alex.
Una “Gazzella” dei carabinieri si stava avvicinando lentamente.
Quando si fermò proprio sotto di noi, mi sentii gelare. “Ci hanno scoperti”, pensai rimanendo immobile appeso alla corda, pochi metri sopra di loro. L’autista scese dalla macchina, accese una sigaretta e cominciò a parlare con il collega, sembrava non essersi accorto della nostra presenza. Mi fermai, con le mani premute contro il muro di sassi. Rimasi in ascolto, fissavo ogni movimento del carabiniere: “Dio mio, non mi ha visto e sono tre metri proprio sopra la sua testa”. Il tempo si era fermato. “Ora alza gli occhi e mi vede”. Trattennevo il respiro. “Le Primule Rosse saranno scoperte!”.
Quell’atmosfera d’attesa stava diventando così opprimente che quasi rimpiansi di aver accettato quella sfida. Mi sentivo, una volta di più, in uno stato d’animo indescrivibile. Invece dopo alcuni interminabili minuti il carabiniere entrò nuovamente nell’auto che lentamente proseguì la sua strada e sparì tra le case. Non riuscivamo a credere ai nostri occhi e incominciai piano piano a rilassarmi.
Più tardi: “Sto pensando a quello che…”. “Anch’io ci sto pensando”, m’interruppe Alex. Mi rivolsi nuovamente a lui: “Il banale spesso si svolge all’insegna dell’incredibile perché è stata l’unica volta, chissà perché, che abbiamo deciso di non gettare le corde per scendere a corda doppia; se lo avessimo fatto, la corda fino a terra, ci avrebbe tradito”.
“Anche questa volta ci è andata bene e, domani tutti i giornali parleranno di noi”, riprese Alex con una manata sulle spalle.
Mentre tornavamo nel mezzo della festa precedentemente lasciata, Alex mi disse con espressione divertita: “Tanti auguri Primula Rossa”. Anche la luna, prima di tramontare dietro le montagne, ci augurò un Anno migliore!
Capitolo XI — Nevicava ...
Ricordo che quel mattino aveva cominciato a nevicare. Era una nevicata leggera ma insistente, di quelle che non fanno volume ma purificano l’aria. Il paesaggio attorno era avvolto da una nebbiolina spettrale; gli alberi avevano perso il loro verde naturale, come la nostra parete che sembrava avvilita, avvolta nel grigiore. La nostra cordata procedeva lentissima, di tanto in tanto spariva nelle nuvole e soltanto il suono forte del martello che conficcava qualche chiodo nella roccia disturbava il silenzio totale.
Appeso con tutto il peso del corpo ad un chiodo, osservavo l’ambiente attorno, godendo di quella rara nevicata a bassa quota; a volte mi giravo verso il mio compagno che faticavo a vedere, nonostante fosse lontano non più di una decina di metri.
Mi sentivo solo con il mio problema da risolvere: la nostra via, che seguiva un’esile fessura strapiombante. Martellavo con forza i chiodi, che però stentavano ad entrare.
“Per proseguire ci vogliono altri chiodi”, mormorai.
“Quelli finora piantati sono entrati a malapena di qualche centimetro… dovrò metterne almeno uno buono!”, gridai ad Alex.
“Sì… è una buona idea”, mi rispose il mio compagno.
Nonostante la giornata si presentasse rigida, gocce di sudore scendevano lungo le mie guance: era la tensione che mi causava la paura di cadere.
“Perché noi alpinisti dobbiamo rischiare tanto? Chi ce lo fa fare?”, borbottai.
“Come?”, gridò il mio compagno in sosta. “Nulla… nulla di importante, lascia andare, sto invecchiando e comincio a parlare con il vento”, gli risposi in tono scherzoso.
Avvertii il mio compagno di corda: “Alex! Mi raccomando fai attenzione perché sono sul niente!”.
“Non preoccuparti!”, esclamò e strinse con le mani la corda.
Finalmente, un chiodo sicuro, conficcato interamente. Soddisfatto gli infilai nell’anello il moschettone e la corda, poi, con decisione, mi ci aggrappai con tutte le forze.
All’improvviso osservai spaventato la roccia rompersi attorno al chiodo.
“Maledizione!”, e sentii le budella salirmi nello stomaco: stavo cadendo!
“Giulio…Giulio, ti sei fatto male?”, gridò il mio compagno piegandosi verso di me.
“Ok… tutto bene!”.
Alex però continuava a fissarmi per avere la conferma di aver capito. Non convinto cominciai a tastarmi freneticamente ogni parte del corpo e particolarmente la testa, per farmi una veloce diagnosi. L’ambiente attorno si stava muovendo: si muoveva girando, ondeggiando, come dentro una nave nel mezzo di un mare in burrasca. Feci per ripartire ma ebbi un conato di vomito, sputai per liberarmi la bocca e cominciai a massaggiarmi il ventre. Un nodo mi stringeva lo stomaco. Cominciai nuovamente ad azzardare dei movimenti per scoprire in fretta eventuali danni dopo una così brutta caduta. Scosso dalla paura riprovai ad arrampicare ma sentivo un dolore lancinante alla schiena che però cominciò ad attenuarsi con i primi passaggi sulla roccia.
