|
Giuliano
Sten & C.
Il
Dito di Dio
A
tutte le mamme! A
mia moglie Nicoletta. A
Serenella ed a mia madre, perché in Paradiso
possano avere tutta la gioia che non hanno
avuto in terra. “Sono
sempre fra le nuvole! Sono un uomo che crede ai sogni! Forse è perché spero di realizzarli che li porto sempre con me; ma soltanto per un grande dono di Dio, sono volato oltre molti dei miei sogni”. In
copertina: disegno
di Edoardo Vergara
1998 Tutti
i diritti riservati.
È
vietata la riproduzione anche
parziale dei testi e delle illustrazioni.
Grafica
di Roberto Pezza “Ropez”.
Stampa:
Tipolitografia Emanuelli - Arco (TN) Prefazione
C’era
una volta ... un alpinista che ha fatto faticare grandi e piccoli ... Quante
volte i giorni vissuti o come figli, o come genitori, o come nonni si
sono conclusi con un c’era una volta...? Quante volte si sono
inventate delle fiabe o delle storie, più o meno fantasiose, per
comunicare ai figli o agli amici una propria esperienza o un proprio
modo di essere senza svelarsi troppo? Soprattutto
alla sera, quando il giorno si confonde con la notte, si avverte il
bisogno di raccontare giocando sia sulla realtà che sulla fantasia
confondendo volutamente i due piani per comunicare senza voler imporre
niente; quasi ci si preoccupasse solamente di voler rendere una
testimonianza. In
questi c’era una volta... si racchiude un momento intimo,
magico che lega soprattutto un genitore al proprio figlio perché si
ritrovano accomunati dallo sforzo di ricercare e di comunicare ciò in
cui credono, ciò che ritengono più bello; in definitiva quello per cui
vale la pena di vivere. Questa fatica di ricercare, ben superiore a
quella compiuta dell’alpinista durante le sue imprese, accomuna, pur
nella propria diversità di età e di responsabilità, genitore e figlio
ed è questa avventura interiore che i più piccoli, al di là dei
singoli contenuti, apprendono da questi racconti. L’entusiasmo
e la determinazione di Giuliano sono riusciti a “imporre” ad alcuni
alpinisti e oltre che per se stesso di scrivere questi racconti nati per
rimanere in una dimensione familiare; per poter comunicare non solo il
fascino della montagna, soprattutto a chi non la conosce, ma anche un
messaggio umano più grande che ci coinvolge tutti, cioè la
“fatica” di ciascuno per farsi strumento d’amore. Lo scopo di questo lavoro è lo stesso delle
precedenti avventure con la carta stampata condotte da Giuliano:
aiutare, fra chi più soffre, i bambini di qualunque razza e nazione ed
in particolare quelli che riesce a raggiungere la “Associazione
Serenella”. Chiara, il posto dove è nata la storia che oggi ti voglio raccontare, è circondato da altissimi monti di sola pietra; ai loro piedi, piccoli ghiacciai riflettono il colore delle rocce alla luce del tiepido sole. Più in basso, il paesaggio si fa dolce con prati verdi e boschi di pini. Il colore di queste montagne cambia con la luce del sole: al mattino è di un rosa pallido, mentre al tramonto diventa rosso fuoco. Le montagne sono le Dolomiti. Le più belle del mondo... Nel
cuore di queste montagne, tanti anni fa, viveva una cornacchia che in
solitudine volava felice: “Ho bisogno di stare un po’ per conto
mio” pensava, lasciandosi trasportare fino sulle vette più alte dalle
correnti d’aria vicino alle pareti. Volava
accarezzata dall’aria e dai raggi solari respirando profondamente
quell’aria pulita e leggera che metteva in risalto un panorama
sicuramente fra i più belli. Era felice e raggiante quella cornacchia,
così comune alle altre, però così diversa dai suoi simili a causa
della grande passione per l’alpinismo. Amava gli uomini che scalavano
le montagne, ne ammirava il coraggio, la volontà e soprattutto il forte
desiderio di oltrepassare i limiti della gravità che li costringevano a
stare “con i piedi per terra”. Il gracchio si sentiva attratto dagli
umani che avevano imparato ad amare la montagna, a rispettarne le sue
leggi: “sognano il volo, tentano di farlo e forse un giorno ci
riusciranno, magari costruendo delle ali come le mie” pensava il
gracchio mentre volteggiava fra quelle vette. Si
era avvicinato agli alpinisti, ne aveva studiato il linguaggio, le
abitudini. In molti anni aveva imparato a pensare come loro:
“L’uomo...”, diceva fra sé la cornacchia, “possiede una
sensibilità particolare, sa discernere tra il bene e il male, ha il
dono di guardare oltre ciò che può toccare o vedere; insomma, comunica
con qualcosa di grande, invisibile che si chiama Dio. Ho ascoltato molti
scalatori mentre parlavano con Lui nella preghiera, soffermandosi sul
suo amore, ringraziandolo per l’aiuto ricevuto. Quando lo fanno, cerco
di immedesimarmi in loro ed in queste occasioni ho la sensazione di
avvertirne la presenza anche se, in tutta sincerità, non riesco ancora
ad immaginarlo fisicamente. Forse, per vederlo bisogna crederci di più!
Quante cose devo ancora imparare!”. Il
gracchio trascorreva le ore della sua giornata volando, soffermandosi ad
osservare e scrutare le cordate. Così la nostra cornacchia piano piano
si era isolata dalle altre che, invece, si cu-ravano di ben altre cose,
anzi, a volte muovendo le rocce sovrastanti mettevano in pericolo la
vita stessa di molti scalatori. Le loro grosse ali nere sbattevano
nell’aria e il loro gracchiare rendeva l’atmosfera del luogo quasi
cupa. Ed il nostro eroe, inutilmente gridava: “Statevene un po’
zitte!”. All’improvviso:
“Fiuuuu! Fiuuu!”. Il fischio di un sasso che precipitava dall’alto
innervosì molto il gracchio: “Ehi, attente con quei sassi! State
attente lassù!”, gridava alle compagne che incuranti del pericolo
giocavano con le rocce. “Brave
sciocche! Non sopporto la vostra negligenza, questo comportamento senza
regole!”. “Cra,
cra, cra..., comportatevi bene, comportatevi beneee!”, seguitava a
ripetere. “Cra...
cra..., chi credi di essere?”, le rispondevano ironicamente in coro. Il
tempo un giorno non era calmo; improvvisamente nel cielo rimbombò un
gran tuono. “Un tuono? Sta arrivando un temporale!”, esclamò il
gracchio rendendosi conto del pericolo. Un vento gelido e repentino
percosse le sue ali, le nuvole nere come l’inchiostro si illuminarono
all’improvviso di lampi minacciosi e un terribile temporale lo colse
del tutto impreparato. Tutti gli animali si erano presto messi al
riparo, avvertendo che di lì a poco tutto sarebbe cambiato. Per un
momento la paura si impadronì del gracchio, che completamente solo e in
balìa della bufera, cominciò a preoccuparsi per la sua stessa sorte:
“Le cose si mettono male!” brontolò, “è meglio trovare subito un
rifugio”. Le
pareti delle montagne rapidamente vennero attraversate dai fulmini. La
cornacchia, sbattendo furiosamente le ali, volò invano fra canaloni
alla ricerca di un anfratto roccioso per ripararsi, quando
all’improvviso una tempesta di grandine mai vista la investì. Il
ghiaccio cadeva a forma di chicchi grossi come una noce. Era impossibile
resistere a tale furia della natura. Il povero uccello colpito in pieno
precipitò sbattendo sulle rocce. Tramortito e dolorante svenne, rimase
inerte ai piedi di un grosso masso. Soltanto il rumore della pioggia
torrenziale mise fine a quella giornata turbolenta e piano piano cominciò
a farsi finalmente spazio il silenzio. “Qui
c’è una cornacchia! Guarda sembra ancora viva! Poverina! È tutta
gelata!” esclamò l’alpinista accarezzando il povero uccello. “È
stata la tempesta...” aggiunse il compagno. “Portiamola al rifugio!
Magari tenendola al caldo potr Il gracchio si era affezionato a Martin ed a quella vita e
sebbene il tempo avesse curato e guarito le ferite, decise di vivergli
accanto: “Grazie! Grazie di tutto!” continuava a dire al suo
salvatore. Tutte le sere, riposava sulla finestra della camera
dell’alpinista e tante volte, durante il giorno, si poggiava sulla sua
spalla lasciandosi accarezzare; ma solamente
da lui perché era l’uomo che lo aveva raccolto e lo proteggeva.
Martin chiamò il suo nuovo amico “Crac”! Le
montagne che Crac ogni giorno sorvolava erano belle quanto ardite;
alpinisti di tutto il mondo desideravano scalarle, in particolare una
cima costituiva il sogno di tutti: Il Dito di Dio! Slanciato, staccato
da tutte le altre vette sembrava un campanile solitario quasi che
volesse toccare il cielo. Tutti lo temevano e lo amavano tanto che
bramavano raggiungerne la cima. Il Dito di Dio era una roccia contro la
quale i sogni di molti alpinisti si erano “frantumati”. Le sue
pareti racchiudevano la storia dell’alpinismo di quegli anni ma solo
pochi erano riusciti a scalarlo. Il
mio maestro tanti anni fa si era talmente innamorato di quello spuntone
di roccia da costruirci ai suoi piedi una casa... “Una
casa? Ma papà, le case in montagna si chiamano rifugio!”. “Sì!
Hai ragione”, risposi a Chiara. à
sopravvivere!” continuò il primo. Per
giorni e giorni il gracchio lottò fra la vita e la morte, poi
improvvisamente aprì gli occhi e vide il viso barbuto di un uomo che si
prendeva cura delle ferite. “Dove mi trovo? Chi sei?” esclamò
stupefatto e spaventato. Man mano che metteva a fuoco l’immagine,
riconobbe Martin, l’alpinista più noto di quelle montagne. Lo
conosceva molto bene: lo aveva seguito in tante scalate, oppure, quando
si avvicinava al rifugio, sperando di rimediare qualche briciola di
pane! Per
molti giorni la cornacchia malandata rimase in convalescenza nella
camera dell’alpinista, ogni tentativo di muovere le ali le procurava
delle atroci
sofferenze, l’uccello
sopportava in
silen-zio i terribili dolori, pago com’era di poter essere
servito di cibo e cure. “Poverina!
Povero gracchio”, esclamò all’improvviso la mia bambina. Passò del tempo..., il gracchio provò ad alzarsi ed anche a volare: “Non sento più male! Forse sono guarito”, mormorò. Martin
costruì un rifugio per gli alpinisti che volevano fermarsi a mangiare,
dormire, ma soprattutto, per sé e per quelli che desideravano ammirare
la cima delle cime... Un
giorno..., il rifugio non fu aperto. Martin era sceso in valle, senza
alcun apparente motivo. Non l’ho più visto! Non ho nemmeno visto
nessuna “anima viva”, almeno ad aprire il rifugio o a portarmi
qualcosa da mangiare. Tutto era improvvisamente cambiato, non più gli
alpinisti chiacchierare con Martin, non più il comodo ambiente dove
avevo sempre vissuto, e nemmeno i “pranzetti” già pronti, ma
soprattutto, non c’era più il mio inseparabile Martin. “...Cosa ci faccio qui? Dov’è finito il
mio unico amico? Già da molti giorni volo lontano, oltre i confini di
quel mondo che conosco, per cercarlo ma è sparito nel nulla. No! Non
posso credere che mi abbia abbandonato, lasciandomi solo! Lui sa che
sono vivo, lontano dagli altri uccelli, vecchio e stanco, sono stato
felice e persino famoso, solo con lui, ma ora cosa posso fare se non
c’è più? Povero me, sono il più infelice degli uccelli!”.
Crac
Seguirono
giorni difficili. Crac stava vivendo una esperienza dolorosa:
“Possibile che mi sia caduta una lacrima”, si domandò volando senza
meta alla ricerca del suo amico. “Ma no! Non posso piangere! I gracchi
non piangono!”. Portava con sé tutte le tristezze del cuore. Solo e
disperato, pensava in continuazione alla vita che si era fermata nel
vuoto perché il suo maestro non c’era più, era improvvisamente
sparito. La
casa ai piedi della montagna era chiusa, tutta la natura sembrava morta,
persino le montagne ammutolite parevano soffrire senza il loro
incontrastato re. “Oh mamma, come faccio, adesso?”, piagnucolava e
sospirava il gracchio. Crac
aveva la sensazione che il mondo gli fosse caduto in testa, coglieva nel
suo cuore la nostalgia dei momenti più belli vissuti con Martin: quando
consigliava i giovani scalatori, quando raccontava le avventure di quei
monti alle persone salite fin lassù per incontrarlo; pensava alla sua
tenera amicizia ed alla sua forte figura protettiva. Fermo,
immobile sullo stipite della finestra del rifugio Crac aspettava con
ansia ogni momento nell’attesa che l’amico ritornasse. Piangeva di
nascosto tutti i giorni. Ogni alpinista che passava di lì gli pareva
Martin ma, poi, di fronte alla realtà si sentiva ancora più triste e
abbattuto. Non aveva nemmeno più la voglia di volare e pensava,
pensava... Crac
si chiuse allora nel mondo dei ricordi per rivivere così la prima
salita su quella cima... un’avventura indimenticabile. Seguivo
Martin sul sentiero che portava all’attacco della parete est del Dito
di Dio. Nel silenzio della natura ancora addormentata condividevo i suoi
dubbi, le sue tensioni, le ansie e le paure per quella “prima”.
Nonostante avessi toccato per centinaia di volte con facilità la vetta
del “Dito”, il mio più grande desiderio era di ritrovarmi lassù
con il mio compagno dopo aver realizzato la prima ascensione assoluta.
Cominciò la scalata, Martin mise le mani sulla roccia dopo essersi
avvolto la corda di canapa attorno al corpo. Nello zaino si era portato
il giubbotto di velluto ed un sacco di
tela cerata, alcuni chiodi, tre moschettoni, qualcosa da mangiare
e da bere. Gli
volavo accanto senza disturbarlo, lo vedevo salire sicuro come solo lui
sapeva fare. In poche ore Martin raggiunse il punto massimo toccato dai
precedenti scalatori, sciolta la corda e legatala ad un solido chiodo si
alzò di alcuni metri. Più in alto ascoltavo il suono forte del
martello che piantava un altro chiodo. Il
mio campione saliva metro dopo metro, sempre più lentamente, perché la
fatica cominciava a farsi sentire. Con grande forza d’animo Martin si
era ormai avventurato nel cuore della parete, stava attraversando nel
vuoto, sostenuto soltanto dalle punta delle dita. Provai un brivido di
paura, temevo per la sua vita e solo quando mise i piedi su un piccolo
appoggio di roccia tirai un sospiro di sollievo e ripresi il coraggio
per avvicinarmi. Volevo fargli capire che non era solo, perché c’ero
pure io”. Crac
continuava a ricordare... Il
sole era sempre lassù, sembrava fermo, immobile. Conoscevo la parete in
ogni particolare, sapevo che sopra avrebbe trovato un comodo terrazzo
dove fermarsi a riposare. Infatti, dopo alcune ore di scalata vidi il
mio compagno arrestarsi nell’unico punto possibile in quell’universo
di strapiombi. Nessuno aveva osato tanto e per di più da solo! Il
sole si preparava a scomparire per rinascere altrove; il silenzio
trionfava ovunque mentre una stella brillava raccogliendo su di sé gli
ultimi raggi di sole. In valle qualcuno seguiva la scalata con
apprensione e curiosità e con un “iodle”, salutava Martin. Le
montagne accanto erano già immerse nell’ombra, quando, nel rifugio
sottostante, una luce preannunciava la notte ormai vicina. Martin
si sedette con le gambe penzolanti nel vuoto. Ancorato a due solidi
chiodi lo vidi consumare un misero pasto: una lucanica, con dei pezzi di
pane, dell’acqua e un po’ di vino. Mi posai accanto a lui per godere
delle briciole cadute”. Scese,
infine, la notte fortunatamente con la luna piena. Da lassù, alta nel
cielo, con la sua luce fredda creava un gioco di luci e penombre
meraviglioso. Per me era normale dormire in piedi, ma non per lui che di
tanto in tanto s’appisolava scivolando verso l’abisso, tendendosi
alla corda. “Guarda,
cade una stella!”, gridai. Nel cielo si era vista apparire e
scomparire una striscia d’oro. “Un’altra!... e ancora altre!”.
Il tempo pareva non passare mai, ogni minuto d’attesa diventava
lunghissimo, ma si sa che tutto passa! Finalmente...
una striscia rosa all’orizzonte... lentamente si apriva preannunciando
l’aurora. Il cielo sopra di noi si trasformava da un blu scuro intenso
verso un azzurro sempre più chiaro. L’ora prima dell’alba è la più
fredda, è impossibile dormire: Martin, tutto infreddolito, contava i
minuti massaggiandosi continuamente le gambe. In uno splendido mattino
estivo in cui il sole brillava nel cielo azzurro regalando calore e
luce, i muscoli infreddoliti riacquistavano forza mentre le paure ed i
dubbi del giorno prima lasciavano spazio all’entusiasmo. Persino la
parete, sopra di lui, che il giorno prima sembrava inaccessibile ora si
mostrava più facile; ma era un’illusione! Dopo
aver consumato alcuni biscotti con marmellata, Martin riprese la sua
scalata seguendo una marcata fessura che offriva dei buoni appigli per
le mani. Il sole era già alto e scaldava fin troppo quando egli tentò
di superare uno strapiombo con l’aiuto di un chiodo che però non
voleva entrare nella roccia. Non c’era appiglio per le mani e la
roccia buttava in fuori: sembrava umanamente impossibile superare quella
difficoltà! Anche le forze piano piano venivano meno mentre affrontava
l’ultimo passaggio estremo, quello chiave! Incapace di salire Martin
sconsolato decise di ritornare al punto di partenza, cinque metri sotto.
Fu una ritirata allucinante, perché, guardando in giù anch’io
avvertivo la paura di un ritorno quasi impossibile. Annientato, sfibrato
Martin volse lo sguardo su quell’ultimo strapiombo che gli aveva
impedito di raggiungere la cima, si era reso conto che si trovava in una
trappola. Era un terribile scherzo della montagna che gli fece sfogare
tutta la sua rabbia: “Dito di Dio, perché mi vuoi fermare proprio
sotto la vetta? Non ti ho forse dato tutto il mio coraggio, tutte le mie
forze?”. Si
fece un gran silenzio. Cominciai ad avvertire un senso di inquietudine e
decisi di correre in suo soccorso. Dovevo fare qualcosa, aiutarlo in
qualche modo: “Forse una soluzione ci sarebbe!”. Pensando alle rocce
più articolate dell’altro versante della torre, mi venne un’idea:
volai una decina di metri a sinistra del punto dove si trovava Martin
fino oltre lo spigolo della parete. Dopo aver scrutato le rocce
sovrastanti vi scoprii appigli, fessure per i chiodi; mi resi conto che
la scalata sarebbe stata molto più facile! Dovevo
svelargli il segreto della parete, ma come? Mi
avvicinai e lo beccai su una mano per richiamare la sua attenzione; poi,
con un volo frenetico, agitato, impossibile da non notare scomparivo per
poi riapparire dietro lo spigolo. “Cra!
Cra! Cra!”. Martin incredulo si accorse che volevo indicargli
qualcosa, forse la soluzione della sua scalata. Quando
ormai la speranza lo stava abbandonando, iniziò il lungo traverso verso
il vertiginoso spigolo. “Coraggio, stai per farcela!” gli dissi.
Infatti quando Martin raggiunse la parete nascosta dietro lo spigolo,
meravigliato e stupito scoprì delle rocce più facili. “Bravo
Crac!” mi gridò immensamente felice! “Evviva,
evviva!” esclamai nel vedere il mio amico toccare la cima. Vedendolo
con le braccia alzate verso il cielo, “Martin sei tan... tant...,
tanto fo..for... forte!”, balbettai. Il mio amico era sul Dito di Dio,
era nella leggenda! Anche per merito mio! Il mio sogno si era
realizzato, che giornata incredibile! Che tempi!”. “Cra...,
cra..., cra! Guardate, guardate tutti, è lui il vincitore della vetta
più difficile!” Cra..., cra..., gracchiava Crac a tutti gli uccelli
delle Dolomiti. Chiara:
“Com’era bello essere assieme lassù!”. “Se
non ci fosse stato il gracchio, Martin sarebbe morto sulla montagna!”,
aggiunse la mia bambina felice e soddisfatta per la felice riuscita di
quella prova. “Ora
mi sembra impossibile che Crac si trovi in solitudine, senza il suo
amico, senza ciò che di più caro ha sulla terra. Perché è stato
abbandonato?”. Le
risposi che a volte nella vita bisogna lasciarsi, per poi ritrovarsi più
felici e più ricchi nel cuore. “Ora Chiara è molto tardi e la storia è ancora lunga. Domani ti racconterò il resto, pensa a Crac ed al suo Martin”. “Va bene papi, buona notte”. Due
alpinisti in difficoltà
Martin
conosceva a fondo la sua cornacchia. Sapeva quando si allontanava per il
suo volo giornaliero, quando voleva mangiare, riposare o fare altro.
C’erano delle situazioni particolari nelle quali Crac desiderava
comunicare qualcosa di importante, in quelle occasioni muoveva in modo
agitato le sue ali come aveva fatto sul Dito di Dio. Proprio
su quella cima stavano arrampicando due giovani. Seguivano la stessa via
aperta da Martin. La
giornata era veramente bella e le montagne attorno apparivano ricche di
ombre e luci dai colori meravigliosi, i due si muovevano lentamente in
modo impacciato. Portavano uno zaino enorme carico di materiale da
roccia: decine di chiodi, moschettoni...: “È da due ore che vi
osservo, siete così lenti a muovervi!”. Rifletteva Crac: “Non ho
mai visto niente di simile e davvero vogliono scalare Il Dito di Dio con
tutto quell’armamentario?”. Ma
ciò che colpì ed infastidì maggiormente il gracchio, era il loro
insistere a mettere chiodi là dove Martin, molti anni prima, era
passato con l’aiuto delle sole mani e per di più slegato. “Ci vuole
umiltà per diventare grandi alpinisti!” ripeteva sconsolato. “Perché
non salite con le vostre mani come ha fatto Martin? In montagna, come
nella vita ci sono dei valori, delle regole da osservare e soprattutto
rispettare quello che hanno fatto gli altri prima di noi” aggiunse fra
sé la cornacchia. Allo
stesso modo anche Crac percorreva con la memoria la scalata di Martin di
tanti anni prima, quando aveva affrontato la parete con pochi attrezzi,
ma armato di tanto coraggio, di molta forza, ma soprattutto di grande
esperienza. Ricordando, pensava alla vecchia regola secondo cui se non
si è sufficientemente preparati per fare una scalata è meglio
accantonarla. Infatti alla sua maniera gridò ai due giovani: “Ehi,
ehi! ma non siete pronti per scalare Il Dito di Dio! Non è giusto voler
conquistare una vetta a qualunque costo! Non dovete vincere per forza,
lo scopo vero è migliorare se stessi per mezzo dell’arrampicata!”,
e concludeva: “Sono certo che il Dito non si concederà a voi
così facilmente!”. Intanto
i due avevano raggiunto il primo chiodo di Martin e si apprestavano ad
affrontare la difficile traversata. “Adesso voglio proprio vedere come
faranno”, diceva Crac tra sé, volando vicino a loro. Dopo molti
tentativi il primo di corda estrasse uno strano aggeggio e cominciò a
bucare la roccia. “No! No! Così rovinate la via!”, gridava il
gracchio. “Non sopporto più questo scempio di scalata, ora vado a
chiamare Martin!”. “Papà...,
papà, ma Crac è arrabbiato?” mi chiese Chiara. “Direi proprio di sì!”
le risposi. Mentre
Crac era in procinto di allontanarsi, un grido squarciò il silenzio
della natura. “Cos...! cosa è successo?”, esclamò il gracchio
girandosi. “Dio mio è caduto!”, constatò spaventato, mentre
ritornava sui suoi passi. Un
chiodo, messo in malo modo, era uscito: “Aaahi! Il mio piede!”, si
lamentava uno degli inesperti rocciatori. I
due giovani scalatori si trovavano in una posizione piuttosto scomoda,
stavano tutti e due appesi sulla corda e nel vuoto, incredibilmente
sorretti dall’unico chiodo di Martin. “Si è proprio rotto un piede
e il suo compagno non può far nulla per aiutarlo!”...
