Giuliano Sten & C.

Il Dito di Dio

 

A tutte le mamme!

A mia moglie Nicoletta.

A Serenella ed a mia madre, perché in

Paradiso possano avere tutta la gioia che non

hanno avuto in terra.

 

“Sono sempre fra le nuvole!

Sono un uomo che crede ai sogni! Forse è perché

spero di realizzarli che li porto sempre con me;

ma soltanto per un grande dono di Dio, sono

volato oltre molti dei miei sogni”.

 

 

 

In copertina: disegno di Edoardo Vergara

 

1998

Tutti i diritti riservati.

 

È vietata la riproduzione anche parziale

dei testi e delle illustrazioni.

 

Grafica di Roberto Pezza “Ropez”.

 

Stampa: Tipolitografia Emanuelli - Arco (TN)

 

 

Prefazione

 

C’era una volta ... un alpinista che ha fatto faticare grandi e piccoli ...

Quante volte i giorni vissuti o come figli, o come genitori, o come nonni si sono conclusi con un c’era una volta...? Quante volte si sono inventate delle fiabe o delle storie, più o meno fantasiose, per comunicare ai figli o agli amici una propria esperienza o un proprio modo di essere senza svelarsi troppo?

Soprattutto alla sera, quando il giorno si confonde con la notte, si avverte il bisogno di raccontare giocando sia sulla realtà che sulla fantasia confondendo volutamente i due piani per comunicare senza voler imporre niente; quasi ci si preoccupasse solamente di voler rendere una testimonianza.

In questi c’era una volta... si racchiude un momento intimo, magico che lega soprattutto un genitore al proprio figlio perché si ritrovano accomunati dallo sforzo di ricercare e di comunicare ciò in cui credono, ciò che ritengono più bello; in definitiva quello per cui vale la pena di vivere. Questa fatica di ricercare, ben superiore a quella compiuta dell’alpinista durante le sue imprese, accomuna, pur nella propria diversità di età e di responsabilità, genitore e figlio ed è questa avventura interiore che i più piccoli, al di là dei singoli contenuti, apprendono da questi racconti.

L’entusiasmo e la determinazione di Giuliano sono riusciti a “imporre” ad alcuni alpinisti e oltre che per se stesso di scrivere questi racconti nati per rimanere in una dimensione familiare; per poter comunicare non solo il fascino della montagna, soprattutto a chi non la conosce, ma anche un messaggio umano più grande che ci coinvolge tutti, cioè la “fatica” di ciascuno per farsi strumento d’amore.

Lo scopo di questo lavoro è lo stesso delle precedenti avventure con la carta stampata condotte da Giuliano: aiutare, fra chi più soffre, i bambini di qualunque razza e nazione ed in particolare quelli che riesce a raggiungere la “Associazione Serenella”.

 

Chiara, il posto dove è nata la storia che oggi ti voglio raccontare, è circondato da altissimi monti di sola pietra; ai loro piedi, piccoli ghiacciai riflettono il colore delle rocce alla luce del tiepido sole. Più in basso, il paesaggio si fa  dolce con prati verdi e boschi di pini. Il colore di queste montagne cambia con la luce del sole: al mattino è di un rosa pallido, mentre al tramonto diventa rosso fuoco. Le montagne sono le Dolomiti. Le più belle del mondo...

 

Nel cuore di queste montagne, tanti anni fa, viveva una cornacchia che in solitudine volava felice: “Ho bisogno di stare un po’ per conto mio” pensava, lasciandosi trasportare fino sulle vette più alte dalle correnti d’aria vicino alle pareti.

Volava accarezzata dall’aria e dai raggi solari respirando profondamente quell’aria pulita e leggera che metteva in risalto un panorama sicuramente fra i più belli. Era felice e raggiante quella cornacchia, così comune alle altre, però così diversa dai suoi simili a causa della grande passione per l’alpinismo. Amava gli uomini che scalavano le montagne, ne ammirava il coraggio, la volontà e soprattutto il forte desiderio di oltrepassare i limiti della gravità che li costringevano a stare “con i piedi per terra”. Il gracchio si sentiva attratto dagli umani che avevano imparato ad amare la montagna, a rispettarne le sue leggi: “sognano il volo, tentano di farlo e forse un giorno ci riusciranno, magari costruendo delle ali come le mie” pensava il gracchio mentre volteggiava fra quelle vette.

Si era avvicinato agli alpinisti, ne aveva studiato il linguaggio, le abitudini. In molti anni aveva imparato a pensare come loro: “L’uomo...”, diceva fra sé la cornacchia, “possiede una sensibilità particolare, sa discernere tra il bene e il male, ha il dono di guardare oltre ciò che può toccare o vedere; insomma, comunica con qualcosa di grande, invisibile che si chiama Dio. Ho ascoltato molti scalatori mentre parlavano con Lui nella preghiera, soffermandosi sul suo amore, ringraziandolo per l’aiuto ricevuto. Quando lo fanno, cerco di immedesimarmi in loro ed in queste occasioni ho la sensazione di avvertirne la presenza anche se, in tutta sincerità, non riesco ancora ad immaginarlo fisicamente. Forse, per vederlo bisogna crederci di più! Quante cose devo ancora imparare!”.