“Sei sicuro di star bene?”.
Impiegai qualche istante. “Sì…credo di sì… mi fa un po’ male la schiena”.
Intanto mentre pronunciavo queste parole, cominciai ad issarmi lungo la corda.
In sosta: “Ho fatto un lungo volo”, esclamai, non sapendo se piangere o ridere.
Lassù Alex mi raccontò. “Alzai gli occhi verso te, richiamato da un sordo rumore e per un attimo non ti vidi, eri sparito nel nulla e... lo strappo sul braccio e i chiodi sopra di me che uscivano uno dopo l’altro mi mostrarono la drammaticità della situazione: eri precipitato in un lungo ‘volo’, strappando tutti i chiodi meno quelli di sosta e penzolavi nel vuoto. Per un attimo, un silenzio impressionante presagiva qualcosa di grave, mentre stringevo con tutte le forze la corda tesa come quella di un violino”.
Lasciai trascorrere qualche minuto poi, con un sospiro, mi accinsi a riprovare.
I casi erano due: o si rinunciava, portandosi dietro la paura, oppure si decideva di continuare superando ogni ostacolo. Non so perché decisi di proseguire: forse per vincere la stessa paura! Rimisi gli stessi chiodi che si erano precedentemente levati. Mi sentivo oppresso dalla tensione per il timore di cadere nuovamente e magari farmi male. Respiravo a fatica, come se qualcuno mi stesse rubando l’aria, e spalancai la bocca per farlo a pieni polmoni. Cominciai a tranquillizzarmi. Dopo un lungo traverso, i fiocchi di neve che, ora cadevano abbondanti, ci salutarono in vetta.
“Sono impressionato”, affermò Alex.
“Da che cosa?”.
“Da te”.
Aggiunse: “Hai fatto un gesto di grande coraggio nel decidere di proseguire”, e mi strinse la mano congratulandosi.
“Anche questa volta è andata bene”, risposi sorridendo.
Sul sentiero di ritorno, non potei fare a meno di riflettere. Rivolgendomi al mio compagno di corda, osservai: “Per noi alpinisti è normale rischiare. Lo è talmente che diventa parte integrante della nostra passione, della nostra vita. È come l’aria che respiriamo con la differenza però, che non ci accorgiamo di respirare ma di rischiare sì! Il mio alpinismo è una filosofia, una scelta di vita, un modo di essere in montagna. La mia vita ha un significato nella passione per l’arrampicata, per esprimere i miei sentimenti e le mie emozioni: la mia arte, la mia poesia, e… persino i desideri più intimi”.
E Alex, fissandomi così come si guarda qualcuno al di fuori della norma, si domandò a voce alta: “È l’alpinismo più esasperato che ci spinge ad andare oltre anche se a volte ciò comporta dei grossi rischi. Perché rischiamo in questo modo? Perché abbiamo bisogno di vivere forti emozioni?”.
Esitai, poi risposi con sincerità: “Un’ipotesi è il fatto di convivere con la morte, allo stesso modo dell’amore”.
“Che cosa significa? Vorresti dire che l’amore per una vita intensamente vissuta, ci fa rischiare di morire?”.
Mi girai e feci un profondo respiro. “Forse…di certo è il nostro modo di vivere: in continua tensione. Soltanto qualche giorno di pausa, e poi, nuovamente in parete per buttarci in un’altra avventura”.
“Una tensione che scompare con l’arrivo in vetta”, concluse Alex.
Poi apparve un raggio di sole, illuminando un suggestivo paesaggio invernale di boschi e di montagne candide di neve.
Con il calare della sera, le nubi si addensarono di nuovo, e la notte scese silenziosa, gelida e senza stelle, una notte adatta ad un’altra nevicata, adatta anche ad una scalata diversa.
Mentre ci portavamo sotto il nostro campanile faceva freddo, un freddo pungente; il nostro fiato fumava, i denti mi battevano in bocca; il gelo sembrava avesse fermato persino l’aria. Subito avvertimmo delle gocce umide, nella notte, e ci accorgemmo che stava nevicando. Con i passamontagna sul volto, gli occhi lucidi, le giacche e i pantaloni imbottiti, sciogliemmo la corda.
Il buio riportò il ricordo del volo in parete e provai un senso di smarrimento, inoltre in quel giorno, avevo dato moltissimo e la stanchezza si fece sentire. Decisi così di lasciare il comando della cordata ad Alex.
In vetta, non spirava un alito di vento e l’ambiente attorno era avvolto di una luce spettrale. Il paesaggio si colorò di bianco, la terra, i tetti delle case e gli alberi erano bianchi di neve e l’atmosfera era meravigliosamente unica. Sentii dentro di me una sensazione di tranquillità, di rilassatezza: ero parte integrante della natura e, ancora oggi, non ho idea del tempo trascorso su quella cima.