All’improvviso Crac comprese come se il chiodo avesse ceduto i due
sarebbero precipitati per oltre duecento metri. I
due alpinisti erano ormai in preda al terrore. “Tutto
bene, vi ho individuati! State tranquilli! Vado subito a chiamare i
soccorsi!”. Senza esitare con una virata, seguita da un volo radente,
Crac s’affrettò a rientrare al rifugio. “Cra!
Cra! Cra!”. Cominciò
a bussare con il suo becco sul vetro della finestra: “Toc, toc, toc!
Martin, Martin, guarda sono qua! Toc, toc...”. Non
ci volle molto per attirare l’attenzione: “Chi è? Chi è che batte
sul vetro?”. “Sono io, Crac la cornacchia! Allarme! Allarme,
allarme!”. L’uccello
muoveva freneticamente le ali, voleva dirgli di seguirlo! Infatti,
appena Martin uscì e prese il sentiero, Crac volò in direzione del
Dito di Dio. Dopo
un po’ di tempo la guida alpina si accorse dei due alpinisti che
impauriti gridavano: “Aiuto! Aiuto!”. “Cra,
cra..., arriviamo, arriviamo!” gracchiava Crac tutto emozionato. “State
fermi, non agitatevi che presto verremo a prendervi” gridò a sua
volta Martin. Dopo
qualche ora. “Ecco,
coraggio!” disse Martin legando il primo scalatore alla roccia. “Oh,
grazie a Dio, siete arrivati!” esclamò l’infortunato con un sospiro
di sollievo. Per
tutto il pomeriggio i soccorritori lavorarono sulla parete per
recuperare i due malcapitati. Infine, quando il sole tramontava tutto
rosso nel cielo, e sulle montagne scendevano le prime ombre, tutto era
finito: i ragazzi si trovavano al sicuro sul sentiero. Uno
dei soccorritori, accortosi dei rischi corsi dai due con la loro
negligenza, manifestò l’intenzione di esprimere tutta la sua rabbia
ed il suo disappunto. Martin lo interruppe: “Lascia perdere, ci ha già
pensato la montagna a sfogare la sua ira!”. “Si
guadagna sempre qualcosa ad essere umili specialmente in montagna!”
rifletteva Crac. A
sua volta il ragazzo ferito guardò Martin e con un sorriso, smorzato da
una smorfia di dolore gli fece capire di aver imparato la lezione:
“Grazie! Grazie di cuore!” disse il ragazzo ai suoi soccorritori. Denis e la
madonnina
Solo
e molto triste. “Non ce la faccio più! Oggi sono più debole del
solito!”, pensava tra sé Crac. Già da molti giorni e da molte notti
attendeva sulla finestra del rifugio quando una farfalla si avvicinò.
“Buonasera, signorina cornacchia!” le disse. “Perché
singhiozzi?”. “Perché non voli con me?”, chiese la farfalla alla
cornacchia, ma quest’ultima aveva le ali ormai quasi atrofizzate e
denutrita com’era, non si reggeva più sulle zampe. “Sì, vorrei ma
non riesco più ad aprirle!”, le rispose. A
Crac mancavano soprattutto le forze, si era completamente abbandonato
alla tristezza, senza mangiare né
bere. “Non ne posso più!” sussurrava fra sé. Cominciava a
soffrire il freddo e la fame che aumentava sempre più, via via che
passava il tempo. Guardando il piccolo essere dalle ali variopinte
mentre si poggiava felice sui fiori più belli, Crac meditò sulla
natura meravigliosa della montagna, sulla sua esistenza che stava per
perdere, lasciandosi così invadere da un unico pensiero fisso: quello
della morte. Crac:
“Ciao piccola farfalla! Sei tu che sei venuta a portarmi su una
stella?”. E
la farfalla: “Ma perché vuoi salire sulle stelle? Perché vuoi
morire?”. “Sono
solo! Mi manca la volontà di lottare, penso in continuazione alla
caparbietà di Martin, alla sua voglia di vincere anche le vette più
difficili. Mi sento meschinamente debole di carattere”. “Ma
lui è...! Martin è un “mito”, un eroe della montagna!” aggiunse
la farfalla“ mentre tu, sei soltanto un gracchio di montagna! “Come
puoi paragonarti a lui?”. Gli
rispose Crac: “È vero! come posso pensare di reagire e lottare? Oh,
come sono disgraziato! Morirò solo! Questa sarà la mia fine, morirò
qui, su questa finestra dove ho vissuto vicino agli uomini, dove per
tutta la vita mi sono sentito più importante dei miei simili. Che
vergogna! Forse ho voluto troppo!”. La
farfalla lo guardò incredula: “Caro Crac tu non sei Martin, però la
tua vita è importante per te stesso e per tutti gli esseri che potrai
aiutare! La vita è un dono, e coinvolge indistintamente tutti!”. E
Crac: “Non ce la faccio, sono troppo stanco!”. Ancora
la farfalla: “Però potresti almeno tentare di muoverti, di scuoterti,
di continuare a vivere, se lo farai potrai tornare ad essere come prima
e dimenticherai tutte le tue pene!”. Invece Crac continuava a
risponderle: “Perdonami! Perdonami! Lasciami morire! No! No! Non
voglio vivere senza Martin! Non ha senso!”. Stanco
e infreddolito Crac lentamente si lasciava morire. Allora
solo la voce della sua coscienza si fece sentire: “Ti ricordi la
storia di Denis? O forse ti è comodo non ricordare?”. Ed aggiunse:
“Pensa all’esempio di Denis e capirai che la Fede è la forza che
salva!”. Replicò
Crac: “È vero! Denis però era un ragazzo eccezionale ed è diventato
un grandissimo alpinista!”. E la vocina: “Quello non è importante.
Era un ragazzo che aveva capito come con l’amore si possa fare tutto!
Quindi chiudi semplicemente gli occhi e lasciati trasportare dal
passato”. Fu
così che i ricordi si impadronirono nuovamente del pensiero della
cornacchia ... “Piccola
farfalla forse hai ragione, le tue parole mi hanno ricordato la vita di
un giovane alpinista...”. “Sì,
sìììì, parlami, raccontami la sua storia” chiese la farfalla. E
Crac, colpito dalla sua insistenza, cominciò a raccontare... “...Denis
era un ragazzo di città, con origini molto umili; il papà operaio
doveva lavorare molte ore per poter garantire alla sua famiglia il
minimo indispensabile per vivere decorosamente. Il giovane si era sempre
prodigato per aiutare il padre; tutte le mattine si alzava molto presto
e prima di andare a scuola faceva il garzone di panetteria, portava il
pane ed il latte a molte famiglie della città. Dallo
zio Giacomo, alpinista leale e generoso, Denis aveva ereditato la grande
passione per la montagna. Quasi tutte le domeniche era lui a portare il
ragazzo in montagna, lo legava alla stessa corda insegnandogli le cose
essenziali per essere alpinista. Il ragazzo contraccambiava manifestando
la sua gioia con l’abilità nell’apprendere gli insegnamenti. Ben
presto iniziò a scalare con l’agilità di un gatto e con la maturità
di un alpinista già esperto, nonostante fosse appena sedicenne. Denis
aveva letto molti libri di montagna e si era “innamorato” degli
alpinisti più famosi, ne condivideva il modo di pensare e di
arrampicare. Il suo alpinista preferito era Martin e il sogno della sua
vita era quello di poter un giorno scalare Il Dito di Dio. L’alta
montagna per lui era il suo unico sogno parzialmente appagato solamente
quando lo zio lo portava con sé. “Forse un giorno le cose
cambieranno? Forse, quando avrò terminato i miei studi ed avrò un buon
lavoro potrò realizzare i miei sogni” diceva fra sé il ragazzo,
consapevole però che il suo dovere principale fosse quello di aiutare
la sua famiglia. Un
giorno accadde ciò si vorrebbe non accadesse mai: Lisa, la sorellina di
dieci anni, si ammalò gravemente. Per Denis la vita da quel momento
diventò tremendamente triste! I sogni del giovane alpinista crollarono. In
poco tempo tutti i risparmi della sua famiglia si volatilizzarono per le
costosissime cure, ma ciò nonostante la malattia continuava,
inesorabile, a distruggere la vita della bambina. L’unica speranza era
in un miracolo di Dio! Quel Dio che Denis aveva sempre pregato e che in
quel momento sembrava lo avesse abbandonato. Il
ragazzo, dopo la scuola, trascorreva le sue ore accanto al letto della
sorellina per coccolarla con immenso amore; accanto a lei, sul comodino,
c’era una piccola statua di una Madonna. Denis continuava a pregare la
Madonnina in silenzio nonostante il cuore sfogasse il dolore e la
commozione nelle lacrime. Lisa
si rivolse al fratello: “Quando non ci sarò più porterai la nostra
Madonnina sulla montagna, vedrai che Lei esaudirà qualsiasi tua
preghiera!”. “Sì, sì! Non stancarti! Sono certo che tutto andrà
bene!” le rispose il fratello trattenendo il pianto. Denis
non trovò pace per tutto il giorno e non riuscì, durante quella notte,
nemmeno a prendere sonno, poiché continuava a pensare alla sorellina
tanto sfortunata, finché... all’improvviso, un segno evidente, un
pensiero attraversò la mente del giovane: “Con la fede si può
tutto!”. Questa
convinzione trasformò la disperazione in speranza. Il giorno dopo, un
mattino, anzi un mattino speciale, il ragazzo prese la Madonnina, la
mise nello zaino e andò a parlare con lo zio: “Devi aiutarmi, voglio
portare questa Madonnina sulla cima più bella e difficile del mondo,
sarà la nostra preghiera per Lisa!”. ...
“Cra, cra, cra!” gracchiavano le cornacchie, forse per annunciare
che il tempo stava cambiando in peggio, oppure più semplicemente perché
colte dall’agitazione del momento. Ma già dalle prime ore del mattino
molte nuvole minacciavano pioggia, coprivano le cime dei monti e un
vento caldo spirava da Sud lasciando presagire l’arrivo del temporale.
Tutti gli animali delle Dolomiti si erano rapidamente messi al riparo,
tutti gli alpinisti che stavano al rifugio di Martin si prolungavano
nella colazione in attesa dell’acquazzone. Solo un uomo di mezza età
e un ragazzo, dopo aver preparato lo zaino come fa chi deve affrontare
una scalata molto difficile, si erano messi in moto alle prime luci
dell’alba. Pensai: “La vita è già complicata, perché complicarla
di più!”. Incuriosito dal loro comportamento, li seguii sul sentiero
per cercare di capire le loro intenzioni. “Dai
zio, andiamo all’attacco e proviamoci! Nonostante il cielo non sia
favorevole, certamente ci risparmierà perché nello zaino portiamo la
Madonnina di Lisa! Lei ci aiuterà!”. Gli
rispose lo zio: “Mi hai convinto scaleremo Il Dito di Dio e sono
sicuro che tutto andrà per il verso giusto!”. Commentai:
“Ma come..., sono impazziti! Non vorranno scalare Il Dito di Dio?
Nessuno dopo Martin è riuscito nell’impresa e poi..., Dio mio è un
bambino! E con questo tempo!”. Il
“Dito” si ergeva sopra i ghiaioni come una freccia puntata verso il
cielo; la parete superata da Martin era impressionante, appariva e
scompariva fra le nuvole e solo di tanto in tanto si mostrava nella sua
interezza. I
due alpinisti avevano superato i primi tiri di corda della via di Martin. “Ok,
puoi salire!”, gridò il ragazzo alternandosi al comando della
cordata. Riflettevo:
“Un cucciolo d’uomo capocordata lungo una delle vie più difficili
delle Dolomiti e del mondo! ...No! È una follia!”. Ma,
dopo un po’: “Mi sembra però deciso e sicuro e arrampica molto
bene!”. Li osservavo poggiato su uno spuntone roccioso molto vicino ai
due, che si trovavano isolati nella nebbia dal resto della natura. Meravigliato
mi sentivo attratto dall’audacia e dalla bravura del ragazzino,
sconosciuto a tutti specie agli alpinisti che frequentavano quei luoghi. Ad
un certo punto, sul primo traverso ..: “Ma come, il giovane sta
proseguendo ancora da capocorda?” mi chiesi meravigliato. Denis, non
possedeva la tecnica e l’esperienza del grande Martin ed era quindi
costretto a muoversi lentamente, con il peso del corpo tutto sulle
braccia, senza sfruttare i piedi sulle piccole asperità rocciose; era
aggrappato con le punta delle dita. “No! Non può farcela!”
esclamai, spaventato per le conseguenze di un’eventuale caduta.
“Ecco! Su coraggio, tieni duro!”. Per
un miracolo, per una forza misteriosa che è in noi, il ragazzo rimase
appeso così a lungo e con uno sforzo incredibile riuscì a guadagnare
il pulpito alla fine del traverso. “Quale forza ti porti dentro
piccolo arrampicatore?” esclamai, tirando un grosso respiro. Intanto
il cielo, si tingeva sempre più di nero, i tuoni, del temporale si
erano avvicinati. I lampi illuminavano il paesaggio, un vento impetuoso
sferzava le rocce e la pioggia già cadeva abbon-dantemente sulle cime
attorno. “Hmm, può piovere da un momento all’altro!” disse Denis.
“Brutto affare, però non perdiamoci d’animo”, gli rispose lo zio
aggiungendo: “Coraggio dai... ce la faremo!”. Sul
Dito di Dio regnava il sereno, come se le nuvole volessero risparmiare
la Cima delle cime. “Persino la natura s’inchina al coraggio della
cordata!” gridai, guardandomi attorno spaventato. Avevo vissuto la
brutta esperienza del temporale in montagna, ma quella volta mi ero
premunito contro un repentino cambiamento del tempo scovando, lì
vicino, una nicchia rocciosa. Rimasi
tutto il giorno sul Dito di Dio, silenzioso testimone di un’altra
grande avventura. Alla fine un arcobaleno comparve fra le nubi e unì le
cime al cielo. Poco a poco comparve anche il sole, per immergersi subito
dietro le cime. I due si apprestarono al bivacco. Denis quella sera si
addormentò subito, per la fatica; io, invece, decisi di volare fino al
rifugio per avvertire Martin di ciò che stava accadendo. Al
primo debole chiarore dell’alba, il paesaggio mutò, il cielo divenne
limpido ed un forte e gelido vento da nord soffiava sulle cime. “Che
freddo! Iniziamo ad arrampicare” sentenziò lo zio. Man
mano che il sole si alzava nel cielo, splendeva sempre più sulle cime
innevate e immergeva i suoi raggi luminosi sui piccoli ghiacciai pensili
ai piedi delle pareti. Martin, sulla porta del rifugio, scrutava con il
binocolo la parete del Dito di Dio, arrestando
lo sguardo sulla cordata ormai ad un centinaio di metri dalla
vetta. Volai
molto in alto, sulla cima, per godermi da protagonista la fine della
scalata, la vittoria! Grande
la commozione dell’abbraccio in vetta: “Denis ragazzo mio, se non ci
fossi stato tu, non ce l’avremo fatta!”. “È
magnifico!”... “Cra, cra! Che bello! Sììììì! È una scena
davvero commovente!”, dissi mentre guardavo stupefatto. “Sono
stanchi morti ma immensamente soddisfatti di esserci riusciti!”. Da
lassù potevamo scorgere le cime dei monti. Lo zio era davvero fiero di
un nipote così forte e coraggioso. Poi scoppiarono in un pianto
liberatorio, senza fine. Con prudenza, presero la Madonnina dallo zaino
e la poggiarono sulla roccia. Rimasero a lungo in silenzio fissando la
piccola statua... alla fine iniziarono a pregare: “Mamma del cielo,
questa scalata è la nostra preghiera per Lisa! Guariscila!
Guariscila!”, disse Denis con le lacrime che scendevano dai suoi occhi
tristi. Attorno il panorama era splendidamente illuminato da un sole
raggiante. Tutt’intorno un anfiteatro di cime meravigliose. Al
ritorno dalla scalata, ci fu una grande festa al rifugio. Alla fine la
stanchezza vinse i due, soddisfatti nonostante le loro preoccupazioni...
quanti applausi, anche Martin si complimentò con i due scalatori. Poi
però il pensiero a Lisa: “Martin”, disse lo zio del ragazzo,
“vorrei confidarle un dolore che rende la vita difficile a Denis e a
tutti i miei familiari; stiamo soffrendo terribilmente per un problema
che purtroppo non ha soluzione...”. Così,
poggiato prima sulle spalle del mio maestro e poi sullo stipite della
finestra venni a conoscenza della vita, delle motivazioni che avevano
spinto lo zio ed il nipote alla difficilissima avventura. Per la prima
volta compresi il vero significato di quella Madonnina sulla vetta. Alcune
settimane dopo, Martin ricevette dal ragazzo una lettera che raccontava
la straordinaria, miracolosa guarigione della sorellina “... i medici
hanno detto che le cure hanno funzionato, ma io, noi tutti, sappiamo che
soltanto la Madonnina del Dito di Dio ha esaudito la nostra
preghiera!”. “Oh!”
esclamò la farfalla: “È una storia meravigliosa!”. “Finalmente
ho capito il perché di tanta forza! È la stessa, caro Crac, che ti farà
ritornare a vivere!”, sospirò. La
farfalla aprì le ali e mettendo in risalto i bellissimi colori, voleva
esprimere la sua gioia per l’esito bellissimo della storia raccontata
da Crac. Prima di riprendere il suo volo da un fiore all’altro, si
rivolse al povero gracchio: “E tu, cosa aspetti a volare!”. E si
allontanò.
Gipsi e il gufo
Chi
sei? Mi fai tanta paura!”. “Ehm, sono un uccello della notte, so...
so... sono un gufo reale”. “Perché hai gli occhi così
grandi?”chiese Crac. “Per vedere al buio a chilometri di distanza,
così ho avuto modo di osservarti per tante notti”. “Ma... ma cosa
vuoi da me?”, esclamò il gracchio. “È da un po’ che ti sto
osservando, hai le piume tutte spettinate”, rispose il gufo; poi
aggiunse: “Il buio è magnifico! Di notte vicino al rifugio si
aggirano molti topi che sono il mio pasto preferito!”. “Oh,
no, è tremendo! poveri piccoli topi”, disse Crac seccato. Era
una notte gelata di luna piena in cui si colorano d’argento tutte le
cose, compreso un piccolo topo che s’aggirava proprio sotto la
finestra. “Devo distrarre il gufo, perché se si accorge di quella
presenza, gnam... gnam... se
lo divora con un solo boccone”, pensò Crac. Rivolgendosi nuovamente
all’uccello: “Perché vuoi parlare con me?”. “Sei
la cornacchia più famosa delle Dolomiti, tutti gli uccelli ne parlano,
alcuni persino sparlano di te, ma penso sia soltanto invidia per il tuo
coraggio di vivere accanto agli uomini.” “Accipicchia,
non sapevo di essere diventata famosa soltanto per l’amore verso
l’uomo che mi ha salvato la vita, credo che sia normale...”. “Sì!
Ma non lo è, lasciarsi morire per lui!”, interruppe il gufo
staccandosi con un battito d’ali dalla finestra e volando nel chiaro
di luna. “C’è
un rumore strano”, sussurrò Crac. Non fece in tempo a terminare il
suo pensiero, che vide in lontananza il topolino che ancora correva
avanti e indietro. “To...
topo...topolino”, gracchiò. “Scappa, scappa lontano perché qui
vicino si aggira un gufo!”... “Ma dai!”, esclamò il topo
avvicinandosi a lei con molta cautela per non farsi scorgere. Ancora
Crac: “Devi fuggire lontano, perché ho appena visto un grande gufo
affamato”. “Fammi
nascondere!”, strillò il topo piccolo piccolo. “Presto,
presto! Mettiti qui sotto”, gracchiò la cornacchia alzando con fatica
la sua ala destra. Gipsi,
così si chiamava il topolino, si guardò attorno e tremante per la
paura dell’imminente pericolo si infilò sotto l’ala. “Ho pa...
pau... paura!”, ripeteva tremante, scrutando il cielo tra le piume
della cornacchia. “È vicinissimo, quindi fai il bravo e...”.
“Senz’altro” interruppe il topo, continuando a scrutare il cielo. “Sssst!”,
sussurrò Crac. Ma
improvvisamente il grande uccello si avvicinò. “In verità, non sono
un granché come cacciatore di topi e da quando il rifugio è chiuso non
se ne vedono più”. Gispi
rimase senza fiato, immobile e zitto zitto. Il suo cuore batteva così
forte che sembrava scoppiare. Poi il gufo aggiunse: “Questo è il
nostro mondo cara cornacchia e ti auguro di viverci a lungo”. “E
va bene, va bene, d’accordo” disse Crac, non sapendo come liberarsi
da quella, che per il suo nuovo amico era una minacciosa presenza. Allora
il gufo soddisfatto: “Dai, vieni anche tu!” gli gridò: “Puoi
ancora farcela!”. Cominciò a dimenare le ali e dopo aver respirato
profondamente decollò, volando lontano, lontano. Gipsi
passò tutta la notte spaurito accanto alla cornacchia, contento di
essere sfuggito al pericolo. “Gufo
malefico, ti odio!”. Allora
Crac gli rispose: “È molto più difficile odiare o farsi odiare che
amare e farsi amare!”. Di
tanto in tanto Gispi si accorgeva del precario equilibrio della
cornacchia, che paurosamente oscillava avanti e indietro. “Chi sei?