 

Il gracchio trascorreva le ore della sua giornata volando, soffermandosi ad osservare e scrutare le cordate. Così la nostra cornacchia piano piano si era isolata dalle altre che, invece, si cu-ravano di ben altre cose, anzi, a volte muovendo le rocce sovrastanti mettevano in pericolo la vita stessa di molti scalatori. Le loro grosse ali nere sbattevano nell’aria e il loro gracchiare rendeva l’atmosfera del luogo quasi cupa. Ed il nostro eroe, inutilmente gridava: “Statevene un po’ zitte!”.

All’improvviso: “Fiuuuu! Fiuuu!”. Il fischio di un sasso che precipitava dall’alto innervosì molto il gracchio: “Ehi, attente con quei sassi! State attente lassù!”, gridava alle compagne che incuranti del pericolo giocavano con le rocce.

“Brave sciocche! Non sopporto la vostra negligenza, questo comportamento senza regole!”.

“Cra, cra, cra..., comportatevi bene, comportatevi beneee!”, seguitava a ripetere.

“Cra... cra..., chi credi di essere?”, le rispondevano ironicamente in coro.

Il tempo un giorno non era calmo; improvvisamente nel cielo rimbombò un gran tuono. “Un tuono? Sta arrivando un temporale!”, esclamò il gracchio rendendosi conto del pericolo. Un vento gelido e repentino percosse le sue ali, le nuvole nere come l’inchiostro si illuminarono all’improvviso di lampi minacciosi e un terribile temporale lo colse del tutto impreparato. Tutti gli animali si erano presto messi al riparo, avvertendo che di lì a poco tutto sarebbe cambiato. Per un momento la paura si impadronì del gracchio, che completamente solo e in balìa della bufera, cominciò a preoccuparsi per la sua stessa sorte: “Le cose si mettono male!” brontolò, “è meglio trovare subito un rifugio”.

Le pareti delle montagne rapidamente vennero attraversate dai fulmini. La cornacchia, sbattendo furiosamente le ali, volò invano fra canaloni alla ricerca di un anfratto roccioso per ripararsi, quando all’improvviso una tempesta di grandine mai vista la investì. Il ghiaccio cadeva a forma di chicchi grossi come una noce. Era impossibile resistere a tale furia della natura. Il povero uccello colpito in pieno precipitò sbattendo sulle rocce. Tramortito e dolorante svenne, rimase inerte ai piedi di un grosso masso. Soltanto il rumore della pioggia torrenziale mise fine a quella giornata turbolenta e piano piano cominciò a farsi finalmente spazio il silenzio.

“Qui c’è una cornacchia! Guarda sembra ancora viva! Poverina! È tutta gelata!” esclamò l’alpinista accarezzando il povero uccello. “È stata la tempesta...” aggiunse il compagno. “Portiamola al rifugio! Magari tenendola al caldo potr

Il gracchio si era affezionato a Martin ed a quella vita e sebbene il tempo avesse curato e guarito le ferite, decise di vivergli accanto: “Grazie! Grazie di tutto!” continuava a dire al suo salvatore. Tutte le sere, riposava sulla finestra della camera dell’alpinista e tante volte, durante il giorno, si poggiava sulla sua spalla lasciandosi accarezzare; ma solamente da lui perché era l’uomo che lo aveva raccolto e lo proteggeva. Martin chiamò il suo nuovo amico “Crac”!

Le montagne che Crac ogni giorno sorvolava erano belle quanto ardite; alpinisti di tutto il mondo desideravano scalarle, in particolare una cima costituiva il sogno di tutti: Il Dito di Dio! Slanciato, staccato da tutte le altre vette sembrava un campanile solitario quasi che volesse toccare il cielo. Tutti lo temevano e lo amavano tanto che bramavano raggiungerne la cima. Il Dito di Dio era una roccia contro la quale i sogni di molti alpinisti si erano “frantumati”. Le sue pareti racchiudevano la storia dell’alpinismo di quegli anni ma solo pochi erano riusciti a scalarlo.

Il mio maestro tanti anni fa si era talmente innamorato di quello spuntone di roccia da costruirci ai suoi piedi una casa...

 

“Una casa? Ma papà, le case in montagna si chiamano rifugio!”.

“Sì! Hai ragione”, risposi a Chiara.

à sopravvivere!” continuò il primo.

 

Per giorni e giorni il gracchio lottò fra la vita e la morte, poi improvvisamente aprì gli occhi e vide il viso barbuto di un uomo che si prendeva cura delle ferite. “Dove mi trovo? Chi sei?” esclamò stupefatto e spaventato. Man mano che metteva a fuoco l’immagine, riconobbe Martin, l’alpinista più noto di quelle montagne. Lo conosceva molto bene: lo aveva seguito in tante scalate, oppure, quando si avvicinava al rifugio, sperando di rimediare qualche briciola di pane!

Per molti giorni la cornacchia malandata rimase in convalescenza nella camera dell’alpinista, ogni tentativo di muovere le ali le procurava  delle  atroci  sofferenze,  l’uccello  sopportava  in  silen-zio i terribili dolori, pago com’era di poter essere servito di cibo e cure.