In quegli anni non avevo una Fede profonda ma spesso mi capitava di ringraziare Iddio dal profondo del mio cuore per i momenti di gioia vissuti. Lassù lo feci! Intanto la neve copriva tutta la valle, candidi fiocchi scendevano, così, come le Primule Rosse, si calavano dalla cima del campanile.
Stanco com’ero per la veglia e la tensione della mente dopo una giornata così intensa, mi fu impossibile addormentarmi. Rimasi sveglio tutta la notte, pensando alla via aperta e al brutto “volo” ma soprattutto alla scalata del campanile. Mi addormentai alle prime luci del mattino e trascorsi tutta la domenica a letto.
Capitolo XII — Volare
Chi sogna entra in un mondo talmente fantastico da desiderare di non uscirne mai più; ma poi si risveglia e si trova a misurarsi con la realtà di tutti i giorni, con tutti i suoi problemi. Allora comincia a lottare per realizzare i suoi desideri.
Signori, le Primule Rosse vi lasciano!
Le nostre avventure sono state parte integrante di una meravigliosa favola e come tutte le favole anche questa dovrà terminare. Forse un giorno vedrete sulla cima della Torre del vostro paese un drappo rosso, forse saremo ancora noi, con la voglia di toccare il cielo con un dito ma, per ora, il nostro sogno si è realizzato e siamo totalmente appagati.
Vinto il campanile della nostra vita, lasciata fettuccia rossa in vetta, difficoltà primo grado. Dedicato a chi ci ha voluto bene.
Sono salito fin quassù come una “bomba”, sono salito sul ghiaione sottostante di corsa e “sempre di corsa” ho superato lo zoccolo della parete con difficoltà di quarto e quinto grado. Mi muovo armonicamente senza curarmi del vuoto impressionante sotto di me, anzi non ho nemmeno il tempo per razionalizzare, almeno per rendermi conto della pericolosità del mio alpinismo. Sono solo! Ma mi sento meravigliosamente in sintonia con me stesso. Non mi manca nessuno, nemmeno il mio compagno di corda perché oggi mi sono alzato così: con una voglia matta di arrampicare, di librarmi nel cielo. Sono sul sesto grado ma è come stessi camminando su un sentiero.
Il “grande vecchio” del rifugio mi sta seguendo con il binocolo, lo sento vicino.
Salgo… salgo… salgo anzi, volo… volo… volo… accarezzando gli appigli talmente velocemente da non accorgermi di nulla, nemmeno del freddo della roccia.
“Quanto sei viva roccia! Sei la mia vita, sei tutto per me! Potrei anche morire dalla passione che nutro per te!”.
Improvvisamente… Il vuoto davanti. Le mani si arrestano nel cielo. I piedi poggiano con tutta la pianta per terra. La danza con la parete è terminata. È la cima!
Colpa del cielo, quando ancora avevo dentro una pazza voglia di ballare. Alzo le braccia e giro su me stesso, osservando un panorama fantastico di cime; mi sembra di vivere un sogno, di essere nel cielo, in un’altra dimensione: su un campanile di pietra, oggi creato da Dio soltanto per me. Finalmente si allenta la mia tensione e con tutto il fiato in corpo lancio nell’aria un urlo che, con l’eco, vola lontano, fino a sparire nel nulla.
Una sensazione incredibile!
Delle grida dal basso rispondono, salutando la mia conquista; voci che si confondono all’ambiente diventando familiari agli animali delle Dolomiti; persino le cornacchie, come volessero risponderci, gridano a gran voce e volano da una roccia all’altra, causando la caduta di qualche sasso.
Infine, una raffica di vento e un banco di nebbia mi avvolgono provocandomi dei brividi di freddo. La magia sembra svanita e il mio essere percosso. Il mio cuore sembra arrestarsi perché i miei occhi non vedono più il sole, l’azzurro intenso del cielo, il rifugio e le mille guglie lontane ed i miei sensi non godono del calore della luce e dell’azione. Per la prima volta oggi, avverto più che mai il vuoto sottostante e, mi sento terribilmente solo.
Decido di scendere alla svelta per la via più facile, imbrigliato nei movimenti dalla paura di cadere e di morire.
Stringo ogni appiglio con tutte le forze e misuro ogni passo consapevole di “aver perso le ali”.
Finalmente, sul piccolo ghiacciaio pensile ai piedi di vertiginose pareti, il sole trionfa sulle nuvole e sparge il suo calore dappertutto. Più in basso i nevai e i sassi dei ghiaioni, prati radi di vegetazione e boschi lussureggianti che fanno sfoggio del loro verde; le siepi in fiore e gli uccelli cantano. Le nuvole si sono disciolte, lasciando il cielo limpido. Rivoli d’acqua scorrono tra i sassi. Ad un tratto, ad un centinaio di metri, alcuni camosci, con la testa eretta attraversano in un attimo il nevaio. Li seguo con lo sguardo mentre si perdono tra le rocce. Poco più tardi riappaiono ancora. Sento, in lontananza, il rumore di qualche sasso. Un’aquila dalle grandi ali viene a svolazzare sopra la mia testa. Decido di goderne il maestoso volo sdraiandomi sull’erba. Chiudo gli occhi: un bagliore… un pensiero e… ballare, ballare; mi rivedo correre sulla roccia, raggiungo la vetta e oltre...
