Giuliano Sten & C.

Il Dito di Dio

 

A tutte le mamme!

A mia moglie Nicoletta.

A Serenella ed a mia madre, perché in

Paradiso possano avere tutta la gioia che non

hanno avuto in terra.

 

“Sono sempre fra le nuvole!

Sono un uomo che crede ai sogni! Forse è perché

spero di realizzarli che li porto sempre con me;

ma soltanto per un grande dono di Dio, sono

volato oltre molti dei miei sogni”.

 

 

 

In copertina: disegno di Edoardo Vergara

 

1998

Tutti i diritti riservati.

 

È vietata la riproduzione anche parziale

dei testi e delle illustrazioni.

 

Grafica di Roberto Pezza “Ropez”.

 

Stampa: Tipolitografia Emanuelli - Arco (TN)

 

 

Prefazione

 

C’era una volta ... un alpinista che ha fatto faticare grandi e piccoli ...

Quante volte i giorni vissuti o come figli, o come genitori, o come nonni si sono conclusi con un c’era una volta...? Quante volte si sono inventate delle fiabe o delle storie, più o meno fantasiose, per comunicare ai figli o agli amici una propria esperienza o un proprio modo di essere senza svelarsi troppo?

Soprattutto alla sera, quando il giorno si confonde con la notte, si avverte il bisogno di raccontare giocando sia sulla realtà che sulla fantasia confondendo volutamente i due piani per comunicare senza voler imporre niente; quasi ci si preoccupasse solamente di voler rendere una testimonianza.

In questi c’era una volta... si racchiude un momento intimo, magico che lega soprattutto un genitore al proprio figlio perché si ritrovano accomunati dallo sforzo di ricercare e di comunicare ciò in cui credono, ciò che ritengono più bello; in definitiva quello per cui vale la pena di vivere. Questa fatica di ricercare, ben superiore a quella compiuta dell’alpinista durante le sue imprese, accomuna, pur nella propria diversità di età e di responsabilità, genitore e figlio ed è questa avventura interiore che i più piccoli, al di là dei singoli contenuti, apprendono da questi racconti.

L’entusiasmo e la determinazione di Giuliano sono riusciti a “imporre” ad alcuni alpinisti e oltre che per se stesso di scrivere questi racconti nati per rimanere in una dimensione familiare; per poter comunicare non solo il fascino della montagna, soprattutto a chi non la conosce, ma anche un messaggio umano più grande che ci coinvolge tutti, cioè la “fatica” di ciascuno per farsi strumento d’amore.

Lo scopo di questo lavoro è lo stesso delle precedenti avventure con la carta stampata condotte da Giuliano: aiutare, fra chi più soffre, i bambini di qualunque razza e nazione ed in particolare quelli che riesce a raggiungere la “Associazione Serenella”.

 

Chiara, il posto dove è nata la storia che oggi ti voglio raccontare, è circondato da altissimi monti di sola pietra; ai loro piedi, piccoli ghiacciai riflettono il colore delle rocce alla luce del tiepido sole. Più in basso, il paesaggio si fa  dolce con prati verdi e boschi di pini. Il colore di queste montagne cambia con la luce del sole: al mattino è di un rosa pallido, mentre al tramonto diventa rosso fuoco. Le montagne sono le Dolomiti. Le più belle del mondo...

 

Nel cuore di queste montagne, tanti anni fa, viveva una cornacchia che in solitudine volava felice: “Ho bisogno di stare un po’ per conto mio” pensava, lasciandosi trasportare fino sulle vette più alte dalle correnti d’aria vicino alle pareti.

Volava accarezzata dall’aria e dai raggi solari respirando profondamente quell’aria pulita e leggera che metteva in risalto un panorama sicuramente fra i più belli. Era felice e raggiante quella cornacchia, così comune alle altre, però così diversa dai suoi simili a causa della grande passione per l’alpinismo. Amava gli uomini che scalavano le montagne, ne ammirava il coraggio, la volontà e soprattutto il forte desiderio di oltrepassare i limiti della gravità che li costringevano a stare “con i piedi per terra”. Il gracchio si sentiva attratto dagli umani che avevano imparato ad amare la montagna, a rispettarne le sue leggi: “sognano il volo, tentano di farlo e forse un giorno ci riusciranno, magari costruendo delle ali come le mie” pensava il gracchio mentre volteggiava fra quelle vette.

Si era avvicinato agli alpinisti, ne aveva studiato il linguaggio, le abitudini. In molti anni aveva imparato a pensare come loro: “L’uomo...”, diceva fra sé la cornacchia, “possiede una sensibilità particolare, sa discernere tra il bene e il male, ha il dono di guardare oltre ciò che può toccare o vedere; insomma, comunica con qualcosa di grande, invisibile che si chiama Dio. Ho ascoltato molti scalatori mentre parlavano con Lui nella preghiera, soffermandosi sul suo amore, ringraziandolo per l’aiuto ricevuto. Quando lo fanno, cerco di immedesimarmi in loro ed in queste occasioni ho la sensazione di avvertirne la presenza anche se, in tutta sincerità, non riesco ancora ad immaginarlo fisicamente. Forse, per vederlo bisogna crederci di più! Quante cose devo ancora imparare!”.

 

Il gracchio trascorreva le ore della sua giornata volando, soffermandosi ad osservare e scrutare le cordate. Così la nostra cornacchia piano piano si era isolata dalle altre che, invece, si cu-ravano di ben altre cose, anzi, a volte muovendo le rocce sovrastanti mettevano in pericolo la vita stessa di molti scalatori. Le loro grosse ali nere sbattevano nell’aria e il loro gracchiare rendeva l’atmosfera del luogo quasi cupa. Ed il nostro eroe, inutilmente gridava: “Statevene un po’ zitte!”.

All’improvviso: “Fiuuuu! Fiuuu!”. Il fischio di un sasso che precipitava dall’alto innervosì molto il gracchio: “Ehi, attente con quei sassi! State attente lassù!”, gridava alle compagne che incuranti del pericolo giocavano con le rocce.

“Brave sciocche! Non sopporto la vostra negligenza, questo comportamento senza regole!”.

“Cra, cra, cra..., comportatevi bene, comportatevi beneee!”, seguitava a ripetere.

“Cra... cra..., chi credi di essere?”, le rispondevano ironicamente in coro.

Il tempo un giorno non era calmo; improvvisamente nel cielo rimbombò un gran tuono. “Un tuono? Sta arrivando un temporale!”, esclamò il gracchio rendendosi conto del pericolo. Un vento gelido e repentino percosse le sue ali, le nuvole nere come l’inchiostro si illuminarono all’improvviso di lampi minacciosi e un terribile temporale lo colse del tutto impreparato. Tutti gli animali si erano presto messi al riparo, avvertendo che di lì a poco tutto sarebbe cambiato. Per un momento la paura si impadronì del gracchio, che completamente solo e in balìa della bufera, cominciò a preoccuparsi per la sua stessa sorte: “Le cose si mettono male!” brontolò, “è meglio trovare subito un rifugio”.

Le pareti delle montagne rapidamente vennero attraversate dai fulmini. La cornacchia, sbattendo furiosamente le ali, volò invano fra canaloni alla ricerca di un anfratto roccioso per ripararsi, quando all’improvviso una tempesta di grandine mai vista la investì. Il ghiaccio cadeva a forma di chicchi grossi come una noce. Era impossibile resistere a tale furia della natura. Il povero uccello colpito in pieno precipitò sbattendo sulle rocce. Tramortito e dolorante svenne, rimase inerte ai piedi di un grosso masso. Soltanto il rumore della pioggia torrenziale mise fine a quella giornata turbolenta e piano piano cominciò a farsi finalmente spazio il silenzio.

“Qui c’è una cornacchia! Guarda sembra ancora viva! Poverina! È tutta gelata!” esclamò l’alpinista accarezzando il povero uccello. “È stata la tempesta...” aggiunse il compagno. “Portiamola al rifugio! Magari tenendola al caldo potr

Il gracchio si era affezionato a Martin ed a quella vita e sebbene il tempo avesse curato e guarito le ferite, decise di vivergli accanto: “Grazie! Grazie di tutto!” continuava a dire al suo salvatore. Tutte le sere, riposava sulla finestra della camera dell’alpinista e tante volte, durante il giorno, si poggiava sulla sua spalla lasciandosi accarezzare; ma solamente da lui perché era l’uomo che lo aveva raccolto e lo proteggeva. Martin chiamò il suo nuovo amico “Crac”!