“Poverina! Povero gracchio”, esclamò all’improvviso la mia bambina.

Passò del tempo..., il gracchio provò ad alzarsi ed anche a volare: “Non sento più male! Forse sono guarito”, mormorò.

 

Martin costruì un rifugio per gli alpinisti che volevano fermarsi a mangiare, dormire, ma soprattutto, per sé e per quelli che desideravano ammirare la cima delle cime...

Un giorno..., il rifugio non fu aperto. Martin era sceso in valle, senza alcun apparente motivo. Non l’ho più visto! Non ho nemmeno visto nessuna “anima viva”, almeno ad aprire il rifugio o a portarmi qualcosa da mangiare. Tutto era improvvisamente cambiato, non più gli alpinisti chiacchierare con Martin, non più il comodo ambiente dove avevo sempre vissuto, e nemmeno i “pranzetti” già pronti, ma soprattutto, non c’era più il mio inseparabile Martin.

“...Cosa ci faccio qui? Dov’è finito il mio unico amico? Già da molti giorni volo lontano, oltre i confini di quel mondo che conosco, per cercarlo ma è sparito nel nulla. No! Non posso credere che mi abbia abbandonato, lasciandomi solo! Lui sa che sono vivo, lontano dagli altri uccelli, vecchio e stanco, sono stato felice e persino famoso, solo con lui, ma ora cosa posso fare se non c’è più? Povero me, sono il più infelice degli uccelli!”.

    

Crac

 

Seguirono giorni difficili. Crac stava vivendo una esperienza dolorosa: “Possibile che mi sia caduta una lacrima”, si domandò volando senza meta alla ricerca del suo amico. “Ma no! Non posso piangere! I gracchi non piangono!”. Portava con sé tutte le tristezze del cuore. Solo e disperato, pensava in continuazione alla vita che si era fermata nel vuoto perché il suo maestro non c’era più, era improvvisamente sparito.

La casa ai piedi della montagna era chiusa, tutta la natura sembrava morta, persino le montagne ammutolite parevano soffrire senza il loro incontrastato re. “Oh mamma, come faccio, adesso?”, piagnucolava e sospirava il gracchio.

Crac aveva la sensazione che il mondo gli fosse caduto in testa, coglieva nel suo cuore la nostalgia dei momenti più belli vissuti con Martin: quando consigliava i giovani scalatori, quando raccontava le avventure di quei monti alle persone salite fin lassù per incontrarlo; pensava alla sua tenera amicizia ed alla sua forte figura protettiva.

Fermo, immobile sullo stipite della finestra del rifugio Crac aspettava con ansia ogni momento nell’attesa che l’amico ritornasse. Piangeva di nascosto tutti i giorni. Ogni alpinista che passava di lì gli pareva Martin ma, poi, di fronte alla realtà si sentiva ancora più triste e abbattuto. Non aveva nemmeno più la voglia di volare e pensava, pensava...

Crac si chiuse allora nel mondo dei ricordi per rivivere così la prima salita su quella cima... un’avventura indimenticabile.

Seguivo Martin sul sentiero che portava all’attacco della parete est del Dito di Dio. Nel silenzio della natura ancora addormentata condividevo i suoi dubbi, le sue tensioni, le ansie e le paure per quella “prima”. Nonostante avessi toccato per centinaia di volte con facilità la vetta del “Dito”, il mio più grande desiderio era di ritrovarmi lassù con il mio compagno dopo aver realizzato la prima ascensione assoluta. Cominciò la scalata, Martin mise le mani sulla roccia dopo essersi avvolto la corda di canapa attorno al corpo. Nello zaino si era portato il giubbotto di velluto ed un sacco di  tela cerata, alcuni chiodi, tre moschettoni, qualcosa da mangiare e da bere.

 

Gli volavo accanto senza disturbarlo, lo vedevo salire sicuro come solo lui sapeva fare. In poche ore Martin raggiunse il punto massimo toccato dai precedenti scalatori, sciolta la corda e legatala ad un solido chiodo si alzò di alcuni metri. Più in alto ascoltavo il suono forte del martello che piantava un altro chiodo.

Il mio campione saliva metro dopo metro, sempre più lentamente, perché la fatica cominciava a farsi sentire. Con grande forza d’animo Martin si era ormai avventurato nel cuore della parete, stava attraversando nel vuoto, sostenuto soltanto dalle punta delle dita. Provai un brivido di paura, temevo per la sua vita e solo quando mise i piedi su un piccolo appoggio di roccia tirai un sospiro di sollievo e ripresi il coraggio per avvicinarmi. Volevo fargli capire che non era solo, perché c’ero pure io”.

Crac continuava a ricordare...

Il sole era sempre lassù, sembrava fermo, immobile. Conoscevo la parete in ogni particolare, sapevo che sopra avrebbe trovato un comodo terrazzo dove fermarsi a riposare. Infatti, dopo alcune ore di scalata vidi il mio compagno arrestarsi nell’unico punto possibile in quell’universo di strapiombi.

Nessuno aveva osato tanto e per di più da solo!

