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Giuliano
Sten & C.
Il
Dito di Dio
A
tutte le mamme! A
mia moglie Nicoletta. A
Serenella ed a mia madre, perché in Paradiso
possano avere tutta la gioia che non hanno
avuto in terra. “Sono
sempre fra le nuvole! Sono un uomo che crede ai sogni! Forse è perché spero di realizzarli che li porto sempre con me; ma soltanto per un grande dono di Dio, sono volato oltre molti dei miei sogni”. In
copertina: disegno
di Edoardo Vergara
1998 Tutti
i diritti riservati.
È
vietata la riproduzione anche
parziale dei testi e delle illustrazioni.
Grafica
di Roberto Pezza “Ropez”.
Stampa:
Tipolitografia Emanuelli - Arco (TN) Prefazione
C’era
una volta ... un alpinista che ha fatto faticare grandi e piccoli ... Quante
volte i giorni vissuti o come figli, o come genitori, o come nonni si
sono conclusi con un c’era una volta...? Quante volte si sono
inventate delle fiabe o delle storie, più o meno fantasiose, per
comunicare ai figli o agli amici una propria esperienza o un proprio
modo di essere senza svelarsi troppo? Soprattutto
alla sera, quando il giorno si confonde con la notte, si avverte il
bisogno di raccontare giocando sia sulla realtà che sulla fantasia
confondendo volutamente i due piani per comunicare senza voler imporre
niente; quasi ci si preoccupasse solamente di voler rendere una
testimonianza. In
questi c’era una volta... si racchiude un momento intimo,
magico che lega soprattutto un genitore al proprio figlio perché si
ritrovano accomunati dallo sforzo di ricercare e di comunicare ciò in
cui credono, ciò che ritengono più bello; in definitiva quello per cui
vale la pena di vivere. Questa fatica di ricercare, ben superiore a
quella compiuta dell’alpinista durante le sue imprese, accomuna, pur
nella propria diversità di età e di responsabilità, genitore e figlio
ed è questa avventura interiore che i più piccoli, al di là dei
singoli contenuti, apprendono da questi racconti. L’entusiasmo
e la determinazione di Giuliano sono riusciti a “imporre” ad alcuni
alpinisti e oltre che per se stesso di scrivere questi racconti nati per
rimanere in una dimensione familiare; per poter comunicare non solo il
fascino della montagna, soprattutto a chi non la conosce, ma anche un
messaggio umano più grande che ci coinvolge tutti, cioè la
“fatica” di ciascuno per farsi strumento d’amore. Lo scopo di questo lavoro è lo stesso delle
precedenti avventure con la carta stampata condotte da Giuliano:
aiutare, fra chi più soffre, i bambini di qualunque razza e nazione ed
in particolare quelli che riesce a raggiungere la “Associazione
Serenella”. Chiara, il posto dove è nata la storia che oggi ti voglio raccontare, è circondato da altissimi monti di sola pietra; ai loro piedi, piccoli ghiacciai riflettono il colore delle rocce alla luce del tiepido sole. Più in basso, il paesaggio si fa dolce con prati verdi e boschi di pini. Il colore di queste montagne cambia con la luce del sole: al mattino è di un rosa pallido, mentre al tramonto diventa rosso fuoco. Le montagne sono le Dolomiti. Le più belle del mondo... Nel
cuore di queste montagne, tanti anni fa, viveva una cornacchia che in
solitudine volava felice: “Ho bisogno di stare un po’ per conto
mio” pensava, lasciandosi trasportare fino sulle vette più alte dalle
correnti d’aria vicino alle pareti. Volava
accarezzata dall’aria e dai raggi solari respirando profondamente
quell’aria pulita e leggera che metteva in risalto un panorama
sicuramente fra i più belli. Era felice e raggiante quella cornacchia,
così comune alle altre, però così diversa dai suoi simili a causa
della grande passione per l’alpinismo. Amava gli uomini che scalavano
le montagne, ne ammirava il coraggio, la volontà e soprattutto il forte
desiderio di oltrepassare i limiti della gravità che li costringevano a
stare “con i piedi per terra”. Il gracchio si sentiva attratto dagli
umani che avevano imparato ad amare la montagna, a rispettarne le sue
leggi: “sognano il volo, tentano di farlo e forse un giorno ci
riusciranno, magari costruendo delle ali come le mie” pensava il
gracchio mentre volteggiava fra quelle vette. Si
era avvicinato agli alpinisti, ne aveva studiato il linguaggio, le
abitudini. In molti anni aveva imparato a pensare come loro:
“L’uomo...”, diceva fra sé la cornacchia, “possiede una
sensibilità particolare, sa discernere tra il bene e il male, ha il
dono di guardare oltre ciò che può toccare o vedere; insomma, comunica
con qualcosa di grande, invisibile che si chiama Dio. Ho ascoltato molti
scalatori mentre parlavano con Lui nella preghiera, soffermandosi sul
suo amore, ringraziandolo per l’aiuto ricevuto. Quando lo fanno, cerco
di immedesimarmi in loro ed in queste occasioni ho la sensazione di
avvertirne la presenza anche se, in tutta sincerità, non riesco ancora
ad immaginarlo fisicamente. Forse, per vederlo bisogna crederci di più!
Quante cose devo ancora imparare!”. Il
gracchio trascorreva le ore della sua giornata volando, soffermandosi ad
osservare e scrutare le cordate. Così la nostra cornacchia piano piano
si era isolata dalle altre che, invece, si cu-ravano di ben altre cose,
anzi, a volte muovendo le rocce sovrastanti mettevano in pericolo la
vita stessa di molti scalatori. Le loro grosse ali nere sbattevano
nell’aria e il loro gracchiare rendeva l’atmosfera del luogo quasi
cupa. Ed il nostro eroe, inutilmente gridava: “Statevene un po’
zitte!”. All’improvviso:
“Fiuuuu! Fiuuu!”. Il fischio di un sasso che precipitava dall’alto
innervosì molto il gracchio: “Ehi, attente con quei sassi! State
attente lassù!”, gridava alle compagne che incuranti del pericolo
giocavano con le rocce. “Brave
sciocche! Non sopporto la vostra negligenza, questo comportamento senza
regole!”. “Cra,
cra, cra..., comportatevi bene, comportatevi beneee!”, seguitava a
ripetere. “Cra...
cra..., chi credi di essere?”, le rispondevano ironicamente in coro. Il
tempo un giorno non era calmo; improvvisamente nel cielo rimbombò un
gran tuono. “Un tuono? Sta arrivando un temporale!”, esclamò il
gracchio rendendosi conto del pericolo. Un vento gelido e repentino
percosse le sue ali, le nuvole nere come l’inchiostro si illuminarono
all’improvviso di lampi minacciosi e un terribile temporale lo colse
del tutto impreparato. Tutti gli animali si erano presto messi al
riparo, avvertendo che di lì a poco tutto sarebbe cambiato. Per un
momento la paura si impadronì del gracchio, che completamente solo e in
balìa della bufera, cominciò a preoccuparsi per la sua stessa sorte:
“Le cose si mettono male!” brontolò, “è meglio trovare subito un
rifugio”. Le
pareti delle montagne rapidamente vennero attraversate dai fulmini. La
cornacchia, sbattendo furiosamente le ali, volò invano fra canaloni
alla ricerca di un anfratto roccioso per ripararsi, quando
all’improvviso una tempesta di grandine mai vista la investì. Il
ghiaccio cadeva a forma di chicchi grossi come una noce. Era impossibile
resistere a tale furia della natura. Il povero uccello colpito in pieno
precipitò sbattendo sulle rocce. Tramortito e dolorante svenne, rimase
inerte ai piedi di un grosso masso. Soltanto il rumore della pioggia
torrenziale mise fine a quella giornata turbolenta e piano piano cominciò
a farsi finalmente spazio il silenzio. “Qui
c’è una cornacchia! Guarda sembra ancora viva! Poverina! È tutta
gelata!” esclamò l’alpinista accarezzando il povero uccello. “È
stata la tempesta...” aggiunse il compagno. “Portiamola al rifugio!
Magari tenendola al caldo potr Il gracchio si era affezionato a Martin ed a quella vita e
sebbene il tempo avesse curato e guarito le ferite, decise di vivergli
accanto: “Grazie! Grazie di tutto!” continuava a dire al suo
salvatore. Tutte le sere, riposava sulla finestra della camera
dell’alpinista e tante volte, durante il giorno, si poggiava sulla sua
spalla lasciandosi accarezzare; ma solamente
da lui perché era l’uomo che lo aveva raccolto e lo proteggeva.