Le montagne che Crac ogni giorno sorvolava erano belle quanto ardite; alpinisti di tutto il mondo desideravano scalarle, in particolare una cima costituiva il sogno di tutti: Il Dito di Dio! Slanciato, staccato da tutte le altre vette sembrava un campanile solitario quasi che volesse toccare il cielo. Tutti lo temevano e lo amavano tanto che bramavano raggiungerne la cima. Il Dito di Dio era una roccia contro la quale i sogni di molti alpinisti si erano “frantumati”. Le sue pareti racchiudevano la storia dell’alpinismo di quegli anni ma solo pochi erano riusciti a scalarlo.

Il mio maestro tanti anni fa si era talmente innamorato di quello spuntone di roccia da costruirci ai suoi piedi una casa...

 

“Una casa? Ma papà, le case in montagna si chiamano rifugio!”.

“Sì! Hai ragione”, risposi a Chiara.

à sopravvivere!” continuò il primo.

 

Per giorni e giorni il gracchio lottò fra la vita e la morte, poi improvvisamente aprì gli occhi e vide il viso barbuto di un uomo che si prendeva cura delle ferite. “Dove mi trovo? Chi sei?” esclamò stupefatto e spaventato. Man mano che metteva a fuoco l’immagine, riconobbe Martin, l’alpinista più noto di quelle montagne. Lo conosceva molto bene: lo aveva seguito in tante scalate, oppure, quando si avvicinava al rifugio, sperando di rimediare qualche briciola di pane!

Per molti giorni la cornacchia malandata rimase in convalescenza nella camera dell’alpinista, ogni tentativo di muovere le ali le procurava  delle  atroci  sofferenze,  l’uccello  sopportava  in  silen-zio i terribili dolori, pago com’era di poter essere servito di cibo e cure.

“Poverina! Povero gracchio”, esclamò all’improvviso la mia bambina.

Passò del tempo..., il gracchio provò ad alzarsi ed anche a volare: “Non sento più male! Forse sono guarito”, mormorò.

 

Martin costruì un rifugio per gli alpinisti che volevano fermarsi a mangiare, dormire, ma soprattutto, per sé e per quelli che desideravano ammirare la cima delle cime...

Un giorno..., il rifugio non fu aperto. Martin era sceso in valle, senza alcun apparente motivo. Non l’ho più visto! Non ho nemmeno visto nessuna “anima viva”, almeno ad aprire il rifugio o a portarmi qualcosa da mangiare. Tutto era improvvisamente cambiato, non più gli alpinisti chiacchierare con Martin, non più il comodo ambiente dove avevo sempre vissuto, e nemmeno i “pranzetti” già pronti, ma soprattutto, non c’era più il mio inseparabile Martin.

“...Cosa ci faccio qui? Dov’è finito il mio unico amico? Già da molti giorni volo lontano, oltre i confini di quel mondo che conosco, per cercarlo ma è sparito nel nulla. No! Non posso credere che mi abbia abbandonato, lasciandomi solo! Lui sa che sono vivo, lontano dagli altri uccelli, vecchio e stanco, sono stato felice e persino famoso, solo con lui, ma ora cosa posso fare se non c’è più? Povero me, sono il più infelice degli uccelli!”.

    

Crac

 

Seguirono giorni difficili. Crac stava vivendo una esperienza dolorosa: “Possibile che mi sia caduta una lacrima”, si domandò volando senza meta alla ricerca del suo amico. “Ma no! Non posso piangere! I gracchi non piangono!”. Portava con sé tutte le tristezze del cuore. Solo e disperato, pensava in continuazione alla vita che si era fermata nel vuoto perché il suo maestro non c’era più, era improvvisamente sparito.

La casa ai piedi della montagna era chiusa, tutta la natura sembrava morta, persino le montagne ammutolite parevano soffrire senza il loro incontrastato re. “Oh mamma, come faccio, adesso?”, piagnucolava e sospirava il gracchio.

Crac aveva la sensazione che il mondo gli fosse caduto in testa, coglieva nel suo cuore la nostalgia dei momenti più belli vissuti con Martin: quando consigliava i giovani scalatori, quando raccontava le avventure di quei monti alle persone salite fin lassù per incontrarlo; pensava alla sua tenera amicizia ed alla sua forte figura protettiva.

Fermo, immobile sullo stipite della finestra del rifugio Crac aspettava con ansia ogni momento nell’attesa che l’amico ritornasse. Piangeva di nascosto tutti i giorni. Ogni alpinista che passava di lì gli pareva Martin ma, poi, di fronte alla realtà si sentiva ancora più triste e abbattuto. Non aveva nemmeno più la voglia di volare e pensava, pensava...

Crac si chiuse allora nel mondo dei ricordi per rivivere così la prima salita su quella cima... un’avventura indimenticabile.

Seguivo Martin sul sentiero che portava all’attacco della parete est del Dito di Dio. Nel silenzio della natura ancora addormentata condividevo i suoi dubbi, le sue tensioni, le ansie e le paure per quella “prima”. Nonostante avessi toccato per centinaia di volte con facilità la vetta del “Dito”, il mio più grande desiderio era di ritrovarmi lassù con il mio compagno dopo aver realizzato la prima ascensione assoluta. Cominciò la scalata, Martin mise le mani sulla roccia dopo essersi avvolto la corda di canapa attorno al corpo. Nello zaino si era portato il giubbotto di velluto ed un sacco di  tela cerata, alcuni chiodi, tre moschettoni, qualcosa da mangiare e da bere.

 

Gli volavo accanto senza disturbarlo, lo vedevo salire sicuro come solo lui sapeva fare. In poche ore Martin raggiunse il punto massimo toccato dai precedenti scalatori, sciolta la corda e legatala ad un solido chiodo si alzò di alcuni metri. Più in alto ascoltavo il suono forte del martello che piantava un altro chiodo.

Il mio campione saliva metro dopo metro, sempre più lentamente, perché la fatica cominciava a farsi sentire. Con grande forza d’animo Martin si era ormai avventurato nel cuore della parete, stava attraversando nel vuoto, sostenuto soltanto dalle punta delle dita. Provai un brivido di paura, temevo per la sua vita e solo quando mise i piedi su un piccolo appoggio di roccia tirai un sospiro di sollievo e ripresi il coraggio per avvicinarmi. Volevo fargli capire che non era solo, perché c’ero pure io”.

Crac continuava a ricordare...

Il sole era sempre lassù, sembrava fermo, immobile. Conoscevo la parete in ogni particolare, sapevo che sopra avrebbe trovato un comodo terrazzo dove fermarsi a riposare. Infatti, dopo alcune ore di scalata vidi il mio compagno arrestarsi nell’unico punto possibile in quell’universo di strapiombi.

Nessuno aveva osato tanto e per di più da solo!

Il sole si preparava a scomparire per rinascere altrove; il silenzio trionfava ovunque mentre una stella brillava raccogliendo su di sé gli ultimi raggi di sole. In valle qualcuno seguiva la scalata con apprensione e curiosità e con un “iodle”, salutava Martin. Le montagne accanto erano già immerse nell’ombra, quando, nel rifugio sottostante, una luce preannunciava la notte ormai vicina.

Martin si sedette con le gambe penzolanti nel vuoto. Ancorato a due solidi chiodi lo vidi consumare un misero pasto: una lucanica, con dei pezzi di pane, dell’acqua e un po’ di vino. Mi posai accanto a lui per godere delle briciole cadute”.

Scese, infine, la notte fortunatamente con la luna piena. Da lassù, alta nel cielo, con la sua luce fredda creava un gioco di luci e penombre meraviglioso. Per me era normale dormire in piedi, ma non per lui che di tanto in tanto s’appisolava scivolando verso l’abisso, tendendosi alla corda.

“Guarda, cade una stella!”, gridai. Nel cielo si era vista apparire e scomparire una striscia d’oro. “Un’altra!... e ancora altre!”. Il tempo pareva non passare mai, ogni minuto d’attesa diventava lunghissimo, ma si sa che tutto passa!

Finalmente... una striscia rosa all’orizzonte... lentamente si apriva preannunciando l’aurora. Il cielo sopra di noi si trasformava da un blu scuro intenso verso un azzurro sempre più chiaro. L’ora prima dell’alba è la più fredda, è impossibile dormire: Martin, tutto infreddolito, contava i minuti massaggiandosi continuamente le gambe. In uno splendido mattino estivo in cui il sole brillava nel cielo azzurro regalando calore e luce, i muscoli infreddoliti riacquistavano forza mentre le paure ed i dubbi del giorno prima lasciavano spazio all’entusiasmo. Persino la parete, sopra di lui, che il giorno prima sembrava inaccessibile ora si mostrava più facile; ma era un’illusione!