Il sole si preparava a scomparire per rinascere altrove; il silenzio trionfava ovunque mentre una stella brillava raccogliendo su di sé gli ultimi raggi di sole. In valle qualcuno seguiva la scalata con apprensione e curiosità e con un “iodle”, salutava Martin. Le montagne accanto erano già immerse nell’ombra, quando, nel rifugio sottostante, una luce preannunciava la notte ormai vicina.

Martin si sedette con le gambe penzolanti nel vuoto. Ancorato a due solidi chiodi lo vidi consumare un misero pasto: una lucanica, con dei pezzi di pane, dell’acqua e un po’ di vino. Mi posai accanto a lui per godere delle briciole cadute”.

Scese, infine, la notte fortunatamente con la luna piena. Da lassù, alta nel cielo, con la sua luce fredda creava un gioco di luci e penombre meraviglioso. Per me era normale dormire in piedi, ma non per lui che di tanto in tanto s’appisolava scivolando verso l’abisso, tendendosi alla corda.

“Guarda, cade una stella!”, gridai. Nel cielo si era vista apparire e scomparire una striscia d’oro. “Un’altra!... e ancora altre!”. Il tempo pareva non passare mai, ogni minuto d’attesa diventava lunghissimo, ma si sa che tutto passa!

Finalmente... una striscia rosa all’orizzonte... lentamente si apriva preannunciando l’aurora. Il cielo sopra di noi si trasformava da un blu scuro intenso verso un azzurro sempre più chiaro. L’ora prima dell’alba è la più fredda, è impossibile dormire: Martin, tutto infreddolito, contava i minuti massaggiandosi continuamente le gambe. In uno splendido mattino estivo in cui il sole brillava nel cielo azzurro regalando calore e luce, i muscoli infreddoliti riacquistavano forza mentre le paure ed i dubbi del giorno prima lasciavano spazio all’entusiasmo. Persino la parete, sopra di lui, che il giorno prima sembrava inaccessibile ora si mostrava più facile; ma era un’illusione!

Dopo aver consumato alcuni biscotti con marmellata, Martin riprese la sua scalata seguendo una marcata fessura che offriva dei buoni appigli per le mani. Il sole era già alto e scaldava fin troppo quando egli tentò di superare uno strapiombo con l’aiuto di un chiodo che però non voleva entrare nella roccia. Non c’era appiglio per le mani e la roccia buttava in fuori: sembrava umanamente impossibile superare quella difficoltà! Anche le forze piano piano venivano meno mentre affrontava l’ultimo passaggio estremo, quello chiave! Incapace di salire Martin sconsolato decise di ritornare al punto di partenza, cinque metri sotto. Fu una ritirata allucinante, perché, guardando in giù anch’io avvertivo la paura di un ritorno quasi impossibile. Annientato, sfibrato Martin volse lo sguardo su quell’ultimo strapiombo che gli aveva impedito di raggiungere la cima, si era reso conto che si trovava in una trappola. Era un terribile scherzo della montagna che gli fece sfogare tutta la sua rabbia: “Dito di Dio, perché mi vuoi fermare proprio sotto la vetta? Non ti ho forse dato tutto il mio coraggio, tutte le mie forze?”.

Si fece un gran silenzio. Cominciai ad avvertire un senso di inquietudine e decisi di correre in suo soccorso. Dovevo fare qualcosa, aiutarlo in qualche modo: “Forse una soluzione ci sarebbe!”. Pensando alle rocce più articolate dell’altro versante della torre, mi venne un’idea: volai una decina di metri a sinistra del punto dove si trovava Martin fino oltre lo spigolo della parete. Dopo aver scrutato le rocce sovrastanti vi scoprii appigli, fessure per i chiodi; mi resi conto che la scalata sarebbe stata molto più facile!

Dovevo svelargli il segreto della parete, ma come?

Mi avvicinai e lo beccai su una mano per richiamare la sua attenzione; poi, con un volo frenetico, agitato, impossibile da non notare scomparivo per poi riapparire dietro lo spigolo. “Cra! Cra! Cra!”. Martin incredulo si accorse che volevo indicargli qualcosa, forse la soluzione della sua scalata.

Quando ormai la speranza lo stava abbandonando, iniziò il lungo traverso verso il vertiginoso spigolo. “Coraggio, stai per farcela!” gli dissi. Infatti quando Martin raggiunse la parete nascosta dietro lo spigolo, meravigliato e stupito scoprì delle rocce più facili.

“Bravo Crac!” mi gridò immensamente felice!

“Evviva, evviva!” esclamai nel vedere il mio amico toccare la cima. Vedendolo con le braccia alzate verso il cielo, “Martin sei tan... tant..., tanto fo..for... forte!”, balbettai. Il mio amico era sul Dito di Dio, era nella leggenda! Anche per merito mio! Il mio sogno si era realizzato, che giornata incredibile! Che tempi!”.

“Cra..., cra..., cra! Guardate, guardate tutti, è lui il vincitore della vetta più difficile!” Cra..., cra..., gracchiava Crac a tutti gli uccelli delle Dolomiti.

Chiara: “Com’era bello essere assieme lassù!”.

“Se non ci fosse stato il gracchio, Martin sarebbe morto sulla montagna!”, aggiunse la mia bambina felice e soddisfatta per la felice riuscita di quella prova.