Martin chiamò il suo nuovo amico “Crac”! Le
montagne che Crac ogni giorno sorvolava erano belle quanto ardite;
alpinisti di tutto il mondo desideravano scalarle, in particolare una
cima costituiva il sogno di tutti: Il Dito di Dio! Slanciato, staccato
da tutte le altre vette sembrava un campanile solitario quasi che
volesse toccare il cielo. Tutti lo temevano e lo amavano tanto che
bramavano raggiungerne la cima. Il Dito di Dio era una roccia contro la
quale i sogni di molti alpinisti si erano “frantumati”. Le sue
pareti racchiudevano la storia dell’alpinismo di quegli anni ma solo
pochi erano riusciti a scalarlo. Il
mio maestro tanti anni fa si era talmente innamorato di quello spuntone
di roccia da costruirci ai suoi piedi una casa... “Una
casa? Ma papà, le case in montagna si chiamano rifugio!”. “Sì!
Hai ragione”, risposi a Chiara. à
sopravvivere!” continuò il primo. Per
giorni e giorni il gracchio lottò fra la vita e la morte, poi
improvvisamente aprì gli occhi e vide il viso barbuto di un uomo che si
prendeva cura delle ferite. “Dove mi trovo? Chi sei?” esclamò
stupefatto e spaventato. Man mano che metteva a fuoco l’immagine,
riconobbe Martin, l’alpinista più noto di quelle montagne. Lo
conosceva molto bene: lo aveva seguito in tante scalate, oppure, quando
si avvicinava al rifugio, sperando di rimediare qualche briciola di
pane! Per
molti giorni la cornacchia malandata rimase in convalescenza nella
camera dell’alpinista, ogni tentativo di muovere le ali le procurava
delle atroci
sofferenze, l’uccello
sopportava in
silen-zio i terribili dolori, pago com’era di poter essere
servito di cibo e cure. “Poverina!
Povero gracchio”, esclamò all’improvviso la mia bambina. Passò del tempo..., il gracchio provò ad alzarsi ed anche a volare: “Non sento più male! Forse sono guarito”, mormorò. Martin
costruì un rifugio per gli alpinisti che volevano fermarsi a mangiare,
dormire, ma soprattutto, per sé e per quelli che desideravano ammirare
la cima delle cime... Un
giorno..., il rifugio non fu aperto. Martin era sceso in valle, senza
alcun apparente motivo. Non l’ho più visto! Non ho nemmeno visto
nessuna “anima viva”, almeno ad aprire il rifugio o a portarmi
qualcosa da mangiare. Tutto era improvvisamente cambiato, non più gli
alpinisti chiacchierare con Martin, non più il comodo ambiente dove
avevo sempre vissuto, e nemmeno i “pranzetti” già pronti, ma
soprattutto, non c’era più il mio inseparabile Martin. “...Cosa ci faccio qui? Dov’è finito il
mio unico amico? Già da molti giorni volo lontano, oltre i confini di
quel mondo che conosco, per cercarlo ma è sparito nel nulla. No! Non
posso credere che mi abbia abbandonato, lasciandomi solo! Lui sa che
sono vivo, lontano dagli altri uccelli, vecchio e stanco, sono stato
felice e persino famoso, solo con lui, ma ora cosa posso fare se non
c’è più? Povero me, sono il più infelice degli uccelli!”.
Crac
Seguirono
giorni difficili. Crac stava vivendo una esperienza dolorosa:
“Possibile che mi sia caduta una lacrima”, si domandò volando senza
meta alla ricerca del suo amico. “Ma no! Non posso piangere! I gracchi
non piangono!”. Portava con sé tutte le tristezze del cuore. Solo e
disperato, pensava in continuazione alla vita che si era fermata nel
vuoto perché il suo maestro non c’era più, era improvvisamente
sparito. La
casa ai piedi della montagna era chiusa, tutta la natura sembrava morta,
persino le montagne ammutolite parevano soffrire senza il loro
incontrastato re. “Oh mamma, come faccio, adesso?”, piagnucolava e
sospirava il gracchio. Crac
aveva la sensazione che il mondo gli fosse caduto in testa, coglieva nel
suo cuore la nostalgia dei momenti più belli vissuti con Martin: quando
consigliava i giovani scalatori, quando raccontava le avventure di quei
monti alle persone salite fin lassù per incontrarlo; pensava alla sua
tenera amicizia ed alla sua forte figura protettiva. Fermo,
immobile sullo stipite della finestra del rifugio Crac aspettava con
ansia ogni momento nell’attesa che l’amico ritornasse. Piangeva di
nascosto tutti i giorni. Ogni alpinista che passava di lì gli pareva
Martin ma, poi, di fronte alla realtà si sentiva ancora più triste e
abbattuto. Non aveva nemmeno più la voglia di volare e pensava,
pensava... Crac
si chiuse allora nel mondo dei ricordi per rivivere così la prima
salita su quella cima... un’avventura indimenticabile. Seguivo
Martin sul sentiero che portava all’attacco della parete est del Dito
di Dio. Nel silenzio della natura ancora addormentata condividevo i suoi
dubbi, le sue tensioni, le ansie e le paure per quella “prima”.
Nonostante avessi toccato per centinaia di volte con facilità la vetta
del “Dito”, il mio più grande desiderio era di ritrovarmi lassù
con il mio compagno dopo aver realizzato la prima ascensione assoluta.
Cominciò la scalata, Martin mise le mani sulla roccia dopo essersi
avvolto la corda di canapa attorno al corpo. Nello zaino si era portato
il giubbotto di velluto ed un sacco di
tela cerata, alcuni chiodi, tre moschettoni, qualcosa da mangiare
e da bere. Gli
volavo accanto senza disturbarlo, lo vedevo salire sicuro come solo lui
sapeva fare. In poche ore Martin raggiunse il punto massimo toccato dai
precedenti scalatori, sciolta la corda e legatala ad un solido chiodo si
alzò di alcuni metri. Più in alto ascoltavo il suono forte del
martello che piantava un altro chiodo. Il
mio campione saliva metro dopo metro, sempre più lentamente, perché la
fatica cominciava a farsi sentire. Con grande forza d’animo Martin si
era ormai avventurato nel cuore della parete, stava attraversando nel
vuoto, sostenuto soltanto dalle punta delle dita. Provai un brivido di
paura, temevo per la sua vita e solo quando mise i piedi su un piccolo
appoggio di roccia tirai un sospiro di sollievo e ripresi il coraggio
per avvicinarmi. Volevo fargli capire che non era solo, perché c’ero
pure io”. Crac
continuava a ricordare... Il
sole era sempre lassù, sembrava fermo, immobile. Conoscevo la parete in
ogni particolare, sapevo che sopra avrebbe trovato un comodo terrazzo
dove fermarsi a riposare. Infatti, dopo alcune ore di scalata vidi il
mio compagno arrestarsi nell’unico punto possibile in quell’universo
di strapiombi. Nessuno aveva osato tanto e per di più da solo! Il
sole si preparava a scomparire per rinascere altrove; il silenzio
trionfava ovunque mentre una stella brillava raccogliendo su di sé gli
ultimi raggi di sole. In valle qualcuno seguiva la scalata con
apprensione e curiosità e con un “iodle”, salutava Martin. Le
montagne accanto erano già immerse nell’ombra, quando, nel rifugio
sottostante, una luce preannunciava la notte ormai vicina. Martin
si sedette con le gambe penzolanti nel vuoto. Ancorato a due solidi
chiodi lo vidi consumare un misero pasto: una lucanica, con dei pezzi di
pane, dell’acqua e un po’ di vino. Mi posai accanto a lui per godere
delle briciole cadute”. Scese,
infine, la notte fortunatamente con la luna piena. Da lassù, alta nel
cielo, con la sua luce fredda creava un gioco di luci e penombre
meraviglioso. Per me era normale dormire in piedi, ma non per lui che di
tanto in tanto s’appisolava scivolando verso l’abisso, tendendosi
alla corda. “Guarda,
cade una stella!”, gridai. Nel cielo si era vista apparire e
scomparire una striscia d’oro. “Un’altra!... e ancora altre!”.
Il tempo pareva non passare mai, ogni minuto d’attesa diventava
lunghissimo, ma si sa che tutto passa! Finalmente...
una striscia rosa all’orizzonte... lentamente si apriva preannunciando
l’aurora. Il cielo sopra di noi si trasformava da un blu scuro intenso
verso un azzurro sempre più chiaro. L’ora prima dell’alba è la più
fredda, è impossibile dormire: Martin, tutto infreddolito, contava i
minuti massaggiandosi continuamente le gambe. In uno splendido mattino
estivo in cui il sole brillava nel cielo azzurro regalando calore e
luce, i muscoli infreddoliti riacquistavano forza mentre le paure ed i
dubbi del giorno prima lasciavano spazio all’entusiasmo. Persino la
parete, sopra di lui, che il giorno prima sembrava inaccessibile ora si
mostrava più facile; ma era un’illusione! Dopo
aver consumato alcuni biscotti con marmellata, Martin riprese la sua
scalata seguendo una marcata fessura che offriva dei buoni appigli per
le mani. Il sole era già alto e scaldava fin troppo quando egli tentò
di superare uno strapiombo con l’aiuto di un chiodo che però non
voleva entrare nella roccia. Non c’era appiglio per le mani e la
roccia buttava in fuori: sembrava umanamente impossibile superare quella
difficoltà! Anche le forze piano piano venivano meno mentre affrontava
l’ultimo passaggio estremo, quello chiave! Incapace di salire Martin
sconsolato decise di ritornare al punto di partenza, cinque metri sotto.