Dopo aver consumato alcuni biscotti con marmellata, Martin riprese la sua scalata seguendo una marcata fessura che offriva dei buoni appigli per le mani. Il sole era già alto e scaldava fin troppo quando egli tentò di superare uno strapiombo con l’aiuto di un chiodo che però non voleva entrare nella roccia. Non c’era appiglio per le mani e la roccia buttava in fuori: sembrava umanamente impossibile superare quella difficoltà! Anche le forze piano piano venivano meno mentre affrontava l’ultimo passaggio estremo, quello chiave! Incapace di salire Martin sconsolato decise di ritornare al punto di partenza, cinque metri sotto. Fu una ritirata allucinante, perché, guardando in giù anch’io avvertivo la paura di un ritorno quasi impossibile. Annientato, sfibrato Martin volse lo sguardo su quell’ultimo strapiombo che gli aveva impedito di raggiungere la cima, si era reso conto che si trovava in una trappola. Era un terribile scherzo della montagna che gli fece sfogare tutta la sua rabbia: “Dito di Dio, perché mi vuoi fermare proprio sotto la vetta? Non ti ho forse dato tutto il mio coraggio, tutte le mie forze?”.

Si fece un gran silenzio. Cominciai ad avvertire un senso di inquietudine e decisi di correre in suo soccorso. Dovevo fare qualcosa, aiutarlo in qualche modo: “Forse una soluzione ci sarebbe!”. Pensando alle rocce più articolate dell’altro versante della torre, mi venne un’idea: volai una decina di metri a sinistra del punto dove si trovava Martin fino oltre lo spigolo della parete. Dopo aver scrutato le rocce sovrastanti vi scoprii appigli, fessure per i chiodi; mi resi conto che la scalata sarebbe stata molto più facile!

Dovevo svelargli il segreto della parete, ma come?

Mi avvicinai e lo beccai su una mano per richiamare la sua attenzione; poi, con un volo frenetico, agitato, impossibile da non notare scomparivo per poi riapparire dietro lo spigolo. “Cra! Cra! Cra!”. Martin incredulo si accorse che volevo indicargli qualcosa, forse la soluzione della sua scalata.

Quando ormai la speranza lo stava abbandonando, iniziò il lungo traverso verso il vertiginoso spigolo. “Coraggio, stai per farcela!” gli dissi. Infatti quando Martin raggiunse la parete nascosta dietro lo spigolo, meravigliato e stupito scoprì delle rocce più facili.

“Bravo Crac!” mi gridò immensamente felice!

“Evviva, evviva!” esclamai nel vedere il mio amico toccare la cima. Vedendolo con le braccia alzate verso il cielo, “Martin sei tan... tant..., tanto fo..for... forte!”, balbettai. Il mio amico era sul Dito di Dio, era nella leggenda! Anche per merito mio! Il mio sogno si era realizzato, che giornata incredibile! Che tempi!”.

“Cra..., cra..., cra! Guardate, guardate tutti, è lui il vincitore della vetta più difficile!” Cra..., cra..., gracchiava Crac a tutti gli uccelli delle Dolomiti.

Chiara: “Com’era bello essere assieme lassù!”.

“Se non ci fosse stato il gracchio, Martin sarebbe morto sulla montagna!”, aggiunse la mia bambina felice e soddisfatta per la felice riuscita di quella prova.

“Ora mi sembra impossibile che Crac si trovi in solitudine, senza il suo amico, senza ciò che di più caro ha sulla terra. Perché è stato abbandonato?”.

Le risposi che a volte nella vita bisogna lasciarsi, per poi ritrovarsi più felici e più ricchi nel cuore.

“Ora Chiara è molto tardi e la storia è ancora lunga. Domani ti racconterò il resto, pensa a Crac ed al suo Martin”.

“Va bene papi, buona notte”.

 

 

Due alpinisti in difficoltà

 

Martin conosceva a fondo la sua cornacchia. Sapeva quando si allontanava per il suo volo giornaliero, quando voleva mangiare, riposare o fare altro. C’erano delle situazioni particolari nelle quali Crac desiderava comunicare qualcosa di importante, in quelle occasioni muoveva in modo agitato le sue ali come aveva fatto sul Dito di Dio.

Proprio su quella cima stavano arrampicando due giovani. Seguivano la stessa via aperta da Martin.

La giornata era veramente bella e le montagne attorno apparivano ricche di ombre e luci dai colori meravigliosi, i due si muovevano lentamente in modo impacciato. Portavano uno zaino enorme carico di materiale da roccia: decine di chiodi, moschettoni...: “È da due ore che vi osservo, siete così lenti a muovervi!”. Rifletteva Crac: “Non ho mai visto niente di simile e davvero vogliono scalare Il Dito di Dio con tutto quell’armamentario?”.

Ma ciò che colpì ed infastidì maggiormente il gracchio, era il loro insistere a mettere chiodi là dove Martin, molti anni prima, era passato con l’aiuto delle sole mani e per di più slegato. “Ci vuole umiltà per diventare grandi alpinisti!” ripeteva sconsolato.

“Perché non salite con le vostre mani come ha fatto Martin? In montagna, come nella vita ci sono dei valori, delle regole da osservare e soprattutto rispettare quello che hanno fatto gli altri prima di noi” aggiunse fra sé la cornacchia.

Allo stesso modo anche Crac percorreva con la memoria la scalata di Martin di tanti anni prima, quando aveva affrontato la parete con pochi attrezzi, ma armato di tanto coraggio, di molta forza, ma soprattutto di grande esperienza. Ricordando, pensava alla vecchia regola secondo cui se non si è sufficientemente preparati per fare una scalata è meglio accantonarla. Infatti alla sua maniera gridò ai due giovani: “Ehi, ehi! ma non siete pronti per scalare Il Dito di Dio! Non è giusto voler conquistare una vetta a qualunque costo! Non dovete vincere per forza, lo scopo vero è migliorare se stessi per mezzo dell’arrampicata!”, e concludeva: “Sono certo che il Dito non si concederà a voi così facilmente!”.

Intanto i due avevano raggiunto il primo chiodo di Martin e si apprestavano ad affrontare la difficile traversata. “Adesso voglio proprio vedere come faranno”, diceva Crac tra sé, volando vicino a loro. Dopo molti tentativi il primo di corda estrasse uno strano aggeggio e cominciò a bucare la roccia. “No! No! Così rovinate la via!”, gridava il gracchio. “Non sopporto più questo scempio di scalata, ora vado a chiamare Martin!”.

 

“Papà..., papà, ma Crac è arrabbiato?” mi chiese Chiara. “Direi proprio di sì!” le risposi.

 

Mentre Crac era in procinto di allontanarsi, un grido squarciò il silenzio della natura. “Cos...! cosa è successo?”, esclamò il gracchio girandosi. “Dio mio è caduto!”, constatò spaventato, mentre ritornava sui suoi passi.

Un chiodo, messo in malo modo, era uscito: “Aaahi! Il mio piede!”, si lamentava uno degli inesperti rocciatori.

I due giovani scalatori si trovavano in una posizione piuttosto scomoda, stavano tutti e due appesi sulla corda e nel vuoto, incredibilmente sorretti dall’unico chiodo di Martin. “Si è proprio rotto un piede e il suo compagno non può far nulla per aiutarlo!”... All’improvviso Crac comprese come se il chiodo avesse ceduto i due sarebbero precipitati per oltre duecento metri.

I due alpinisti erano ormai in preda al terrore.

“Tutto bene, vi ho individuati! State tranquilli! Vado subito a chiamare i soccorsi!”. Senza esitare con una virata, seguita da un volo radente, Crac s’affrettò a rientrare al rifugio.

“Cra! Cra! Cra!”.

Cominciò a bussare con il suo becco sul vetro della finestra: “Toc, toc, toc! Martin, Martin, guarda sono qua! Toc, toc...”.

Non ci volle molto per attirare l’attenzione: “Chi è? Chi è che batte sul vetro?”. “Sono io, Crac la cornacchia! Allarme! Allarme, allarme!”.

L’uccello muoveva freneticamente le ali, voleva dirgli di seguirlo! Infatti, appena Martin uscì e prese il sentiero, Crac volò in direzione del Dito di Dio.

Dopo un po’ di tempo la guida alpina si accorse dei due alpinisti che impauriti gridavano: “Aiuto! Aiuto!”.

“Cra, cra..., arriviamo, arriviamo!” gracchiava Crac tutto emozionato.

“State fermi, non agitatevi che presto verremo a prendervi” gridò a sua volta Martin.

Dopo qualche ora.

“Ecco, coraggio!” disse Martin legando il primo scalatore alla roccia. “Oh, grazie a Dio, siete arrivati!” esclamò l’infortunato con un sospiro di sollievo.