“Ora mi sembra impossibile che Crac si trovi in solitudine, senza il suo amico, senza ciò che di più caro ha sulla terra. Perché è stato abbandonato?”.

Le risposi che a volte nella vita bisogna lasciarsi, per poi ritrovarsi più felici e più ricchi nel cuore.

“Ora Chiara è molto tardi e la storia è ancora lunga. Domani ti racconterò il resto, pensa a Crac ed al suo Martin”.

“Va bene papi, buona notte”.

 

 

Due alpinisti in difficoltà

 

Martin conosceva a fondo la sua cornacchia. Sapeva quando si allontanava per il suo volo giornaliero, quando voleva mangiare, riposare o fare altro. C’erano delle situazioni particolari nelle quali Crac desiderava comunicare qualcosa di importante, in quelle occasioni muoveva in modo agitato le sue ali come aveva fatto sul Dito di Dio.

Proprio su quella cima stavano arrampicando due giovani. Seguivano la stessa via aperta da Martin.

La giornata era veramente bella e le montagne attorno apparivano ricche di ombre e luci dai colori meravigliosi, i due si muovevano lentamente in modo impacciato. Portavano uno zaino enorme carico di materiale da roccia: decine di chiodi, moschettoni...: “È da due ore che vi osservo, siete così lenti a muovervi!”. Rifletteva Crac: “Non ho mai visto niente di simile e davvero vogliono scalare Il Dito di Dio con tutto quell’armamentario?”.

Ma ciò che colpì ed infastidì maggiormente il gracchio, era il loro insistere a mettere chiodi là dove Martin, molti anni prima, era passato con l’aiuto delle sole mani e per di più slegato. “Ci vuole umiltà per diventare grandi alpinisti!” ripeteva sconsolato.

“Perché non salite con le vostre mani come ha fatto Martin? In montagna, come nella vita ci sono dei valori, delle regole da osservare e soprattutto rispettare quello che hanno fatto gli altri prima di noi” aggiunse fra sé la cornacchia.

Allo stesso modo anche Crac percorreva con la memoria la scalata di Martin di tanti anni prima, quando aveva affrontato la parete con pochi attrezzi, ma armato di tanto coraggio, di molta forza, ma soprattutto di grande esperienza. Ricordando, pensava alla vecchia regola secondo cui se non si è sufficientemente preparati per fare una scalata è meglio accantonarla. Infatti alla sua maniera gridò ai due giovani: “Ehi, ehi! ma non siete pronti per scalare Il Dito di Dio! Non è giusto voler conquistare una vetta a qualunque costo! Non dovete vincere per forza, lo scopo vero è migliorare se stessi per mezzo dell’arrampicata!”, e concludeva: “Sono certo che il Dito non si concederà a voi così facilmente!”.

Intanto i due avevano raggiunto il primo chiodo di Martin e si apprestavano ad affrontare la difficile traversata. “Adesso voglio proprio vedere come faranno”, diceva Crac tra sé, volando vicino a loro. Dopo molti tentativi il primo di corda estrasse uno strano aggeggio e cominciò a bucare la roccia. “No! No! Così rovinate la via!”, gridava il gracchio. “Non sopporto più questo scempio di scalata, ora vado a chiamare Martin!”.

 

“Papà..., papà, ma Crac è arrabbiato?” mi chiese Chiara. “Direi proprio di sì!” le risposi.

 

Mentre Crac era in procinto di allontanarsi, un grido squarciò il silenzio della natura. “Cos...! cosa è successo?”, esclamò il gracchio girandosi. “Dio mio è caduto!”, constatò spaventato, mentre ritornava sui suoi passi.

Un chiodo, messo in malo modo, era uscito: “Aaahi! Il mio piede!”, si lamentava uno degli inesperti rocciatori.

I due giovani scalatori si trovavano in una posizione piuttosto scomoda, stavano tutti e due appesi sulla corda e nel vuoto, incredibilmente sorretti dall’unico chiodo di Martin. “Si è proprio rotto un piede e il suo compagno non può far nulla per aiutarlo!”... All’improvviso Crac comprese come se il chiodo avesse ceduto i due sarebbero precipitati per oltre duecento metri.

I due alpinisti erano ormai in preda al terrore.

“Tutto bene, vi ho individuati! State tranquilli! Vado subito a chiamare i soccorsi!”. Senza esitare con una virata, seguita da un volo radente, Crac s’affrettò a rientrare al rifugio.

“Cra! Cra! Cra!”.

Cominciò a bussare con il suo becco sul vetro della finestra: “Toc, toc, toc! Martin, Martin, guarda sono qua! Toc, toc...”.

Non ci volle molto per attirare l’attenzione: “Chi è? Chi è che batte sul vetro?”. “Sono io, Crac la cornacchia! Allarme! Allarme, allarme!”.

L’uccello muoveva freneticamente le ali, voleva dirgli di seguirlo! Infatti, appena Martin uscì e prese il sentiero, Crac volò in direzione del Dito di Dio.

Dopo un po’ di tempo la guida alpina si accorse dei due alpinisti che impauriti gridavano: “Aiuto! Aiuto!”.