Cosa ci fai quassù tutta sola?”, chiese. Crac raccontò la sua
disgrazia piangendo. “Ma...
ma tu sei un uccello buono, mi hai salvato la vita, non puoi morire, non
te lo permetterò!”, disse il topo e aggiunse: “Anche nei momenti
peggiori della nostra vita, anche quando sembra non esserci altro scopo
per continuare a vivere, si può essere utili a qualcuno. È così che
piano piano si riscopre il valore, il vero significato della nostra
esistenza. E tutto diventa bello!”. “Si
è facile dirlo a parole”, interruppe Crac. “Chiudi
il becco, Crac. Tutte queste sciocchezze su! Parli come se la tua vita
appartenesse totalmente e solamente a te. Devi riuscirci a riprendere a
volare e per ricordartelo non ti abbandonerò al tuo destino. Sono un
topo rompiscatole!”. Le
notti Gipsi le passava con Crac a parlare e spesso anche gli portava
qualcosa da mangiare.
Lo scoiattolo Happy
In
breve tempo il topolino sparse la voce della decisione di Crac di
lasciarsi morire. Molti animali che passavano di lì si voltavano
incuriositi e tiravano avanti scuotendo il capo un po’ perplessi.
Qualcuno, più sensibile, cercava di dissuaderlo dal suo intento. Molti
uccelli, camosci, marmotte e persino un’aquila tentarono di
dimostrarli amicizia. Ma il tempo inesorabile passava! Una
notte Crac stava sonnecchiando profondamente quando il freddo lo
sorprese nel sonno svegliandolo. Era un gelido mattino in cui il sole
sembrava far fatica a mostrarsi, l’alba di un giorno che si
preannunciava splendida. Tutti stavano ancora dormendo; Crac, con gli
occhi rivolti al Dito di Dio, cominciò a muovere le zampette, con tutte
le forze che aveva ancora in corpo, ripetendo gli stessi movimenti. “Brrr...
ancora un attimo e sarei morto dal freddo!”, disse fra sé. Attraverso
gli occhi dischiusi dal gelo vide uno scoiattolo, che a pochi metri di
distanza lo fissava saltellando in continuazione attorno alla finestra. “Povera
cornacchia, morirai di freddo!” si disse e d’istinto soffiò su di
lei un po’ del suo fiato caldo. “Ciao! Sono Happy e sono arrivato
fin quassù dal fondovalle per aiutarti a guarire e ritrovare l’amore
per la vita!”. Lo scoiattolo aveva un cuore compassionevole. Intanto i
raggi del sole rendevano tutto l’ambiente più caldo, più vivo. Happy,
sconcertato dalla scelta del gracchio, non voleva assistere impotente
alla sua fine e cominciò a fargli delle domande, alle quali seguirono
dei brevi racconti, episodi di vita. Lo
interruppe Crac: “Forse avrei dovuto vivere una vita normale, assieme
ai miei simili...”. Gli rispose lo scoiattolo: “Non esiste una vita
normale, esiste solo la vita, bisogna viverla!”, e aggiunse: “Devi
sapere caro gracchio che anch’io ho rischiato di morire e se sono
ancora vivo lo devo all’amore di mio fratello Pink. Cosa credi di
essere, l’unico al mondo a soffrire? Con mio fratello siamo rimasti
molto piccoli senza genitori”. Voglio
raccontarti la mia storia... “...
Era una calda estate, mi godevo le bellissime giornate mentre Pink era
impegnato a costruirsi una casa all’interno di un vecchio tronco. Lo
osservavo lavorare ininterrottamente: “Dai Happy dammi una mano”, mi
diceva in continuazione, ma io gli rispondevo: “Sei matto Pink, guarda
che giornate stupende! Voglio godermi il caldo del sole, l’acqua
fresca e limpida e non sprecare il tempo nel lavoro!”. Ma Pink sempre
più arrabbiato mi rispondeva che era molto importante farsi una casa e
proseguiva nel suo lavoro con fatica e grande entusiasmo. Armeggiava
attorno al suo albero: “Togliendo un po’ di legno qui, aprendo una
finestra...ne verrebbe fuori una tana meravigliosa”, diceva,
invitandomi ad aiutarlo. “Ma io non so se mi troverò bene, lì
dentro”, dicevo. “Come? Non dirmi che non ti piace?”, esclamava
seccato. “Non è che non mi piace, ma non ne vedo l’utilità, il
bosco è pieno di posti dove ripararsi”, aggiungevo convinto. Pink
continuava a lavorare, a scavare nel vecchio tronco. In
breve tempo il nostro rapporto si deteriorò a tal punto che decisi di
andarmene. Non riuscivo proprio a capire. “Ma... una casa, che me ne
faccio quando la natura attorno è così dolce.” Pensavo che per
l’inverno un buco dove ripararmi l’avrei senz’altro trovato. Passarono
così molti mesi. L’autunno preannunciò le sue giornate grigie e
anche fredde. Le notti le trascorrevo in una grotta e di giorno
saltellavo da un albero all’altro alla ricerca di qualche amico. Non
dimenticherò mai quella notte: da molti giorni, a causa del freddo e
del brutto tempo, me ne stavo rannicchiato nel fondo della mia caverna.
L’ambiente attorno era scuro ed umido, mi sentivo terribilmente solo e
l’acqua continuava ad entrare da tutte le parti. Decisi di
arrampicarmi il più in alto possibile, ma le rocce erano inzuppate,
viscide e fredde mentre in basso tutta la grotta era diventata un lago
che minaccioso saliva, saliva sempre più. Mi resi conto del pericolo e
decisi per l’unica scelta possibile: “Splasch!”, mi tuffai e
nuotai freneticamente per impedire che l’acqua gelasse intorno a me.
Con tanta fatica riuscii, a stento, a scappare da quella trappola. All’aperto
un vento freddo di bufera mi colpì, impedendomi di arrampicarmi sugli
alberi. Improvvisamente ebbi la sensazione che qualcosa non andasse,
cominciai a correre disperato nel bosco. Alberi senza foglie, vento e
pioggia. Ero solo! Stavo rabbrividendo dal freddo, con il pelo tutto
bagnato. Ad un certo punto mi fermai per capire e mi resi conto di
essermi perso. Intanto l’acqua si era trasformata in neve che cadeva
abbondante. Non ce la facevo più, non sapevo dove andare, cosa fare.
Stavo vivendo una prova difficile, disperato mi rannicchiai ai piedi di
un grosso albero. Ma ora anche la neve saliva e il freddo bloccava le
mie membra. Inevitabilmente pensai ai miei cari e in particolare al mio
unico affetto, al mio fratello Pink. Mi raggomitolai su me stesso,
piangendo disperato nella neve che mi stava coprendo interamente e piano
piano mi addormentai, completamente inerme di fronte alla furia della
natura che avevo tanto amato. All’improvviso mi resi conto che presto
avrei lasciato questo mondo. Era
trascorso tanto tempo da sembrarmi un’eternità, quando aperti gli
occhi, vidi una luce abbagliante. Mi trovavo sdraiato su un comodo
giaciglio di paglia, l’ambiente attorno era tiepido e profumava di
bacche. Poi all’improvviso mi accorsi di una strana presenza, che
riconobbi in quella del mio fratellino Pink. “Dio
mio!, esclamai, e aggiunsi: “Pink anche tu sei giunto in Paradiso?”.
“Ma che Paradiso sei nella mia casa e sei ancora vivo”, rispose il
fratello con un grande sorriso. Intorno l’ambiente era così bello da
farmi dimenticare la brutta avventura passata. “Oh, che
meraviglia!”, sussurrai. Rimasi
sdraiato per alcuni giorni, godendo sia di quella comoda abitazione che
dell’assistenza di Pink. Poi lentamente lui cominciò a raccontare... Cosa
era successo quella terribile notte? Già da un po’ di tempo, Pink
stava dormendo nel suo letargo invernale, quando nel sonno gli apparve
uno scoiattolo tutto bianco, gli disse che mi trovavo in grave pericolo;
poi sempre nel sogno mi vide disperato che correvo piangendo nel bosco
pieno di neve. Improvvisamente turbato dall’angoscia del brutto sogno,
si svegliò. Pink
ancora sudato per l’agitazione, non riuscì a riprendere sonno, mise
la testa fuori dal tronco e vide la stessa natura vista nel sonno. Pensò
allo scoiattolo bianco come ad un Angelo che gli aveva portato un
messaggio, un segno che mi trovavo in seria difficoltà. In pochi
minuti, così mi raccontò Pink, si trovò a correre nella neve, contro
un vento impetuoso, spinto in quella direzione da un non so che. Infine,
anche lui stanco e preoccupato si fermò ai piedi di un grosso albero.
Era lo stesso albero dove ormai stavo morendo. Pink notò un insolito
mucchio di neve, dal quale usciva un qualcosa di strano: era la mia
coda. Cominciò così a scavare e quando riconobbe il mio muso privo di
vita, soffiò aria e caldo nei miei polmoni. Al mattino quando il sole
aveva cacciato il brutto tempo e cominciava a riscaldare tutta la
natura, Pink, lentamente e con fatica, cominciò a trascinare il mio
corpo, fino all’interno del suo tronco. “Cara
cornacchia, credo che tu abbia già capito? Nella vita si vive per
imparare e poter insegnare ciò che si è imparato. Ogni azione acquista
un significato se non è soltanto per se stessi, ma diventa un bene
anche per gli altri. In questo modo si può diventare persino ricchi,
purché questa ricchezza serva per far star bene se stessi e tanti
altri. Mio fratello Pink non mi ha soltanto salvato la vita, ma ha dato
un profondo significato alle mie giornate”. Finalmente,
Crac gracchiò con forza: “Cra, cra, cra... Grazie Happy, mi hai fatto
un bel regalo!”. “Ok
Crac, vedo che hai compreso il vero significato della vita!”. Lo
scoiattolo allora andò a cogliere una stella alpina e la porse alla
cornacchia. “Questa è per te”, annunciò. Furono le sue ultime
parole prima di allontanarsi saltellando fino a scomparire nel bosco del
fondovalle. Un angelo di cornacchia
La
povera cornacchia, grazie ai tanti amici che la consolavano ed
incitavano a scegliere il dono della vita, cominciava a capire molte
cose importanti. Purtroppo l’estrema debolezza fisica aveva minato il
suo morale e, non riusciva a far altro che piangere. “Cos’è tutta
questa lagna? Piantala Crac!”. La
frase fece aprire gli occhi alla cornacchia. “Sogno,
oppure, sono sveglio!”, si disse Crac guardando con meraviglia un suo
simile, una cornacchia vecchia e spelacchiata che le si era poggiata
accanto. Poi
un’altra frase lo scosse profondamente: “Fai parlare il tuo cuore!
Un cuore che parla può sempre parlare con Dio!”. E
Crac istintivamente, singhiozzando e sospirando: “Dov’è questo Dio
che ama? Se esiste, come può permettere che io soffra?”. “Lo
permette perché con la sofferenza tu possa imparare ad amare!”,
rispose saggiamente l’uccello, e aggiunse: “Se non sei capace di
amare, come puoi avvicinarti alle tue e alle miserie degli altri!”. “Vorrei
essere un alpinista! Come gli alpinisti vorrei avere la loro forza!
Vorrei vivere le loro emozioni, le loro sensazioni, i loro stati
d’animo, la loro passione..., invece sono soltanto un povero
uccello”. “Ho
capito!”, interruppe la vecchia cornacchia, ed aggiunse: “Se proprio
lo desideri così tanto da rinnegare la tua stessa natura, chiudi gli
occhi e pensa... pensa di essere uomo”. All’improvviso,
Crac perse le ali e il suo corpo di uccello si trasformò in un corpo
umano, anzi in un alpinista, e come per un incantesimo si trovò nel
mezzo di un’altissima parete rocciosa. “Per
mille gracchi chi sono? Accidenti quanto sono grande!”. Avvertendo
il vuoto sotto di lui: “Mamma mia è impressionante! E... ma cos’è,
questa pesantezza che mi vuole trascinare giù!”. Il gracchio
spaventato dalla irreale situazione, per la prima volta, avvertiva la
sensazione di precipitare e morire sfracellato ai piedi della montagna.
Trattenne il respiro. E ora? Doveva superare un tratto di roccia
difficile! “Pensavo
fosse bello penzolare nel cielo, con le dita sulla roccia. Invece, ho
paura, una paura matta di cadere” diceva fra sé Crac. Lo sforzo per
rimanere aggrappato era enorme; persino le gambe per la tensione,
cominciarono a tremare incontrollate. “Tieniti
forte Crac!”, gridò terrorizzato, cercando di prendere un appiglio,
una sporgenza. “È finita! Non ce la faccio più!”. Intanto
il cielo si faceva sempre più scuro, finché cominciarono a cadere
grossi goccioloni di pioggia. Una cornacchia gli volò accanto,
trasportata dal vento, volava leggera... leggera. Per un attimo Crac la
guardò meravigliato, ne invidiò il volo: con un battito d’ali salì
là oltre la cima del monte. Allora pensò: “Che bello sarebbe avere
le ali! Poter spiccare il volo, lanciarmi e planare nel cielo”. Quando
Crac riaprì gli occhi si accorse di essere ancora una cornacchia! Una
brezza mattutina cominciava a spirare sui prati. Crac aveva imparato la
lezione. Ascoltò a lungo gli insegnamenti della vecchia cornacchia. Di
tanto in tanto le gettava un’occhiata e scoppiava a piangere. “La
vita, vale la pena di essere vissuta, anche soltanto per un atto
d’amore. È soltanto un cristallo di ghiaccio, ma tutto il ghiacciaio
di fronte a te cosa potrebbe fare senza quel cristallo? Di certo gli
mancherebbe qualcosa”. Fu questa l’ultima frase della cornacchia
saggia che improvvisamente sparì, come un fantasma. “Papà!
Ma... chi era quella cornacchia spelacchiata?”. “Un
capo stormo o forse, il suo Angelo custode”, le risposi. La dentiera
I
giorni scorrevano lenti: la voglia di vivere si faceva finalmente
sentire. Crac, ancora soffriva per la lontananza di Martin, eppure
un’altra volta gli era capitato di doversi allontanare. Allora ne
aveva combinata una “grossa” quando con curiosità e stupidità si
spinse nella stanza del suo maestro. Notando un bicchiere d’acqua pensò:
“Chissà cosa c’è dentro?”. Era
una cosa strana che tentò di beccare. Senza immaginarne le conseguenze
si divertì in quel gioco assurdo fino ad estrarre quello strano oggetto
e, non ancora soddisfatto, lo sollevò e lo fece cadere fuori dalla
finestra, nel fondo del dirupo. Finito il gioco cominciarono i guai:
l’oggetto misterioso fu ritrovato dopo tanti tentativi e costò al
gracchio oltre un mese di isolamento totale. D’altronde come avrebbe
potuto farsi perdonare la distruzione della dentiera del suo amico?”. “Ah
ah ah!... che ridere”, esclamò Chiara con una forte risata. “Ah ah,
la dentiera!”. “E
chi ti ha messo in testa un’idea simile?”, urlò Martin. “Brutto
affare: dovrò stare per conto mio per un po’ di tempo”, pensò il
gracchio volando come una furia fuori dalla finestra. Ci
volle un bel po’ di tempo per ritornare alla consueta confidenza con
il suo amico. Martin
aveva vissuto una vita molto intensa: tante scalate, una splendida
famiglia, aveva soccorso e salvato tanti alpinisti in difficoltà, dato
sempre consigli ai giovani conservando molte altre virtù: la saggezza,
la rettitudine, la forza, unite ad una straordinaria umanità. Crac
aveva imparato molte cose e più pensava al passato e all’esempio del
suo maestro, tanto più si rendeva conto di come non sarebbe stato
giusto morire di malinconia. “Quante
cose sono successe e quante
ancora accadranno? Tutto ancora è in movimento, il sole che sorge, il
sole che tramonta, che lentamente si muove e continuerà a farlo anche
quando non ci sarò più! L’acqua, con il caldo del sole esce dai
ghiacciai e scorre per diventare fiume, il vento soffia da ogni parte.
Le rocce mutano il colore a seconda dei momenti della giornata, gli
uccelli come me nascono e dopo aver vissuto, infine, muoiono. Muoiono le
cornacchie sapienti come le stolte! Muore anche il passato, tutti si
dimenticano di ciò che è stato! Tutto sembra inutile! Però un mistero
in tutto ciò c’è! C’è la mia anima, ci sono i miei sentimenti, le
mie emozioni, le mie sensazioni. C’è il mio piccolo cuore che batte
forte e comanda alle lacrime di uscire dai miei occhi. Lo fa per le
gioie, nel dolore, lo fa per ricordarmi che la mia anima ogni volta
diventa più ricca. Forse, si vive per diventare più puri, per nutrire
la nostra anima, per avvicinarsi a quel Dio, padre degli uomini e di
tutti gli esseri? Se fosse così non è giusto lasciarsi morire,
anch’io dovrò vivere per migliorare il mio Spirito! È vero! È vero!
Devo ancora vivere!”, pensava il gracchio. Nel
mondo materiale non c’è nulla di nuovo, ma non in quello spirituale,
dove tutto diventa evoluzione, qualcosa di indescrivibile, di
immensamente grande che Crac cominciava ad avvertire. Sempre fermo,
immobile alla finestra con gli occhi umidi, ammirava il volo vitale dei
suoi simili: “Oh! Come vorrei salire ancora lassù nel cielo così
bello, sentire la voce degli alpinisti e il profumo del vento che
trasporta quello dei fiori. “Quando
le cose vanno male bisogna pensare ai momenti più felici!”, sospirava
la cornacchia cercando nel passato i momenti più positivi. Poi
finalmente un sorriso illuminò i suoi occhi mentre il pensiero
riviveva... ...
Un giovane alpinista chiese consiglio all’esperto Martin sulla
eventualità di iniziare una scalata, anche se il cielo era un po’
nuvoloso. L’esperto alpinista, dopo aver alzato gli occhi al cielo,
annusata l’aria, rispose: “Vai tranquillo che il sole trionferà!”.
Quel giorno il giovane prese tanta di quell’acqua che non dimenticherà
mai più. E
Crac: “Ma certo! anche i grandi sbagliano, anche loro hanno
bisogno degli altri”. Rifletteva che in fin dei conti era stato molto
vicino al suo maestro e spesso gli aveva consigliato anche delle
importanti scalate. Come la Parete Nera che Martin riuscì a vincere,
anche per merito del suo gracchio, che volando in maniera agitata seguì
una linea ben definita sulla montagna; insomma gli indicò la via da
seguire, gli fece capire che una volta messe le mani sulla roccia
seguendo quella direzione, avrebbe trovato gli appigli per salire. E così
fu! “Ho
avuto molto... sono riuscito anche a dare, perché non continuare a
farlo?”, rifletteva Crac, e solo allora si rese conto di quanto fosse
affamato e stanco: “... ho paura! ho fame, ho freddo ma vorrei tanto
volare come prima!”. Crac
rimase in contemplazione pensando: “Ora sono all’inizio di una nuova
vita, mi basta scendere dalla finestra e poi sarò finalmente vivo”. “Dai
Crac, prova ad aprire le ali!”, si disse con forza. Non
ce la faccio più! Forse se mi butto nel vuoto l’aria mi aiuta, ma...
se..., se, se non si aprono? Allora semplicemente morirò!”. “Ah,
come fare? Rinviare è impossibile! Bisogna farlo! Ho sentito un
alpinista dire che la preghiera è un filo d’amore verso il cielo...
ma certo! Con l’amore si può tutto e la preghiera è amore”. “Dio,
cosa vuoi fare di me?”, gridò disperato il gracchio. “Ti prego,
aiutami!”. E
il Dio degli uccelli, degli uomini, delle montagne, del cielo e delle
stelle, dell’universo intero le diede la forza di vivere! “Aahhhh!
...Aiutooo! Sono nel vuoto, sto precipitando!”. Terra
e nuvole si misero a turbinargli attorno. Ora picchiava diritto. Il
vento fischiava gelido mentre il fondo della valle si avvicinava sempre
più. “Apri
le ali!”, si disse Crac chiudendo gli occhi e concentrando tutte le
sue forze per farlo. “Su, dai, apri le tue ali!”. “Dio
aiutami! Lasciami volare!”. E
Crac diventò leggero come non si era mai sentito in tutta la vita. “Sono
morto? Mi sono sfracellato!”, pensò. “Non
sarà mica morto, vero?”, mi interruppe Chiara. “Ma
no! Non agitarti...”, esclamai continuando a raccontare. Lo stormo
Il
sole che si affacciava all’orizzonte delle cime lanciava i suoi raggi
di vita sulle piume nere di Crac che si librava nel cielo muovendo in
continuazione le sue ali, aperte a pochi metri dal terreno. Non sentiva
neanche più il freddo. Si mise a toccarsi
con il becco, a guardare, a fare evoluzioni. “Cra!
Cra! Cra!”. “Sì!
Sì! Sììì! Sono vivo!!! Urrà!”, esclamò battendo le ali. “So
volare! So ancora volare! Sono in cielo: è un’emozione unica, mai
vissuta precedentemente, è fantastico!”, continuava a ripetere e,
dalla gioia quasi sveniva. Crac, dopo essersi rifocillato, volò anche
nella notte, mentre la grande luna gialla lo guardava entusiasta.
Solamente verso l’alba raggiunse un gruppetto di altre cornacchie. C’era
una luce intensa intorno, la forza della vita aveva trionfato, per la
prima volta Crac avvertiva sensazioni mai vissute. Anche il desiderio di
stare con i suoi simili che lo accolsero entusiasti, come un figlio
ritornato alla famiglia. Per giorni e giorni visse con loro, divise le
stesse esperienze di vita, ma soprattutto si accorse di quanto sia
naturale stare assieme. Crac
possedeva delle conoscenze, un’esperienza di vita unica per una
cornacchia. Divenne un esempio di vita, un maestro per i giovani. Di
tanto in tanto, specie quando, ai piccoli gracchi dello stormo si
soffermava a raccontare le avventure del suo Martin, riaffiorava anche
il suo ricordo : “Chissà se lo rivedrò! Speriamo che non sia andato
via!”. Ma
dentro, sentiva nel cuore che il suo maestro un giorno sarebbe ritornato
sulle sue montagne. Era
la fine d’agosto. Il fresco dell’autunno vicino cominciava a farsi
sentire. Un bel mattino di sole e di cielo azzurro, una brezza leggera
portava i gracchi sulle vette. Uno di loro tutto eccitato volava fra
guglie, canaloni e cenge chiamando: “Crac! Crac! Crac!”. Arrivò
trafelato e molto stanco poiché aveva volato senza sosta: voleva
recapitare un messaggio. “Freccia
amico mio, non ti ho mai visto così entusiasta ed eccitato! C’è
forse qualche novità”chiese Crac. “Altroché!”,
rispose Freccia e continuò: “Un’aquila mi ha dato poco fa una
notizia fantastica...”. Dopo alcuni minuti assieme planarono verso il
fondovalle e via via che si avvicinavano..., Crac sgranò gli occhi...
li richiuse per riaprirli! “Forse sto sognando...? Martin, Martin”
gridò, alla vista del grande amico che lentamente saliva lungo il
sentiero. A
quel punto successe il finimondo. “Evviva,
evviva! Sei vivo! Sei finalmente ritornato”, pensò meravigliato. “Dio
mio quanto sono felice. Caro Martin vorrei urlarti la mia immensa gioia,
raccontarti tutto quello che mi è accaduto, le scelte che ho dovuto
fare, la mia nuova vita!”. Mille
pensieri solcavano freneticamente la sua mente! Si sentiva invaso da una
gioia incontenibile. “Cra!