Fu una ritirata allucinante, perché, guardando in giù anch’io
avvertivo la paura di un ritorno quasi impossibile. Annientato, sfibrato
Martin volse lo sguardo su quell’ultimo strapiombo che gli aveva
impedito di raggiungere la cima, si era reso conto che si trovava in una
trappola. Era un terribile scherzo della montagna che gli fece sfogare
tutta la sua rabbia: “Dito di Dio, perché mi vuoi fermare proprio
sotto la vetta? Non ti ho forse dato tutto il mio coraggio, tutte le mie
forze?”. Si
fece un gran silenzio. Cominciai ad avvertire un senso di inquietudine e
decisi di correre in suo soccorso. Dovevo fare qualcosa, aiutarlo in
qualche modo: “Forse una soluzione ci sarebbe!”. Pensando alle rocce
più articolate dell’altro versante della torre, mi venne un’idea:
volai una decina di metri a sinistra del punto dove si trovava Martin
fino oltre lo spigolo della parete. Dopo aver scrutato le rocce
sovrastanti vi scoprii appigli, fessure per i chiodi; mi resi conto che
la scalata sarebbe stata molto più facile! Dovevo
svelargli il segreto della parete, ma come? Mi
avvicinai e lo beccai su una mano per richiamare la sua attenzione; poi,
con un volo frenetico, agitato, impossibile da non notare scomparivo per
poi riapparire dietro lo spigolo. “Cra!
Cra! Cra!”. Martin incredulo si accorse che volevo indicargli
qualcosa, forse la soluzione della sua scalata. Quando
ormai la speranza lo stava abbandonando, iniziò il lungo traverso verso
il vertiginoso spigolo. “Coraggio, stai per farcela!” gli dissi.
Infatti quando Martin raggiunse la parete nascosta dietro lo spigolo,
meravigliato e stupito scoprì delle rocce più facili. “Bravo
Crac!” mi gridò immensamente felice! “Evviva,
evviva!” esclamai nel vedere il mio amico toccare la cima. Vedendolo
con le braccia alzate verso il cielo, “Martin sei tan... tant...,
tanto fo..for... forte!”, balbettai. Il mio amico era sul Dito di Dio,
era nella leggenda! Anche per merito mio! Il mio sogno si era
realizzato, che giornata incredibile! Che tempi!”. “Cra...,
cra..., cra! Guardate, guardate tutti, è lui il vincitore della vetta
più difficile!” Cra..., cra..., gracchiava Crac a tutti gli uccelli
delle Dolomiti. Chiara:
“Com’era bello essere assieme lassù!”. “Se
non ci fosse stato il gracchio, Martin sarebbe morto sulla montagna!”,
aggiunse la mia bambina felice e soddisfatta per la felice riuscita di
quella prova. “Ora
mi sembra impossibile che Crac si trovi in solitudine, senza il suo
amico, senza ciò che di più caro ha sulla terra. Perché è stato
abbandonato?”. Le
risposi che a volte nella vita bisogna lasciarsi, per poi ritrovarsi più
felici e più ricchi nel cuore. “Ora Chiara è molto tardi e la storia è ancora lunga. Domani ti racconterò il resto, pensa a Crac ed al suo Martin”. “Va bene papi, buona notte”. Due
alpinisti in difficoltà
Martin
conosceva a fondo la sua cornacchia. Sapeva quando si allontanava per il
suo volo giornaliero, quando voleva mangiare, riposare o fare altro.
C’erano delle situazioni particolari nelle quali Crac desiderava
comunicare qualcosa di importante, in quelle occasioni muoveva in modo
agitato le sue ali come aveva fatto sul Dito di Dio. Proprio
su quella cima stavano arrampicando due giovani. Seguivano la stessa via
aperta da Martin. La
giornata era veramente bella e le montagne attorno apparivano ricche di
ombre e luci dai colori meravigliosi, i due si muovevano lentamente in
modo impacciato. Portavano uno zaino enorme carico di materiale da
roccia: decine di chiodi, moschettoni...: “È da due ore che vi
osservo, siete così lenti a muovervi!”. Rifletteva Crac: “Non ho
mai visto niente di simile e davvero vogliono scalare Il Dito di Dio con
tutto quell’armamentario?”. Ma
ciò che colpì ed infastidì maggiormente il gracchio, era il loro
insistere a mettere chiodi là dove Martin, molti anni prima, era
passato con l’aiuto delle sole mani e per di più slegato. “Ci vuole
umiltà per diventare grandi alpinisti!” ripeteva sconsolato. “Perché
non salite con le vostre mani come ha fatto Martin? In montagna, come
nella vita ci sono dei valori, delle regole da osservare e soprattutto
rispettare quello che hanno fatto gli altri prima di noi” aggiunse fra
sé la cornacchia. Allo
stesso modo anche Crac percorreva con la memoria la scalata di Martin di
tanti anni prima, quando aveva affrontato la parete con pochi attrezzi,
ma armato di tanto coraggio, di molta forza, ma soprattutto di grande
esperienza. Ricordando, pensava alla vecchia regola secondo cui se non
si è sufficientemente preparati per fare una scalata è meglio
accantonarla. Infatti alla sua maniera gridò ai due giovani: “Ehi,
ehi! ma non siete pronti per scalare Il Dito di Dio! Non è giusto voler
conquistare una vetta a qualunque costo! Non dovete vincere per forza,
lo scopo vero è migliorare se stessi per mezzo dell’arrampicata!”,
e concludeva: “Sono certo che il Dito non si concederà a voi
così facilmente!”. Intanto
i due avevano raggiunto il primo chiodo di Martin e si apprestavano ad
affrontare la difficile traversata. “Adesso voglio proprio vedere come
faranno”, diceva Crac tra sé, volando vicino a loro. Dopo molti
tentativi il primo di corda estrasse uno strano aggeggio e cominciò a
bucare la roccia. “No! No! Così rovinate la via!”, gridava il
gracchio. “Non sopporto più questo scempio di scalata, ora vado a
chiamare Martin!”. “Papà...,
papà, ma Crac è arrabbiato?” mi chiese Chiara. “Direi proprio di sì!”
le risposi. Mentre
Crac era in procinto di allontanarsi, un grido squarciò il silenzio
della natura. “Cos...! cosa è successo?”, esclamò il gracchio
girandosi. “Dio mio è caduto!”, constatò spaventato, mentre
ritornava sui suoi passi. Un
chiodo, messo in malo modo, era uscito: “Aaahi! Il mio piede!”, si
lamentava uno degli inesperti rocciatori. I
due giovani scalatori si trovavano in una posizione piuttosto scomoda,
stavano tutti e due appesi sulla corda e nel vuoto, incredibilmente
sorretti dall’unico chiodo di Martin. “Si è proprio rotto un piede
e il suo compagno non può far nulla per aiutarlo!”...
All’improvviso Crac comprese come se il chiodo avesse ceduto i due
sarebbero precipitati per oltre duecento metri. I
due alpinisti erano ormai in preda al terrore. “Tutto
bene, vi ho individuati! State tranquilli! Vado subito a chiamare i
soccorsi!”. Senza esitare con una virata, seguita da un volo radente,
Crac s’affrettò a rientrare al rifugio. “Cra!
Cra! Cra!”. Cominciò
a bussare con il suo becco sul vetro della finestra: “Toc, toc, toc!