Riapro gli occhi e respiro a pieni polmoni: respiro pace, respiro gioia e… l’arrampicata diventa ancora una danza!
Capitolo XIII — Il vecchio chiodo
Un quarto di secolo più tardi. Sono negli anta, il mio fisico è minato d’acciacchi a causa di molti incidenti in montagna e dagli anni che inesorabilmente passano; perdipiù sono senza allenamento. Ciononostante, ancora sto arrampicando e mi porto dietro tanta voglia di realizzare i miei sogni.
Pochi giorni fa, eravamo due cordate unite dallo stesso scopo di aprire una via nuova. Avevamo percorso quasi duecento metri di parete e mi trovavo ai piedi di un magnifico diedro. La roccia era strapiombante, un passaggio difficile mi costrinse ad assicurarmi con un chiodo e soltanto con grande sforzo riuscii a passare oltre. Con i piedi poggiati, buttai fuori il fiato lentamente, provando un infinito sollievo e, nonostante mi sentissi provato dalla stanchezza, proseguii la mia arrampicata molto lentamente. Una magnifica giornata! Il sole alto in cielo; mi sentivo carico d’entusiasmo nella piena consapevolezza di essere in procinto d’aprire una via bellissima; anche i miei compagni lo erano rimanendo pazientemente in sosta.
Ma d’improvviso… “Nooo, non è possibile!”, esplosi.
“Che cosa succede?”, mi gridò uno dei miei compagni in sosta.
“È incredibile, un chiodo!”.
Rimasi a bocca aperta e, manifestando il mio stupore e disappunto: “Un chiodo! Sì, uno di quelli vecchi”. Forse è il caso, o una semplice coincidenza. Mille pensieri solcarono la mia mente. Continuai a fissare il chiodo che come una doccia gelida distrusse il mio sogno di aprire una via nuova.
Chi l’avrà messo?
Conoscevo la storia di queste rocce e non potei fare a meno di pensare agli straordinari arrampicatori che, circa trent’anni fa, erano saliti fin lassù, in completa arrampicata libera: due “grandi”, caduti giovanissimi in montagna. Formavano una cordata straordinaria e le loro imprese, a tutt’oggi, rappresentano quanto di più ardito. Avevo già ripetuto le loro vie, ne conoscevo le difficoltà e mi sentivo legato al loro alpinismo, quindi mi rivolsi ai miei compagni, manifestando la mia delusione. In coro m’invitarono a continuare, magari proteggendomi di più.
Guardai in alto, poi in basso, infine, ritornai con lo sguardo sul chiodo arrugginito, che sembrava dirmi: “… Ci vuole umiltà, in montagna, come nella vita, ci vuole soltanto tanta umiltà!”.
Mi ribellai, valutando l’opportunità di proseguire nonostante in quel momento non fossi all’altezza. Nuovamente, una voce dentro di me mi sussurrò: “Ci vuole umiltà…umiltà…umiltààààà”.
Allora, con decisione mi volsi verso i miei compagni: “Scendiamo!”.
Improvvisamente avvertii nel cuore una soddisfazione impagabile. Dopo aver preso quella decisione, mi sentii più tranquillo e credo, persino più libero.
“Non si può rinunciare alla propria libertà”.
“Se non per amore!”, subito osservò uno dei miei compagni.
Sulla via di ritorno a corda doppia…
“Sassooo! Attento!”.
Alzai gli occhi… un macigno si era staccato sopra di me. Trovai l’attimo per spostarmi nel tentativo estremo di evitarlo ma, ciononostante, il masso colpì la mia gamba.
Un dolore lancinante. Il cuore cominciò a battermi forte.
“Porc… credo di essermi rotto qualche osso!”.
Ad un tratto, mi giunsero dalla valle i rintocchi dell’orologio del campanile, scandivano il mezzogiorno e interrompevano i miei brutti pensieri; continuavano a suonare sempre più forte. Ritrovai il coraggio di muovere il mio arto ferito, mi faceva male ma, se lo muovevo, era un buon segno! E le campane smisero di suonare.
Con l’aiuto delle corde mi calai su un pulpito di roccia. Respirando a pieni polmoni, presi consapevolezza che pochi attimi prima sarei potuto morire. Pensai agli avvenimenti degli ultimi anni, e deglutendo: “Il dolore è stato parte integrante del mio percorso, la vita mi ha massacrato, tuttavia i miei sogni non sono svaniti, anzi, credo che le persone muoiano solo quando smettono di sognare. Le vicende più dolorose non sono riuscite ad uccidermi nel cuore, anzi nulla è più prezioso dell’amore smisurato che porto dentro di me per la vita e per la montagna”.