Cra! Cra..., cra..., cra!”. “Cra,
cra!”. Il
gracchiare continuo ed il volo entusiastico di Crac richiamò la
curiosità di tutti gli animali delle Dolomiti, compreso quello delle
altre cornacchie che rapidamente si unirono a lui. Martin
alzando gli occhi notò quell’agitazione in cielo. Con gioia e stupore
riconobbe Crac che faceva di tutto per mettersi in mostra. Ma..., ora
non era più il suo gracchio solitario!? Finalmente
si incontrarono con gli occhi, Martin comprese la situazione e con un
sorriso salutò il vecchio amico ritrovato. Nonostante una lunga
malattia lo avesse allontanato dalle sue montagne e dagli esseri che le
popolano, il vecchio alpinista si rese conto che nel suo gracchio
qualcosa era cambiato. Forse tutto sarebbe ritornato come prima, oppure
no! Ma tutto ciò non aveva più importanza, Crac che ormai aveva
qualche piuma grigia, aveva finalmente imparato come il vero segreto
della vita fosse quello di amare, per poter donare agli altri l’amore
ricevuto! Tutte
le cornacchie si avvicinarono commosse, anche le più piccole dello
stormo fecero festa: “Evviva! Evviva!”, gracchiavano entusiaste.
All’imbrunire una di loro si avvicinò a Crac dicendo-gli: “Ora, te
ne andrai? Vuoi tornare come eri prima vero? Ma noi... vo, vor...
vorremmo che tu restassi!”. Il
vecchio “gracchio”, tirò a sé il piccolo, alzò un’ala
coprendolo con il suo calore, gli gettò uno sguardo di gioia e rispose:
“Io credo, che per combinare qualcosa di importante nella vita sia
necessario cercare di occuparsi degli altri, avere degli amici leali,
generosi, sinceri come te! La
vita è amore totale per tutto ciò che tocchi, vedi e senti nel cuore,
fai in modo di amarla fino in fondo! Non ha quindi importanza il fatto
che io ci sia o meno, comunque... non preoccuparti, piccolo gracchio,
starò sempre con te!”. E
Crac, prima di addormentarsi pensò: “Oggi è stato il più bel giorno
della mia vita”. La
commozione toccò tutti gli uccelli presenti e la festa non finì, ma
continuò anche per tutta la notte! Finalmente
Crac era veramente felice e... all’improvviso iniziò a vedere quella
figura che spesso gli uomini invocano nei loro momenti più belli o più
dolorosi. “Papà,
tutto è bene quel che finisce bene! Hai
ragione, piccola! aggiunsi felice guardandola teneramente negli occhi. Con
un sorriso Chiara mi strinse in un forte abbraccio; infine dopo il bacio
della buona notte... “Però quante cose ha vissuto Crac!”, mi
sussurrò. Chiara
nel frattempo si era quasi del tutto addormentata e chissà forse anche
lei un giorno avrà un gracchio per amico. Mentre
mi apprestavo ad uscire dalla sua “cameretta” arrivò anche Martina.
Con il suo pigiamone che metteva in risalto la dolcezza dei suoi due
anni: “Chiara fa nane..., fa le nane?”. “Schìììì, schììì...,
piano, piano andiamo a nanna anche noi”, le risposi. Martina
nel suo lettino e con il ditone in bocca al posto del “ciuccio”
stava per addormentarsi quando...: “Papi, papi... mi racconti
storia?”. Un
attimo di silenzio e poi... “C’era
una volta un piccolo, piccolo uccello nero che volava, voolava alto,
alto nel cielo. L’uccellino si chiamava Crac e volava, vooolava sulle
montagne piene di neve. Crac
aveva un papà, una mamma e tanti, tanti fratellini, assieme volavano,
voolavano, vooolavano...”. “Papi...,
vo..., volano in cielo?”. “Sì,
piccolina, proprio in cielo...!!!”.
“C’era una volta…”
Gli
Amici
IL CUORE DELLA MONTAGNA
di
Stefano Bailoni
Tanti
e tanti anni fa in una valle incantata e piena di fiori dai mille
colori, viveva con la sua famiglia un pastorello di nome Amedeo. Lui era
sempre felice perché abitava proprio in un posto bellissimo. Fin da
piccolo, i suoi genitori gli avevano insegnato a governare il gregge
stando sempre attento che i piccoli agnellini non si perdessero. Ogni
giorno la Montagna gli regalava dei piacevoli incontri: veniva sorvolato
dall’Aquila Reale che lo salutava fischiando, oppure si fermava a
chiacchierare con qualche marmotta grassoccia ed udiva il bisbiglio del
vento. Intorno
a lui tutto era vivo e magico e tutti erano suoi amici: i grandissimi
alberi, gli animali e le rocce. Con il suo cane Shiro correva sempre sui
colorati prati ed insieme agli amichetti Mattia e Gabriele accudivano le
pecore. Spesso si divertivano a salire sulle rocce mentre il povero cane
Shiro impaurito e preoccupato saltellando li attendeva abbaiando. Ad
Amedeo piaceva salire sulla cima degli alberi in fiore e dondolandosi
immaginava di essere l’amica aquila che volava in alto sopra di lui.
Quando aveva del tempo libero andava ad esplorare posti nuovi. In
particolare però amava stare sdraiato sotto una grande Montagna e con
il naso all’insù sognava ad occhi aperti: essere come compar
scoiattolo e salire per quella altissima parete. Quando i genitori lo
scoprivano lo sgridavano dicendogli: “La montagna si stancherà di
vederti lì a bocca aperta, prima o poi, ti farà cadere un sasso in
testa”. Con
la sua famiglia viveva anche la buona e saggia bisnonna Anna, la quale
aveva molto a cuore il piccolo Amedeo. Prima di arrivare lassù tra i
maestosi monti, passavano sempre da un capitello posto in una grotta
bellissima, dove c’era una piccola Madonnina che proteggeva tutte le
persone che passavano di lì. Anna,
la bisnonna, insegnò al suo fanciullo una preghierina che l’avrebbe
confortato per tutta la vita, anche quando sarebbe stato grande. Diceva
così: “Passo per questa via, ti saluto Maria, proteggimi sempre, così
sia”. Amedeo
era proprio felice perché poteva divertirsi con tanti bimbi e con tutti
gli amici della natura, il suo amico del cuore, oltre al cane Shiro, era
il corvo con cui tutti i giorni giocava a nascondino. Un
bel giorno d’estate mentre era seduto in un bel prato ed ascoltava il
racconto dell’amica farfalla, vide passare un uomo alto, forte, dai
bianchi capelli, chiamato Ciano accompagnato da un bellissimo Angelo
custode. Ciano si fermò anche lui ad ascoltare la storia dell’amica farfalla.
Quando la farfalla bianca finì la storia, Amedeo si voltò pensieroso e
chiese al montanaro Ciano: “Perché io sento e parlo con le aquile,
marmotte e farfalle, vedo le fate dei boschi, gli gnomi e i folletti e
tanti altri non li vedono e non li sentono?”. Il saggio montanaro,
uomo di Gran Cuore rispose sorridendo che tutto questo era possibile
solo vivendo con umiltà, semplicità ed amore. Solo così chi si
spingeva fin quassù tra le cime immacolate con quello spirito, poteva
sentire il vero Cuore della Montagna.
IL VECCHIO PROFESSORE
di
Gianmario Baldi
In
una giornata d’autunno un alpinista saliva lungo la parete più
difficile delle Alpi per poter af-frontare quel tetto lungo cento metri,
aspirazione di tutti i rocciatori. In perfetta armonia con il suo corpo
e con la roccia saliva laddove nessuno era ancora riuscito; sentiva che
poteva finalmente realizzare il sogno della sua vita: legare il proprio
nome a quella parete che aveva respinto mille e mille scalatori! In
quell’irresistibile ascensione, mentre stava per appoggiarsi ad un
appiglio con la mano, fu disturbato da una piccola lumaca e con un gesto
rabbioso la scacciò qualche metro lontano su una piccola increspatura
della roccia. All’improvviso
si sentì girare vorticosamente ed una forte sensazione di vomito lo
pervase. Era “volato” precipitando per molti metri nel vuoto. Le
immagini dei suoi pensieri iniziarono improvvisamente ad accavallarsi
confondendo realtà e fantasia. In quella sensazione di vuoto rivide
l‘immagine di quell’anziano professore che per primo gli aveva
insegnato a faticare su vecchie mappe che non interessavano più a
nessuno; grazie a lui e al suo entusiasmo, era divenuto uno studioso
delle antiche civiltà, conosciuto e stimato dovunque. Ma di
quell’anziano professore aveva da lungo tempo scacciato il ricordo,
così come poco prima aveva gettato lontano quella insignificante
lumaca. Da
tempo aveva dimenticato il piacere di decifrare antichi documenti, tutto
preso dal desiderio di scoprire qualche cosa di nuovo, di diventare uno
studioso, famoso e importante. Per questo aveva trascurato tutto il
resto, famiglia, amici ... ed anche il desiderio di arrampicare non era
più né spontaneo, né genuino. Così, poco a poco, era diventato
sempre più freddo e lontano sia dai suoi ideali che dal suo entusiasmo
giovanile; ora in quello stato confusionale, s’accorse di come
quell’ampio gesto con il quale quel vecchio professore liberava la
penna stilografica dal suo cappuccio era eguale a quello con il quale il
suo amico guida alpina scioglieva la corda per legarlo nelle sue prime
salite nelle Dolomiti. Il
rocciatore non si rese conto di quanto tempo fosse trascorso in quella
posizione ma finalmente comprese: era volato e così si era infranto il
suo sogno. Per la prima volta si sentì stanco e deluso. Stava per
prepararsi alla discesa quando una voce lo chiamò: “Giovanni...
Giovanni!” si girò attorno ma non vide nessuno. “Buon
giorno caro professore! Come si sta lì appesi alla corda nel vuoto?
Certo l’alpinismo ti ha aiutato a fondere insieme le vette del sapere
conquistate con il tuo cervello con quelle di roccia salite grazie ai
tuoi muscoli e alla tua esperienza, tuttavia non ti ha ancora insegnato
la cosa più importante!”. Giovanni
sentiva la vocina ma non vedeva nessuno. D’un tratto davanti ai suoi
occhi gli apparve quella lumaca che con stizza aveva scacciato via
qualche decina di metri più sotto. “Ah,
sei tu!”, disse Giovanni. “Nonostante ti abbia rabbiosamente
ricacciata indietro hai ripreso a salire! Ah! Ora finalmente ho imparato
la lezione!”. Giovanni
riprese a scalare prima faticosamente poi in modo sempre più armonioso.
Raggiunse la vetta quando il sole si stava spegnendo. Seduto di fronte a
quello spettacolo, pensò… e ripensò a quella lumaca che era stata lo
stimolo per quella vittoria ricordandogli come la vita non fosse altro
che un continuo cadere e rialzarsi… per ricominciare. Mentre
scendeva sul sentiero, l’alpinista professore o il professore
alpinista (non sapeva più neanche lui), rifletteva a quanto fosse
simile la sua passione per l’avventura in montagna a quella che
quotidianamente viveva faticando su vecchie carte che non interessavano
più a nessuno ma che invece racchiudevano in sé la vita di molte
persone: la storia! Intanto con la mano si chiudeva nel cappuccio della giacca a vento come
fosse la carezza della donna che più lo aveva amato e che, quel giorno,
aveva ritrovato…
IL PASTORE DEL CAUCASO
di
Ivan Bertinotti
Una
storia che inizia come tante, in un giorno d’estate, in cui mi
aggiravo sotto le pareti di una palestra di roccia trentina, per
distaccarmi dall’onda di turisti che affollavano le strade. Con stizza
notai che anche lì, nel regno dei pochi, o dei pazzi come dice la
gente, era passato qualche “zozzone” che si era “dimenticato” il
sacco dei rifiuti della scampagnata. Non so il motivo per il quale mi
sono avvicinato: normalmente davanti a questi desolanti scempi mi giro e
mi allontano rabbioso, quasi violato nella mia ricerca di pace e di
solitudine. Sta
di fatto che mi avvicinai, con gli occhi fissi sul sacco e nessun
pensiero in testa. Fu quindi per uno strano caso che notai un piccolo
movimento del sacco. Ci misi un po’ a rendermi conto che non si
trattava di uno scherzo del sole che batteva senza pietà sulle pareti
bianche trasformando i dintorni in qualcosa di molto simile ad un forno
crematorio. Intuitivamente
aprii quel sacco e lo scherzo si rivelò in tutta la sua crudezza: lo
”zozzone” aveva chiuso e gettato via una cucciolata di bastardini di
poche settimane. Purtroppo, il sole aveva rubato la vita a sei di loro,
ma uno ancora annaspava nel misero mucchietto, mentre la luce bruciava i
suoi occhi fissi nel vuoto, dolci e “acquosi”. Cercavo
di ignorare quello sguardo triste di un innocente che mi guardava
fiducioso e cancellava il pensiero dei problemi legati al vivere in un
condominio e alle giuste remore della moglie, che già doveva badare
alla casa, ai figli, a una marea di gatti, a un canarino... e intanto
lui era lì, misera creaturina che annaspava nella sua condanna a morte,
inconsapevole e rassegnato. Conclusione
scontata di una storia banale: il cucciolo è cresciuto benissimo ed ha
un pelo nero e lucido. Certo, ha una fisionomia un po’ strana, ma è
molto intelligente. Si chiama Wothan,
nome importante, forse un po’ troppo per un bonsai di pastore
quasi belga... In
effetti il nome altisonante di divinità germanica mia figlia lo aveva
destinato ad un tanto sognato Terranova. Inutile, aggiungere che nessuno
avrebbe mai gettato via un cucciolo di così alto valore commerciale. Io
avrei preferito chiamarlo Teroldego, nome più appropriato alle sue
origini, soprattutto per evitare che tanta gente, vedendo una fisionomia
così particolare e sentendo un nome così tanto da “pedigree”, si
avvicinasse per chiedermi la razza e inevitabilmente si allontanasse
arricciando il naso, se rispondo che è un bast... meticcio si dice. Da
un po’ di tempo rispondo che è un Pastore del Caucaso, razza rara e
di gran pregio: sapeste quante richieste ho già avuto per la prima
cucciolata ... eppure non è un diverso da prima, mentre mi morsica i
lacci delle scarpe e mi ruba i calzini. Potenza
delle apparenze o superficiale ignoranza di gente troppo indaffarata per
capire la vera essenza delle cose? Forse entrambe le cose o forse non
c’è più tempo per fermarsi a pensare e a cercare valori più
nascosti o meno idealizzati, soltanto più veri. Forse questo tempo non è più per gente che vive di sogni e parla con
la sua anima mentre cammina su un sentiero, mentre si entusiasma per una
scalata o per una discesa con gli sci e si ritrova a guardare un fiore,
a inseguire le nuvole, mentre si aggira nel regno dei pochi, dei pazzi
dice la gente...
UNA STORIA INCREDIBILE di
Gianni Canevari
Ogni
essere di questo mondo ha una persona sempre vicina! Con ciò infatti
non parlo di una mamma o di un papà, ci sono dei bambini che i genitori
non li hanno. Allora tu, nipotina cara, mi dirai che si tratta dei
nonni, ancora una volta devo dire di no perché nessuno di loro
assomiglia a quella persona. “Ma
dai zio, smettila di dire fandonie, allora sei tu?”. “Magari!
Allora sarei sempre presente. Per svelarti questo mistero dovrai
ascoltarmi attentamente...”. Questa
è la storia di un’arrampicata sulle montagne che più amo: le
Dolomiti di Brenta! Quel mattino, il cielo era limpido, le cime
bellissime ed il vuoto sotto di noi era impressionante. “Molla tutto e
vieni!”, gridò il mio compagno. “D’accordo,
arrivo!”, risposi. Stavamo scalando lungo il filo di un vertiginoso
spigolo di roccia. Il mio compagno arrampicava veloce ed io lo seguivo
con altrettanta facilità, sembravamo degli scoiattoli. Mi sentivo
forte, vivo, raggiante, la mia ascesa era armonica, la giornata era
splendida... “Ma
zio hai quasi cinquant’anni e fai il sesto grado?”. “Ti
sembrerà strano ma, quando sono in montagna, riesco ad esprimere tutta
la forza che ho dentro, amo così tanto il fatto d’essere alpinista al
punto da dimenticare tanti problemi”. “Ok,
ho capito! Hai anche tu il mal dei sassi”. “Sì!
Forse è così, ma la storia che voglio raccontarti non è la solita
avventura...”. Quel
giorno, stavo raggiungendo la vetta, quando improvvisamente...
“patatrac” e... mi sono sentito alleggerito. “Ahhh!”, esclamai,
mentre osservavo lo zaino precipitare: lo vidi rimbalzare sulle rocce, e
aprirsi, liberando tutto ciò che c’era dentro. Immediatamente ho
fatto l’inventario: portafogli, soldi, scarpe, chiavi
dell’automobile e... la radio trasmittente che senza ombra di dubbio
avremmo ritrovato in mille pezzi. Tuttora
non riesco a capacitarmi dell’accaduto: ho visto tutte le nostre cose
prendere il volo. Nonostante
tutto, in vetta, come è consuetudine alla fine di tutte le scalate, ci
siamo stretti la mano. “Meglio lo zaino che noi due!”, mi disse
ironicamente il mio compagno. Sul
sentiero del ritorno ancora lui: “Mi è venuta un’idea... proviamo a
scomodare il nostro Angelo custode, proponiamogli un affare...”. “Ah,
che bella idea?! Ma sì...adesso anche gli Angeli!”, pensai. “Ti
sembrerà strano, ma tutto è possibile quando credi veramente!”,
aggiunse lui serioso. Approfittando
del fatto che non avevamo nulla da perdere, pregammo: “Caro Angelo
custode, facci ritrovare le cose perdute, compresa la radio... mi
raccomando, intatta!”. Aggiunsi: “Se ci aiuti daremo una bella somma
ai poveri”. “È
giunta l’occasione di poter realizzare un sogno”, mi sussurrò il
mio capocorda. “Ma
dai zio, non vorrai raccontarmi che, dopo un volo di duecento o...
trecento metri, hai trovato la radio funzionante?”. “Ascolta
piccola, ciò che è successo quando, per recuperare le nostre cose, mi
sono portato ai piedi della parete. Su un pulpito di roccia ho raccolto
tutto...”. “Cosa???
Non è possibile!!!”. “Eppure, tutte le cose perdute erano lì, compresa la radio. Rimasi
allibito! Cominciai a pensare che forse qualcuno le ha raccolte e
appoggiate lassù. Ma chi? Chi? Chicchiricchì?”. La
risposta poteva essere una sola: un miracolo! Presi la radio e provai a
chiamare: “Hallo, hallo, mi senti cambio? Hallo, hallo... dimmi se mi
senti!”. Alcuni
secondi e...: “Avanti, avanti... ti sento forte e chiaro!”. La
radio trasmittente funzionava come nuova!. “Dimmi
la verità zio..., è una favola!?”. “No!
Proprio no! È invece una straordinaria realtà!”. Da quel giorno, in me si è rafforzata la fede nell’Angelo custode e
quando gli rivolgo la parola, come si fa ad un amico intimo, lo sento
vicino!
CHI CANTA SORRIDE!
di Nicoletta Dalbosco Stenghel
Tapin tapum! La vita è bella! Questa è la canzon di Annabella... Salin salam! Il mondo è bello! Questa è la canzon del principe nel castello... e le fate... ate... ate, mangian sempre soltanto patate. “Tonino!
Hai una voce meravigliosa e, sei sempre allegro”, gli gridò una
vecchietta dal balcone. “Che
magnifica giornataaa, trallallà trallallà... il sole è già alto in
cielooo e bussa alle finestre”, le rispose il ragazzo sempre
cantando. Tonino
trascorreva ogni momento della sua vita, cantando felice; lo faceva
durante il suo lavoro di calzolaio, oppure quando aiutava il papà in
campagna; insomma continuava a cantare e... a sorridere. Era
un modo di essere che dava gioia e voglia di vivere, ma non per tutti!
Infatti, molti abitanti del paese, presi dalla frenesia della vita,
avvolti nella loro tristezza invidiavano la spensieratezza del ragazzo e
spesso non lo sopportavano. Decisero così di farlo tacere! Cominciarono
i primi guai: un vigile urbano del paese rimproverò il ragazzo
dicendogli che con le sue canzoni disturbava la quiete del luogo.
Tuttavia il “canterino” sorrideva intonando nuovi motivi. Fu poi la
volta del sindaco accompagnato dalle guardie: “Tonino, devi smetterla!
Se ti sentiamo ancora cantare ti chiudiamo in una prigione!”, gli
dissero con tono severo. Papà
e mamma pur solidali con il figlio per le sue canzoni e per la splendida
voce dovettero subire la volontà delle autorità civili. Allora
gli stessi genitori, insieme a molti parenti, cominciarono a
preoccuparsi e invitarono il ragazzo ad un comportamento
“più normale”, non ottenendo granché, passarono alle
maniere forti. Duramente cominciarono così a rimproverare il figlio
dicendo: “Smettila! Ora
sei un uomo, devi comportarti da adulto!”. Fu
soltanto per amore verso i genitori che Tonino s’ammutolì
e..., piano, piano smise anche di sorridere. Ma
dopo un po’ di tempo il ragazzo divenne triste, perse la voglia di
mangiare, di lavorare e si ammalò. Tonino fu visitato da molti dottori,
stilarono le loro diagnosi, provarono molte medicine, ma il giovane
purtroppo non guariva, anzi peggiorava terribilmente di giorno in
giorno. “Il ragazzo è molto grave, credo che presto lo perderemo!”,
esclamò infine un dottore. Nel
frattempo la voce e l’allegria di Tonino mancavano in paese! La sua
malattia aveva creato un’atmosfera triste e cupa tra la gente che,
invitata dal parroco, iniziò a pregare per la guarigione. Ma si sa, che
la preghiera senza l’amore non serve a nulla! Un
giorno: “Tonino morirà perché gli avete proibito di cantare!”,
sentenziò il fratello più piccolo e cominciò quasi a voler prendere
il suo posto a cantare tutti i brani che conosceva. “Questa è la
canzone del mattino, che farà guarire il mio fratellino, Tonino ha
passato tante pene e per questo gli voglio bene”. Man mano che il
fratello cantava in Tonino scaturì una piccola reazione positiva. I
genitori ormai rassegnati alla perdita del ragazzo intuirono la ripresa,
si scossero e decisero di provare la cura suggerita dal piccolo.