Martin, Martin, guarda sono qua! Toc, toc...”. Non
ci volle molto per attirare l’attenzione: “Chi è? Chi è che batte
sul vetro?”. “Sono io, Crac la cornacchia! Allarme! Allarme,
allarme!”. L’uccello
muoveva freneticamente le ali, voleva dirgli di seguirlo! Infatti,
appena Martin uscì e prese il sentiero, Crac volò in direzione del
Dito di Dio. Dopo
un po’ di tempo la guida alpina si accorse dei due alpinisti che
impauriti gridavano: “Aiuto! Aiuto!”. “Cra,
cra..., arriviamo, arriviamo!” gracchiava Crac tutto emozionato. “State
fermi, non agitatevi che presto verremo a prendervi” gridò a sua
volta Martin. Dopo
qualche ora. “Ecco,
coraggio!” disse Martin legando il primo scalatore alla roccia. “Oh,
grazie a Dio, siete arrivati!” esclamò l’infortunato con un sospiro
di sollievo. Per
tutto il pomeriggio i soccorritori lavorarono sulla parete per
recuperare i due malcapitati. Infine, quando il sole tramontava tutto
rosso nel cielo, e sulle montagne scendevano le prime ombre, tutto era
finito: i ragazzi si trovavano al sicuro sul sentiero. Uno
dei soccorritori, accortosi dei rischi corsi dai due con la loro
negligenza, manifestò l’intenzione di esprimere tutta la sua rabbia
ed il suo disappunto. Martin lo interruppe: “Lascia perdere, ci ha già
pensato la montagna a sfogare la sua ira!”. “Si
guadagna sempre qualcosa ad essere umili specialmente in montagna!”
rifletteva Crac. A
sua volta il ragazzo ferito guardò Martin e con un sorriso, smorzato da
una smorfia di dolore gli fece capire di aver imparato la lezione:
“Grazie! Grazie di cuore!” disse il ragazzo ai suoi soccorritori. Denis e la
madonnina
Solo
e molto triste. “Non ce la faccio più! Oggi sono più debole del
solito!”, pensava tra sé Crac. Già da molti giorni e da molte notti
attendeva sulla finestra del rifugio quando una farfalla si avvicinò.
“Buonasera, signorina cornacchia!” le disse. “Perché
singhiozzi?”. “Perché non voli con me?”, chiese la farfalla alla
cornacchia, ma quest’ultima aveva le ali ormai quasi atrofizzate e
denutrita com’era, non si reggeva più sulle zampe. “Sì, vorrei ma
non riesco più ad aprirle!”, le rispose. A
Crac mancavano soprattutto le forze, si era completamente abbandonato
alla tristezza, senza mangiare né
bere. “Non ne posso più!” sussurrava fra sé. Cominciava a
soffrire il freddo e la fame che aumentava sempre più, via via che
passava il tempo. Guardando il piccolo essere dalle ali variopinte
mentre si poggiava felice sui fiori più belli, Crac meditò sulla
natura meravigliosa della montagna, sulla sua esistenza che stava per
perdere, lasciandosi così invadere da un unico pensiero fisso: quello
della morte. Crac:
“Ciao piccola farfalla! Sei tu che sei venuta a portarmi su una
stella?”. E
la farfalla: “Ma perché vuoi salire sulle stelle? Perché vuoi
morire?”. “Sono
solo! Mi manca la volontà di lottare, penso in continuazione alla
caparbietà di Martin, alla sua voglia di vincere anche le vette più
difficili. Mi sento meschinamente debole di carattere”. “Ma
lui è...! Martin è un “mito”, un eroe della montagna!” aggiunse
la farfalla“ mentre tu, sei soltanto un gracchio di montagna! “Come
puoi paragonarti a lui?”. Gli
rispose Crac: “È vero! come posso pensare di reagire e lottare? Oh,
come sono disgraziato! Morirò solo! Questa sarà la mia fine, morirò
qui, su questa finestra dove ho vissuto vicino agli uomini, dove per
tutta la vita mi sono sentito più importante dei miei simili. Che
vergogna! Forse ho voluto troppo!”. La
farfalla lo guardò incredula: “Caro Crac tu non sei Martin, però la
tua vita è importante per te stesso e per tutti gli esseri che potrai
aiutare! La vita è un dono, e coinvolge indistintamente tutti!”. E
Crac: “Non ce la faccio, sono troppo stanco!”. Ancora
la farfalla: “Però potresti almeno tentare di muoverti, di scuoterti,
di continuare a vivere, se lo farai potrai tornare ad essere come prima
e dimenticherai tutte le tue pene!”. Invece Crac continuava a
risponderle: “Perdonami! Perdonami! Lasciami morire! No! No! Non
voglio vivere senza Martin! Non ha senso!”. Stanco
e infreddolito Crac lentamente si lasciava morire. Allora
solo la voce della sua coscienza si fece sentire: “Ti ricordi la
storia di Denis? O forse ti è comodo non ricordare?”. Ed aggiunse:
“Pensa all’esempio di Denis e capirai che la Fede è la forza che
salva!”. Replicò
Crac: “È vero! Denis però era un ragazzo eccezionale ed è diventato
un grandissimo alpinista!”. E la vocina: “Quello non è importante.
Era un ragazzo che aveva capito come con l’amore si possa fare tutto!
Quindi chiudi semplicemente gli occhi e lasciati trasportare dal
passato”. Fu
così che i ricordi si impadronirono nuovamente del pensiero della
cornacchia ... “Piccola
farfalla forse hai ragione, le tue parole mi hanno ricordato la vita di
un giovane alpinista...”. “Sì,
sìììì, parlami, raccontami la sua storia” chiese la farfalla. E
Crac, colpito dalla sua insistenza, cominciò a raccontare... “...Denis
era un ragazzo di città, con origini molto umili; il papà operaio
doveva lavorare molte ore per poter garantire alla sua famiglia il
minimo indispensabile per vivere decorosamente. Il giovane si era sempre
prodigato per aiutare il padre; tutte le mattine si alzava molto presto
e prima di andare a scuola faceva il garzone di panetteria, portava il
pane ed il latte a molte famiglie della città. Dallo
zio Giacomo, alpinista leale e generoso, Denis aveva ereditato la grande
passione per la montagna. Quasi tutte le domeniche era lui a portare il
ragazzo in montagna, lo legava alla stessa corda insegnandogli le cose
essenziali per essere alpinista. Il ragazzo contraccambiava manifestando
la sua gioia con l’abilità nell’apprendere gli insegnamenti. Ben
presto iniziò a scalare con l’agilità di un gatto e con la maturità
di un alpinista già esperto, nonostante fosse appena sedicenne. Denis
aveva letto molti libri di montagna e si era “innamorato” degli
alpinisti più famosi, ne condivideva il modo di pensare e di
arrampicare. Il suo alpinista preferito era Martin e il sogno della sua
vita era quello di poter un giorno scalare Il Dito di Dio. L’alta
montagna per lui era il suo unico sogno parzialmente appagato solamente
quando lo zio lo portava con sé. “Forse un giorno le cose
cambieranno? Forse, quando avrò terminato i miei studi ed avrò un buon
lavoro potrò realizzare i miei sogni” diceva fra sé il ragazzo,
consapevole però che il suo dovere principale fosse quello di aiutare
la sua famiglia. Un
giorno accadde ciò si vorrebbe non accadesse mai: Lisa, la sorellina di
dieci anni, si ammalò gravemente. Per Denis la vita da quel momento
diventò tremendamente triste! I sogni del giovane alpinista crollarono. In
poco tempo tutti i risparmi della sua famiglia si volatilizzarono per le
costosissime cure, ma ciò nonostante la malattia continuava,
inesorabile, a distruggere la vita della bambina. L’unica speranza era
in un miracolo di Dio! Quel Dio che Denis aveva sempre pregato e che in
quel momento sembrava lo avesse abbandonato. Il
ragazzo, dopo la scuola, trascorreva le sue ore accanto al letto della
sorellina per coccolarla con immenso amore; accanto a lei, sul comodino,
c’era una piccola statua di una Madonna. Denis continuava a pregare la
Madonnina in silenzio nonostante il cuore sfogasse il dolore e la
commozione nelle lacrime. Lisa
si rivolse al fratello: “Quando non ci sarò più porterai la nostra
Madonnina sulla montagna, vedrai che Lei esaudirà qualsiasi tua
preghiera!”. “Sì, sì! Non stancarti! Sono certo che tutto andrà
bene!” le rispose il fratello trattenendo il pianto. Denis
non trovò pace per tutto il giorno e non riuscì, durante quella notte,
nemmeno a prendere sonno, poiché continuava a pensare alla sorellina
tanto sfortunata, finché... all’improvviso, un segno evidente, un
pensiero attraversò la mente del giovane: “Con la fede si può
tutto!”. Questa
convinzione trasformò la disperazione in speranza. Il giorno dopo, un
mattino, anzi un mattino speciale, il ragazzo prese la Madonnina, la
mise nello zaino e andò a parlare con lo zio: “Devi aiutarmi, voglio
portare questa Madonnina sulla cima più bella e difficile del mondo,
sarà la nostra preghiera per Lisa!”. ...
“Cra, cra, cra!” gracchiavano le cornacchie, forse per annunciare
che il tempo stava cambiando in peggio, oppure più semplicemente perché
colte dall’agitazione del momento. Ma già dalle prime ore del mattino
molte nuvole minacciavano pioggia, coprivano le cime dei monti e un
vento caldo spirava da Sud lasciando presagire l’arrivo del temporale.