Per tutto il pomeriggio i soccorritori lavorarono sulla parete per recuperare i due malcapitati. Infine, quando il sole tramontava tutto rosso nel cielo, e sulle montagne scendevano le prime ombre, tutto era finito: i ragazzi si trovavano al sicuro sul sentiero.

Uno dei soccorritori, accortosi dei rischi corsi dai due con la loro negligenza, manifestò l’intenzione di esprimere tutta la sua rabbia ed il suo disappunto. Martin lo interruppe: “Lascia perdere, ci ha già pensato la montagna a sfogare la sua ira!”.

“Si guadagna sempre qualcosa ad essere umili specialmente in montagna!” rifletteva Crac.

A sua volta il ragazzo ferito guardò Martin e con un sorriso, smorzato da una smorfia di dolore gli fece capire di aver imparato la lezione: “Grazie! Grazie di cuore!” disse il ragazzo ai suoi soccorritori.

 

Denis e la madonnina

Solo e molto triste. “Non ce la faccio più! Oggi sono più debole del solito!”, pensava tra sé Crac. Già da molti giorni e da molte notti attendeva sulla finestra del rifugio quando una farfalla si avvicinò. “Buonasera, signorina cornacchia!” le disse. “Perché singhiozzi?”. “Perché non voli con me?”, chiese la farfalla alla cornacchia, ma quest’ultima aveva le ali ormai quasi atrofizzate e denutrita com’era, non si reggeva più sulle zampe. “Sì, vorrei ma non riesco più ad aprirle!”, le rispose.

A Crac mancavano soprattutto le forze, si era completamente abbandonato alla tristezza, senza mangiare né  bere. “Non ne posso più!” sussurrava fra sé. Cominciava a soffrire il freddo e la fame che aumentava sempre più, via via che passava il tempo. Guardando il piccolo essere dalle ali variopinte mentre si poggiava felice sui fiori più belli, Crac meditò sulla natura meravigliosa della montagna, sulla sua esistenza che stava per perdere, lasciandosi così invadere da un unico pensiero fisso: quello della morte.

Crac: “Ciao piccola farfalla! Sei tu che sei venuta a portarmi su una stella?”.

E la farfalla: “Ma perché vuoi salire sulle stelle? Perché vuoi morire?”.

“Sono solo! Mi manca la volontà di lottare, penso in continuazione alla caparbietà di Martin, alla sua voglia di vincere anche le vette più difficili. Mi sento meschinamente debole di carattere”.

“Ma lui è...! Martin è un “mito”, un eroe della montagna!” aggiunse la farfalla“ mentre tu, sei soltanto un gracchio di montagna! “Come puoi paragonarti a lui?”.

Gli rispose Crac: “È vero! come posso pensare di reagire e lottare? Oh, come sono disgraziato! Morirò solo! Questa sarà la mia fine, morirò qui, su questa finestra dove ho vissuto vicino agli uomini, dove per tutta la vita mi sono sentito più importante dei miei simili. Che vergogna! Forse ho voluto troppo!”.

La farfalla lo guardò incredula: “Caro Crac tu non sei Martin, però la tua vita è importante per te stesso e per tutti gli esseri che potrai aiutare! La vita è un dono, e coinvolge indistintamente tutti!”. E Crac: “Non ce la faccio, sono troppo stanco!”.

Ancora la farfalla: “Però potresti almeno tentare di muoverti, di scuoterti, di continuare a vivere, se lo farai potrai tornare ad essere come prima e dimenticherai tutte le tue pene!”. Invece Crac continuava a risponderle: “Perdonami! Perdonami! Lasciami morire! No! No! Non voglio vivere senza Martin! Non ha senso!”.

 

Stanco e infreddolito Crac lentamente si lasciava morire.

Allora solo la voce della sua coscienza si fece sentire: “Ti ricordi la storia di Denis? O forse ti è comodo non ricordare?”. Ed aggiunse: “Pensa all’esempio di Denis e capirai che la Fede è la forza che salva!”.

Replicò Crac: “È vero! Denis però era un ragazzo eccezionale ed è diventato un grandissimo alpinista!”. E la vocina: “Quello non è importante. Era un ragazzo che aveva capito come con l’amore si possa fare tutto! Quindi chiudi semplicemente gli occhi e lasciati trasportare dal passato”.

Fu così che i ricordi si impadronirono nuovamente del pensiero della cornacchia ...

“Piccola farfalla forse hai ragione, le tue parole mi hanno ricordato la vita di un giovane alpinista...”.

“Sì, sìììì, parlami, raccontami la sua storia” chiese la farfalla.

E Crac, colpito dalla sua insistenza, cominciò a raccontare...

“...Denis era un ragazzo di città, con origini molto umili; il papà operaio doveva lavorare molte ore per poter garantire alla sua famiglia il minimo indispensabile per vivere decorosamente. Il giovane si era sempre prodigato per aiutare il padre; tutte le mattine si alzava molto presto e prima di andare a scuola faceva il garzone di panetteria, portava il pane ed il latte a molte famiglie della città.

Dallo zio Giacomo, alpinista leale e generoso, Denis aveva ereditato la grande passione per la montagna. Quasi tutte le domeniche era lui a portare il ragazzo in montagna, lo legava alla stessa corda insegnandogli le cose essenziali per essere alpinista. Il ragazzo contraccambiava manifestando la sua gioia con l’abilità nell’apprendere gli insegnamenti. Ben presto iniziò a scalare con l’agilità di un gatto e con la maturità di un alpinista già esperto, nonostante fosse appena sedicenne. Denis aveva letto molti libri di montagna e si era “innamorato” degli alpinisti più famosi, ne condivideva il modo di pensare e di arrampicare. Il suo alpinista preferito era Martin e il sogno della sua vita era quello di poter un giorno scalare Il Dito di Dio.

L’alta montagna per lui era il suo unico sogno parzialmente appagato solamente quando lo zio lo portava con sé. “Forse un giorno le cose cambieranno? Forse, quando avrò terminato i miei studi ed avrò un buon lavoro potrò realizzare i miei sogni” diceva fra sé il ragazzo, consapevole però che il suo dovere principale fosse quello di aiutare la sua famiglia.

Un giorno accadde ciò si vorrebbe non accadesse mai: Lisa, la sorellina di dieci anni, si ammalò gravemente. Per Denis la vita da quel momento diventò tremendamente triste! I sogni del giovane alpinista crollarono.

In poco tempo tutti i risparmi della sua famiglia si volatilizzarono per le costosissime cure, ma ciò nonostante la malattia continuava, inesorabile, a distruggere la vita della bambina. L’unica speranza era in un miracolo di Dio! Quel Dio che Denis aveva sempre pregato e che in quel momento sembrava lo avesse abbandonato.

Il ragazzo, dopo la scuola, trascorreva le sue ore accanto al letto della sorellina per coccolarla con immenso amore; accanto a lei, sul comodino, c’era una piccola statua di una Madonna. Denis continuava a pregare la Madonnina in silenzio nonostante il cuore sfogasse il dolore e la commozione nelle lacrime.

Lisa si rivolse al fratello: “Quando non ci sarò più porterai la nostra Madonnina sulla montagna, vedrai che Lei esaudirà qualsiasi tua preghiera!”. “Sì, sì! Non stancarti! Sono certo che tutto andrà bene!” le rispose il fratello trattenendo il pianto.

Denis non trovò pace per tutto il giorno e non riuscì, durante quella notte, nemmeno a prendere sonno, poiché continuava a pensare alla sorellina tanto sfortunata, finché... all’improvviso, un segno evidente, un pensiero attraversò la mente del giovane: “Con la fede si può tutto!”.

Questa convinzione trasformò la disperazione in speranza. Il giorno dopo, un mattino, anzi un mattino speciale, il ragazzo prese la Madonnina, la mise nello zaino e andò a parlare con lo zio: “Devi aiutarmi, voglio portare questa Madonnina sulla cima più bella e difficile del mondo, sarà la nostra preghiera per Lisa!”.

 

... “Cra, cra, cra!” gracchiavano le cornacchie, forse per annunciare che il tempo stava cambiando in peggio, oppure più semplicemente perché colte dall’agitazione del momento. Ma già dalle prime ore del mattino molte nuvole minacciavano pioggia, coprivano le cime dei monti e un vento caldo spirava da Sud lasciando presagire l’arrivo del temporale. Tutti gli animali delle Dolomiti si erano rapidamente messi al riparo, tutti gli alpinisti che stavano al rifugio di Martin si prolungavano nella colazione in attesa dell’acquazzone. Solo un uomo di mezza età e un ragazzo, dopo aver preparato lo zaino come fa chi deve affrontare una scalata molto difficile, si erano messi in moto alle prime luci dell’alba. Pensai: “La vita è già complicata, perché complicarla di più!”. Incuriosito dal loro comportamento, li seguii sul sentiero per cercare di capire le loro intenzioni.