I miei compagni mi raggiunsero.
Uno di loro: “Quando ho visto il macigno precipitare nella direzione della tua testa e, incredibilmente, all’ultimo istante, passarti di striscio sulla gamba, mi sono convinto che in Paradiso hai un Angelo grande”.
Rimasi per un momento senza parole, collegai la mia costanza nel rincorrere i miei sogni alla stessa fede in Dio e, pensai a Lui, che dirige, dal profondo del mio cuore, il mio cammino. Lo ringraziai e mi sentii dentro una grande tranquillità.
Massaggiandomi la gamba colpita, presi la parola: “Sono giunto alla conclusione che la debolezza della nostra natura umana ci porterà a compiere degli sbagli. Cerchiamo però che i nostri cuori non siano ingrati verso chi ci ha dato tanti doni, in questo modo l’egoismo e l’invidia non avranno il sopravvento”.
Ebbi, così, l’impressione di avergli fornito qualcosa su cui riflettere. Gli altri miei compagni di corda conoscevano le mie idee, perciò rimasero in silenzio.
Restai anch’io immerso in un profondo silenzio. Improvvisamente mi accorsi che, tra queste riflessioni, il tempo era passato, infine esclamai: “Torniamo alla realtà”.
“Dai vecchio capocorda... anche questa volta ti è andata bene!”.
Con prudenza mi calarono fino ai piedi della parete. E trascorse anche quella giornata.
“Cari amici, grazie di cuore!”.
Capitolo XIV — Sogno
Mi trovavo nel mezzo di uno strapiombo friabile. Con l’esperienza di una vita in montagna e l’arte del saper chiodare, riuscii a mettere qualche chiodo abbastanza sicuro su quelle rocce instabili. Il cielo si era oscurato; nuvole cariche di pioggia mi sovrastavano minacciose, tuoni, fulmini e vento, infine la pioggia mi sorprese appeso sul tratto più impegnativo della via. Mentre le gocce cominciavano a cadere fittissime, volsi lo sguardo verso l’alto; mancava poco alla vetta, solo un passaggio difficilissimo e pericoloso. Dovevo scegliere! E al più presto.
Continuai con la massima tensione. Fortunatamente i chiodi tennero. Nel cielo si aprì un magnifico arcobaleno che preannunciava il trionfo del sole sulle nuvole. La vetta mi ritrovò soddisfatto e felice con Alex, che dopo tanti anni, si era nuovamente legato alla mia corda. I suoi occhi brillavano dalla gioia e riflettevano i colori dell’arcobaleno apparso nel cielo.
Gli dissi: “Credo che l’infelicità sia non gioire affatto dei doni che Dio ci dà”.
“E questa via è un grande dono”, m’interruppe Alex.
Più tardi, dopo aver avvolto le corde e sistemato il materiale da roccia negli zaini, cominciammo la discesa. Raccontai al mio compagno di corda gli eventi degli ultimi anni e il mio cuore si riempì di malinconia. Infine, interruppi la commozione del momento: “Ho avuto dei privilegi, compreso quello d’amare più volte, ma, ad un certo punto, sono stato costretto a scegliere fra il passato e il futuro; ho scelto di guardare avanti senza dimenticare i momenti più intensi della mia vita”.
Alex annuì. “Anch’io, ho imparato valori che nemmeno la morte potrà distruggere”.
“Tanti anni, tante soddisfazioni e siamo ancora qui che arrampichiamo sul difficile; è una passione…”.
“È il nostro modo di esistere”.
Il temporale scaricò tutta la sua energia, le ultime luci del giorno filtravano fra la vegetazione. Più tardi, osservai il sole che, oltre gli alberi, era ormai calato dietro l’ultima montagna e giungeva la sera.
Passarono alcune ore prima che raggiungessimo la mulattiera che ci avrebbe portati in valle. Era tardi, c’era una volta di stelle e la luna di settembre. Mi sentii dentro una grande euforia e guardando il mio compagno gli chiesi:
“Ti ricordi le Primule Rosse?”.
“E come faccio a scordarle!”, mi rispose con un’espressione compiaciuta.
Fissai Alex in silenzio. “Ho sognato che stavamo scalando un altissimo campanile”.
“Giulio, sono passati oltre vent’anni”.
“Sì, è vero!”, e aggiunsi: “Ma l’altra sera, sdraiato sul letto, sono caduto in un sonno pieno di sogni: d’un tratto, mi trovai in un’altra dimensione”. Cominciai a raccontare:
“… Il vuoto era impressionante come lo stesso panorama. Dall’alto del solitario campanile dominavo una grandissima piazza ma… era piazza S. Marco a Venezia! Mi sembrava impossibile! Incuriosito, mi guardai attorno: là in basso, la Basilica, il Palazzo Ducale, la Torre dell’Orologio con la statua della Madonna e, sulla sovrastante terrazza i ‘Mori’ che battono le ore sulla campana, la Piazzetta con le due massicce Colonne di granito, i Caffè.