“Cra, cra..., arriviamo, arriviamo!” gracchiava Crac tutto emozionato.

“State fermi, non agitatevi che presto verremo a prendervi” gridò a sua volta Martin.

Dopo qualche ora.

“Ecco, coraggio!” disse Martin legando il primo scalatore alla roccia. “Oh, grazie a Dio, siete arrivati!” esclamò l’infortunato con un sospiro di sollievo.

Per tutto il pomeriggio i soccorritori lavorarono sulla parete per recuperare i due malcapitati. Infine, quando il sole tramontava tutto rosso nel cielo, e sulle montagne scendevano le prime ombre, tutto era finito: i ragazzi si trovavano al sicuro sul sentiero.

Uno dei soccorritori, accortosi dei rischi corsi dai due con la loro negligenza, manifestò l’intenzione di esprimere tutta la sua rabbia ed il suo disappunto. Martin lo interruppe: “Lascia perdere, ci ha già pensato la montagna a sfogare la sua ira!”.

“Si guadagna sempre qualcosa ad essere umili specialmente in montagna!” rifletteva Crac.

A sua volta il ragazzo ferito guardò Martin e con un sorriso, smorzato da una smorfia di dolore gli fece capire di aver imparato la lezione: “Grazie! Grazie di cuore!” disse il ragazzo ai suoi soccorritori.

 

Denis e la madonnina

Solo e molto triste. “Non ce la faccio più! Oggi sono più debole del solito!”, pensava tra sé Crac. Già da molti giorni e da molte notti attendeva sulla finestra del rifugio quando una farfalla si avvicinò. “Buonasera, signorina cornacchia!” le disse. “Perché singhiozzi?”. “Perché non voli con me?”, chiese la farfalla alla cornacchia, ma quest’ultima aveva le ali ormai quasi atrofizzate e denutrita com’era, non si reggeva più sulle zampe. “Sì, vorrei ma non riesco più ad aprirle!”, le rispose.

A Crac mancavano soprattutto le forze, si era completamente abbandonato alla tristezza, senza mangiare né  bere. “Non ne posso più!” sussurrava fra sé. Cominciava a soffrire il freddo e la fame che aumentava sempre più, via via che passava il tempo. Guardando il piccolo essere dalle ali variopinte mentre si poggiava felice sui fiori più belli, Crac meditò sulla natura meravigliosa della montagna, sulla sua esistenza che stava per perdere, lasciandosi così invadere da un unico pensiero fisso: quello della morte.

Crac: “Ciao piccola farfalla! Sei tu che sei venuta a portarmi su una stella?”.

E la farfalla: “Ma perché vuoi salire sulle stelle? Perché vuoi morire?”.

“Sono solo! Mi manca la volontà di lottare, penso in continuazione alla caparbietà di Martin, alla sua voglia di vincere anche le vette più difficili. Mi sento meschinamente debole di carattere”.

“Ma lui è...! Martin è un “mito”, un eroe della montagna!” aggiunse la farfalla“ mentre tu, sei soltanto un gracchio di montagna! “Come puoi paragonarti a lui?”.

Gli rispose Crac: “È vero! come posso pensare di reagire e lottare? Oh, come sono disgraziato! Morirò solo! Questa sarà la mia fine, morirò qui, su questa finestra dove ho vissuto vicino agli uomini, dove per tutta la vita mi sono sentito più importante dei miei simili. Che vergogna! Forse ho voluto troppo!”.

La farfalla lo guardò incredula: “Caro Crac tu non sei Martin, però la tua vita è importante per te stesso e per tutti gli esseri che potrai aiutare! La vita è un dono, e coinvolge indistintamente tutti!”. E Crac: “Non ce la faccio, sono troppo stanco!”.

Ancora la farfalla: “Però potresti almeno tentare di muoverti, di scuoterti, di continuare a vivere, se lo farai potrai tornare ad essere come prima e dimenticherai tutte le tue pene!”. Invece Crac continuava a risponderle: “Perdonami! Perdonami! Lasciami morire! No! No! Non voglio vivere senza Martin! Non ha senso!”.

 

Stanco e infreddolito Crac lentamente si lasciava morire.

Allora solo la voce della sua coscienza si fece sentire: “Ti ricordi la storia di Denis? O forse ti è comodo non ricordare?”. Ed aggiunse: “Pensa all’esempio di Denis e capirai che la Fede è la forza che salva!”.

Replicò Crac: “È vero! Denis però era un ragazzo eccezionale ed è diventato un grandissimo alpinista!”. E la vocina: “Quello non è importante. Era un ragazzo che aveva capito come con l’amore si possa fare tutto! Quindi chiudi semplicemente gli occhi e lasciati trasportare dal passato”.

Fu così che i ricordi si impadronirono nuovamente del pensiero della cornacchia ...

“Piccola farfalla forse hai ragione, le tue parole mi hanno ricordato la vita di un giovane alpinista...”.

“Sì, sìììì, parlami, raccontami la sua storia” chiese la farfalla.

E Crac, colpito dalla sua insistenza, cominciò a raccontare...