Cominciarono così a cantare provando tutte le canzoni che avevano
imparato. Nel paese si sparse la voce... Tutti i giorni qualcuno si
portava al capezzale di Tonino e cantava, cantava; lo fece il parroco,
lo fece il sindaco e persino le guardie che volevano rinchiuderlo in
prigione. Una
sera, Tonino con un filo di voce sussurrò con una cantilena: “Papà
mi porti dell’acqua?”. Il padre felice per la richiesta e
sbalordito, gli rispose, naturalmente cantando: “Subito Toninooo,
eccoti l’acqua, bevi, beviii e guariscii!”. E sempre cantando,
continuò: “Ci manca il tuo sorriso, la tua splendida voceee, le
tue canzoniii!”. In
quel momento, miracolosamente, Tonino ricominciò a sorridere e
lentamente ritornò alla vita. Da
quel giorno, in molte case del paese si sentì la gente cantare, tutti
erano felici di farlo! L’allegria che regnava nel paesino contagiò
tutti, specie i molti turisti che venivano da ogni parte per trascorrere
un periodo di vacanze... sereno e felice. “Chi vuole guarire dalla malinconia, sia benvenuto fra noi!”. Questo
si può ancora leggere sopra la porta del municipio del piccolo paese.
A
SARA
di
Tullio Dell’Eva
Un
alpinista così descrive la sua gioia nel “salire”, anche se gli
costa fatica. Nel trovarsi in mezzo a tante bellezze, apprezza di più
il bene, si sente più vicino a Dio e migliore verso il suo prossimo. Sì,
è vero, molto spesso sale da solo; ma solo non è ...
Nell’arrampicarsi verso la meta parla un po’ con tutti, con i propri
cari, che li vorrebbe lì ad osservare quelle guglie, quei valloni,
quelle cascatelle, quegli animali lontani, quei camosci che fanno le
capriole, quelle meraviglie del Creato, quelle albe e quei tramonti.
Quando ormai vecchio e pieno di preoccupazioni è assalito dalla
tristezza, si rivolge sempre più su con un : “Dai aiutami, non
lasciarmi solo che non ce la faccio!”. Ed ecco le forze ritornare e
quella lacrima, mista al sudore, trasformarsi in un sorriso, in una
speranza. Chissà cosa avranno provato i primi astronauti guardando la
Terra dalla Luna, vedendola grande come un pallone da calcio. Uno di
essi ebbe a dire: “Se tutti quelli che governano il Mondo e lo
potrebbero anche distruggere, l’avessero visto dall’alto come noi,
di sicuro troverebbero un accordo per la Pace e destinerebbero le
immense ricchezze che spendono per gli armamenti a coloro che muoiono di
fame e non hanno una casa”. Salire, sì... L’uomo, quello vero ha
bisogno di salire, di scoprire, di provare emozioni nuove. Non importa
dove, purché sia in alto... Guardando in su mi sento avvinto,
desideroso d’arrivare, non importa dove, né la fatica, né il sudore.
Da lassù guardando in basso, forse scopro il mio vero stato... Vedo
punti nella Valle dov’eran sassi, massi e boschi. Pure
io sarò così? Ed allora a cosa servono, la superbia ed altri mali, il
ritenersi un po’ più grande, differente? Solo il Bene mi rallegra da
lassù e mi sembra immenso con tutta la Valle giù... e lo spazio che mi
sta attorno. Il resto è fumo, nebbia, nulla. Perché non ho parlato da
vecchio alpinista, di corde, di chiodi, moschettoni e staffe? Di
proposito; perché la Montagna è uno dei più grandi Beni che ci ha
dato Dio, che dobbiamo rispettare e conservare per chi verrà dopo di
noi. Non è solo roccia da domare con corde e chiodi, ma poesia,
tradizioni, storia, cultura, arricchimento dell’uomo che si traduce in
aiuto, verso chi, forse, è più debole e bisognoso. Allora
l’alpinista avrà da vantarsene. Ma stiamo certi che quello vero non
lo farà! “Perché
babbo” - mi disse un giorno la mia amata figlia Sara - “sei
diventato alpinista con tanta passione per la Montagna, e non fai che
parlarne?. È
ben vero che anch’io sono un po’ come te, e quando siamo assieme
godo tanto di questi suggestivi scenari, di quel laghetto... ma godo di
più a guardare il tuo viso che s’illumina... e non è più
pensieroso. Sì, sei un vecchiaccio, come dice la mami, brontolone, ma
in quel momento mi sento un’altra, con tanta voglia d’abbracciarti,
anche se quei precipizi dove vai spesso da solo, dì la verità, fanno
tanta paura! E poi, quelle marmottine, i musetti di quei caprioli e
camosci... Ma
che mangiano in inverno? Ascolta allora, che oggi con te mi sento
poeta...”. Cade la neve, fitta, nevischio, a larghe falde, a turbine; da noi si
scioglie, ma nel bosco si posa, cresce, s’innalza. Lo scenario
cam-bia: il ruscello si restringe il sentiero scompare; tutto è quiete
e silenzio. Qualche rumore ci giunge ovattato per non disturbare
quella pace che troppo poco qui conosciamo. I rami degli abeti
sono bianchi, carichi, pendono in basso. Ogni tanto qualcuno si libera
di quel peso; s’innalza, spruzza la neve come nuvola, su,
fra uno scoiattolo divertito. Che sarà del camoscio, cervo e
capriolo che con fatica avanzano? Qualcuno verrà preso da mani nemiche,
qualche altro si ferma ansante e con quegli occhioni ti guarda... E chi
vorrebbe farti del male amico del bosco? Noi ti vogliamo bene, ma non
scappare, lasciati accarezzare, qui in mezzo, non temere, nessuno ci
vede... siamo solo io e la Sara. Sai Sara: Giorgio mio figlio e fratello
tuo, di tutto questo sorride! Così come la mamma Clara!
IL FUOCO DEL SACRO CUORE
di
Giuliano Emanuelli
Il temporale si è appena spostato verso est con una coda di lampi e
tuoni sempre più ovattati e, come per incanto, ha lasciato posto ad una
serenata ricca di tremule stelle. Il freddo della notte fa battere i
denti a Bruno che al suo posto di sentinella stringe fra le mani il suo
fucile. La
guerra, l’assurda guerra, voluta da chissà chi e combattuta per chissà
cosa, lo ha costretto ad indossare una divisa e salire sulle sue
montagne per difendere, come dicono i generali, la Patria. Bruno, però,
queste cose non le capisce, la sua patria è laggiù nella valle, il suo
paese, la chiesa con il campanile bianco, la sua casa con la stalla
vicina, il campo di segale; ecco: quella è la sua Patria e nessuno
l’ha mai minacciata. Lo
sguardo si alza verso la montagna irta di torri rocciose. Quello è il
confine conteso, dietro è il nemico. No,
lui sa che dietro c’è solo un altro piccolo paese come il suo, con
case, stalle e una chiesa, con un campanile bianco e campi di segale. Là
vivono, lavorano e giocano tanti suoi amici. “Karl, Karl, dove sarà ora?”, mormora Bruno a bassa voce.
Karl era stato per tanto tempo il suo miglior amico, poi per gelosia la
loro amicizia finì. Il
pensiero torna indietro nel tempo e ricorda come il padre di Karl,
ottimo falegname, sensibile e abilissimo scultore nelle ore libere, era
riuscito a trarre da un tronco di larice un Cristo in croce che destò
l’ammirazione di tutto il paese. Tanti ne aveva fatti di piccoli, per
le case degli amici, e tanti di grandi per gli incroci delle strade che
portano ai campi; ma un Cristo così, non si era mai visto.
Nell’espressione del viso, aveva saputo imprimergli un dolore
indescrivibile, sembrava che tutti i dolori, le nefandezze dell’umanità
fossero sulle spalle e nel cuore di quell’ ”Uomo”. La potenza di
quella figura richiedeva un posto tutto particolare, che non fosse di
nessun paese ma di tutti. Grande
amico del padre di Karl era Luigi, padre di Bruno. Luigi, unica guida
alpina di quelle montagne, non ebbe dubbi: “La Torcia”, esclamò
subito con convinzione. Altissima,
difesa su tutti i lati da lisce pareti, svettava sulle due valli ed era
visibile da tutti i paesi della zona. “Ma è impossibile salirla, con
una croce così pesante poi”. Ma Luigi, testardo, di quella
testardaggine che ha solamente chi sa di fare una cosa grande, incominciò
una sistematica esplorazione delle pareti della Torre finché intuì la
via di salita. Una friabilissima quinta di roccia appoggiata alla parete
che portava quasi alle ultime rocce della torre. La
salita non fu facile ma con l’abilità di Luigi e la determinazione
del padre di Karl, i due riuscirono, in coppia, ad issare la croce
sull’ultima roccia della “Torcia”. Quella croce alta e visibile da
ogni parte, divenne il simbolo e l’orgoglio di tutta la valle e quindi
doveva anch’essa, nel mese di giugno, festa del Sacro Cuore, essere
illuminata con il fuoco, come da centinaia di anni i giovani del posto
facevano su tutte le cime della valle. I due parroci, quello del paese
di Karl e quello del paese di Bruno, cui spettava l’organizzazione dei
fuochi, furono subito d’accordo sulla scelta. Serviva un ragazzo
forte, calmo e deciso e Karl ebbe l’incarico. Per Bruno fu un duro
colpo, si sentì tradito; cercò di far sentire le sue ragioni, ma lui
non era forte come Karl e in più era troppo impulsivo, no, non era il
tipo adatto. Da
quel giorno, con dolore di Karl, Bruno non volle più incontrarlo e si
ruppe così di fatto una lunga amicizia. Un
colpo di vento gelido riporta Bruno alla realtà con la fronte
appoggiata al fucile e gli occhi umidi dai ricordi. Questa notte è
la notte dei fuochi, la notte del Sacro Cuore, ma nessuno è
salito sulle cime delle montagne ad accendere quel segno di fede che da
sempre, per secoli, non ha mai conosciuto interruzioni. “No, non può
essere così” pensa, “almeno un fuoco, uno solo, in questa
notte deve essere acceso”. Bruno sa che è molto pericoloso
abbandonare il posto di sentinella, la punizione se viene scoperto è la
fucilazione e sa anche che in ogni punto dove la sua figura sarà
illuminata dalla luce della luna, sarà sotto il tiro di infallibili
cecchini. Ma sentì di dover andare. Un fuoco, un solo fuoco, ma deve
essere acceso. La decisione è presa e la mèta è la cima più bella,
più difficile, quella vista in tutta la valle, di qua e di là del
confine: la Torcia. Sì, è vero, lui lì non era mai salito, sapeva del
pericolo dato dalla friabilità della “quinta rocciosa”, ma suo
padre gli aveva raccontato della salita, decine di volte, tanto che gli
pareva di conoscere ogni segreto. Furtivamente esce dalla trincea e
badando a non fare il minimo rumore incomincia a salire
verso la base della parete. In meno di un’ora è all’attacco
della quinta rocciosa, qui abbandona il fucile e comincia
l’arrampicata che subito si rivela molto più difficile di quel che
pensava. Le scarpe chiodate scivolano sulle pareti ancora bagnate dal
temporale, le mani incominciano a sanguinare per la ricerca al buio
degli appigli, che il più delle volte si sgretolano nelle sue mani. La
paura di cadere si trasforma quasi in terrore ma nel suo animo non c’è
un momento di titubanza o di ripensamento: “Il fuoco dev’essere
acceso, uno solo su una cima sola, ma non si può venire meno ad un
impegno morale che per generazioni, i giovani della valle hanno
assunto”. Quasi
per incanto Bruno esce dall’oscuro cammino di roccia marcia e bagnata,
il più è fatto, ora è solo una salita su roccia solida e sicuramente
più facile. A pochi metri dalla croce si ferma per preparare il
necessario per il fuoco. È allora che si accorge di non essere solo, pochi metri sopra, alla base
della croce, una sagoma scura sta armeggiando intorno a qualcosa. Con
smarrimento nota l’inconfondibile berretto con piumino del nemico.
Lentamente, senza far rumore Bruno estrae la baionetta. La lama riflette
il suo bagliore di morte sul suo viso, la fronte è bagnata di sudore
freddo. I suoi lineamenti sono duri, feroci, non è più il giovane che
prima lottava con la montagna per un nobile ideale, si è trasformato
nel soldato creato e voluto dai padroni della guerra. Con attenzione
sale gli ultimi metri che lo separano dalla cima e con ultimo salto si
avvinghia al nemico per vibrargli la pugnalata. Ma il nemico non è
sprovveduto, anzi dimostra una vigoria, una forza che Bruno non si
aspettava. Con pugni, morsi, i due rotolano pericolosamente sul piccolo
ripiano della cima, il vuoto tutto attorno sembra aspettarli per
inghiottirli entrambi. Improvvisamente, Bruno si trova un braccio libero
e alza la baionetta per vibrare il colpo mortale. Il suo sguardo di odio
improvvisamente incrocia lo sguardo del Cristo in croce, uno sguardo
triste, pare sentire l’odio di migliaia di uomini che hanno
dimenticato l’amore dei suoi insegnamenti. Quel momento di smarrimento
bastò a rallentare l’azione di Bruno. La luna sembrava voler entrare
da protagonista della storia che si stava consumando in quel piccolo
ballatoio rischiarando la scena in modo irreale, illuminando per qualche
istante il volto del nemico. “Karl,
Karl tu qui?”. “Bruno
... , Bruno amico mio che ci fai quassù?”. “Dio
mio, cosa stavo per fare, perdonami, volevo accendere il fuoco per il
Sacro Cuore e invece ero pronto a commettere il più atroce dei crimini
... perdonami se puoi”. Karl
con voce calma tranquillizza l’amico e gli spiega che anche lui non
poteva permettere che quella notte nessun fuoco fosse acceso su quei
monti contesi. Anche lui aveva avuto la stessa idea, aveva scelto la
montagna più bella e difficile, quella montagna che anni prima aveva
visto protagonisti, nell’impresa sportiva e nella fede, i loro
genitori. Cosa poteva esserci di più grande, di più bello in quei
momenti di guerra che due amici, anche con divise diverse, accendere
assieme quel fuoco. Con
mano ferma Bruno accende uno stoppino. È
felice... anche a lui è stato concesso questo privilegio... lo ha
desiderato tanto fino al punto di aver litigato con l’amico più caro.
In quel momento, dalla valle si sente un secco ta... pum... gli occhi
radiosi di Bruno rimangono per un attimo fissi, sorpresi, poi si
accascia in ginocchio... ”Bruno i cecchini” e un altro ta... pum
dall’altra parte del confine e anche Karl si ritrova moribondo a
terra. Karl
sente che la vita gli sta scivolando via, non è terrorizzato, la guerra
lo ha preparato inconsciamente a quel momento. In pochi secondi passa
veloce tutta la sua vita, la mamma, il papà, gli amici, il campo di
segale e tanti altri ricordi, anche i più banali. Sente
la mano di Bruno che cerca la sua, la vede, capisce il suo desiderio e
con sforzo tremendo afferra la mano dell’amico che tiene ancora ben
stretto fra le dita lo stoppino acceso e lo avvicina al piccolo catasto
di legno e stracci intrisi di petrolio che aveva preparato. La fiamma si
alza alta, brillante, mentre i due amici abbracciati chiudono gli occhi
per sempre. E
in quel momento accade una cosa straordinaria, miracolosa. I soldati, di
qua e di là del confine vedono la luce, capiscono, sono tutti ragazzi
delle vallate alpine e sanno cosa significa quella fiamma. Sì, sono
tutti d’accordo, in questa notte non si sparerà, non ci sarà odio,
non ci sarà morte. Karl
e Bruno nei giorni seguenti vennero recuperati con fatica da una squadra
di esperti rocciatori dei due eserciti e vennero sepolti con gli onori
nei rispettivi cimiteri. Ancora
quell’anno la quinta rocciosa della “Torcia” crollò rendendo
impossibile la salita e nessuno riuscì più a scalarla per accendere il
fuoco ai piedi della Croce. Ora da quei fatti sono passati molti anni ma sempre, nella notte del
Sacro Cuore la gente vede accendersi misteriosamente una luce sulla
montagna più difficile e bella, “la Torcia”. Tutti danno delle
spiegazioni fantastiche su come possa succedere, ma i vecchi, quelli che
hanno vissuto quella notte di tanti anni prima sanno che quella fiamma
è la fiamma della forza dell’amore, della fede. E solo l’aquila che
volteggia alta intorno a quel picco, ora inaccessibile, vede che il
volto del Cristo in Croce, scolpito dal padre di Karl, non è più così
addolorato e triste.
ANNA di
Mario Francesconi
C’era
una volta una bambina che si chiamava Anna, viveva con il suo papà in
una piccola casa posta nel mezzo di un folto bosco alle pendice di alte
montagne. Purtroppo la sua mamma, dopo una lunga malattia era volata in
cielo, ed il papà, chiuso nel dolore, si era isolato lontano dalla
gente. La
bambina cresceva serena, perché aveva un papà premuroso, nonostante
fosse molto impegnato nel suo lavoro di boscaiolo, duro e difficile.
Infatti, al termine di ogni giornata, il papà si occupava di lei e di
tutti i problemi della casa. A sera tarda, trovava anche il tempo e la
voglia di raccontare alla sua piccola delle fiabe per poi addormentarsi
assieme, teneramente abbracciati. Il
tempo però trascorreva malinconicamente nel ricordo di una felicità
vissuta. Un
giorno la piccola Anna fu chiamata dalla sua maestra. Le doveva dare una
terribile notizia: il suo papà era stato vittima di un brutto incidente
e ora si trovava in ospedale. “Maestra, la prego, mi porti da lui!”, pregò con tale insistenza la
bambina che l’insegnante esaudì quella richiesta. “Dov’è
il mio papà?”, chiese Anna ad una infermiera. L’infermiera,
preoccupata ed imbarazzata le rispose che in quel momento un bravo
dottore si stava occupando di lui nella sala operatoria. Allora
la piccola si rese conto della gravità del momento e piangendo cominciò
a pregare: “Mamma, mammina cara, aiuta il papà, non portarlo con te
in Paradiso! Ora è mio, soltanto mio!”. “Non
preoccuparti piccola mia, avrai una vita meravigliosa!”, le sussurrò
la mamma nel profondo del cuore. L’operazione
ebbe un esito felice, ma la convalescenza fu lunga. Anna non voleva
staccarsi dal suo papà! Persino i dottori furono presi da un forte
imbarazzo per la situazione e così decisero di lasciarla, almeno per la
notte, accanto al padre. La
mamma che dal Paradiso poteva fare molto, dopo aver salvato il papà,
andò ancora oltre: fece visita a Gesù e lo pregò di effondere il suo
Spirito d’amore per far accadere qualcosa di meravigliosamente grande. E
chi ha fede, sa cosa succede quando Dio si occupa direttamente di
qualcuno: un’infermiera si innamorò della bambina e poi, anche del
papà. Un
giorno: “Ho diritto anch’io ad una mamma!”, disse la piccola al
papà. E
la storia finì con il matrimonio del papà, un’altra splendida mamma
per la piccola Anna, una nuova casetta in centro del paese e, tanta,
tanta felicità. Anna ora ha due mamme, una in terra e una in Paradiso!
SULLE
MONTAGNE DELLA PLOSE
di
Mario Moschini In
un maso vicino al paese di Luson viveva un ragazzo molto povero di nome
Ivo. Da bambino era rimasto orfano dei genitori e per vivere aveva
sempre fatto il pastore, portando le pecore ad alpeggiare nei pascoli più
alti, sulle montagne della Plose. Lassù nessuno ci voleva andare, la
gente del paese diceva che era poco redditizio, che si sprecava troppo
tempo ad arrivarci e che era troppo faticoso. Per
Ivo invece era diverso, per lui il tempo non era un valore di scambio e
quelle montagne erano la
sua vita e la sua seconda dimora. Quando
pioveva, si riparava in un anfratto ed osservava le nebbie salire dalla
valle che, avvolgendo il crinale, assumevano forme dalle sembianze
umane; quando c’era il sole, Ivo invece, saliva in alto, sulle cime
sovrastanti i verdi e lussureggianti prati, si sedeva su un sasso e
restava lì, ore ed ore, ad osservare l’orizzonte ed a parlare con il
vento. “Vorrei
poter volare in alto, oltre le nuvole, oltre il tempo ed oltre lo
spazio”. Aggiungeva: “Vorrei essere come te, Vento, conoscere i
segreti del cielo e della terra e come te godere dei favori della
Signora delle Montagne e delle Rocce, ed un giorno abitare la sua casa.
Ti prego vento, portami da lei o, almeno a lei sussurra la mia voce e i
miei pensieri”. E
la voce di Ivo viaggiò di valle in valle, di vetta in vetta,
trasportata come un’eco dal vento per giungere, infine, nella casa
della bellissima Hilde, la Signora delle Montagne e delle Rocce. Hilde
si commosse a tal punto da partire subito alla volta di Ivo e quando lo
raggiunse lo trovò ancora lì, seduto sul suo sasso, si abbracciarono
forte forte, poi lei lo prese tra le sue ali e lo portò via con sé. La
gente del paese, non vedendolo tornare a casa già da alcuni giorni, lo
cercò ovunque, trovò il suo gregge di pecore, ma di lui neppure una
traccia, era sparito nel nulla, e dopo un po’ tutti se ne
dimenticarono. Ivo
andò così ad abitare la casa della Signora delle Montagne e delle
Rocce, una casa grande, soleggiata e luminosa, dove ogni cosa era
possibile, non esisteva il tempo e tutto aveva il sapore di un sogno
senza fine. Dopo
qualche tempo però, Ivo cominciò a soffrire di nostalgia. Avrebbe
voluto una sola volta ancora rivedere le sue pecore, la sua casa e si...
anche i suoi pascoli. Hilde se ne accorse e diede così al suo caro
amico l’opportunità di ritornare. Fu
così che Ivo un giorno partì, scese al suo paesello e chiese a tutte
le persone che incontrava se si ricordassero di lui, del suo gregge e
del suo peregrinare sui monti. Nessuno, purtroppo, lo conosceva. Solo
una vecchietta, ormai curva dall’età, si ricordava che quando era
piccina il nonno raccontava spesso la leggenda di un giovane pastore
sparito sulle montagne della Plose mentre era al pascolo con le sue
pecore. In
quel momento a Ivo vennero le lacrime agli occhi, non si sa se per la
gioia o per la tristezza di avere sentito quelle parole, salutò
cordialmente la vecchietta e corse via, per prati e per boschi, e capì
che doveva ritornare sulle vette del cielo, dove la dolce Signora delle
Montagne e delle Rocce lo stava aspettando. Qualcuno lo vide poi, silenzioso e solitario, salire quelle montagne che
per anni furono suo rifugio e suo regno indiscusso e da quel giorno
scomparve per sempre e di lui non si seppe più nulla.