Spirava un’aria mite d’estate e stavo arrampicando sul campanile di San Marco.
Quella“cima” era ciò che, da sempre, desideravo scalare. Un sogno da realizzare e che nella mia mente era diventato realtà. Era una nuova avventura.
Ero fermo, bloccato sotto un marcato cornicione. Mi accertai se fossi legato con una corda e, soprattutto, cercavo il mio compagno: notai un’ombra che si muoveva nella cella campanaria, fortunatamente ne vidi la sagoma scura e tirai un profondo respiro di sollievo.
Avevo da poco, superato il punto dove eri in sosta; era il punto più alto raggiunto dai tanti turisti che salgono sul campanile. Dove si trovano le campane; la Marangona che suonava al mattino e alla sera, all’inizio e alla fine del lavoro; la più piccola chiamata il Maleficio perché annunciava le condanne a morte; la Nona che suonava all’ora nona e … Insomma, non potevo far altro che superare il cornicione e ci provai con il cuore che mi batteva in gola. Non sapevo più cosa fare e, la mia mente compì un lungo e disperato tragitto. Le forze mi stavano abbandonando e cominciai a temere una caduta.
Era calato un silenzio carico di tensione, guardavo in alto: “Devo farcela a vincere lo strapiombo”, è un gesto atletico che sono già riuscito a fare in montagna; allora, provai un passaggio limite, consapevole delle altissime probabilità di cadere. Lassù mi trovavo nelle stesse condizioni e non avevo altra scelta! Avrei potuto sbagliare...
“Una caduta potrebbe essermi addirittura fatale”, pensai “forse, mi sto spingendo troppo oltre ed il mio sogno potrebbe trasformarsi in tragedia”.
Cercavo di concentrare la mente, una mente che voleva portarmi indietro, che mi stava provocando una tensione pericolosa. Non volevo essere dominato dal senso della paura, ma era un impulso che non riuscivo a frenare. Domare le agitazioni è più difficile che controllare il vento ma, quel giorno, avevo deciso di superare il mio limite, di essere padrone della mia mente e dei miei sensi.
Deglutii e tentai. “Vai…!”, mi dissi. Tirai con le braccia portandomi con tutta la testa sopra il cornicione, la mente mi ordinò di mollare la presa o di ritornare alla svelta. Invece, raccolsi le forze e, con un colpo di reni, sollevai il mio corpo sopra lo strapiombo.
Il mio corpo tremava per lo sforzo, il cuore batteva forte, ma avevo vinto la mente ed i miei sensi di paura. “Ho vinto…ho vinto… Sono fradicio di sudore, pieno di fuoco!”. Mai nella mia vita di alpinista mi ero spinto tanto. Sentivo una forza nuova in me; con la fiducia in me stesso avevo sconfitto il dubbio.
Guadagnai la terrazza con la balaustra, mentre una brezza fresca si alzava dal mare.
Più tardi, lassù, sopra i tetti di Venezia, dividemmo un panino e sorseggiammo un goccio di tè.
“Tocchiamo il cielo con un dito!”, gridai raggiante al vento della laguna.
Alex, interrompendo il mio racconto: “In montagna abbiamo conquistato delle vette importanti, però, quanta fatica per vivere la vita che sognavamo”.
Le sue parole mi impressionarono, quindi affermai con decisione: “Abbiamo soltanto seguito i nostri sogni con tutte le nostre forze”.
“Vivendo grandi momenti di felicità”, e sul volto di Alex si aprì un sorriso.
Continuai il racconto del mio sogno.
“… Da lassù, lo sguardo spaziava all’infinito, potevamo godere della vista sublime sulla città e sulla laguna. Vedevo i canali fra le case, il Canal Grande, le calle, i ponti e… più in là centinaia di isole tutte illuminate: Murano, Burano, il Lido con il Litorale, Le Vignole e tante altre. La vista mi apparve talmente bella, che per un attimo dimenticai il pericolo e la fatica. Era uno spettacolo notturno fantastico! Nulla al mondo valeva più del momento che stavamo vivendo. C’era un silenzio carico di significato. Il vento, la luna e le stelle ci facevano compagnia; fissandole riconobbi i carri e alcune costellazioni. Il campanile era divenuto parte di noi, e noi ci sentivamo parte integrante della notte.
Ad un certo punto, nuovamente la tua voce: “Bè, t’immagini salire fino in vetta?”.
Volsi lo sguardo ancora più in alto e osservai l’ultimo cornicione che mi separava dalla punta del campanile: la cuspide terminale, sormontata dall’Arcangelo Gabriele tutto rivestito d’oro che, su una piattaforma girevole seguiva il vento per indicarne la direzione. Sembrava mostrarmi la via!
“Lassù potrò toccare le stelle”, mi dissi e ricominciai a scalare con maggior vigore. Vinsi deciso l’ultimo strapiombo e, finalmente, la cuspide era davanti a me.