Tutti gli animali delle Dolomiti si erano rapidamente messi al riparo,
tutti gli alpinisti che stavano al rifugio di Martin si prolungavano
nella colazione in attesa dell’acquazzone. Solo un uomo di mezza età
e un ragazzo, dopo aver preparato lo zaino come fa chi deve affrontare
una scalata molto difficile, si erano messi in moto alle prime luci
dell’alba. Pensai: “La vita è già complicata, perché complicarla
di più!”. Incuriosito dal loro comportamento, li seguii sul sentiero
per cercare di capire le loro intenzioni. “Dai
zio, andiamo all’attacco e proviamoci! Nonostante il cielo non sia
favorevole, certamente ci risparmierà perché nello zaino portiamo la
Madonnina di Lisa! Lei ci aiuterà!”. Gli
rispose lo zio: “Mi hai convinto scaleremo Il Dito di Dio e sono
sicuro che tutto andrà per il verso giusto!”. Commentai:
“Ma come..., sono impazziti! Non vorranno scalare Il Dito di Dio?
Nessuno dopo Martin è riuscito nell’impresa e poi..., Dio mio è un
bambino! E con questo tempo!”. Il
“Dito” si ergeva sopra i ghiaioni come una freccia puntata verso il
cielo; la parete superata da Martin era impressionante, appariva e
scompariva fra le nuvole e solo di tanto in tanto si mostrava nella sua
interezza. I
due alpinisti avevano superato i primi tiri di corda della via di Martin. “Ok,
puoi salire!”, gridò il ragazzo alternandosi al comando della
cordata. Riflettevo:
“Un cucciolo d’uomo capocordata lungo una delle vie più difficili
delle Dolomiti e del mondo! ...No! È una follia!”. Ma,
dopo un po’: “Mi sembra però deciso e sicuro e arrampica molto
bene!”. Li osservavo poggiato su uno spuntone roccioso molto vicino ai
due, che si trovavano isolati nella nebbia dal resto della natura. Meravigliato
mi sentivo attratto dall’audacia e dalla bravura del ragazzino,
sconosciuto a tutti specie agli alpinisti che frequentavano quei luoghi. Ad
un certo punto, sul primo traverso ..: “Ma come, il giovane sta
proseguendo ancora da capocorda?” mi chiesi meravigliato. Denis, non
possedeva la tecnica e l’esperienza del grande Martin ed era quindi
costretto a muoversi lentamente, con il peso del corpo tutto sulle
braccia, senza sfruttare i piedi sulle piccole asperità rocciose; era
aggrappato con le punta delle dita. “No! Non può farcela!”
esclamai, spaventato per le conseguenze di un’eventuale caduta.
“Ecco! Su coraggio, tieni duro!”. Per
un miracolo, per una forza misteriosa che è in noi, il ragazzo rimase
appeso così a lungo e con uno sforzo incredibile riuscì a guadagnare
il pulpito alla fine del traverso. “Quale forza ti porti dentro
piccolo arrampicatore?” esclamai, tirando un grosso respiro. Intanto
il cielo, si tingeva sempre più di nero, i tuoni, del temporale si
erano avvicinati. I lampi illuminavano il paesaggio, un vento impetuoso
sferzava le rocce e la pioggia già cadeva abbon-dantemente sulle cime
attorno. “Hmm, può piovere da un momento all’altro!” disse Denis.
“Brutto affare, però non perdiamoci d’animo”, gli rispose lo zio
aggiungendo: “Coraggio dai... ce la faremo!”. Sul
Dito di Dio regnava il sereno, come se le nuvole volessero risparmiare
la Cima delle cime. “Persino la natura s’inchina al coraggio della
cordata!” gridai, guardandomi attorno spaventato. Avevo vissuto la
brutta esperienza del temporale in montagna, ma quella volta mi ero
premunito contro un repentino cambiamento del tempo scovando, lì
vicino, una nicchia rocciosa. Rimasi
tutto il giorno sul Dito di Dio, silenzioso testimone di un’altra
grande avventura. Alla fine un arcobaleno comparve fra le nubi e unì le
cime al cielo. Poco a poco comparve anche il sole, per immergersi subito
dietro le cime. I due si apprestarono al bivacco. Denis quella sera si
addormentò subito, per la fatica; io, invece, decisi di volare fino al
rifugio per avvertire Martin di ciò che stava accadendo. Al
primo debole chiarore dell’alba, il paesaggio mutò, il cielo divenne
limpido ed un forte e gelido vento da nord soffiava sulle cime. “Che
freddo! Iniziamo ad arrampicare” sentenziò lo zio. Man
mano che il sole si alzava nel cielo, splendeva sempre più sulle cime
innevate e immergeva i suoi raggi luminosi sui piccoli ghiacciai pensili
ai piedi delle pareti. Martin, sulla porta del rifugio, scrutava con il
binocolo la parete del Dito di Dio, arrestando
lo sguardo sulla cordata ormai ad un centinaio di metri dalla
vetta. Volai
molto in alto, sulla cima, per godermi da protagonista la fine della
scalata, la vittoria! Grande
la commozione dell’abbraccio in vetta: “Denis ragazzo mio, se non ci
fossi stato tu, non ce l’avremo fatta!”. “È
magnifico!”... “Cra, cra! Che bello! Sììììì! È una scena
davvero commovente!”, dissi mentre guardavo stupefatto. “Sono
stanchi morti ma immensamente soddisfatti di esserci riusciti!”. Da
lassù potevamo scorgere le cime dei monti. Lo zio era davvero fiero di
un nipote così forte e coraggioso. Poi scoppiarono in un pianto
liberatorio, senza fine. Con prudenza, presero la Madonnina dallo zaino
e la poggiarono sulla roccia. Rimasero a lungo in silenzio fissando la
piccola statua... alla fine iniziarono a pregare: “Mamma del cielo,
questa scalata è la nostra preghiera per Lisa! Guariscila!
Guariscila!”, disse Denis con le lacrime che scendevano dai suoi occhi
tristi. Attorno il panorama era splendidamente illuminato da un sole
raggiante. Tutt’intorno un anfiteatro di cime meravigliose. Al
ritorno dalla scalata, ci fu una grande festa al rifugio. Alla fine la
stanchezza vinse i due, soddisfatti nonostante le loro preoccupazioni...
quanti applausi, anche Martin si complimentò con i due scalatori. Poi
però il pensiero a Lisa: “Martin”, disse lo zio del ragazzo,
“vorrei confidarle un dolore che rende la vita difficile a Denis e a
tutti i miei familiari; stiamo soffrendo terribilmente per un problema
che purtroppo non ha soluzione...”. Così,
poggiato prima sulle spalle del mio maestro e poi sullo stipite della
finestra venni a conoscenza della vita, delle motivazioni che avevano
spinto lo zio ed il nipote alla difficilissima avventura. Per la prima
volta compresi il vero significato di quella Madonnina sulla vetta. Alcune
settimane dopo, Martin ricevette dal ragazzo una lettera che raccontava
la straordinaria, miracolosa guarigione della sorellina “... i medici
hanno detto che le cure hanno funzionato, ma io, noi tutti, sappiamo che
soltanto la Madonnina del Dito di Dio ha esaudito la nostra
preghiera!”. “Oh!”
esclamò la farfalla: “È una storia meravigliosa!”. “Finalmente
ho capito il perché di tanta forza! È la stessa, caro Crac, che ti farà
ritornare a vivere!”, sospirò. La
farfalla aprì le ali e mettendo in risalto i bellissimi colori, voleva
esprimere la sua gioia per l’esito bellissimo della storia raccontata
da Crac. Prima di riprendere il suo volo da un fiore all’altro, si
rivolse al povero gracchio: “E tu, cosa aspetti a volare!”. E si
allontanò.
Gipsi e il gufo
Chi
sei? Mi fai tanta paura!”. “Ehm, sono un uccello della notte, so...
so... sono un gufo reale”. “Perché hai gli occhi così
grandi?”chiese Crac. “Per vedere al buio a chilometri di distanza,
così ho avuto modo di osservarti per tante notti”. “Ma... ma cosa
vuoi da me?”, esclamò il gracchio. “È da un po’ che ti sto
osservando, hai le piume tutte spettinate”, rispose il gufo; poi
aggiunse: “Il buio è magnifico! Di notte vicino al rifugio si
aggirano molti topi che sono il mio pasto preferito!”. “Oh,
no, è tremendo! poveri piccoli topi”, disse Crac seccato. Era
una notte gelata di luna piena in cui si colorano d’argento tutte le
cose, compreso un piccolo topo che s’aggirava proprio sotto la
finestra. “Devo distrarre il gufo, perché se si accorge di quella
presenza, gnam... gnam... se
lo divora con un solo boccone”, pensò Crac. Rivolgendosi nuovamente
all’uccello: “Perché vuoi parlare con me?”. “Sei
la cornacchia più famosa delle Dolomiti, tutti gli uccelli ne parlano,
alcuni persino sparlano di te, ma penso sia soltanto invidia per il tuo
coraggio di vivere accanto agli uomini.” “Accipicchia,
non sapevo di essere diventata famosa soltanto per l’amore verso
l’uomo che mi ha salvato la vita, credo che sia normale...”. “Sì!