“Dai zio, andiamo all’attacco e proviamoci! Nonostante il cielo non sia favorevole, certamente ci risparmierà perché nello zaino portiamo la Madonnina di Lisa! Lei ci aiuterà!”.

Gli rispose lo zio: “Mi hai convinto scaleremo Il Dito di Dio e sono sicuro che tutto andrà per il verso giusto!”.

Commentai: “Ma come..., sono impazziti! Non vorranno scalare Il Dito di Dio? Nessuno dopo Martin è riuscito nell’impresa e poi..., Dio mio è un bambino! E con questo tempo!”.

Il “Dito” si ergeva sopra i ghiaioni come una freccia puntata verso il cielo; la parete superata da Martin era impressionante, appariva e scompariva fra le nuvole e solo di tanto in tanto si mostrava nella sua interezza.

I due alpinisti avevano superato i primi tiri di corda della via di Martin.

“Ok, puoi salire!”, gridò il ragazzo alternandosi al comando della cordata.

Riflettevo: “Un cucciolo d’uomo capocordata lungo una delle vie più difficili delle Dolomiti e del mondo! ...No! È una follia!”.

Ma, dopo un po’: “Mi sembra però deciso e sicuro e arrampica molto bene!”. Li osservavo poggiato su uno spuntone roccioso molto vicino ai due, che si trovavano isolati nella nebbia dal resto della natura.

Meravigliato mi sentivo attratto dall’audacia e dalla bravura del ragazzino, sconosciuto a tutti specie agli alpinisti che frequentavano quei luoghi.

Ad un certo punto, sul primo traverso ..: “Ma come, il giovane sta proseguendo ancora da capocorda?” mi chiesi meravigliato. Denis, non possedeva la tecnica e l’esperienza del grande Martin ed era quindi costretto a muoversi lentamente, con il peso del corpo tutto sulle braccia, senza sfruttare i piedi sulle piccole asperità rocciose; era aggrappato con le punta delle dita. “No! Non può farcela!” esclamai, spaventato per le conseguenze di un’eventuale caduta. “Ecco! Su coraggio, tieni duro!”.

Per un miracolo, per una forza misteriosa che è in noi, il ragazzo rimase appeso così a lungo e con uno sforzo incredibile riuscì a guadagnare il pulpito alla fine del traverso. “Quale forza ti porti dentro piccolo arrampicatore?” esclamai, tirando un grosso respiro.

Intanto il cielo, si tingeva sempre più di nero, i tuoni, del temporale si erano avvicinati. I lampi illuminavano il paesaggio, un vento impetuoso sferzava le rocce e la pioggia già cadeva abbon-dantemente sulle cime attorno. “Hmm, può piovere da un momento all’altro!” disse Denis. “Brutto affare, però non perdiamoci d’animo”, gli rispose lo zio aggiungendo: “Coraggio dai... ce la faremo!”.

Sul Dito di Dio regnava il sereno, come se le nuvole volessero risparmiare la Cima delle cime. “Persino la natura s’inchina al coraggio della cordata!” gridai, guardandomi attorno spaventato. Avevo vissuto la brutta esperienza del temporale in montagna, ma quella volta mi ero premunito contro un repentino cambiamento del tempo scovando, lì vicino, una nicchia rocciosa.

Rimasi tutto il giorno sul Dito di Dio, silenzioso testimone di un’altra grande avventura. Alla fine un arcobaleno comparve fra le nubi e unì le cime al cielo. Poco a poco comparve anche il sole, per immergersi subito dietro le cime. I due si apprestarono al bivacco. Denis quella sera si addormentò subito, per la fatica; io, invece, decisi di volare fino al rifugio per avvertire Martin di ciò che stava accadendo.

 

Al primo debole chiarore dell’alba, il paesaggio mutò, il cielo divenne limpido ed un forte e gelido vento da nord soffiava sulle cime. “Che freddo! Iniziamo ad arrampicare” sentenziò lo zio.

Man mano che il sole si alzava nel cielo, splendeva sempre più sulle cime innevate e immergeva i suoi raggi luminosi sui piccoli ghiacciai pensili ai piedi delle pareti. Martin, sulla porta del rifugio, scrutava con il binocolo la parete del Dito di Dio, arrestando  lo sguardo sulla cordata ormai ad un centinaio di metri dalla vetta.

Volai molto in alto, sulla cima, per godermi da protagonista la fine della scalata, la vittoria! 

Grande la commozione dell’abbraccio in vetta: “Denis ragazzo mio, se non ci fossi stato tu, non ce l’avremo fatta!”.

“È magnifico!”... “Cra, cra! Che bello! Sììììì! È una scena davvero commovente!”, dissi mentre guardavo stupefatto. “Sono stanchi morti ma immensamente soddisfatti di esserci riusciti!”.

Da lassù potevamo scorgere le cime dei monti. Lo zio era davvero fiero di un nipote così forte e coraggioso. Poi scoppiarono in un pianto liberatorio, senza fine. Con prudenza, presero la Madonnina dallo zaino e la poggiarono sulla roccia. Rimasero a lungo in silenzio fissando la piccola statua... alla fine iniziarono a pregare: “Mamma del cielo, questa scalata è la nostra preghiera per Lisa! Guariscila! Guariscila!”, disse Denis con le lacrime che scendevano dai suoi occhi tristi. Attorno il panorama era splendidamente illuminato da un sole raggiante. Tutt’intorno un anfiteatro di cime meravigliose.

 

Al ritorno dalla scalata, ci fu una grande festa al rifugio. Alla fine la stanchezza vinse i due, soddisfatti nonostante le loro preoccupazioni... quanti applausi, anche Martin si complimentò con i due scalatori. Poi però il pensiero a Lisa: “Martin”, disse lo zio del ragazzo, “vorrei confidarle un dolore che rende la vita difficile a Denis e a tutti i miei familiari; stiamo soffrendo terribilmente per un problema che purtroppo non ha soluzione...”.

Così, poggiato prima sulle spalle del mio maestro e poi sullo stipite della finestra venni a conoscenza della vita, delle motivazioni che avevano spinto lo zio ed il nipote alla difficilissima avventura. Per la prima volta compresi il vero significato di quella Madonnina sulla vetta.

Alcune settimane dopo, Martin ricevette dal ragazzo una lettera che raccontava la straordinaria, miracolosa guarigione della sorellina “... i medici hanno detto che le cure hanno funzionato, ma io, noi tutti, sappiamo che soltanto la Madonnina del Dito di Dio ha esaudito la nostra preghiera!”.

“Oh!” esclamò la farfalla: “È una storia meravigliosa!”.

“Finalmente ho capito il perché di tanta forza! È la stessa, caro Crac, che ti farà ritornare a vivere!”, sospirò.

La farfalla aprì le ali e mettendo in risalto i bellissimi colori, voleva esprimere la sua gioia per l’esito bellissimo della storia raccontata da Crac. Prima di riprendere il suo volo da un fiore all’altro, si rivolse al povero gracchio: “E tu, cosa aspetti a volare!”. E si allontanò.

   

Gipsi e il gufo

 

Chi sei? Mi fai tanta paura!”. “Ehm, sono un uccello della notte, so... so... sono un gufo reale”. “Perché hai gli occhi così grandi?”chiese Crac. “Per vedere al buio a chilometri di distanza, così ho avuto modo di osservarti per tante notti”. “Ma... ma cosa vuoi da me?”, esclamò il gracchio. “È da un po’ che ti sto osservando, hai le piume tutte spettinate”, rispose il gufo; poi aggiunse: “Il buio è magnifico! Di notte vicino al rifugio si aggirano molti topi che sono il mio pasto preferito!”.

“Oh, no, è tremendo! poveri piccoli topi”, disse Crac seccato.

Era una notte gelata di luna piena in cui si colorano d’argento tutte le cose, compreso un piccolo topo che s’aggirava proprio sotto la finestra. “Devo distrarre il gufo, perché se si accorge di quella presenza, gnam... gnam...  se lo divora con un solo boccone”, pensò Crac. Rivolgendosi nuovamente all’uccello: “Perché vuoi parlare con me?”.

“Sei la cornacchia più famosa delle Dolomiti, tutti gli uccelli ne parlano, alcuni persino sparlano di te, ma penso sia soltanto invidia per il tuo coraggio di vivere accanto agli uomini.”