“Voglio raggiungere la cima, l’Angelo e toccare il cielo!”.
Nello stesso tempo i miei occhi furono attratti da un riflesso nel fondo di una fenditura, qualcosa luccicava sotto i raggi della luna. Osservai attentamente e si scoprì davanti ai miei occhi un piccolo Crocefisso. Stupìto: “Ma è un Cristo!?”.
Ragionando: “Chi ti avrà portato fin quassù?”.
Pensai ad un’offerta votiva, fatta da qualcuno impegnato, all’inizio del secolo, nella ricostruzione del campanile dopo il suo precedente crollo. Allungai la mano e maneggiai il piccolo Cristo come una reliquia: era avvolto nella tela di un piccolo ragno, una ragnatela che m’infastidiva; meccanicamente la distrussi. Il ragno, spaventato dalla mia presenza, scappò velocissimo. Mi intenerì e mi fece tanta pena. Un brivido mi corse lungo la schiena come di uno strano presentimento e provai un rimorso terribile.
Intensamente assorto nei miei pensieri: “Sono passato dalle stelle alle stalle, ho innalzato me stesso fino a dominare persino la mia mente e, un attimo più tardi, ho distrutto tutto ciò che possedeva una piccola e indifesa creatura”. E quindi mi rivolsi al ragno: “Perdonami ragnetto, avevi scelto di vivere accanto a Dio fatto uomo e te l’ho impedito; vorrei poter rimediare ma non so come. Da molto tempo anch’io come te ho scelto Cristo! Ho fiducia in Lui e, ogni giorno gli chiedo di guidarmi. Penso a Lui, consapevole di essere Dio a tal punto che, non si è limitato a tenerselo per sé, anzi, pieno d’Amore e di compassione per l’uomo ha voluto renderci coscienti di Dio”.
Alla luce della luna riflettei sul mio impegno verso Lui e, dopo un attimo di meditazione, mi risposi che cercarlo, vuol dire averlo già trovato.
Aprii la mano per appoggiarla in aderenza sul tetto in rame, ricominciai ad arrampicare tenendo lo sguardo fisso sulla meta. La scalata procedeva a gonfie vele. Ero soddisfatto. Salii gli ultimi metri istintivamente; i giochi erano conclusi, mi trovavo al centro del mondo, un attimo e... avrei toccato i piedi dell’Angelo. Avvertivo una sensazione esaltante: la vittoria mi scorreva nelle vene. Le stelle brillavano così numerose, sentivo il profumo del mare; piegai le ginocchia, allungai il braccio e distesi il mio corpo, quando, all’improvviso, un rumore… sentii un tuffo al cuore, dei colombi volarono via spaventati dalla mia presenza ed alcuni m’investirono in pieno. Trattenni il fiato, ma fui colpito con forza. Persi l’equilibrio. Persi l’appiglio. Sul tetto piramidale scivolai fino a sbattere sul sottostante cornicione e precipitai oltre, catapultato nel vuoto. Il mio corpo cadeva in una voragine senza fondo, e capii di essere alla fine.
Chiusi gli occhi. Silenzio! Solo il tocco di una campana.
Mi svegliai di soprassalto. Era giorno ormai: il momento di pas-saggio tra sogno e realtà, l’attimo subito dopo, con gli occhi aperti, sdraiato sul letto. E finalmente capii: feci un rapido calcolo ed ero ancora vivo! Del sogno mi rimanevano soltanto dei frammenti.
Sforzai la memoria: “Dov’era finito l’immenso campanile? Era tutto vero? Era solo fantasia?”.
Mi chiesi se, realmente, anni prima, avessi almeno tentato di vincere il Campanile di San Marco a Venezia. La mia vita mi scorse davanti e, cercai di capire se, oltre vent’anni fa, fossi stato realmente uno scalatore di campanili, magari la stessa Primula Rossa.
Alex, mi ascoltava in silenzio. Infine osservò: “E perché no?”.
Poggiai lo zaino per terra. “Alex, ho soltanto sognato!“.
Chiusi gli occhi, ricordai grandi momenti condivisi, che seppur andati per sempre, rimarranno nel profondo di me stesso.
Ebbi un istante di esitazione e ripresi: “Sono cambiate molte cose, ma questa è la vita! Che posso dirti”.
Alex sorrise, fece una breve pausa prima di proseguire e disse:
“Giulio, mi hai insegnato che la felicità sta nel rincorrere i propri sogni…”.
“E allora… continuiamo pure a sognare!”.
Ringraziamenti
“Se Dio è Amore, non possiamo ignorare il Suo progetto su di noi. Dio ci mette, l’uno con l’altro accanto, semplicemente per stimolarci ad amare.
Cari amici grazie!”.
Senza il sostegno e l’incoraggiamento delle persone più importanti della mia vita, di questa storia ci sarebbero soltanto delle pagine nascoste in un file sul mio computer.
Ancora una volta desidero ringraziare mia moglie Nicoletta, le mie bambine Chiara e Martina che, in quest’ultimo mese, hanno accettato pazientemente e con amore le tante ore trascorse per la stesura del mio racconto. Vi amo tanto.