IN
CIMA AL CAMPANILE BASSO
di Franco Nicolini Sono in cima al Campanile Basso, forse per la centesima volta, mi guardo attorno. L’emozione è sempre forte come la prima volta, il paesaggio è incantevole, mi sembra di toccare il cielo, quassù mi prende quella sensazione di onnipotenza. Uno strattone della corda mi fa ritornare alla realtà, oggi, appeso alla mia corda, ho un cliente speciale: mia figlia Elena di nove anni. La
vedo afferrare con le sue piccole mani gli ultimi appigli e poi spuntare
dal vuoto, ci guardiamo senza parlare, le parole qui sono inutili, i
suoi grandi occhioni azzurri sprizzano di felicità. Ci
abbracciamo, ci diamo la mano, come i veri alpinisti; mentre Elena mi
sommerge con un fiume di parole irrefrenabili, mi sento soffocare da una
grande emozione. Oggi ho realizzato il più grande sogno di mia figlia:
salire con me sul Campanile Basso. Finalmente posso condividere con
qualcuno dei miei cari l’emozione e la felicità di raggiungere una
vetta, quella sensazione che infinite volte avevo provato, ma che non
era mai stata così completa perché mi sentivo un po’ egoista nel non
poter unire questa euforia con le persone che più amavo. Una
bellissima giornata di fine settembre, quelle giornate in cui il cielo
è azzurro, di un azzurro intenso e l’aria frizzantina. Dopo una notte
trascorsa al Rifugio Pedrotti, io e Elena, partiamo di buonora. Siamo
equipaggiati a puntino: corde, imbragature, scarpette per
l’arrampicata, casco ed uno zaino carico di entusiasmo. Percorso
un tratto della via ferrata delle Bocchette, finalmente siamo
all’attacco della Via normale al Campanile Basso. Guardo Elena, il suo
visino spensierato e carico d’entusiasmo s’è velato di un po’ di
preoccupazione. Volge il suo sguardo in alto, come stesse contemplando
qualcosa di mistico, e nello stesso tempo qualcosa d’irraggiungibile.
Provo una sensazione di tenerezza nel vedere la mia piccola ai piedi di
questo imponente bastione. Ci
imbraghiamo e infiliamo le scarpette. Controllo e ricontrollo i nodi:
non mi é mai successo di essere così apprensivo, ma oggi, ho un
cliente speciale. Interrogo Elena per cogliere un eventuale
ripensamento: nessuno, lei è decisa, desiderosa di realizzare il suo
sogno: portare a termine quel desiderio che da parecchio tempo
l’accompagna. Iniziamo
la salita. La
vedo salire bene, decisa: il vuoto si fa sempre più alto, la guardo in
faccia, cerco di scrutare le sue emozioni, l’unica mia paura è quella
che l’altezza le crei qualche paura. Arrampicare in montagna è ben
diverso dell’arrampicare in palestra, come lei è abituata.
L’imponenza della montagna, la lunghezza dell’arrampicata, la
temperatura non di certo mite, possono provocare delle vere e proprie
paralisi, delle vere e proprie paure. Elena
invece reagisce bene, penso fra me e me “forse è incoscienza tipica
dei bambini”. Raggiunta la famosa cengia dello stradone provinciale,
controllo e ricontrollo i nodi e l’imbragatura. Dopo un attimo di
pausa iniziamo ad arrampicare in una zona d’ombra. Qui
fa freddo davvero! Chiedo a Elena se vuole continuare e lei per tutta
risposta incomincia ad arrampicare più velocemente. Raggiunta la parete
Ampferer, la piccola ha qualche problema: le mani sono gelatissime ed
incominciano a farle male. Con calma la riscaldo e poi via di nuovo
verso la vetta. Finalmente dopo circa tre ore d’arrampicata
raggiungiamo l’ambita cima. Le parole non possono descrivere la gioia
d’entrambi. Riprendiamo
fiato e dopo un lungo abbraccio ci dirigiamo alle campane che
troneggiano sulla cima. Elena è euforica, le suona e le risuona alla
fine l’eco metallico rimbomba in tutta la valle creando un vero caos.
M’avvicino e con molta pazienza le spiego che non è giusto fare tutto
quel chiasso e che qui in cima al “Basso” è come essere in chiesa e
quindi bisogna rispettare il silenzio di questa cima. Lei, un po’
rammaricata capisce. Quindi,
prendo il libro di vetta e lei con molto orgoglio lo firma, lasciando un
segno tangibile della sua esperienza sul Campanile Basso. Parliamo. Le
racconto la storia dei primi salitori, le racconto delle numerose
leggende che sono nate al riguardo e lei mi ascolta assorta
interrompendomi, ogni tanto, per pormi delle domande. Sono certo solo di come questo magico momento che ci ha legati, niente e
nessuno potrà mai rovinarlo, sarà e resterà sempre un qualcosa di
meraviglioso che ci porteremo ovunque con noi e che ha rafforzato il
nostro amore e il nostro legame.
IL
CASTORO KRUNCI KRUNCI di
Maurizio Perottoni
C’era
una volta sulle montagne della grande e sterminata Russia una foresta
bellissima che apparteneva ad un nobile e ricchissimo signore. Questa
era così ampia da abbracciare la più grande vallata della Regione
spingendosi fin sotto la Montagna Bianca. La foresta era piena di alberi
di ogni sorta svettanti verso il cielo e, di tanto in tanto, vi si
trovava un verde prato cosparso da così tanti fiori colorati e
profumati da far “ubriacare” le api da quanto dovevano correre
avanti e indietro per raccogliere il nettare. Il
luogo era così tranquillo e silenzioso da rendere felici tutti gli
animali ed erano consapevoli della fortuna di poter abitare in quel
posto e nessuno voleva allontanarsi di lì. All’improvviso un fischio acuto risvegliò i
pensieri di uno scoiattolo, Ciusky era il suo nome, questi alzò gli
occhi e vide Ghiù il falco che roteava alto nel cielo. Con un balzo
Ciusky saltò su un larice, attraversò i rami, saltò di nuovo e si
ritrovò così ad un passo dal suo nido; da lassù vide come Ghiù
stesse “puntando” una preda. L’esperienza gli consigliava che in
quelle occasioni non era il caso di andare a curiosare, anche se aveva
intuito che la preda in quella occasione non era lui. Ne ebbe la
certezza quando vide il falco, strette le ali al petto, lanciarsi in una
folle picchiata verso il fiume. Ciusky
colse l’attimo in cui Ghiù, con i suoi potenti artigli, sfiorò la
coda di chi velocemente si era tuffato nelle acque limpide del fiume fra
i grossi massi. Questa abile mossa
costrinse il falco ad una veloce virata. Lo
scoiattolo seguì Ghiù con lo sguardo e vedendolo dirigersi verso la
grande Montagna Bianca, decise di conoscere chi fortunosamente si era
salvato da quei micidiali artigli. Ciusky
cominciò a scrutare il fiume alla ricerca del nuovo venuto ma vide solo
il luccichio argentato di qualche pesce. Stanco di cercare sotto quel
sole che riscaldava così tanto... il piccolo
scoiattolo si adagiò comodamente sulla riva del fiume e si
addormentò come se volesse riprendere tutte le energie rubategli dal
grande freddo nelle lunghe notti invernali. Di
colpo uno spruzzo d’acqua lo svegliò proprio mentre sognava un sacco
di nocciole da mangiare; balzò in piedi e vide una testolina tutta
arruffata con due occhioni neri che lo fissavano. Ciusky stava per
chiedere chi fosse quando vide due dentoni gialli spuntare dalla bocca
aperta in un grosso sorriso; subito si accorse di quanto fosse
chiacchierone quel suo nuovo amico. Era
un castoro di un’antica dinastia di roditori provenienti da Voronez,
la regione più ricca della Prussia; dal nonno aveva ereditato il nome
Krunci Krunci! Pochi giorni prima aveva lasciato la sua famiglia
per mettersi alla ricerca di un bel fiume dove poter costruire una nuova
diga da condividere con la sua dolce Liù. Krunci Krunci era tutto preso dalla costruzione della sua diga che
procedeva con ritmo frenetico di giorno in giorno, anzi, di notte in
notte. Michail
il guardacaccia Arrivò
un pomeriggio piovoso, Michail, il guardacaccia, cominciò subito il suo
giro d’ispezione risalendo lungo il corso del torrente fin sotto la
Grande Montagna. Solo, verso sera Ciusky lo vide rientrare alla capanna
molto stanco e pensieroso, infine lo osservò sistemare le sue cose con
premura come se dovesse partire in fretta. E così fu. La cosa lo
preoccupò perché non era mai successo che il guardacaccia tornasse
indietro così in fretta. Il nostro Ciusky corse ad avvisare il castoro
che però non si mostrò preoccupato e questa indifferenza verso il
guardacaccia lo fece arrabbiare ancor di più. Lo
stesso giorno Michail arrivò in città, raggiunse il palazzo del suo
padrone il grande Serghiei Ivan Ivanovic Komarosky principe di Voronez e
di Mordovia che lo fece entrare subito.
Nello studio privato, dietro alla scrivania, stava il principe
Serghiei che con le mani incrociate osservava l’impacciato arrivo del
guardacaccia. Questi dopo un rispettoso inchino ed un riverente saluto
disse: “O
signor di Komarosky un
castoro sta mangiando i
vostri boschi, con
dei rami e dei tronchi ha
fermato il torrente, e
ha allagato tutti i prati”. Il principe Serghiei dopo aver ascoltato il resoconto del suo fidato
guardacaccia capì subito che erano stati tagliati molti alberi senza il
suo permesso. La cosa era assai grave, se avesse lasciato correre non
sarebbe stato più l’unico padrone di quella foresta. Guardò dritto
negli occhi Michail e gli disse: “Vai,
torna nella valle e
del castoro Krunci Krunci, voglio
avere qui la pelle”. Ignaro
di quello che gli stava accadendo Krunci Krunci nel frattempo era andato
a prendere l’amata castorina per portarla nella nuova tana. Quando il
guardacaccia arrivò alla capanna, accese il fuoco, sistemò il suo
sacco con le provviste e partì subito, prima di notte, per una nuova
ispezione. Quella sera non vide il castoro e così per i tre giorni
successivi. Quando
lo scoiattolo vide Krunci Krunci appena arrivato alla diga con Liù la
sua compagna, si precipitò per metterlo al corrente del ritorno
improvviso del guardacaccia e di come si stesse aggirando attorno alla
diga per catturarlo. Il
castoro non era il tipo da farsi intimidire dalle paure dello
scoiattolo, anzi sfoderando il suo solito sorriso cercò di
tranquillizzarlo. Ma lo scoiattolo continuava ad agitarsi sempre di più
e dimenava la coda come fosse un ramo di pino sbattuto dal vento. I due
animali stavano discutendo animatamente sui rami della diga quando
videro uscire dalla capanna il guardacaccia e dirigersi verso di loro.
Allora Ciusky con tre balzi fu ai piedi del pioppo e piantando le sue
unghie nella corteccia tenera guadagnò rapidamente la cima, saltò fra
i rami del larice e in un attimo sparì nel proprio “nido” con il
cuore che batteva più forte di Tikitoc, il picchio nero. Krunci Krunci
non era di sicuro agitato ma tuttavia riteneva buona cosa battersela a
gambe, e fare ritorno alla sua tana dalla piccola Liù. Da
quel momento per lui iniziarono i guai. Il guardacaccia cominciò col rompere una parte della
diga per far uscire l’acqua in modo da raggiungere la tana del castoro
posta su di un rialzo nel mezzo del laghetto. Tuttavia, quando la
raggiunse la trovò vuota perché i castori erano scappati. Ma di notte,
quando il guardacaccia dormiva, i castori lavoravano: Liù tagliava i
rami, Krunci Krunci ricostruiva la diga. Questo distruggere e
ricostruire andò avanti per alcuni giorni fino a quando Michail arrivò
con una gabbia di ferro che
sistemò proprio vicino al
punto dove aveva rotto la diga per fare defluire l’acqua. Krunci
Krunci questa volta non riuscì a chiudere il foro perché aveva paura
di finire in quella trappola micidiale. Al mattino il guardacaccia,
immerso nel lago fino al collo per controllare la rete, la trovò vuota
e mentre la ispezionava, il furbo castoro nascostosi fra i rami
sott’acqua, balzò fuori di colpo e gli morsicò un orecchio. Il
cosacco Michail si sentì ferito nell’onore quindi decise di passare
alle maniere forti e corse a prendere il fucile. Per
la prima volta in vita sua lo scoiattolo sentì il tuono del Lungo Corno
e ne rimase veramente impaurito anche perché quel giorno risuonò molte
volte e si persuase che il suo amico era stato ucciso. Corse alla
capanna per vedere un’ultima volta il corpo di Krunci Krunci.
Con grande sorpresa, quando arrivò alla capanna, vide tutto chiuso,
sicuramente il guardacaccia era partito durante la notte e non c’era
traccia dell’amico. Michail
il cosacco per la seconda volta in vita sua doveva andare a parlare al
suo signore e, ancora una volta, si sentiva tremare come una foglia.
Venne ammesso alla presenza del principe, chinò subito la testa e
disse: “Komarosky
mio signore il
castoro Krunci Krunci ha
ferito il mio onore. Molte
volte l’ho cacciato molte
volte m’è sfuggito un orecchio m’ha addentato”. La
piccola Tatiana Non
aveva ancora finito di parlare quando una risata cristallina lo
raggiunse. Alzò gli occhi e vide come a fianco del suo padrone ci fosse
una bambina e comprese che il suo racconto l’aveva messa di buon umore. Se per il
principe quella faccenda era una questione di potere sulle sue proprietà
per la bambina, invece, era un gioco. Un divertimento al quale non aveva
mai giocato per questo era
incuriosita fino al punto da voler vedere di persona il castoro Krunci
Krunci e il luogo dove viveva. Suo padre si mostrò contrariato per tale
richiesta ma l’insistenza della piccola lo lasciò dubbioso. Il
principe Komarosky mandò a casa il fido Michail dicendogli che lo
avrebbe informato sul da farsi. Qualche
giorno dopo mentre il
guardacaccia stava spaccando la legna vide il principe venirgli incontro
e gli confessò di come avesse acconsentito alle insistenti richieste
della figlia. Però voleva essere sicuro che non gli sarebbe capitato
nulla visto che non poteva essere seguita dalla servitù come lo era a
palazzo. Michail voleva inginocchiarsi per fargli capire quale e quanta
fosse la sua devozione. Serghiei, lo trattenne e gli fece capire
che doveva trattarla come se fosse sua figlia. Il
cosacco chiese solamente di poter portare con sé i suoi figli Igor e
Jalina visto che tutti e tre avevano più o meno la stessa età. Dall’ultima
volta che Michail era stato alla capanna era trascorso più di un mese
ed ora era piena estate. Nel frattempo il castoro aveva ricostruito la
diga e il laghetto si era nuovamente riempito d’acqua. Quando la piccola carovana giunse nei pressi della capanna,
con grande sorpresa, rimasero tutti a bocca aperta nel vedere quel
piccolo giardino naturale: il laghetto pieno di ninfee fiorite e tutto
intorno un prato con l’erba alta e così folta. I ragazzi, tutti
assieme, vi si precipitarono dentro come fosse un mare. La
capanna era un po’ stretta per cinque persone; s’era, infatti,
fermata lì anche la moglie del guardacaccia per poter cucinare
e mettere un po’ di ordine. I ragazzi erano felicissimi perché
potevano dormire tutti e tre assieme in un grande lettone nonché
giocare e saltare a loro piacimento su quel giaciglio. Forse il principe
Serghiei non sarebbe stato del tutto d’accordo di quel loro modo di
fare contrario ad ogni etichetta. Ma papà Serghiei fortunatamente era
lontano. Ogni tanto arrivava alla capanna un suo servo con delle
provviste, e, naturalmente, tornava indietro sempre
con buone notizie. L’estate
trascorse veloce e quando le giornate cominciarono ad accorciarsi, la
piccola comitiva a malincuore dovette
prepararsi per fare ritorno a casa. I ragazzi avrebbero dovuto ritornare
a scuola e Tatiana era attesa da educatrici, noiose, vecchie e
antipatiche. Prima di partire i ragazzi giurarono però di ritornare
alla capanna l’anno seguente tutti assieme. Come
per l’andata anche nel ritorno s’era formata una carovana per
portare i bagagli di Tatiana ora appesantiti da sassolini
colorati raccolti nel fiume, da piccoli oggetti intagliati nella
corteccia, dalle corna di un capriolo trovate nel bosco, da una lunga
piuma d’aquila e da tantissimi fiorellini secchi. Tatiana oltre a
tutto ciò aveva anche un bagaglio che sicuramente non avrebbe mai più
dimenticato: la gioia di aver vissuto
con degli amici veri, in mezzo alla natura. A
palazzo tutti aspettavano con ansia la piccola Tatiana e quando i
genitori la notarono rimasero a bocca aperta
nel vederla così cambiata, così colorita in volto e piena di
vivacità. Rimasero senza parole da tanta era la loro curiosità e la
felicità nell’ascoltarla. Il
principe Serghiei voleva ringraziare il suo fedele guardacaccia ma
Tatiana non la smetteva di parlare, di saltare dalla gioia, di
raccontare le sue avventure e ad un certo momento, la piccola si mise le
mani sui fianchi, allargò le gambe com’era solito fare il cosacco
Michail e con voce fonda disse: “O
signor di Komarosky il
castoro Krunci Krunci fa
più belli i vostri boschi ha
formato un laghetto tutto
pieno di ninfee con
un piccolo difetto è
lontano ma però studierò
te lo prometto e un altr’anno tornerò”.
IL SOLE E LA NOTTE
di
Roberto Pezza
Era
ancora notte quando Giano si svegliò e si alzò dal letto pronto per la
partenza. Dove andava a quell’ora? La mèta era la scalata al monte
“Kamanghem” il più alto della regione, nel Gruppo Dolomitico “Secèl”.
La sera precedente aveva preparato tutto l’occorrente per la scalata
in ogni più piccolo dettaglio, cosicché bastava solo partire. Dopo un
breve viaggio, arrivò alla base del monte ed armatosi a tutto punto si
apprestò a scalarlo. All’inizio era abbastanza facile ed agevole
percorrere il sentiero tra il bosco. “Una passeggiata”, pensò lui,
anche se non si vedeva bene perché era ancora buio. Dopo aver camminato
un bel po’ ecco che il “Kamanghem” gli apparve come d’incanto
davanti agli occhi in tutta la sua maestosità. Il
cielo iniziava ora a schiarirsi e Giano agguantò i primi spuntoni di
roccia iniziando così l’ascesa; mano a mano che saliva, la roccia si
colorava di rosso come se il pennello del Grande Pittore vi si posasse
sopra delicatamente: stava albeggiando! Dopo
aver attraversato i passaggi più difficili la mèta si faceva sempre più
vicina; ancora due “tiri” e Giano arrivò sulla cima, stanco ma
felice. Si sedette e contemplò da lassù tutta la valle avvolta ancora
nella semioscurità e le altre montagne tutt’intorno che sembravano
fungessero da cornice alla stessa. Il
sole fece capolino tra le vette che stavano di fronte, un raggio di sole
penetrò negli occhi del nostro scalatore lasciandolo stupito ed
affascinato, quasi fosse la prima volta che gli capitasse. Ammirò lo
spettacolo della natura che ogni giorno si perpetuava sin dalla notte
dei tempi: la nascita del sole! Alla
fine Giano si sdraiò e si lasciò vincere dalla stanchezza e cadde in
un sonno profondo. Quando il sole si trovò allo zenith, si svegliò e
vide da lassù, tutto il mondo sottostante illuminato dall’astro così
da rinnovargli lo stupore di così tanta bellezza. La luce era intensa,
penetrava tutto il suo essere e ciò lo rendeva felice. Fece, quindi, un
frugale pasto e si riappisolò per risvegliarsi più tardi, quando il
sole stava tramontando. Osservò a lungo la magica palla di fuoco
scendere poco a poco, sempre più fino a scomparire dietro
l’orizzonte. Era
l’ora, per lui, di scendere dalla vetta del monte. Si affrettò in
modo che il tutto avvenisse abbastanza velocemente e senza intoppi.
Arrivò a casa che l’oscurità della notte già avvolgeva la città.
S’infilò dritto a letto, stanco ma molto sereno. D’un
tratto suonò la sveglia e sobbalzando dal letto, assonnato come non
mai, si stropicciò gli occhi avendo ben chiara l’impressione di
essersi coricato un attimo prima. Stentò, quindi a credere, di aver
dormito così poco, ma un po’ alla volta prese coscienza e si rese
conto che quella bellissima esperienza in montagna altro non era stato
che un sogno, un bellissimo sogno; ma lui era contento lo stesso. Quando Giano uscì dalla camera non s’accorse che in fondo al suo
letto c’erano gli scarponi inzaccherati di terriccio e tra i lacci vi
erano, dei fili di erba fresca!
SALLY
E LA NUVOLA MISTERIOSA
di
Gianni Potrich Ci
troviamo in un piccolo paese della Finlandia, la terra del gelo, così
vicina al Polo Artico, una massa eterna di ghiaccio che galleggia
sospinta dalle onde dell’Oceano, dove vivono pinguini, elefanti
marini, orsi bianchi; un freddo vento che spazza via la polvere della
neve sollevandola in alto con un fischio forte e continuo. In
questa regione poche sono le città, i paesini che vi stanno intorno
sono rannicchiati su se stessi per cercare quel caldo che non c’è ma
che si respira gioiosamente tra le famiglie. I bambini giocano con le
mani, costruiscono pupazzi, educano i loro cani da slitta ad essere
sempre ubbidienti e fedeli, si ritrovano poi tutti nel pomeriggio
inoltrato per assaporare un biscotto di mandorle e una tazza di tè in
una casa adibita solo per loro: un grande atrio con un calcetto, un
tavolo da ping-pong e tanta allegria che allieta le loro brevi giornate.
Il sole qui non è quella massa di fuoco che colpisce la natura
facendola germogliare di profumi, di rumori, di cavallette o di grilli
saltellanti qua e là richiamando con i loro versi, una stagione nuova.