“...Denis era un ragazzo di città, con origini molto umili; il papà operaio doveva lavorare molte ore per poter garantire alla sua famiglia il minimo indispensabile per vivere decorosamente. Il giovane si era sempre prodigato per aiutare il padre; tutte le mattine si alzava molto presto e prima di andare a scuola faceva il garzone di panetteria, portava il pane ed il latte a molte famiglie della città.

Dallo zio Giacomo, alpinista leale e generoso, Denis aveva ereditato la grande passione per la montagna. Quasi tutte le domeniche era lui a portare il ragazzo in montagna, lo legava alla stessa corda insegnandogli le cose essenziali per essere alpinista. Il ragazzo contraccambiava manifestando la sua gioia con l’abilità nell’apprendere gli insegnamenti. Ben presto iniziò a scalare con l’agilità di un gatto e con la maturità di un alpinista già esperto, nonostante fosse appena sedicenne. Denis aveva letto molti libri di montagna e si era “innamorato” degli alpinisti più famosi, ne condivideva il modo di pensare e di arrampicare. Il suo alpinista preferito era Martin e il sogno della sua vita era quello di poter un giorno scalare Il Dito di Dio.

L’alta montagna per lui era il suo unico sogno parzialmente appagato solamente quando lo zio lo portava con sé. “Forse un giorno le cose cambieranno? Forse, quando avrò terminato i miei studi ed avrò un buon lavoro potrò realizzare i miei sogni” diceva fra sé il ragazzo, consapevole però che il suo dovere principale fosse quello di aiutare la sua famiglia.

Un giorno accadde ciò si vorrebbe non accadesse mai: Lisa, la sorellina di dieci anni, si ammalò gravemente. Per Denis la vita da quel momento diventò tremendamente triste! I sogni del giovane alpinista crollarono.

In poco tempo tutti i risparmi della sua famiglia si volatilizzarono per le costosissime cure, ma ciò nonostante la malattia continuava, inesorabile, a distruggere la vita della bambina. L’unica speranza era in un miracolo di Dio! Quel Dio che Denis aveva sempre pregato e che in quel momento sembrava lo avesse abbandonato.

Il ragazzo, dopo la scuola, trascorreva le sue ore accanto al letto della sorellina per coccolarla con immenso amore; accanto a lei, sul comodino, c’era una piccola statua di una Madonna. Denis continuava a pregare la Madonnina in silenzio nonostante il cuore sfogasse il dolore e la commozione nelle lacrime.

Lisa si rivolse al fratello: “Quando non ci sarò più porterai la nostra Madonnina sulla montagna, vedrai che Lei esaudirà qualsiasi tua preghiera!”. “Sì, sì! Non stancarti! Sono certo che tutto andrà bene!” le rispose il fratello trattenendo il pianto.

Denis non trovò pace per tutto il giorno e non riuscì, durante quella notte, nemmeno a prendere sonno, poiché continuava a pensare alla sorellina tanto sfortunata, finché... all’improvviso, un segno evidente, un pensiero attraversò la mente del giovane: “Con la fede si può tutto!”.

Questa convinzione trasformò la disperazione in speranza. Il giorno dopo, un mattino, anzi un mattino speciale, il ragazzo prese la Madonnina, la mise nello zaino e andò a parlare con lo zio: “Devi aiutarmi, voglio portare questa Madonnina sulla cima più bella e difficile del mondo, sarà la nostra preghiera per Lisa!”.

 

... “Cra, cra, cra!” gracchiavano le cornacchie, forse per annunciare che il tempo stava cambiando in peggio, oppure più semplicemente perché colte dall’agitazione del momento. Ma già dalle prime ore del mattino molte nuvole minacciavano pioggia, coprivano le cime dei monti e un vento caldo spirava da Sud lasciando presagire l’arrivo del temporale. Tutti gli animali delle Dolomiti si erano rapidamente messi al riparo, tutti gli alpinisti che stavano al rifugio di Martin si prolungavano nella colazione in attesa dell’acquazzone. Solo un uomo di mezza età e un ragazzo, dopo aver preparato lo zaino come fa chi deve affrontare una scalata molto difficile, si erano messi in moto alle prime luci dell’alba. Pensai: “La vita è già complicata, perché complicarla di più!”. Incuriosito dal loro comportamento, li seguii sul sentiero per cercare di capire le loro intenzioni.

“Dai zio, andiamo all’attacco e proviamoci! Nonostante il cielo non sia favorevole, certamente ci risparmierà perché nello zaino portiamo la Madonnina di Lisa! Lei ci aiuterà!”.

Gli rispose lo zio: “Mi hai convinto scaleremo Il Dito di Dio e sono sicuro che tutto andrà per il verso giusto!”.

Commentai: “Ma come..., sono impazziti! Non vorranno scalare Il Dito di Dio? Nessuno dopo Martin è riuscito nell’impresa e poi..., Dio mio è un bambino! E con questo tempo!”.

Il “Dito” si ergeva sopra i ghiaioni come una freccia puntata verso il cielo; la parete superata da Martin era impressionante, appariva e scompariva fra le nuvole e solo di tanto in tanto si mostrava nella sua interezza.

I due alpinisti avevano superato i primi tiri di corda della via di Martin.

“Ok, puoi salire!”, gridò il ragazzo alternandosi al comando della cordata.