Ma non lo è, lasciarsi morire per lui!”, interruppe il gufo
staccandosi con un battito d’ali dalla finestra e volando nel chiaro
di luna. “C’è
un rumore strano”, sussurrò Crac. Non fece in tempo a terminare il
suo pensiero, che vide in lontananza il topolino che ancora correva
avanti e indietro. “To...
topo...topolino”, gracchiò. “Scappa, scappa lontano perché qui
vicino si aggira un gufo!”... “Ma dai!”, esclamò il topo
avvicinandosi a lei con molta cautela per non farsi scorgere. Ancora
Crac: “Devi fuggire lontano, perché ho appena visto un grande gufo
affamato”. “Fammi
nascondere!”, strillò il topo piccolo piccolo. “Presto,
presto! Mettiti qui sotto”, gracchiò la cornacchia alzando con fatica
la sua ala destra. Gipsi,
così si chiamava il topolino, si guardò attorno e tremante per la
paura dell’imminente pericolo si infilò sotto l’ala. “Ho pa...
pau... paura!”, ripeteva tremante, scrutando il cielo tra le piume
della cornacchia. “È vicinissimo, quindi fai il bravo e...”.
“Senz’altro” interruppe il topo, continuando a scrutare il cielo. “Sssst!”,
sussurrò Crac. Ma
improvvisamente il grande uccello si avvicinò. “In verità, non sono
un granché come cacciatore di topi e da quando il rifugio è chiuso non
se ne vedono più”. Gispi
rimase senza fiato, immobile e zitto zitto. Il suo cuore batteva così
forte che sembrava scoppiare. Poi il gufo aggiunse: “Questo è il
nostro mondo cara cornacchia e ti auguro di viverci a lungo”. “E
va bene, va bene, d’accordo” disse Crac, non sapendo come liberarsi
da quella, che per il suo nuovo amico era una minacciosa presenza. Allora
il gufo soddisfatto: “Dai, vieni anche tu!” gli gridò: “Puoi
ancora farcela!”. Cominciò a dimenare le ali e dopo aver respirato
profondamente decollò, volando lontano, lontano. Gipsi
passò tutta la notte spaurito accanto alla cornacchia, contento di
essere sfuggito al pericolo. “Gufo
malefico, ti odio!”. Allora
Crac gli rispose: “È molto più difficile odiare o farsi odiare che
amare e farsi amare!”. Di
tanto in tanto Gispi si accorgeva del precario equilibrio della
cornacchia, che paurosamente oscillava avanti e indietro. “Chi sei?
Cosa ci fai quassù tutta sola?”, chiese. Crac raccontò la sua
disgrazia piangendo. “Ma...
ma tu sei un uccello buono, mi hai salvato la vita, non puoi morire, non
te lo permetterò!”, disse il topo e aggiunse: “Anche nei momenti
peggiori della nostra vita, anche quando sembra non esserci altro scopo
per continuare a vivere, si può essere utili a qualcuno. È così che
piano piano si riscopre il valore, il vero significato della nostra
esistenza. E tutto diventa bello!”. “Si
è facile dirlo a parole”, interruppe Crac. “Chiudi
il becco, Crac. Tutte queste sciocchezze su! Parli come se la tua vita
appartenesse totalmente e solamente a te. Devi riuscirci a riprendere a
volare e per ricordartelo non ti abbandonerò al tuo destino. Sono un
topo rompiscatole!”. Le
notti Gipsi le passava con Crac a parlare e spesso anche gli portava
qualcosa da mangiare.
Lo scoiattolo Happy
In
breve tempo il topolino sparse la voce della decisione di Crac di
lasciarsi morire. Molti animali che passavano di lì si voltavano
incuriositi e tiravano avanti scuotendo il capo un po’ perplessi.
Qualcuno, più sensibile, cercava di dissuaderlo dal suo intento. Molti
uccelli, camosci, marmotte e persino un’aquila tentarono di
dimostrarli amicizia. Ma il tempo inesorabile passava! Una
notte Crac stava sonnecchiando profondamente quando il freddo lo
sorprese nel sonno svegliandolo. Era un gelido mattino in cui il sole
sembrava far fatica a mostrarsi, l’alba di un giorno che si
preannunciava splendida. Tutti stavano ancora dormendo; Crac, con gli
occhi rivolti al Dito di Dio, cominciò a muovere le zampette, con tutte
le forze che aveva ancora in corpo, ripetendo gli stessi movimenti. “Brrr...
ancora un attimo e sarei morto dal freddo!”, disse fra sé. Attraverso
gli occhi dischiusi dal gelo vide uno scoiattolo, che a pochi metri di
distanza lo fissava saltellando in continuazione attorno alla finestra. “Povera
cornacchia, morirai di freddo!” si disse e d’istinto soffiò su di
lei un po’ del suo fiato caldo. “Ciao! Sono Happy e sono arrivato
fin quassù dal fondovalle per aiutarti a guarire e ritrovare l’amore
per la vita!”. Lo scoiattolo aveva un cuore compassionevole. Intanto i
raggi del sole rendevano tutto l’ambiente più caldo, più vivo. Happy,
sconcertato dalla scelta del gracchio, non voleva assistere impotente
alla sua fine e cominciò a fargli delle domande, alle quali seguirono
dei brevi racconti, episodi di vita. Lo
interruppe Crac: “Forse avrei dovuto vivere una vita normale, assieme
ai miei simili...”. Gli rispose lo scoiattolo: “Non esiste una vita
normale, esiste solo la vita, bisogna viverla!”, e aggiunse: “Devi
sapere caro gracchio che anch’io ho rischiato di morire e se sono
ancora vivo lo devo all’amore di mio fratello Pink. Cosa credi di
essere, l’unico al mondo a soffrire? Con mio fratello siamo rimasti
molto piccoli senza genitori”. Voglio
raccontarti la mia storia... “...
Era una calda estate, mi godevo le bellissime giornate mentre Pink era
impegnato a costruirsi una casa all’interno di un vecchio tronco. Lo
osservavo lavorare ininterrottamente: “Dai Happy dammi una mano”, mi
diceva in continuazione, ma io gli rispondevo: “Sei matto Pink, guarda
che giornate stupende! Voglio godermi il caldo del sole, l’acqua
fresca e limpida e non sprecare il tempo nel lavoro!”. Ma Pink sempre
più arrabbiato mi rispondeva che era molto importante farsi una casa e
proseguiva nel suo lavoro con fatica e grande entusiasmo. Armeggiava
attorno al suo albero: “Togliendo un po’ di legno qui, aprendo una
finestra...ne verrebbe fuori una tana meravigliosa”, diceva,
invitandomi ad aiutarlo. “Ma io non so se mi troverò bene, lì
dentro”, dicevo. “Come? Non dirmi che non ti piace?”, esclamava
seccato. “Non è che non mi piace, ma non ne vedo l’utilità, il
bosco è pieno di posti dove ripararsi”, aggiungevo convinto. Pink
continuava a lavorare, a scavare nel vecchio tronco. In
breve tempo il nostro rapporto si deteriorò a tal punto che decisi di
andarmene. Non riuscivo proprio a capire. “Ma... una casa, che me ne
faccio quando la natura attorno è così dolce.” Pensavo che per
l’inverno un buco dove ripararmi l’avrei senz’altro trovato. Passarono
così molti mesi. L’autunno preannunciò le sue giornate grigie e
anche fredde. Le notti le trascorrevo in una grotta e di giorno
saltellavo da un albero all’altro alla ricerca di qualche amico. Non
dimenticherò mai quella notte: da molti giorni, a causa del freddo e
del brutto tempo, me ne stavo rannicchiato nel fondo della mia caverna.
L’ambiente attorno era scuro ed umido, mi sentivo terribilmente solo e
l’acqua continuava ad entrare da tutte le parti. Decisi di
arrampicarmi il più in alto possibile, ma le rocce erano inzuppate,
viscide e fredde mentre in basso tutta la grotta era diventata un lago
che minaccioso saliva, saliva sempre più. Mi resi conto del pericolo e
decisi per l’unica scelta possibile: “Splasch!”, mi tuffai e
nuotai freneticamente per impedire che l’acqua gelasse intorno a me.
Con tanta fatica riuscii, a stento, a scappare da quella trappola. All’aperto
un vento freddo di bufera mi colpì, impedendomi di arrampicarmi sugli
alberi. Improvvisamente ebbi la sensazione che qualcosa non andasse,
cominciai a correre disperato nel bosco. Alberi senza foglie, vento e
pioggia. Ero solo! Stavo rabbrividendo dal freddo, con il pelo tutto
bagnato. Ad un certo punto mi fermai per capire e mi resi conto di
essermi perso. Intanto l’acqua si era trasformata in neve che cadeva
abbondante. Non ce la facevo più, non sapevo dove andare, cosa fare.