“Accipicchia, non sapevo di essere diventata famosa soltanto per l’amore verso l’uomo che mi ha salvato la vita, credo che sia normale...”.

“Sì! Ma non lo è, lasciarsi morire per lui!”, interruppe il gufo staccandosi con un battito d’ali dalla finestra e volando nel chiaro di luna.

“C’è un rumore strano”, sussurrò Crac. Non fece in tempo a terminare il suo pensiero, che vide in lontananza il topolino che ancora correva avanti e indietro.

“To... topo...topolino”, gracchiò. “Scappa, scappa lontano perché qui vicino si aggira un gufo!”... “Ma dai!”, esclamò il topo avvicinandosi a lei con molta cautela per non farsi scorgere.

Ancora Crac: “Devi fuggire lontano, perché ho appena visto un grande gufo affamato”.

“Fammi nascondere!”, strillò il topo piccolo piccolo.

“Presto, presto! Mettiti qui sotto”, gracchiò la cornacchia alzando con fatica la sua ala destra.

Gipsi, così si chiamava il topolino, si guardò attorno e tremante per la paura dell’imminente pericolo si infilò sotto l’ala. “Ho pa... pau... paura!”, ripeteva tremante, scrutando il cielo tra le piume della cornacchia. “È vicinissimo, quindi fai il bravo e...”. “Senz’altro” interruppe il topo, continuando a scrutare il cielo.

“Sssst!”, sussurrò Crac.

Ma improvvisamente il grande uccello si avvicinò. “In verità, non sono un granché come cacciatore di topi e da quando il rifugio è chiuso non se ne vedono più”.

Gispi rimase senza fiato, immobile e zitto zitto. Il suo cuore batteva così forte che sembrava scoppiare. Poi il gufo aggiunse: “Questo è il nostro mondo cara cornacchia e ti auguro di viverci a lungo”.

“E va bene, va bene, d’accordo” disse Crac, non sapendo come liberarsi da quella, che per il suo nuovo amico era una minacciosa presenza.

Allora il gufo soddisfatto: “Dai, vieni anche tu!” gli gridò: “Puoi ancora farcela!”. Cominciò a dimenare le ali e dopo aver respirato profondamente decollò, volando lontano, lontano.

Gipsi passò tutta la notte spaurito accanto alla cornacchia, contento di essere sfuggito al pericolo.

“Gufo malefico, ti odio!”.

Allora Crac gli rispose: “È molto più difficile odiare o farsi odiare che amare e farsi amare!”.

Di tanto in tanto Gispi si accorgeva del precario equilibrio della cornacchia, che paurosamente oscillava avanti e indietro. “Chi sei? Cosa ci fai quassù tutta sola?”, chiese. Crac raccontò la sua disgrazia piangendo.

“Ma... ma tu sei un uccello buono, mi hai salvato la vita, non puoi morire, non te lo permetterò!”, disse il topo e aggiunse: “Anche nei momenti peggiori della nostra vita, anche quando sembra non esserci altro scopo per continuare a vivere, si può essere utili a qualcuno. È così che piano piano si riscopre il valore, il vero significato della nostra esistenza. E tutto diventa bello!”.

“Si è facile dirlo a parole”, interruppe Crac.

“Chiudi il becco, Crac. Tutte queste sciocchezze su! Parli come se la tua vita appartenesse totalmente e solamente a te. Devi riuscirci a riprendere a volare e per ricordartelo non ti abbandonerò al tuo destino. Sono un topo rompiscatole!”.

Le notti Gipsi le passava con Crac a parlare e spesso anche gli portava qualcosa da mangiare.

   

Lo scoiattolo Happy

In breve tempo il topolino sparse la voce della decisione di Crac di lasciarsi morire. Molti animali che passavano di lì si voltavano incuriositi e tiravano avanti scuotendo il capo un po’ perplessi. Qualcuno, più sensibile, cercava di dissuaderlo dal suo intento. Molti uccelli, camosci, marmotte e persino un’aquila tentarono di dimostrarli amicizia. Ma il tempo inesorabile passava!

Una notte Crac stava sonnecchiando profondamente quando il freddo lo sorprese nel sonno svegliandolo. Era un gelido mattino in cui il sole sembrava far fatica a mostrarsi, l’alba di un giorno che si preannunciava splendida. Tutti stavano ancora dormendo; Crac, con gli occhi rivolti al Dito di Dio, cominciò a muovere le zampette, con tutte le forze che aveva ancora in corpo, ripetendo gli stessi movimenti. “Brrr... ancora un attimo e sarei morto dal freddo!”, disse fra sé.

Attraverso gli occhi dischiusi dal gelo vide uno scoiattolo, che a pochi metri di distanza lo fissava saltellando in continuazione attorno alla finestra.

“Povera cornacchia, morirai di freddo!” si disse e d’istinto soffiò su di lei un po’ del suo fiato caldo. “Ciao! Sono Happy e sono arrivato fin quassù dal fondovalle per aiutarti a guarire e ritrovare l’amore per la vita!”. Lo scoiattolo aveva un cuore compassionevole. Intanto i raggi del sole rendevano tutto l’ambiente più caldo, più vivo.

Happy, sconcertato dalla scelta del gracchio, non voleva assistere impotente alla sua fine e cominciò a fargli delle domande, alle quali seguirono dei brevi racconti, episodi di vita.

Lo interruppe Crac: “Forse avrei dovuto vivere una vita normale, assieme ai miei simili...”. Gli rispose lo scoiattolo: “Non esiste una vita normale, esiste solo la vita, bisogna viverla!”, e aggiunse: “Devi sapere caro gracchio che anch’io ho rischiato di morire e se sono ancora vivo lo devo all’amore di mio fratello Pink. Cosa credi di essere, l’unico al mondo a soffrire? Con mio fratello siamo rimasti molto piccoli senza genitori”.

Voglio raccontarti la mia storia...

“... Era una calda estate, mi godevo le bellissime giornate mentre Pink era impegnato a costruirsi una casa all’interno di un vecchio tronco. Lo osservavo lavorare ininterrottamente: “Dai Happy dammi una mano”, mi diceva in continuazione, ma io gli rispondevo: “Sei matto Pink, guarda che giornate stupende! Voglio godermi il caldo del sole, l’acqua fresca e limpida e non sprecare il tempo nel lavoro!”. Ma Pink sempre più arrabbiato mi rispondeva che era molto importante farsi una casa e proseguiva nel suo lavoro con fatica e grande entusiasmo. Armeggiava attorno al suo albero: “Togliendo un po’ di legno qui, aprendo una finestra...ne verrebbe fuori una tana meravigliosa”, diceva, invitandomi ad aiutarlo. “Ma io non so se mi troverò bene, lì dentro”, dicevo. “Come? Non dirmi che non ti piace?”, esclamava seccato. “Non è che non mi piace, ma non ne vedo l’utilità, il bosco è pieno di posti dove ripararsi”, aggiungevo convinto.

Pink continuava a lavorare, a scavare nel vecchio tronco.

In breve tempo il nostro rapporto si deteriorò a tal punto che decisi di andarmene. Non riuscivo proprio a capire. “Ma... una casa, che me ne faccio quando la natura attorno è così dolce.” Pensavo che per l’inverno un buco dove ripararmi l’avrei senz’altro trovato.

Passarono così molti mesi. L’autunno preannunciò le sue giornate grigie e anche fredde. Le notti le trascorrevo in una grotta e di giorno saltellavo da un albero all’altro alla ricerca di qualche amico. Non dimenticherò mai quella notte: da molti giorni, a causa del freddo e del brutto tempo, me ne stavo rannicchiato nel fondo della mia caverna. L’ambiente attorno era scuro ed umido, mi sentivo terribilmente solo e l’acqua continuava ad entrare da tutte le parti. Decisi di arrampicarmi il più in alto possibile, ma le rocce erano inzuppate, viscide e fredde mentre in basso tutta la grotta era diventata un lago che minaccioso saliva, saliva sempre più. Mi resi conto del pericolo e decisi per l’unica scelta possibile: “Splasch!”, mi tuffai e nuotai freneticamente per impedire che l’acqua gelasse intorno a me. Con tanta fatica riuscii, a stento, a scappare da quella trappola.