Eterni nuvoloni schiacciano il cielo, lo riempiono di grigio, di buio,
le nevicate, infine, sommergono i tetti delle case, tutto il paesaggio
vive di bianco, quel colore puro e chiaro che nel riflesso della luna
diventa bellezza. In uno di questi villaggi abita la famiglia Kowac, il
papà è sulla trentina, descriverlo è buffo: due baffi lunghi coprono
le labbra, indossa una camicia a scacchi rosso-nera e un paio di
scarponi che spaventerebbe chiunque per il rumore fermo e secco del
carrarmato. Lavora presso una pompa di benzina con l’hobby sfrenato
per la pesca, passione ereditata dal nonno. La
moglie, fa la casalinga di professione, intenta a pulire, a stirare, a
creare nuovi dolci per metterli in tavola la domenica, giorno in cui
tutto si ferma per lasciare spazio al riposo e alla tranquillità. Ed
infine Sally, la figlia di cinque anni, i cui folti capelli biondi
riempiono un faccino esile dominato da due grossi occhioni che dicono
tutto: spontaneità, bontà, voglia di imitare i più grandi:
“Anch’io voglio fare! Anch’io anch’io...”, erano queste le sue
frasi preferite. Sally si dimostrava servizievole; aiutava la mamma come
poteva, riordinando i giochi, dando alla casa vivacità, movimento,
passione. Ebbene in un edificio piccolo
in legno disposto su due piani, la cameretta di Sally si
presentava così: il letto posto al centro della stanza in cui tutto
intorno giganteggiavano enormi fiori giallo-rosa che papà aveva
disegnato con gessetti colorati in preparazione dell’evento più
importante: la nascita, appunto, della figlia, così desiderata, così
voluta, così tanto attesa. Da un lato sulla sinistra, un armadio e più
in su una mensola su cui poggiavano due bambole variopinte: una di pezza
a cui la bambina era particolarmente affezionata e una di porcellana che
presentava nel pancino una fessura, salvadanaio dove Sally riponeva i
suoi risparmi per acquistare una cioccolata o una buona caramella al
latte. Sulla destra, invece, una grande finestra si apriva a lucernario
garantendo una vista invidiabile nel cielo e nel giardinetto antistante
dove una piantina si ergeva rigida e retta fin nel suo busto. Quella
camera era il luogo preferito della bambina, immersa nel gioco,
fantasticava, sognava, prigioniera di sottili e pungenti monologhi in cui
si racconta una storia, dove si è protagonisti principali di un evento:
la dottoressa che “ascoltava” i polmoni della bambola, emulando le
coccole e le premure della mamma, costruendo modelli in lego,
architettura bizzarra di una mente che ama coinvolgere tutti i parenti
nel suo progetto. Molti erano i giorni che Sally trascorreva in questo
modo anche se non tralasciava di dare una sbirciatina fuori da quella
finestra dove si svolgeva il mondo; vedeva le macchine passare, altri
bimbi scorrazzare nella neve, osservava le luci del paese che creavano
una atmosfera surreale, emozionante, inseguiva le ombre che come
fantasmi pian piano avvolgevano il villaggio. È chiaro che in un clima freddo la tristezza, la malinconia si
impadroniscono del tuo cuore. Solo pioggia, temporali, bufere di vento e
di neve si susseguivano con rapidità lasciando intendere come quel
luogo fosse dimenticato da tutti per essere così odioso, bigio, cupo,
oscuro. Tuttavia, Sally non si preoccupava di tutto ciò, scorazzava per
la stanza con enormi calzini di lana che ne ricoprivano le caviglie
mostrando un piede lungo come un treno ma così stabile per saltellare e
arrampicarsi su e giù dal letto. Un giorno il tempo si fece così
minaccioso che grosse nuvole cariche di acqua e di gelo si addensarono
su quel paese. Sally era stesa sul suo letto, intenta a cercare quel
sonno che ti rapisce per portarti in paesi lontani tra fate, boschi,
bambi, fragole e corsi d’acqua, quando tutto d’un tratto un’enorme
massa grigia si posò sopra quel lucernario. Improvvisamente, la piccina
fu colta da paura e si coprì il volto con il lenzuolo ma una voce dolce
e due occhi comparvero all’orizzonte. “Perché bambina hai paura di
me?”. Non appartengo alla terra. Vivo nell’aria, sono spinta dal
vento che spesso mi fa arrabbiare perché non mi lascia sola; litigo con
le mie compagne che vogliono essere grandi e vanitose. Per questo motivo
piango e le mie lacrime tu le senti sui tetti, sui rami, sulle strade. Voglio
essere amata non disprezzata in quanto vivo in questo modo; questo è il
mondo che vedo dall’alto e che copro ma che dipingo con anelli uniti
uno sull’altro in una catena bianca, veloce come il fumo di una pipa.
“Voglio essere tua amica, presto tu ti avvicinerai al cielo, imiterai
il volo degli uccelli, ti sentirai libera; io, come nuvola, invece, potrò
unirmi alla terra, ascoltando i rumori, le sensazioni, le emozioni che
percuotono e inseguono gli uomini. “Senti”, disse ancora la nuvola;
suppongo che nella tua stanza sia tutto dorato: un paradiso di
giocattoli ben ordinati, libri che raccontano di storie di animali, re e
regine, montagne incantate. Ebbene questo non basta, occorre che tu ti
spinga oltre, devi capire come un fiore nel prato, quando sorride
fiorito, nasconde un grande mistero: la vita che scorre veloce, bisogna
coglierla con il cuore, sentirla con l’anima. Hai mai sentito parlare
di amore, sussurrò la nuvola. Sally si interrogò velocemente e
rispose: “Conosco il bene, riferito alla mamma cui voglio un gran
bene”. Ancora, la nuvola, “Lo puoi misurare”: la piccina incominciò
a distanziare i pollici delle mani, così, così, più grande, più
grande ancora. Vedi bambina mia, il significato che ha questa parola,
supera ogni cosa, supera me stessa. Innanzitutto ti insegnerò a
scriverla. Verrò a salutarti spesso e dal lucernario getterò dei
suoni, sta a te raccoglierli, disegnarli nella stanza. Fu
così che Sally e la nuvola divennero amiche fraterne, una aspettava
l’altra. Incominciarono con la lettera “A”. Sally disse: “Sembra
quasi che nell’eco diventi esclamazione, stupore, fascino, paura,
sentimenti contrastanti in questa scaletta d’inchiostro.” “M”,
continuò la nuvola: “sensazione del gusto, del palato, desiderio
delicato e dolce”. “O”, “come bolla di sapone: un cerchio dove
ognuno può metterci tutto“. “R”, “il verso delle rane
saltellanti nello stagno”. “E”, “invito alla pausa: una lettera
che chiama un’altra lettera”. La
piccina incominciò a riempire la camera di quei segni, ripetendoli
all’infinito, usando per ciascuno, colori diversi, forme le più
svariate. Accolto l’invito della nuvola, la bambina dai grandi occhi
aveva incominciato ad apprendere una parola nuova, gigante, bella,
luminosa. Un giorno la nuvola disse: “Ora è venuto il tempo che lasci
spazio al sole, ai suoi raggi, al calore. Prima però voglio assicurarmi
che questa parola diventi non solo tua ma di tutti. Chiama ogni cosa
amore vedrai come tutto apparirà diverso: accarezza la natura non
calpestarla, rispetta i tuoi amici, considerali con il loro sorriso ed
entusiasmo”. Sally
salutò con tristezza la nuvola ma mai si scordò cosa le disse. Oggi
Sally moglie e madre guarda da quel lucernario con occhi nuovi, non
cerca perché ha già trovato. Ascolta dentro di sé quella felicità
che le fa allargare le braccia verso l’infinito e verso il mondo. Con affetto a Maria e Marco.
IL
PICCOLO SHERPA di
Mariano Rizzi
Nel
lontano Nepal, ai piedi delle montagne più alte della terra, arrivavano
da tanti Paesi, le prime spedizioni alpinistiche, si trattava di gruppi
di scalatori tra i più forti del mondo e la loro mèta era quella di
scalare “gli Ottomila” ancora inviolati. Per poterlo fare avevano
però bisogno dell’aiuto di molte persone che trasportassero viveri e
materiali il più in alto possibile: gli sherpa. La
vittoria sulla cima, avrebbe procurato agli uomini venuti da lontano sia
fama che gloria; per gli sherpa invece era il solo modo per guadagnarsi
da vivere! Quest’ultimi per giorni e giorni, dovevano trasportare
carichi pesantissimi fino al campo base, mentre soltanto i più forti, i
più coraggiosi si sarebbero spinti oltre, divenendo portatori d’alta
quota. Brang era uno di questi, saliva e discendeva alle quote più alte
delle vette, portandosi sulle spalle grandi pesi; a volte rischiando
persino la vita. Sognava di raggiungere la cima di un “Ottomila” ma
purtroppo da solo non poteva permettersi tutte le spese necessarie e
durante le spedizioni non era pagato per farlo! Aveva un figlio di nome
Tenzing che, seppur giovanissimo, lo accompagnava fino alla base delle
montagne. Il ragazzo voleva emulare il padre, diventare uno sherpa come
lui. Un
giorno, proprio al campo base dell’Everest, il padre salutò il suo
ragazzo: “Figlio, aspettami, tornerò fra qualche giorno. Dovrò
accompagnare Arthur, un alpinista forte e leale, forse... fino in
vetta!”. Il
tempo però si mise al brutto: fulmini e tuoni illuminarono il cielo
livido, un fortissimo vento di bufera spazzò le creste alzando la neve
per decine e decine di metri in un vortice impressionante; infine, una
coltre di nebbia impenetrabile s’impadronì di tutta la montagna. Molti
alpinisti riuscirono fortunatamente a ritornare indietro, meno che
Arthur e il suo sherpa; erano stati visti per l’ultima volta ad un
passo dalla cima. Stava per iniziare la stagione delle piogge, Tenzing
preoccupato aspettava il padre. Una
sera ascoltò alcuni sherpa: “Purtroppo non c’è speranza, nessuno
può resistere così a lungo nel mezzo di tanta bufera. Se il tempo non
migliorerà, domani dovremo abbandonarli!”. “No!
No! Non è possibile! Papà, papà dove sei?”. Il ragazzo scoppiò in
lacrime e nessuno riusciva a consolarlo. Allora un vecchio portatore:
“Tenzing..., non devi piangere, tuo padre è un eroe, ha raggiunto la
cima più alta del mondo, è volato oltre i suoi sogni, finalmente è
felice!”. “Everest
maledetto! Ti odio!” gridò il ragazzo. E la montagna, udendo quel
grido di dolore si scosse e si impietosì. Improvvisamente il vento cessò
lasciando soltanto silenzio; la nebbia si diradò e l’ambiente attorno
s’illuminò degli ultimi bagliori di un sole al tramonto. La
neve aveva cancellato ogni traccia, ogni forma di vita. “Rassegnati
piccolo sherpa, dovrai essere forte come tuo padre, lo farai per tua
madre e i tuoi fratelli più piccoli”, gli sussurrò il vecchio
sherpa, abbracciandolo. “Dovrai essere forte come tuo padre... dovrai
essere forte come lui!”. Questa frase attraversò la mente di Tenzing. La
notte, quando tutto era immerso nel silenzio, il piccolo sherpa rubò un
paio di scarpe con i ramponi, più grandi di alcuni numeri, zaino,
corda, piccozza e una giacca a vento pesante. Sotto un manto di stelle,
solo la luna si accorse di un ragazzo che saliva la montagna. Nello
zaino portava viveri, alcune borracce di tè bollente e una scatola di
medicine. I
molti pendii ghiacciati mettevano in pericolo la scalata di Tenzing, che
proseguiva deciso, incurante delle insidie nascoste sotto i suoi piedi. “Fammi
salire fino a mio padre!”, pregava il ragazzo. Quando
nella notte cominciava a diffondersi la magia della luna, e tutto il
paesaggio si lasciava sommergere dalla sua luce splendente, Tenzing ebbe
la sensazione di udire qualcosa: “una voce? O... forse... il
vento!”, pensò continuando a camminare...; all’improvviso inciampò
in qualche cosa di strano, di metallico: “una piccozza?!” esclamò
raccogliendo l’attrezzo. Fermo,
sul bordo di un largo crepaccio, si guardò attorno alla ricerca del
padre: “Papà..., papà!” alcuni secondi e poi: “ Signor Arthur!!”. D’improvviso:
“Aiuto! Aiuto! Siamo quaggiù...” Quando
Tenzing vide il padre ancora vivo, lanciò un grido di gioia. “Papà!
Papà!”. “Presto!
Presto! Tiraci su!”. “Papà,
ora ti butto la corda!”. La
situazione era drammatica! Brang e Arthur, caduti nel crepaccio durante
la discesa dalla cima, si trovavano bloccati su un ponte di ghiaccio. Il
fondo della spaccatura gli aveva protetti dalla bufera, ma già da un
giorno erano senza viveri. Dopo
aver legato la corda alla piccozza, con grande fatica Tenzing liberò il
padre dal fondo del crepaccio. Brang
abbracciò il figlio: “Ma... come hai fatto ad arrivare quassù e per
di più da solo?”. “Papà,
ti voglio bene, tanto bene!”. Poco
dopo, muovendosi come un gatto, il ragazzo si calò nel crepaccio per
aiutare Arthur, che, soltanto grazie all’aiuto dei suoi due sherpa
riuscì a riguadagnare il bordo del baratro che per molte ore l’aveva
inghiottito. Aveva una gamba rotta, le mani e i piedi congelati!
Tenzing
si trovò a mettere in pratica gli insegnamenti del padre in una realtà
drammatica: curò i congelamenti di Arthur, con una piccozza ne
immobilizzò la gamba rotta, infine con lo zaino e uno spezzone di corda
costruì una specie di barella. Dopo essersi rifocillati con del tè e
del cioccolato cominciarono a scendere. “Ragazzo mio, anche se riesco a muovermi, non sento più il
piede! Dovrai aiutarmi a portare giù Arthur!”. “Non
preoccuparti papà, ho tanta forza! Ce la faremo!”. I
tre passarono il resto della notte impegnati nella discesa, alla prima
luce dell’alba cominciarono a scorgere le tende del campo. Il
morale salì alle stelle: “Ce l’abbiamo fatta! Evviva, evviva!”,
gridò Tenzing. Il
piccolo, “grande sherpa” aveva salvato il padre e il fortissimo
Arthur da morte certa! Ma
la storia non finisce qui! Arthur, uomo molto ricco e famoso, da
quell’esperienza imparò come nessuna vetta avrebbe potuto eguagliare
l’importanza di un atto d’amore. Si prodigò per migliorare la
professione dello sherpa finanziando la costruzione di una scuola
d’alpinismo; aiutò anche Brang e la sua famiglia ed infine si occupò
del giovane Tenzing. L’esempio di straordinaria generosità del
piccolo sherpa gli cambiò la vita, e, di conseguenza, quella di molte
altre persone. Il ragazzo lasciò per un lungo periodo la sua terra. In
Europa frequentò una scuola, imparò una lingua nuova e molte cose
importanti. Con Arthur arrampicò sulle montagne più difficili. Infine
ritornò tra la sua gente e scalò tanti, tanti “Ottomila”.
IL
CEFALOPIDE di
Sergio Rosi Ci sono fiabe la cui origine si perde nel tempo, ci sono storie che sembrano favole e poi ci sono storielle che un papà inventa per il suo bimbo! C’è
un posto sulle nostre montagne dove sorge un bel rifugio, vicino ad una
cresta che guarda il sole, e sopra di lui, si erge una maestosa
montagna. Essa è formata da imponenti creste rocciose che convergono
verso la sua alta vetta. Tutt’intorno, il monte è cinto da ghiacciai
eterni e grandi spazi aperti. Dalla
croce di vetta lo sguardo mira a centinaia di altre montagne, finché
l’occhio può vedere. Fin
qui tutto sembra normale e, anche se bellissimo, tale paesaggio non
presenta nulla di strano, ma se ci fermiamo al rifugio ogni tanto
troviamo una vecchia guida alpina che racconta di quale strane specie
animali sia popolata la zona. Col
viso scavato anche dal tempo, ma soprattutto dal sole dei ghiacciai, lo
vediamo indicare, con la sua mano ancora ferma, ad un bambino
affascinato, una “roccia montonata”. Lo
sapete cos’è? È una roccia levigata dai grandi ghiacciai che lì scendevano
a valle nell’era glaciale e che ora sporge, liscia e tondeggiante,
dalla scarsa copertura erbosa dell’alta montagna. Ma
cosa racconta quella vecchia guida a quel bambino tanto attento:
“Quella roccia là, in verità non è una roccia vera, ma è la
schiena di un Cefalopide!”. E
il bambino sempre più incuriosito gli chiede : “Un Cefaché?”. Il
vecchio guarda il giovane e con aria volutamente seria gli dice: “Il
Cefalopide è un animale preistorico che rimane in letargo, sotto terra,
per mille anni; in tutto questo tempo capita che la pioggia e il vento
porti via un po’ di terra e così la sua schiena si scopre. Ma come
vedi la sua pelle è simile alla roccia e così nessuno si accorge della
sua presenza”. Il
bimbo sempre più incuriosito, ma anche un po’ impaurito gli domanda:
“Quand’è che si è svegliato l’ultima volta?”. L’uomo
pensa, fa due conti con le dita e ...: “Bah, ero un uomo di mezza età
...”. “Allora
dovrà dormire ancora tantissimo!”, esclamò il bambino rassicurato. “Bah,
per la verità ....”. Ma non fece in tempo a rispondere perché il
ragazzino lo incalzò con mille domande: “Lo hai visto veramente? Era
feroce? E cosa mangiava? Com’era fatto?” ... “Calma, calma, una
domanda per volta, altrimenti non posso risponderti! Sì, lo vidi
veramente, era alto come una casa di venti piani, ma non era feroce ...
Vidi la terra che si rompeva, quella che sembrava una roccia era la
parte più alta della sua schiena e poi comparve nella sua interezza:
sembrava un dinosauro di quelli erbivori con il collo lungo; non mi degnò
di molte attenzioni e incominciò a brucare quel poco d’erba che si
trovava fra i sassi. Poi scivolò nella penombra della sera verso valle,
in direzione dei lussureggianti pascoli fino alle quote inferiori della
montagna e non lo rividi più”. “E
adesso è lì?”. “Sì,
prima era là, dove c’è quella enorme buca, quell’avvallamento”. “Ooooohhhh!!”
esclamò il bambino strabiliato, ma come tutti i bambini moderni era
sveglio e furbo, e chiese al vecchio: “Ma tu come fai a sapere che
dorme per mille anni?”. Il vecchio guardò con tenerezza il viso del
bimbo, sorrise e poi con la voce profonda e buona gli disse: “Lo so
perché quando si svegliò per l’ultima volta ero un uomo di mezza età
ma la volta prima ero un bambino come te!”. Il
bambino rimase a bocca aperta e incominciò ad osservare con attenzione
la roccia montonata, mentre il grande vecchio si era alzato dal gradino
del rifugio e saliva lento, ma regolare verso l’imponente montagna... Mentre si allontanava gli gridò: “La prossima volta
ti farò vedere gli Sgranzamaloxilente, ciao!”, e sparì sul
ghiacciaio.
FELICELANDIA di
Laura Santuliana
In
un piccolo angolo della Terra, lontano dalla civiltà di oggi, giaceva
una foresta chiamata Felicelandia, popolata da ogni genere di animali.
La foresta si trovava in una valle ricca di fiori variopinti e piante di
ogni specie, una meravigliosa cascata con il suo lungo fiume
attraversava come per incanto la vallata; tutt’intorno montagne
maestose che dominavano l’infinito cielo. La
notte ormai era già inoltrata, tutti gli animali dormivano tranne Mupy,
un cerbiatto dolce e simpatico che con mamma e papà tentava di
addormentarsi, ma la curiosità di osservare le stelle non gli
permetteva di chiudere occhio. “Papi,
perché ci sono così tante stelle in cielo?”, chiese Mupy. “Perché
è un disegno di Dio, ogni stella rappresenta un Angelo custode, vedi
quella lassù così lucente e grande, è la tua, il tuo Angelo che ti
aiuta e ti protegge”, rispose il padre. A
poco a poco Mupy si addormentò sereno, sognando la sua stella. La
mattina dopo la giornata era nuvolosa, Mupy e i suoi genitori andarono a
passeggiare nella foresta alta, un posto dove non erano mai stati. Tutto
ad un tratto sentirono uno sparo vicino. “Pum!”. “Il
cacciatore! Scappiamo!”, urlò papà cervo alla famiglia. Subito sbucò
fuori da un cespuglio un vecchio signore con la barba bianca e il fucile
in mano. Era lui... il cacciatore! Mupy
dallo spavento restò paralizzato. Il cacciatore corse verso di lui ma
improvvisamente inciampò in un tronco di albero che gli schiacciò la
gamba. Nella caduta il fucile rotolò molto lontano da lui. Il vecchio
cercava di liberare la gamba ma ogni sforzo era inutile e da solo non ce
l’avrebbe mai fatta. Mupy, vide tutta la scena quindi ne approfittò
per scappare. Calò
la sera e Mupy non riusciva a togliersi dalla mente il cacciatore
agonizzante. “Papi,
sto pensando a quel vecchio cacciatore, lui ha proprio bisogno di noi,
dobbiamo andare ad aiutarlo!” esclamò Mupy. “È
molto pericoloso Mupy, potrebbe anche farci del male.” “Ma,
noi dobbiamo andare! C’è una persona che ha bisogno d’aiuto, non
possiamo girare le spalle!” disse Mupy arrabbiato. Mupy
convinse il padre e si avviarono verso il vecchio cacciatore. “Vedrai
papi, Dio ci aiuterà e farà andare le cose nel migliore dei modi”. Riuscirono a liberare il vecchio cacciatore e tra loro
si instaurò un rapporto di amicizia e rispetto. Il giorno dopo a
Felicelandia il sole splendeva raggiante. Il cacciatore promise che non
avrebbe mai più cacciato gli animali e di diventare per sempre loro
amico.
IL
PIÚ BUFFO TOPOLINO DEL MONDO
di
Sabrina Senigaglia
C’era
una volta, immersa nelle verdi colline una bella casetta, ma ancora più
bello era il cortile davanti ad essa; era per tutti un giorno di festa
perché era arrivato da lontano un topolino, forse alla ricerca di
qualcosa. Viveva felice fra le margherite di quei prati, coccolato da
tutti i suoi amici; con loro cantava, giocava a carte, si tuffava nelle
botti di vino. La
vita scorreva serena, quando un dì, qualcuno, forse il vento, disse al
topolino che oltre alle margherite, esistevano anche dei fiori più
belli, si chiamano stelle alpine, crescono solo sulle cime più alte
delle montagne. Il
topolino, preso allora lo zaino, iniziò la scalata della sua vita.
Oggi, la festa è là, su quella cima, è là che il panorama cambia,
che tutto si fa meraviglioso. È su quella vetta che si riesce a guardare lontano, che il
sole stringe la mano alla luna, che il cielo accarezza la terra, che il
buio sposa la luce. E quel buffo topolino dov’è finito? Saltella fra le
guglie di quelle montagne, guarda le nuvole ed ognuna gli racconta una
favola; ha sulle spalle sempre il suo zainetto, ma molto più leggero;
dentro è rimasta solo una fetta di dolce Paradiso, il silenzio dei
colli, la dolce melodia di una fontana che sempre sgorgherà freschi
ricordi.
I FRUTTI
DELLA PIANTINA FLOSSIE di
Chiara Stenghel C’era
una volta una bambina americana che aveva un seme di forma speciale che
aveva trovato in soffitta e voleva far crescere in una vaschetta. Ogni
giorno le dava un cucchiaio di budino perché pensava che così facendo
la pianta, che chiamava Flossie, potesse crescere più in fretta. Una
mattina si alzò e andò a prendere un po’ di budino per il seme; entrò
nella stanza, ma... ai piedi della piantina c’erano tantissime
minipalline, le raccolse e se le mise in tasca. Andò da un suo amico
scienziato e gli mostrò le strane palline. Lo
scienziato le osservò ed a un tratto gridò: “Sono perle Jogolino!
Portami la pianta, svelta!”. La
bambina rispose: “Neanche per sogno, Flossie rimane a casa!”. Allora
lo scienziato disse: “Va bene, però trattala con cura!!”. Passarono
i giorni e la piantina crebbe e divenne una piantona; le sue palline
avevano un aspetto invitante. La bambina non resistette alla vista e se
ne mangiò due o tre. All’inizio diventò tutta verde, ma poi si sentì
rilassata e più felice che mai. Tutti i cittadini vennero a sapere di
questo fatto straordinario e così tutti ebbero una pallina, non da
mangiare, ma da coltivare! E
la storia è finita! Ooops!