Un grazie di cuore a Mario Francesconi, Gianni Canevari, Mariano Rizzi, Attilio Santuliana, ai miei amici più cari perché siete sempre pronti ad aiutarmi.
La vostra amicizia rende la mia vita migliore!
Il solito grande Roberto Pezza (Ropez) per la grafica e l’impaginazione. Non mi stancherò di dirti: “Grazie, sei il numero uno!”.
Sergio Molinari (il giornalista) per il tuo prezioso contributo e per l’amicizia. Sei grande!
Alessandro Baldessarini e mamma Norma. Loro sanno perché.
Luciano e Letizia Conzatti per la correzione delle bozze.
Aldo Cavagna per mille ragioni.
Gianmario Baldi, Stefania e Marco Marchiori, Fausto Camerini per i preziosi consigli. Grazie, ragazzi!
Carmen, Giorgio, Elena, Sara, Andrea, Franco, Roberto, Illeana, Mario, Maurizio, Raffaella, Roberto, Mauro, Ling, Mara, Mauro, Stefano, Giorgia, Aldo, Daniela, Alberto, Michele, Dario, Giorgio, Adriana, Dario, Luca, Pia, Sabrina, Claudia, Silvano, Laura, Carlo, Sara, Clara, Lisa, Paola, Patrizia, Carlo, Gino, Anna, Gianni, Rossella, Franco, Ersilia, Arianna, Mauro, Rosanna, Daniela, Enrico, Marco, Giorgio, Armando, Sabrina, Geri, Gino, Patrizia, Antonio, Remo, Elvira, Andrea, Franco, Enzo, Guido, Oreste, Enzo, Lino, Claudio, Pierluigi, Mara, Fabiano, Bruna, Danilo, Cecilia, Camillo, Giorgio, Annamaria, Elena, Giuseppe, Alberto, Cristina, Benedetta, Emanuela, Fausto, Rita, Liana, Mario, Pia, Nicola, Elio, Mariano, Ada, Carmen, Giuseppe, Michele, Monica, Giorgio, Daniela, Clarenzia, Franco, Elisa, Dano, Giovanna, Sandro, Franco, Umberto, Donatella, Mattia, Silvana, Massimiliano, Agnese, Paola, Sergio, Giuliano, Claudia, Giancarlo, Sabrina, Delia, Giovanni, Angelika, Livio, Natascia, Lucia, Diego, Elena, Renato, Michelangelo, Nicoletta, Giuliano, Luciano, Paola, Katia, Arianna, Ivo, Riccardo, Fabio, Sonia, Stefano, Anita, Uriel, Walter, Ferruccio, Valerio, Rosalba, Mario, Ester, Arturo, Elisa, Bruno, Nello, Nadia, Clelia, Cinzia, Pierluigi, Susi, Gianni, Marco, Giacomo, Eleonora, Mirco, Luigino, Riccardo, Anna, Alberto, Davide, Chiara, Mario, Mariarosa, Gabriella, Giorgia, Franca, Olga, Rinaldo, Luciano, Mario, Marina, Fabio, Adriano, Emilio, Paolo, Roberto, Riccarda, Luciano, Antonella, Licia, Martino, Josianne, Maria Pia, Fabio, Bruna, Paolo, Italo, Giuliana, Bruno, Mario, Lidia, Remo, Lucia, Andrea, Franco, Gianni, Umberto, Antonella, Maurizio, Angelica, Alessandro, Petra, Ivano, Tommaso, Lorenzo, Giuliano, Lucia, Alfredo, Pietro, Massimo, Ugo, Renato, Gina, Alberto, Gloria, Giorgio, Anselmo, Efrem, Susy, Claudio, Rosario, Attilio, Cristiano, Silvano, Guerrino, Maurizio, Miller, Marcello, Michela, Renzo, Manuel, Maurizio, Cristina, Teresa, Mariangela, Matteo, Nando, Giuliana, Franco, Claudia, Eva, Agnese, Natalina, Alessandro, Annelore, Gaspare, Serena, Bepi, Viviana, Carlo, Remo, Stefano, Cesare, Antonio, Massimo, Elena, Andrea, Lucia, Mariapia, Michele, Luciano, Fiorenzo, Flavio, Walter, Claudio, Luigino, Carla, Rino, Rosanna, Beppino, Alda, Thomas, Rudy, Liliana, Edoardo, Pia, Alessandro, Ester, Barbara, Franco…
Non c’è abbastanza spazio per ringraziarvi tutti adeguatamente per il bene che mi volete e per la vostra generosità nei confronti dei bambini poveri di “Serenella”.
Siete tanti, tantissimi, e per me è impossibile ricordarvi tutti. Se in questo momento non apparite nella mia mente, spero soltanto che sappiate quanto siete importanti per me!
Finito di stampare presso la
la grafica - Mori (TN)
nel mese di maggio 2002
Printed in Italy