All’aperto un vento freddo di bufera mi colpì, impedendomi di arrampicarmi sugli alberi. Improvvisamente ebbi la sensazione che qualcosa non andasse, cominciai a correre disperato nel bosco. Alberi senza foglie, vento e pioggia. Ero solo! Stavo rabbrividendo dal freddo, con il pelo tutto bagnato. Ad un certo punto mi fermai per capire e mi resi conto di essermi perso. Intanto l’acqua si era trasformata in neve che cadeva abbondante. Non ce la facevo più, non sapevo dove andare, cosa fare. Stavo vivendo una prova difficile, disperato mi rannicchiai ai piedi di un grosso albero. Ma ora anche la neve saliva e il freddo bloccava le mie membra. Inevitabilmente pensai ai miei cari e in particolare al mio unico affetto, al mio fratello Pink. Mi raggomitolai su me stesso, piangendo disperato nella neve che mi stava coprendo interamente e piano piano mi addormentai, completamente inerme di fronte alla furia della natura che avevo tanto amato. All’improvviso mi resi conto che presto avrei lasciato questo mondo.

Era trascorso tanto tempo da sembrarmi un’eternità, quando aperti gli occhi, vidi una luce abbagliante. Mi trovavo sdraiato su un comodo giaciglio di paglia, l’ambiente attorno era tiepido e profumava di bacche. Poi all’improvviso mi accorsi di una strana presenza, che riconobbi in quella del mio fratellino Pink.

“Dio mio!, esclamai, e aggiunsi: “Pink anche tu sei giunto in Paradiso?”. “Ma che Paradiso sei nella mia casa e sei ancora vivo”, rispose il fratello con un grande sorriso. Intorno l’ambiente era così bello da farmi dimenticare la brutta avventura passata. “Oh, che meraviglia!”, sussurrai.

Rimasi sdraiato per alcuni giorni, godendo sia di quella comoda abitazione che dell’assistenza di Pink. Poi lentamente lui cominciò a raccontare...

Cosa era successo quella terribile notte? Già da un po’ di tempo, Pink stava dormendo nel suo letargo invernale, quando nel sonno gli apparve uno scoiattolo tutto bianco, gli disse che mi trovavo in grave pericolo; poi sempre nel sogno mi vide disperato che correvo piangendo nel bosco pieno di neve. Improvvisamente turbato dall’angoscia del brutto sogno, si svegliò.

Pink ancora sudato per l’agitazione, non riuscì a riprendere sonno, mise la testa fuori dal tronco e vide la stessa natura vista nel sonno. Pensò allo scoiattolo bianco come ad un Angelo che gli aveva portato un messaggio, un segno che mi trovavo in seria difficoltà. In pochi minuti, così mi raccontò Pink, si trovò a correre nella neve, contro un vento impetuoso, spinto in quella direzione da un non so che. Infine, anche lui stanco e preoccupato si fermò ai piedi di un grosso albero. Era lo stesso albero dove ormai stavo morendo. Pink notò un insolito mucchio di neve, dal quale usciva un qualcosa di strano: era la mia coda. Cominciò così a scavare e quando riconobbe il mio muso privo di vita, soffiò aria e caldo nei miei polmoni. Al mattino quando il sole aveva cacciato il brutto tempo e cominciava a riscaldare tutta la natura, Pink, lentamente e con fatica, cominciò a trascinare il mio corpo, fino all’interno del suo tronco.

“Cara cornacchia, credo che tu abbia già capito? Nella vita si vive per imparare e poter insegnare ciò che si è imparato. Ogni azione acquista un significato se non è soltanto per se stessi, ma diventa un bene anche per gli altri. In questo modo si può diventare persino ricchi, purché questa ricchezza serva per far star bene se stessi e tanti altri. Mio fratello Pink non mi ha soltanto salvato la vita, ma ha dato un profondo significato alle mie giornate”.

Finalmente, Crac gracchiò con forza: “Cra, cra, cra... Grazie Happy, mi hai fatto un bel regalo!”.

“Ok Crac, vedo che hai compreso il vero significato della vita!”.

Lo scoiattolo allora andò a cogliere una stella alpina e la porse alla cornacchia. “Questa è per te”, annunciò. Furono le sue ultime parole prima di allontanarsi saltellando fino a scomparire nel bosco del fondovalle.

 

 

Un angelo di cornacchia

 

La povera cornacchia, grazie ai tanti amici che la consolavano ed incitavano a scegliere il dono della vita, cominciava a capire molte cose importanti. Purtroppo l’estrema debolezza fisica aveva minato il suo morale e, non riusciva a far altro che piangere. “Cos’è tutta questa lagna? Piantala Crac!”.

La frase fece aprire gli occhi alla cornacchia.

“Sogno, oppure, sono sveglio!”, si disse Crac guardando con meraviglia un suo simile, una cornacchia vecchia e spelacchiata che le si era poggiata accanto.

Poi un’altra frase lo scosse profondamente: “Fai parlare il tuo cuore! Un cuore che parla può sempre parlare con Dio!”.

E Crac istintivamente, singhiozzando e sospirando: “Dov’è questo Dio che ama? Se esiste, come può permettere che io soffra?”.

“Lo permette perché con la sofferenza tu possa imparare ad amare!”, rispose saggiamente l’uccello, e aggiunse: “Se non sei capace di amare, come puoi avvicinarti alle tue e alle miserie degli altri!”.

“Vorrei essere un alpinista! Come gli alpinisti vorrei avere la loro forza! Vorrei vivere le loro emozioni, le loro sensazioni, i loro stati d’animo, la loro passione..., invece sono soltanto un povero uccello”.

“Ho capito!”, interruppe la vecchia cornacchia, ed aggiunse: “Se proprio lo desideri così tanto da rinnegare la tua stessa natura, chiudi gli occhi e pensa... pensa di essere uomo”.

All’improvviso, Crac perse le ali e il suo corpo di uccello si trasformò in un corpo umano, anzi in un alpinista, e come per un incantesimo si trovò nel mezzo di un’altissima parete rocciosa.

“Per mille gracchi chi sono? Accidenti quanto sono grande!”.

Avvertendo il vuoto sotto di lui: “Mamma mia è impressionante! E... ma cos’è, questa pesantezza che mi vuole trascinare giù!”. Il gracchio spaventato dalla irreale situazione, per la prima volta, avvertiva la sensazione di precipitare e morire sfracellato ai piedi della montagna. Trattenne il respiro. E ora? Doveva superare un tratto di roccia difficile!

“Pensavo fosse bello penzolare nel cielo, con le dita sulla roccia. Invece, ho paura, una paura matta di cadere” diceva fra sé Crac. Lo sforzo per rimanere aggrappato era enorme; persino le gambe per la tensione, cominciarono a tremare incontrollate.

“Tieniti forte Crac!”, gridò terrorizzato, cercando di prendere un appiglio, una sporgenza. “È finita! Non ce la faccio più!”.

Intanto il cielo si faceva sempre più scuro, finché cominciarono a cadere grossi goccioloni di pioggia. Una cornacchia gli volò accanto, trasportata dal vento, volava leggera... leggera. Per un attimo Crac la guardò meravigliato, ne invidiò il volo: con un battito d’ali salì là oltre la cima del monte. Allora pensò: “Che bello sarebbe avere le ali! Poter spiccare il volo, lanciarmi e planare nel cielo”.

Quando Crac riaprì gli occhi si accorse di essere ancora una cornacchia!

Una brezza mattutina cominciava a spirare sui prati. Crac aveva imparato la lezione. Ascoltò a lungo gli insegnamenti della vecchia cornacchia. Di tanto in tanto le gettava un’occhiata e scoppiava a piangere.

“La vita, vale la pena di essere vissuta, anche soltanto per un atto d’amore. È soltanto un cristallo di ghiaccio, ma tutto il ghiacciaio di fronte a te cosa potrebbe fare senza quel cristallo? Di certo gli mancherebbe qualcosa”. Fu questa l’ultima frase della cornacchia saggia che improvvisamente sparì, come un fantasma.

 

“Papà! Ma... chi era quella cornacchia spelacchiata?”.

“Un capo stormo o forse, il suo Angelo custode”, le risposi.

 

 

La dentiera

 

I giorni scorrevano lenti: la voglia di vivere si faceva finalmente sentire. Crac, ancora soffriva per la lontananza di Martin, eppure un’altra volta gli era capitato di doversi allontanare. Allora ne aveva combinata una “grossa” quando con curiosità e stupidità si spinse nella stanza del suo maestro. Notando un bicchiere d’acqua pensò: “Chissà cosa c’è dentro?”.

Era una cosa strana che tentò di beccare. Senza immaginarne le conseguenze si divertì in quel gioco assurdo fino ad estrarre quello strano oggetto e, non ancora soddisfatto, lo sollevò e lo fece cadere fuori dalla finestra, nel fondo del dirupo. Finito il gioco cominciarono i guai: l’oggetto misterioso fu ritrovato dopo tanti tentativi e costò al gracchio oltre un mese di isolamento totale. D’altronde come avrebbe potuto farsi perdonare la distruzione della dentiera del suo amico?”.