Scusate! La storia non è finita. La
bambina andò ad abitare con la famiglia in una bellissima villa perché
i cittadini, resi felici dalle palline della pianta Flossie, gliela
regalarono. La
piantona andò a finire al museo! E vissero tutti felici e contenti!
SORELLE
ONDE
di
Cristina Stenico Maffei
Due
onde d’un fiume, vispe e frettolose, andavano allegramente verso il
mare... Giocavano tra di loro come fanciulli, intrecciandosi,
sciogliendosi, baciandosi, accavallandosi, mescolando le loro criniere
spumose... Ma giunte ad un bivio del fiume, la corrente divisa in due
parti, le separò. “Addio...
addio...”, disse malinconicamente una delle onde, come in sospiro. “Addio...
addio...”, rispose l’altra singhiozzando. Ma
la grande voce del fiume rispose: “Non rattristatevi, piccole onde, le
acque di tutti i fiumi, di tutti i ruscelli, di tutti i torrenti, hanno
un luogo di convegno: l’immenso mare. Nel mare ogni onda incontra
l’onda che cerca, e fra tutte giocano, danzano al vento ed al
sole...!! V’incontrerete dunque anche voi, piccole sorelle onde”. E
le due onde allora, non si dissero più addio, ma, arrivederci e
rapidamente corsero verso il mare per tornare a ricongiungersi. Così le nostre anime, unite nella vita, divise nella
morte, si ricongiungeranno, se avrà seguito la Legge Divina, nel
luminoso mare dell’Eternità!
LE ORME DEI DINOSAURI di
Marco Tomasoni
Un
pomeriggio d’autunno proposi a mio figlio Alessandro di sei anni di
andare alla ricerca delle “orme dei dinosauri”. Il luogo dove sono
presenti le impronte fossili di questi antichi animali, ormai scomparsi
da milioni e milioni di anni, emana un fascino tutto particolare. Si
tratta infatti di una zona molto vasta costellata di massi e di enormi
lastroni, con rari arbusti che timidamente spuntano dal terreno
impervio. Mio
figlio sgambettando, mi precedeva e di tanto in tanto, prendendo fiato
lungo l’incerto sentiero, mi lanciava un richiamo osservandomi ironico
mentre con sforzo affrontavo la salita. Poi
d’improvviso, riscattava rapido sulle nervose gambette piene di
energia. Finalmente
giungemmo alla base del colatoio, dove con stupore e meraviglia ci
trovammo di fronte a quelle strane buche nette e profonde, imprigionate
nella roccia delle zampe poderose di pachidermi, che solo
l’immaginazione più sfrenata poteva definire nella forma e nelle
dimensioni. Nel
frattempo Alessandro mi poneva una lunga serie di domande, sempre più
incalzanti, tanto che rispondere mi diventava ogni momento più
complicato. Allora lasciando spazio alla fantasia inventai risposte così
poco credibili che temo neanche un bimbo di sei anni avrebbe potuto
accettare. Osservavo
però con soddisfazione che mio figlio mi ascoltava attento e
interessato. Ad
un certo punto mi chiese: “Ma noi papà, gli uomini, esistevano al
tempo dei dinosauri?”. “No!, nooo...!”, sussurrai, scuotendo il
capo. Sembrava
di essere in un mondo perduto, dove il tempo non esisteva: “Ssshhh
...., silenzio Alessandro! Ho sentito un rumore cupo e sordo provenire
da non molto lontano ...”. “Papà, cosa credi possa essere?”. “Buuumm!? Buuumm!? Buumm!?
...”. Il
terreno tremava sotto i nostri piedi, sembrava che qualcosa o qualcuno
d’enormi dimensioni si avvicinasse, senza alcuna paura di farsi
sentire. “Papà!
Nascondiamoci dietro quella roccia...”. “Uuuhhh!
Uuuhhh!”... Quali strani esseri potevano emettere
simili grugniti. Improvvisamente
Alessandro si avvinghiò a me e disse: “Guarda, sembra un rinoceronte
enorme, con delle strane punte aguzze sopra la schiena e lungo tutta la
coda”. “È un Triceratopo, bambino mio, non dovrebbe essere più qui da
centinaia di milioni di anni”. Il bestione si accorse di noi e con la
bocca spalancata si lanciò a testa bassa per colpirci con il lungo e
poderoso corno che gli spuntava dal muso. “Papà,
papà!”, urlò Alessandro, e mentre lo stringevo al petto, pensai che
quella era la fine dei miei giorni più incredibile che potessi
immaginare. Di
soprassalto ci svegliammo; senza accorgercene ci eravamo addormentati
sulla roccia, vicino alle impronte dei dinosauri. L’aria
ottobrina ci scompigliava dispettosa i capelli, ed ancora increduli,
riflettevamo su quel sogno... ma era veramente stato un sogno? Osservavamo
l’azzurro intenso del cielo screziato qua e là da sottili pennellate
del colore dell’indaco a preannunciare l’arrivo del tramonto. “Alessandro!
Che cosa ti è piaciuto di più di questa giornata?”. “Papà è
stato tutto bello, ma ... la cosa più bella è essere stati assieme! Mi
sentivo soddisfatto per la saggezza semplice ed infantile della
risposta, mentre un velo di commozione mi inumidiva gli occhi. Proseguimmo
in silenzio, un silenzio rotto solamente dal ritmico scalpiccio delle
suole sul terreno irregolare. La
sera adombrava le prime rocce ed il sole parzialmente nascosto dietro il
profilo dei monti, dardeggiava gli ultimi bagliori rossastri. Nella
brezza umida e frizzante le foglie accartocciate volteggiavano incerte,
mulinavano tra i sassi e infine, paghe di quell’ultimo volo si
adagiavano mollemente a terra. In
auto, il pensiero volò nel passato e rividi il volto buono di mio
padre, lo immaginai accarezzare i biondi capelli di mio figlio. Il dono
più bello era proprio il poter trascorrere dei momenti con lui ed a
distanza di molti anni la stessa cosa si era ripetuta, ma stavolta i
ruoli erano cambiati. Ritornammo
alla realtà, con un sorriso abbandonai la tristezza del momento e
rivolgendomi nuovamente al mio piccolo esclamai: “Ehi! Mi raccomando,
non dire alla mamma che il Triceratopo l’abbiamo visto davvero!”. Una lunga e sincera risata ci accompagnò fino a casa.
LA
VECCHIA CHITARRA
di
Franco Toss
La
bambina cresceva risolvendo da sola i compiti e ascoltando musica. I
sogni nel cassetto? Soltanto gli idoli del rock! Nessuno
sembrava accorgersi che la bambina era molto sola, chiusa in se stessa.
Soltanto il nonno la osservava preoccupato e di tanto in tanto cercava
di coinvolgerla in qualche cosa di nuovo. Un giorno il vecchio le disse:
“Maria, lo sai che mio padre, il tuo bisnonno, suonava la
chitarra?”, ed aggiunse: “Presto vieni con me in cantina, chissà
che fra i vecchi cimeli, fra i ricordi non ci capiti di ritrovare la
chitarra!”. Così i due cominciarono a rovistare, spostando di tutto.
Scavarono nel mucchio, sommersi dalla polvere, finché il nonno si
arrestò sopra un baule. “Nonno
sembra la caccia al tesoro!” esclamò Maria. “Forse troveremo
veramente un tesoro”, le rispose. Scava,
scava... finalmente apparve un qualcosa avvolto in una coperta.
“Presto, presto, credo proprio che ci siamo”, disse il nonno tutto
eccitato; improvvisamente si trovò tra le mani l’antico strumento:
una chitarra dalle corde arrugginite! Il
vecchio provò a strimpellare qualcosa ma la bambina lo interruppe con
una forte risata: “Nonno, non crederai che suoni?” “E perché
no!”, le rispose seccato, stringendo emozionato quella chitarra che
per lui era il passato. La
stessa notte Maria fece un sogno: un bambino pieno di luce stringeva la
vecchia chitarra del bisnonno e suonava... e suonava. “Che
bella musica, ma è meravigliosa! Ma... ma... non può suonare!”, pensò
Maria sempre nel sogno. E
il bambino, come se le avesse letto nel pensiero, replicò: “Non è la
chitarra che suona, ma è il mio cuore, la mia mente e infine le mie
dita!”. “Impossibile!
Incredibile!”, disse fra se la piccola, ammagliata da tanta melodia. “Nulla
è impossibile a chi vuole essere protagonista della propria vita!”. “Ma,
per me lo sarebbe! Non ne sarei mai capace!”. “Con
la fede tutto è possibile! Ci vuole tanta umiltà, costanza e voglia di
fare”, concluse il bambino luminoso. Il
giorno dopo, al ritorno dalla scuola la bambina chiese al nonno:
“Pensi che anch’io potrei suonare?”. “Vedi
un po’ tu, ci è riuscito anche mio padre e da solo!”, le rispose il
vecchio e poi aggiunse: “Nulla è impossibile a chi vuole essere
protagonista della propria vita!”. “Ma,
nonno, hai detto la stessa frase del bambino luminoso che ho sognato
questa notte”. Il
nonno rimase strabiliato e pensieroso. Infine
si rivolse nuovamente alla bambina: “Vedi piccola quel bambino
luminoso probabilmente è un Angelo di Dio o forse...
il mio papà, il tuo bisnonno!”. Per molti, molti anni della sua vita, Maria suonò
quella chitarra da protagonista. IL
PULCINO racconto
popolare elaborato da Paolo Versini In
una fattoria c’era una mamma chioccia con i suoi pulcini, intenta a
far capire loro le cose che avrebbero incontrato nella vita, cose buone,
cose cattive, i valori e le insidie. Tutti erano attenti con tanto di
becco all’insù per ciò che diceva la mamma. Uno dei pulcini,
esagitato, non intendeva stare più di tanto ad ascoltare tutte quelle
chiacchiere della mamma sui belli, brutti, buoni, cattivi... lui si
sentiva già grande e furbo. Una
mattina decise, contro la volontà dei suoi fratellini, di attraversare
il bosco da solo, perché lui si sentiva già forte e coraggioso.
Durante il viaggio un grosso temporale si abbatté sul bosco: tuoni,
lampi, una pioggia terribile! Il
povero pulcino si trovò solo, bagnato e con un gran freddo; tentò di
chiamare la sua mamma: “Piooo piooo piooo”, ma la mamma non lo
poteva sentire perché era troppo lontana. In quel momento passò di lì
una mucca, vedendolo così bagnato e infreddolito pensò bene di
coprirlo con una bella calda e soffice “cacca”. Il pulcino si sentì
subito a suo agio in quel nuovo caldo riparo e si appisolò. Poco
dopo passò di lì un lupo che alla vista di quel pranzetto così
inaspettato non ci pensò due volte a toglierlo da quel ricovero per
farne un sol boccone. Il pulcino sentendosi strappare dal suo cuccio
caldo e accogliente e trovatosi a pochi centimetri dalla bocca del lupo
si disperò e incominciò a chiamare mamma chioccia: “Pioo pioo pioo
pioo”. Mentre si vedeva già nella pancia del lupo, ricordò tutte le
raccomandazioni della mamma... Le sue “chiacchiere” risuonavano
nella gola del lupo quando all’improvviso fu sbalzato sul prato... era
la mamma chioccia che scacciava “il lupo cattivo” salvando così il
suo pulcino. Più tardi, la mamma amorevolmente: “Vedi figliolo,
non tutti quelli che ti tirano la “cacca” lo fanno per farti del
male, ma, neanche quelli che ti tirano fuori da lì lo fanno per il tuo
bene!!!”. HELMUT,
IL FORTISSIMO di
Danny Zampiccoli In
un piccolo paese nel cuore delle Dolomiti viveva Helmut che, fin da
giovanissimo, aveva dimostrato a tutti la sua abilità nell’andare per
montagne. Infatti, a soli dodici anni aveva ripetuto tutte le vie più
difficili delle Dolomiti, a quindici assieme allo “Scoiattolo delle
Dolomiti” (considerato il più forte scalatore di tutti i tempi) aveva
aperto una via sulla parete nord della Cima Baghet, oltre 1500 metri di
tetti e strapiombi fino ad allora considerata invincibile. Fu proprio in
quell’occasione che si fece conoscere in tutto il mondo alpinistico e
non. Infatti, dopo tredici giorni d’arrampicata i due alpinisti
arrivarono in vetta esausti, ma proprio in quel momento scoppiò un
temporale. Il Soccorso Alpino tentò più volte di raggiungere i due
sfortunati alpinisti ed anche l’elicottero fu respinto dal brutto
tempo. Dopo
due giorni la notizia rimbalzò sulle prime pagine di tutti i giornali,
alla fine del terzo, arrivarono le troupe televisive con al comando
l’ormai noto Emilio Fede. Da
diciotto giorni i due mancano da casa, mentre la tempesta di neve non
accenna a placarsi. Nonostante i tentativi del Soccorso Alpino, in tutti
c’è la convinzione che siano morti. Ma, mentre le troupe televisive
stanno smontando i loro campi, in lontananza appare Helmut con “lo
Scoiattolo” sulle spalle. Il
giovane Helmut aveva salvato la vita allo “Scoiattolo” come
confermerà successivamente in una intervista. “Se sono vivo lo devo
esclusivamente a Helmut, senza la sua forza fisica e mentale sarei
sicuramente morto”. Nasce così in Helmut la convinzione che in
montagna fosse meglio andare soli: “Senza il peso di un compagno la
scalata è molto più veloce e la velocità in montagna significa
sicurezza”. Dopo un breve periodo di riposo, Helmut riparte per il
monte Bianco, poi per l’Himalaya dove in un anno e in solitaria sale
in vetta a tutti i 14 Ottomila. A
tutt’oggi è l’alpinista più famoso di tutti i tempi; su di lui si
sono scritti centinaia di libri e dalle sue imprese sono nati tanti
films. Ogni ragazzina ha un suo poster in camera e nei cuori dei ragazzi
ha occupato il posto dei calciatori. A
casa, nel cuore delle Dolomiti, Helmut si sentì privo di obiettivi e
così una notte guardando verso il cielo stellato gridò con tutto il
fiato che aveva in corpo: “Voglio andare via dalla terra, portatemi su
un mondo nuovo, dove ci siano montagne vergini e altissime, dove non ci
sia essere umano!”. Così una luce lo prese e lo portò via, lontano,
in un’altra galassia dove trovò il mondo dei suoi sogni. Ancora folli
scalate. Salì mille cime, aprì vie nuove su pareti strapiombanti.
Sulla cima dell’ennesima montagna, si sedette e pensò a quando aveva
quindici anni, all’ultima scalata fatta con un amico, ai lunghi
bivacchi, appesi ad un chiodo, consumati a parlare con lo
“Scoiattolo”, dove le emozioni erano la cosa più importante. Si
parlava di gioie e di paure oppure dei colori dei fiori ma soprattutto
le emozioni erano condivise con un
amico e quindi amplificate. Sentì per la prima volta nostalgia
del compagno di scalata, guardò verso il cielo e con tutto il fiato che
aveva in corpo urlò: “Riportatemi a casa, voglio rivedere i miei
amici, legarmi alle loro corde ma soprattutto condividere le
emozioni!”. La luce ritornò, attraversò la galassia e lo posò
delicatamente nel cuore delle Dolomiti. Ritornato
a casa Helmut riprese ad andare per le sue montagne facendo scalate
bellissime legandosi però con altri
compagni. Talvolta erano dei cari amici, altre volte semplici conoscenti
o dei clienti. Per Helmut legarsi con qualcuno era sempre bello: se si
trattava di un amico poteva confidarsi con lui, se invece scalava con un
conoscente era l’occasione per conoscersi meglio e magari farsi un
nuovo amico. Il lavoro di “Guida” poi era qualcosa di speciale.
Accompagnando i clienti alle prime armi riviveva i suoi dodici anni
quando anche la più semplice scalata era una vera e propria spedizione. Cari ragazzi, se vi capita di andare in montagna e di
incontrare un vecchio che vi dice: “Vivete le emozioni, andate in
montagna con un amico; è la cosa più bella che ci sia!”.
Probabilmente quello è Helmut il fortissimo! I
DUE FIORELLINI
di
Francesca Zanella Due fiori nel prato si dissero un giorno che non
volevano mai separarsi; aprivano le loro corolle al tiepido sole del
mattino e guardavano intorno le farfalle che si posavano qua e là
timiducce sulle loro foglie, la rugiada che scendeva dai loro steli e si
sfaldava poi nell’erba. Poi la sera, stanchi, alzavano gli occhi al
cielo per osservare la luna, le stelle dell’universo... e speravano il
giorno seguente di essere ancora insieme, di vedere le belle cose della
natura. Si stringevano allora stelo nello stelo e guardandosi negli
occhi si dichiaravano eterno amore... LO
SPIRITO DI HEROUBREIÐ
di
Carlo Zanoni Fu
in tempi molto lontani che Heroubreið giunse in una terra sconosciuta,
isolata da un mare freddo e tempestoso. Tutto cominciò quando la sua
nave naufragò, travolta da
una furiosa tempesta, la più forte che avesse mai conosciuto. Seppur
giovane Heroubreið aveva maturato una grande esperienza di mare ed era
ritenuto uno dei più valorosi e coraggiosi marinai della sua regione.
Heroubreið era anche noto per la sua intelligenza e saggezza veramente
fuori della norma per la sua età. Quella volta però si mise in viaggio
alla ricerca di una terra lontana che aveva sentito nominare tante volte
nelle storie raccontate dagli anziani del villaggio ma dove nessuno di
loro era mai riuscito ad approdare. Quella volta volle partire
nonostante tutti i tentativi di dissuaderlo dalla sua idea. Fu comunque
grazie alla sua grande forza ed esperienza che Heroubreið riuscì a
raggiungere una piccola spiaggia dalla sabbia finissima e nera a bordo
della scialuppa di salvataggio. Non sapeva dove fosse arrivato, né come
quella terra si chiamasse. Non poteva supporre se quella terra potesse
essere un’isola oppure un continente. Una
fitta coltre di nebbia avvolgeva le montagne che si ergevano a ridosso
della riva. Erano montagne ricoperte di prati ma neppure un albero si
riusciva a scorgere, solo il defluire fin quasi al mare di grandi colate
di ghiaccio provenienti da chissà dove. Il
luogo non era certo dei più invitanti ma Heroubreið non si perse
d’animo, l’avventura per mari e luoghi sconosciuti erano per lui
qualcosa di naturale. Valutò quindi con la necessaria serenità la
situazione e convenne che con l’arrivo del bel tempo si sarebbe
incamminato alla ricerca di un villaggio o di un qualche altro luogo più
consono per stabilirsi su questa nuova terra. Dopo
alcuni giorni il tempo migliorò sensibilmente, mostrando quindi senza
veli le linee di un paesaggio che Heroubreið non aveva mai immaginato.
Poteva scorgere d’onde provenissero quei grandi fiumi di ghiaccio ma
era impossibile cogliere con esattezza il punto di partenza, il fiume si
perdeva in sconfinate pianure che dal basso sembravano non esistere. Heroubreið
si incamminò così per l’unica via che gli sembrò percorribile con
relativa facilità e iniziò la risalita della valle che si affacciava
proprio di fronte. Il fiume aveva scavato una profonda forra che
Heroubreið seguì lungo il bordo prativo. Di tanto in tanto
l’apparire di una fragorosa cascata lo distoglieva dai pensieri che
attanagliavano la sua mente. Lo spettacolo era sublime e tenebroso; allo
stesso tempo grandi nuvole di minuscole goccioline risalivano la valle
dopo che la massa d’acqua aveva compiuto il grande salto provocando un
fragore che contrastava con la solitudine circostante. Di tanto in tanto
le raffiche di vento sospingevano una nuvola umida fin sul volto di
Heroubreið regalandogli una piacevole sensazione di freschezza. Raggiunse
a fatica un largo colle che gli permise di evitare di dover mettere
piede sui grandi ghiacciai su cui non avrebbe potuto certo avventurarsi.
Giunto in prossimità del crinale accelerò anche il passo per poter
osservare ciò che si presentava sull’altro versante. Oltre quel colle
si estendeva una grande distesa pianeggiante e arida, solcata da un
fiume che sicuramente proveniva da altre lingue degli stessi ghiacciai
che ora si trovavano alle sue spalle. Heroubreið scrutò quella distesa
con uno sguardo attento e severo percorrendone i lineamenti lentamente,
da sinistra verso destra e poi al contrario, più volte. Era una pianura
in cui sarebbe stato difficile muoversi, coperta com’era da un leggero
velo come fosse nebbia ma che in realtà era solo polvere e sabbia
sollevata dal vento. Poi, in un momento di quiete, il suo sguardo fu
attratto dai contorni di una montagna che si ergeva nel mezzo di
quell’immensa pianura e che sembrava essere enorme al cospetto delle
tante collinette che spuntavano di tanto in tanto rompendo la monotonia
del paesaggio. Eseguì velocemente alcuni calcoli per stimare la
distanza che lo separava da quel colosso e giunse alla conclusione che
doveva trattarsi di una montagna molto più alta del colle su cui si
trovava. Ma ciò che lo colpì in modo particolare fu il fatto che non
era ricoperta di ghiaccio e, a giudicare anche se da molto lontano, le
sue pareti non sembravano essere insuperabili. Heroubreið si lasciò
subito accarezzare dal pensiero che da lassù avrebbe potuto avere una
visione molto più ampia e che gli avrebbe forse permesso di dominare
tutta la regione di cui era approdato e di cui ancora non conosceva
nulla. Impiegò
quasi due giorni per giungere alla base di quell’enorme cupolone
roccioso che rappresentava comunque un punto di sicuro riferimento che
non lasciava margini di dubbio sulla direzione in cui volgere il
cammino. Heroubreið,
studiò nei minimi particolari il percorso migliore per riuscire a
salire sulla calotta sommitale. Attese quindi l’arrivo dell’alba che
si annunciò radiosa quel giorno e iniziò a salire lungo i ripidi
pendii ghiaiosi che contornano la base in direzione dell’evidente
canalone che permette di superare la fascia rocciosa. Giunto in quel
punto poté ammirare la mèta ormai vicina costituita da un promontorio
a forma di piramide che si ergeva nel mezzo di un grande altipiano
perfettamente circolare e uniforme in tutte le direzioni. La via di
salita era evidente e senza problemi. Heroubreið raggiunse la vetta in
un battibaleno. Cominciò
a guardarsi intorno ansioso e desideroso di scoprire qualche segno che
potesse alimentare una speranza. Iniziò scrutando la pianura dalla
direzione in cui era venuto. Riuscì a riconoscere il colle dove era
transitato. Poi continuò ad osservare girando in tondo senza mai poter
scorgere una parvenza di diversità in quell’immane deserto.
Improvvisamente uno strano luccichio attirò la sua attenzione. Osservò
attentamente e riconobbe la sagoma di un fiume che proveniva da
un’altra direzione per poi gettarsi nel fiume principale che scendeva
dai ghiacciai. Incuriosito non riuscendo a scorgere in quella direzione
ghiacciai di sorta, né montagne di altezza rilevante, notò che anche
l’orizzonte lasciava trasparire un colore diverso, un colore
verdastro, tipico di qualche prateria. |