Stavo vivendo una prova difficile, disperato mi rannicchiai ai piedi di
un grosso albero. Ma ora anche la neve saliva e il freddo bloccava le
mie membra. Inevitabilmente pensai ai miei cari e in particolare al mio
unico affetto, al mio fratello Pink. Mi raggomitolai su me stesso,
piangendo disperato nella neve che mi stava coprendo interamente e piano
piano mi addormentai, completamente inerme di fronte alla furia della
natura che avevo tanto amato. All’improvviso mi resi conto che presto
avrei lasciato questo mondo. Era
trascorso tanto tempo da sembrarmi un’eternità, quando aperti gli
occhi, vidi una luce abbagliante. Mi trovavo sdraiato su un comodo
giaciglio di paglia, l’ambiente attorno era tiepido e profumava di
bacche. Poi all’improvviso mi accorsi di una strana presenza, che
riconobbi in quella del mio fratellino Pink. “Dio
mio!, esclamai, e aggiunsi: “Pink anche tu sei giunto in Paradiso?”.
“Ma che Paradiso sei nella mia casa e sei ancora vivo”, rispose il
fratello con un grande sorriso. Intorno l’ambiente era così bello da
farmi dimenticare la brutta avventura passata. “Oh, che
meraviglia!”, sussurrai. Rimasi
sdraiato per alcuni giorni, godendo sia di quella comoda abitazione che
dell’assistenza di Pink. Poi lentamente lui cominciò a raccontare... Cosa
era successo quella terribile notte? Già da un po’ di tempo, Pink
stava dormendo nel suo letargo invernale, quando nel sonno gli apparve
uno scoiattolo tutto bianco, gli disse che mi trovavo in grave pericolo;
poi sempre nel sogno mi vide disperato che correvo piangendo nel bosco
pieno di neve. Improvvisamente turbato dall’angoscia del brutto sogno,
si svegliò. Pink
ancora sudato per l’agitazione, non riuscì a riprendere sonno, mise
la testa fuori dal tronco e vide la stessa natura vista nel sonno. Pensò
allo scoiattolo bianco come ad un Angelo che gli aveva portato un
messaggio, un segno che mi trovavo in seria difficoltà. In pochi
minuti, così mi raccontò Pink, si trovò a correre nella neve, contro
un vento impetuoso, spinto in quella direzione da un non so che. Infine,
anche lui stanco e preoccupato si fermò ai piedi di un grosso albero.
Era lo stesso albero dove ormai stavo morendo. Pink notò un insolito
mucchio di neve, dal quale usciva un qualcosa di strano: era la mia
coda. Cominciò così a scavare e quando riconobbe il mio muso privo di
vita, soffiò aria e caldo nei miei polmoni. Al mattino quando il sole
aveva cacciato il brutto tempo e cominciava a riscaldare tutta la
natura, Pink, lentamente e con fatica, cominciò a trascinare il mio
corpo, fino all’interno del suo tronco. “Cara
cornacchia, credo che tu abbia già capito? Nella vita si vive per
imparare e poter insegnare ciò che si è imparato. Ogni azione acquista
un significato se non è soltanto per se stessi, ma diventa un bene
anche per gli altri. In questo modo si può diventare persino ricchi,
purché questa ricchezza serva per far star bene se stessi e tanti
altri. Mio fratello Pink non mi ha soltanto salvato la vita, ma ha dato
un profondo significato alle mie giornate”. Finalmente,
Crac gracchiò con forza: “Cra, cra, cra... Grazie Happy, mi hai fatto
un bel regalo!”. “Ok
Crac, vedo che hai compreso il vero significato della vita!”. Lo
scoiattolo allora andò a cogliere una stella alpina e la porse alla
cornacchia. “Questa è per te”, annunciò. Furono le sue ultime
parole prima di allontanarsi saltellando fino a scomparire nel bosco del
fondovalle. Un angelo di cornacchia
La
povera cornacchia, grazie ai tanti amici che la consolavano ed
incitavano a scegliere il dono della vita, cominciava a capire molte
cose importanti. Purtroppo l’estrema debolezza fisica aveva minato il
suo morale e, non riusciva a far altro che piangere. “Cos’è tutta
questa lagna? Piantala Crac!”. La
frase fece aprire gli occhi alla cornacchia. “Sogno,
oppure, sono sveglio!”, si disse Crac guardando con meraviglia un suo
simile, una cornacchia vecchia e spelacchiata che le si era poggiata
accanto. Poi
un’altra frase lo scosse profondamente: “Fai parlare il tuo cuore!
Un cuore che parla può sempre parlare con Dio!”. E
Crac istintivamente, singhiozzando e sospirando: “Dov’è questo Dio
che ama? Se esiste, come può permettere che io soffra?”. “Lo
permette perché con la sofferenza tu possa imparare ad amare!”,
rispose saggiamente l’uccello, e aggiunse: “Se non sei capace di
amare, come puoi avvicinarti alle tue e alle miserie degli altri!”. “Vorrei
essere un alpinista! Come gli alpinisti vorrei avere la loro forza!
Vorrei vivere le loro emozioni, le loro sensazioni, i loro stati
d’animo, la loro passione..., invece sono soltanto un povero
uccello”. “Ho
capito!”, interruppe la vecchia cornacchia, ed aggiunse: “Se proprio
lo desideri così tanto da rinnegare la tua stessa natura, chiudi gli
occhi e pensa... pensa di essere uomo”. All’improvviso,
Crac perse le ali e il suo corpo di uccello si trasformò in un corpo
umano, anzi in un alpinista, e come per un incantesimo si trovò nel
mezzo di un’altissima parete rocciosa. “Per
mille gracchi chi sono? Accidenti quanto sono grande!”. Avvertendo
il vuoto sotto di lui: “Mamma mia è impressionante! E... ma cos’è,
questa pesantezza che mi vuole trascinare giù!”. Il gracchio
spaventato dalla irreale situazione, per la prima volta, avvertiva la
sensazione di precipitare e morire sfracellato ai piedi della montagna.
Trattenne il respiro. E ora? Doveva superare un tratto di roccia
difficile! “Pensavo
fosse bello penzolare nel cielo, con le dita sulla roccia. Invece, ho
paura, una paura matta di cadere” diceva fra sé Crac. Lo sforzo per
rimanere aggrappato era enorme; persino le gambe per la tensione,
cominciarono a tremare incontrollate. “Tieniti
forte Crac!”, gridò terrorizzato, cercando di prendere un appiglio,
una sporgenza. “È finita! Non ce la faccio più!”. Intanto
il cielo si faceva sempre più scuro, finché cominciarono a cadere
grossi goccioloni di pioggia. Una cornacchia gli volò accanto,
trasportata dal vento, volava leggera... leggera. Per un attimo Crac la
guardò meravigliato, ne invidiò il volo: con un battito d’ali salì
là oltre la cima del monte. Allora pensò: “Che bello sarebbe avere
le ali! Poter spiccare il volo, lanciarmi e planare nel cielo”. Quando
Crac riaprì gli occhi si accorse di essere ancora una cornacchia! Una
brezza mattutina cominciava a spirare sui prati. Crac aveva imparato la
lezione. Ascoltò a lungo gli insegnamenti della vecchia cornacchia. Di
tanto in tanto le gettava un’occhiata e scoppiava a piangere. “La
vita, vale la pena di essere vissuta, anche soltanto per un atto
d’amore. È soltanto un cristallo di ghiaccio, ma tutto il ghiacciaio
di fronte a te cosa potrebbe fare senza quel cristallo? Di certo gli
mancherebbe qualcosa”. Fu questa l’ultima frase della cornacchia
saggia che improvvisamente sparì, come un fantasma. “Papà!