“Ah ah ah!... che ridere”, esclamò Chiara con una forte risata. “Ah ah, la dentiera!”.

“E chi ti ha messo in testa un’idea simile?”, urlò Martin.

“Brutto affare: dovrò stare per conto mio per un po’ di tempo”, pensò il gracchio volando come una furia fuori dalla finestra.

Ci volle un bel po’ di tempo per ritornare alla consueta confidenza con il suo amico.

 

Martin aveva vissuto una vita molto intensa: tante scalate, una splendida famiglia, aveva soccorso e salvato tanti alpinisti in difficoltà, dato sempre consigli ai giovani conservando molte altre virtù: la saggezza, la rettitudine, la forza, unite ad una straordinaria umanità. Crac aveva imparato molte cose e più pensava al passato e all’esempio del suo maestro, tanto più si rendeva conto di come non sarebbe stato giusto morire di malinconia.

“Quante cose sono successe  e quante ancora accadranno? Tutto ancora è in movimento, il sole che sorge, il sole che tramonta, che lentamente si muove e continuerà a farlo anche quando non ci sarò più! L’acqua, con il caldo del sole esce dai ghiacciai e scorre per diventare fiume, il vento soffia da ogni parte. Le rocce mutano il colore a seconda dei momenti della giornata, gli uccelli come me nascono e dopo aver vissuto, infine, muoiono. Muoiono le cornacchie sapienti come le stolte! Muore anche il passato, tutti si dimenticano di ciò che è stato! Tutto sembra inutile! Però un mistero in tutto ciò c’è! C’è la mia anima, ci sono i miei sentimenti, le mie emozioni, le mie sensazioni. C’è il mio piccolo cuore che batte forte e comanda alle lacrime di uscire dai miei occhi. Lo fa per le gioie, nel dolore, lo fa per ricordarmi che la mia anima ogni volta diventa più ricca. Forse, si vive per diventare più puri, per nutrire la nostra anima, per avvicinarsi a quel Dio, padre degli uomini e di tutti gli esseri? Se fosse così non è giusto lasciarsi morire, anch’io dovrò vivere per migliorare il mio Spirito! È vero! È vero! Devo ancora vivere!”, pensava il gracchio.

Nel mondo materiale non c’è nulla di nuovo, ma non in quello spirituale, dove tutto diventa evoluzione, qualcosa di indescrivibile, di immensamente grande che Crac cominciava ad avvertire. Sempre fermo, immobile alla finestra con gli occhi umidi, ammirava il volo vitale dei suoi simili: “Oh! Come vorrei salire ancora lassù nel cielo così bello, sentire la voce degli alpinisti e il profumo del vento che trasporta quello dei fiori.

“Quando le cose vanno male bisogna pensare ai momenti più felici!”, sospirava la cornacchia cercando nel passato i momenti più positivi. Poi finalmente un sorriso illuminò i suoi occhi mentre il pensiero riviveva...

 

... Un giovane alpinista chiese consiglio all’esperto Martin sulla eventualità di iniziare una scalata, anche se il cielo era un po’ nuvoloso. L’esperto alpinista, dopo aver alzato gli occhi al cielo, annusata l’aria, rispose: “Vai tranquillo che il sole trionferà!”. Quel giorno il giovane prese tanta di quell’acqua che non dimenticherà mai più.

E Crac: “Ma certo! anche i grandi sbagliano, anche loro hanno bisogno degli altri”. Rifletteva che in fin dei conti era stato molto vicino al suo maestro e spesso gli aveva consigliato anche delle importanti scalate. Come la Parete Nera che Martin riuscì a vincere, anche per merito del suo gracchio, che volando in maniera agitata seguì una linea ben definita sulla montagna; insomma gli indicò la via da seguire, gli fece capire che una volta messe le mani sulla roccia seguendo quella direzione, avrebbe trovato gli appigli per salire. E così fu!

“Ho avuto molto... sono riuscito anche a dare, perché non continuare a farlo?”, rifletteva Crac, e solo allora si rese conto di quanto fosse affamato e stanco: “... ho paura! ho fame, ho freddo ma vorrei tanto volare come prima!”.

Crac rimase in contemplazione pensando: “Ora sono all’inizio di una nuova vita, mi basta scendere dalla finestra e poi sarò finalmente vivo”.

“Dai Crac, prova ad aprire le ali!”, si disse con forza.

Non ce la faccio più! Forse se mi butto nel vuoto l’aria mi aiuta, ma... se..., se, se non si aprono? Allora semplicemente morirò!”.

“Ah, come fare? Rinviare è impossibile! Bisogna farlo! Ho sentito un alpinista dire che la preghiera è un filo d’amore verso il cielo... ma certo! Con l’amore si può tutto e la preghiera è amore”.

“Dio, cosa vuoi fare di me?”, gridò disperato il gracchio. “Ti prego, aiutami!”.

E il Dio degli uccelli, degli uomini, delle montagne, del cielo e delle stelle, dell’universo intero le diede la forza di vivere!

“Aahhhh! ...Aiutooo! Sono nel vuoto, sto precipitando!”.

Terra e nuvole si misero a turbinargli attorno. Ora picchiava diritto. Il vento fischiava gelido mentre il fondo della valle si avvicinava sempre più.

“Apri le ali!”, si disse Crac chiudendo gli occhi e concentrando tutte le sue forze per farlo. “Su, dai, apri le tue ali!”.

“Dio aiutami! Lasciami volare!”.

E Crac diventò leggero come non si era mai sentito in tutta la vita.

“Sono morto? Mi sono sfracellato!”, pensò.

 

“Non sarà mica morto, vero?”, mi interruppe Chiara.

“Ma no! Non agitarti...”, esclamai continuando a raccontare.

 

 

Lo stormo

 

Il sole che si affacciava all’orizzonte delle cime lanciava i suoi raggi di vita sulle piume nere di Crac che si librava nel cielo muovendo in continuazione le sue ali, aperte a pochi metri dal terreno. Non sentiva neanche più il freddo. Si mise a toccarsi  con il becco, a guardare, a fare evoluzioni.

“Cra! Cra! Cra!”.

“Sì! Sì! Sììì! Sono vivo!!! Urrà!”, esclamò battendo le ali.

“So volare! So ancora volare! Sono in cielo: è un’emozione unica, mai vissuta precedentemente, è fantastico!”, continuava a ripetere e, dalla gioia quasi sveniva. Crac, dopo essersi rifocillato, volò anche nella notte, mentre la grande luna gialla lo guardava entusiasta. Solamente verso l’alba raggiunse un gruppetto di altre cornacchie.

 

C’era una luce intensa intorno, la forza della vita aveva trionfato, per la prima volta Crac avvertiva sensazioni mai vissute. Anche il desiderio di stare con i suoi simili che lo accolsero entusiasti, come un figlio ritornato alla famiglia. Per giorni e giorni visse con loro, divise le stesse esperienze di vita, ma soprattutto si accorse di quanto sia naturale stare assieme.

Crac possedeva delle conoscenze, un’esperienza di vita unica per una cornacchia. Divenne un esempio di vita, un maestro per i giovani. Di tanto in tanto, specie quando, ai piccoli gracchi dello stormo si soffermava a raccontare le avventure del suo Martin, riaffiorava anche il suo ricordo : “Chissà se lo rivedrò! Speriamo che non sia andato via!”.

Ma dentro, sentiva nel cuore che il suo maestro un giorno sarebbe ritornato sulle sue montagne.

 

Era la fine d’agosto. Il fresco dell’autunno vicino cominciava a farsi sentire. Un bel mattino di sole e di cielo azzurro, una brezza leggera portava i gracchi sulle vette. Uno di loro tutto eccitato volava fra guglie, canaloni e cenge chiamando: “Crac! Crac! Crac!”.

Arrivò trafelato e molto stanco poiché aveva volato senza sosta: voleva recapitare un messaggio.

“Freccia amico mio, non ti ho mai visto così entusiasta ed eccitato! C’è forse qualche novità”chiese Crac.

“Altroché!”, rispose Freccia e continuò: “Un’aquila mi ha dato poco fa una notizia fantastica...”. Dopo alcuni minuti assieme planarono verso il fondovalle e via via che si avvicinavano..., Crac sgranò gli occhi... li richiuse per riaprirli! “Forse sto sognando...? Martin, Martin” gridò, alla vista del grande amico che lentamente saliva lungo il sentiero.

A quel punto successe il finimondo.

“Evviva, evviva! Sei vivo! Sei finalmente ritornato”, pensò meravigliato.