Ma... chi era quella cornacchia spelacchiata?”. “Un
capo stormo o forse, il suo Angelo custode”, le risposi. La dentiera
I
giorni scorrevano lenti: la voglia di vivere si faceva finalmente
sentire. Crac, ancora soffriva per la lontananza di Martin, eppure
un’altra volta gli era capitato di doversi allontanare. Allora ne
aveva combinata una “grossa” quando con curiosità e stupidità si
spinse nella stanza del suo maestro. Notando un bicchiere d’acqua pensò:
“Chissà cosa c’è dentro?”. Era
una cosa strana che tentò di beccare. Senza immaginarne le conseguenze
si divertì in quel gioco assurdo fino ad estrarre quello strano oggetto
e, non ancora soddisfatto, lo sollevò e lo fece cadere fuori dalla
finestra, nel fondo del dirupo. Finito il gioco cominciarono i guai:
l’oggetto misterioso fu ritrovato dopo tanti tentativi e costò al
gracchio oltre un mese di isolamento totale. D’altronde come avrebbe
potuto farsi perdonare la distruzione della dentiera del suo amico?”. “Ah
ah ah!... che ridere”, esclamò Chiara con una forte risata. “Ah ah,
la dentiera!”. “E
chi ti ha messo in testa un’idea simile?”, urlò Martin. “Brutto
affare: dovrò stare per conto mio per un po’ di tempo”, pensò il
gracchio volando come una furia fuori dalla finestra. Ci
volle un bel po’ di tempo per ritornare alla consueta confidenza con
il suo amico. Martin
aveva vissuto una vita molto intensa: tante scalate, una splendida
famiglia, aveva soccorso e salvato tanti alpinisti in difficoltà, dato
sempre consigli ai giovani conservando molte altre virtù: la saggezza,
la rettitudine, la forza, unite ad una straordinaria umanità. Crac
aveva imparato molte cose e più pensava al passato e all’esempio del
suo maestro, tanto più si rendeva conto di come non sarebbe stato
giusto morire di malinconia. “Quante
cose sono successe e quante
ancora accadranno? Tutto ancora è in movimento, il sole che sorge, il
sole che tramonta, che lentamente si muove e continuerà a farlo anche
quando non ci sarò più! L’acqua, con il caldo del sole esce dai
ghiacciai e scorre per diventare fiume, il vento soffia da ogni parte.
Le rocce mutano il colore a seconda dei momenti della giornata, gli
uccelli come me nascono e dopo aver vissuto, infine, muoiono. Muoiono le
cornacchie sapienti come le stolte! Muore anche il passato, tutti si
dimenticano di ciò che è stato! Tutto sembra inutile! Però un mistero
in tutto ciò c’è! C’è la mia anima, ci sono i miei sentimenti, le
mie emozioni, le mie sensazioni. C’è il mio piccolo cuore che batte
forte e comanda alle lacrime di uscire dai miei occhi. Lo fa per le
gioie, nel dolore, lo fa per ricordarmi che la mia anima ogni volta
diventa più ricca. Forse, si vive per diventare più puri, per nutrire
la nostra anima, per avvicinarsi a quel Dio, padre degli uomini e di
tutti gli esseri? Se fosse così non è giusto lasciarsi morire,
anch’io dovrò vivere per migliorare il mio Spirito! È vero! È vero!
Devo ancora vivere!”, pensava il gracchio. Nel
mondo materiale non c’è nulla di nuovo, ma non in quello spirituale,
dove tutto diventa evoluzione, qualcosa di indescrivibile, di
immensamente grande che Crac cominciava ad avvertire. Sempre fermo,
immobile alla finestra con gli occhi umidi, ammirava il volo vitale dei
suoi simili: “Oh! Come vorrei salire ancora lassù nel cielo così
bello, sentire la voce degli alpinisti e il profumo del vento che
trasporta quello dei fiori. “Quando
le cose vanno male bisogna pensare ai momenti più felici!”, sospirava
la cornacchia cercando nel passato i momenti più positivi. Poi
finalmente un sorriso illuminò i suoi occhi mentre il pensiero
riviveva... ...
Un giovane alpinista chiese consiglio all’esperto Martin sulla
eventualità di iniziare una scalata, anche se il cielo era un po’
nuvoloso. L’esperto alpinista, dopo aver alzato gli occhi al cielo,
annusata l’aria, rispose: “Vai tranquillo che il sole trionferà!”.
Quel giorno il giovane prese tanta di quell’acqua che non dimenticherà
mai più. E
Crac: “Ma certo! anche i grandi sbagliano, anche loro hanno
bisogno degli altri”. Rifletteva che in fin dei conti era stato molto
vicino al suo maestro e spesso gli aveva consigliato anche delle
importanti scalate. Come la Parete Nera che Martin riuscì a vincere,
anche per merito del suo gracchio, che volando in maniera agitata seguì
una linea ben definita sulla montagna; insomma gli indicò la via da
seguire, gli fece capire che una volta messe le mani sulla roccia
seguendo quella direzione, avrebbe trovato gli appigli per salire. E così
fu! “Ho
avuto molto... sono riuscito anche a dare, perché non continuare a
farlo?”, rifletteva Crac, e solo allora si rese conto di quanto fosse
affamato e stanco: “... ho paura! ho fame, ho freddo ma vorrei tanto
volare come prima!”. Crac
rimase in contemplazione pensando: “Ora sono all’inizio di una nuova
vita, mi basta scendere dalla finestra e poi sarò finalmente vivo”. “Dai
Crac, prova ad aprire le ali!”, si disse con forza. Non
ce la faccio più! Forse se mi butto nel vuoto l’aria mi aiuta, ma...
se..., se, se non si aprono? Allora semplicemente morirò!”. “Ah,
come fare? Rinviare è impossibile! Bisogna farlo! Ho sentito un
alpinista dire che la preghiera è un filo d’amore verso il cielo...
ma certo! Con l’amore si può tutto e la preghiera è amore”. “Dio,
cosa vuoi fare di me?”, gridò disperato il gracchio. “Ti prego,
aiutami!”. E
il Dio degli uccelli, degli uomini, delle montagne, del cielo e delle
stelle, dell’universo intero le diede la forza di vivere! “Aahhhh!
...Aiutooo! Sono nel vuoto, sto precipitando!”. Terra
e nuvole si misero a turbinargli attorno. Ora picchiava diritto. Il
vento fischiava gelido mentre il fondo della valle si avvicinava sempre
più. “Apri
le ali!”, si disse Crac chiudendo gli occhi e concentrando tutte le
sue forze per farlo. “Su, dai, apri le tue ali!”. “Dio
aiutami! Lasciami volare!”. E
Crac diventò leggero come non si era mai sentito in tutta la vita. “Sono
morto? Mi sono sfracellato!”, pensò. “Non
sarà mica morto, vero?”, mi interruppe Chiara. “Ma
no! Non agitarti...”, esclamai continuando a raccontare. Lo stormo
Il
sole che si affacciava all’orizzonte delle cime lanciava i suoi raggi
di vita sulle piume nere di Crac che si librava nel cielo muovendo in
continuazione le sue ali, aperte a pochi metri dal terreno. Non sentiva
neanche più il freddo. Si mise a toccarsi
con il becco, a guardare, a fare evoluzioni. “Cra!
Cra! Cra!”. “Sì!
Sì! Sììì! Sono vivo!!! Urrà!”, esclamò battendo le ali. “So
volare! So ancora volare! Sono in cielo: è un’emozione unica, mai
vissuta precedentemente, è fantastico!”, continuava a ripetere e,
dalla gioia quasi sveniva. Crac, dopo essersi rifocillato, volò anche
nella notte, mentre la grande luna gialla lo guardava entusiasta.
Solamente verso l’alba raggiunse un gruppetto di altre cornacchie. C’era
una luce intensa intorno, la forza della vita aveva trionfato, per la
prima volta Crac avvertiva sensazioni mai vissute. Anche il desiderio di
stare con i suoi simili che lo accolsero entusiasti, come un figlio
ritornato alla famiglia. Per giorni e giorni visse con loro, divise le
stesse esperienze di vita, ma soprattutto si accorse di quanto sia
naturale stare assieme. Crac
possedeva delle conoscenze, un’esperienza di vita unica per una
cornacchia. Divenne un esempio di vita, un maestro per i giovani. Di
tanto in tanto, specie quando, ai piccoli gracchi dello stormo si
soffermava a raccontare le avventure del suo Martin, riaffiorava anche
il suo ricordo : “Chissà se lo rivedrò! Speriamo che non sia andato
via!”. Ma
dentro, sentiva nel cuore che il suo maestro un giorno sarebbe ritornato
sulle sue montagne. Era
la fine d’agosto. Il fresco dell’autunno vicino cominciava a farsi
sentire. Un bel mattino di sole e di cielo azzurro, una brezza leggera
portava i gracchi sulle vette. Uno di loro tutto eccitato volava fra
guglie, canaloni e cenge chiamando: “Crac! Crac! Crac!”. Arrivò
trafelato e molto stanco poiché aveva volato senza sosta: voleva
recapitare un messaggio. “Freccia
amico mio, non ti ho mai visto così entusiasta ed eccitato! C’è
forse qualche novità”chiese Crac. “Altroché!”,
rispose Freccia e continuò: “Un’aquila mi ha dato poco fa una
notizia fantastica...”. Dopo alcuni minuti assieme planarono verso il
fondovalle e via via che si avvicinavano..., Crac sgranò gli occhi...
li richiuse per riaprirli! “Forse sto sognando...? Martin, Martin”
gridò, alla vista del grande amico che lentamente saliva lungo il
sentiero. A
quel punto successe il finimondo. “Evviva,
evviva! Sei vivo! Sei finalmente ritornato”, pensò meravigliato. |