Riflettevo: “Un cucciolo d’uomo capocordata lungo una delle vie più difficili delle Dolomiti e del mondo! ...No! È una follia!”.

Ma, dopo un po’: “Mi sembra però deciso e sicuro e arrampica molto bene!”. Li osservavo poggiato su uno spuntone roccioso molto vicino ai due, che si trovavano isolati nella nebbia dal resto della natura.

Meravigliato mi sentivo attratto dall’audacia e dalla bravura del ragazzino, sconosciuto a tutti specie agli alpinisti che frequentavano quei luoghi.

Ad un certo punto, sul primo traverso ..: “Ma come, il giovane sta proseguendo ancora da capocorda?” mi chiesi meravigliato. Denis, non possedeva la tecnica e l’esperienza del grande Martin ed era quindi costretto a muoversi lentamente, con il peso del corpo tutto sulle braccia, senza sfruttare i piedi sulle piccole asperità rocciose; era aggrappato con le punta delle dita. “No! Non può farcela!” esclamai, spaventato per le conseguenze di un’eventuale caduta. “Ecco! Su coraggio, tieni duro!”.

Per un miracolo, per una forza misteriosa che è in noi, il ragazzo rimase appeso così a lungo e con uno sforzo incredibile riuscì a guadagnare il pulpito alla fine del traverso. “Quale forza ti porti dentro piccolo arrampicatore?” esclamai, tirando un grosso respiro.

Intanto il cielo, si tingeva sempre più di nero, i tuoni, del temporale si erano avvicinati. I lampi illuminavano il paesaggio, un vento impetuoso sferzava le rocce e la pioggia già cadeva abbon-dantemente sulle cime attorno. “Hmm, può piovere da un momento all’altro!” disse Denis. “Brutto affare, però non perdiamoci d’animo”, gli rispose lo zio aggiungendo: “Coraggio dai... ce la faremo!”.

Sul Dito di Dio regnava il sereno, come se le nuvole volessero risparmiare la Cima delle cime. “Persino la natura s’inchina al coraggio della cordata!” gridai, guardandomi attorno spaventato. Avevo vissuto la brutta esperienza del temporale in montagna, ma quella volta mi ero premunito contro un repentino cambiamento del tempo scovando, lì vicino, una nicchia rocciosa.

Rimasi tutto il giorno sul Dito di Dio, silenzioso testimone di un’altra grande avventura. Alla fine un arcobaleno comparve fra le nubi e unì le cime al cielo. Poco a poco comparve anche il sole, per immergersi subito dietro le cime. I due si apprestarono al bivacco. Denis quella sera si addormentò subito, per la fatica; io, invece, decisi di volare fino al rifugio per avvertire Martin di ciò che stava accadendo.

 

Al primo debole chiarore dell’alba, il paesaggio mutò, il cielo divenne limpido ed un forte e gelido vento da nord soffiava sulle cime. “Che freddo! Iniziamo ad arrampicare” sentenziò lo zio.

Man mano che il sole si alzava nel cielo, splendeva sempre più sulle cime innevate e immergeva i suoi raggi luminosi sui piccoli ghiacciai pensili ai piedi delle pareti. Martin, sulla porta del rifugio, scrutava con il binocolo la parete del Dito di Dio, arrestando  lo sguardo sulla cordata ormai ad un centinaio di metri dalla vetta.

Volai molto in alto, sulla cima, per godermi da protagonista la fine della scalata, la vittoria! 

Grande la commozione dell’abbraccio in vetta: “Denis ragazzo mio, se non ci fossi stato tu, non ce l’avremo fatta!”.

“È magnifico!”... “Cra, cra! Che bello! Sììììì! È una scena davvero commovente!”, dissi mentre guardavo stupefatto. “Sono stanchi morti ma immensamente soddisfatti di esserci riusciti!”.

Da lassù potevamo scorgere le cime dei monti. Lo zio era davvero fiero di un nipote così forte e coraggioso. Poi scoppiarono in un pianto liberatorio, senza fine. Con prudenza, presero la Madonnina dallo zaino e la poggiarono sulla roccia. Rimasero a lungo in silenzio fissando la piccola statua... alla fine iniziarono a pregare: “Mamma del cielo, questa scalata è la nostra preghiera per Lisa! Guariscila! Guariscila!”, disse Denis con le lacrime che scendevano dai suoi occhi tristi. Attorno il panorama era splendidamente illuminato da un sole raggiante. Tutt’intorno un anfiteatro di cime meravigliose.

 

Al ritorno dalla scalata, ci fu una grande festa al rifugio. Alla fine la stanchezza vinse i due, soddisfatti nonostante le loro preoccupazioni... quanti applausi, anche Martin si complimentò con i due scalatori. Poi però il pensiero a Lisa: “Martin”, disse lo zio del ragazzo, “vorrei confidarle un dolore che rende la vita difficile a Denis e a tutti i miei familiari; stiamo soffrendo terribilmente per un problema che purtroppo non ha soluzione...”.

Così, poggiato prima sulle spalle del mio maestro e poi sullo stipite della finestra venni a conoscenza della vita, delle motivazioni che avevano spinto lo zio ed il nipote alla difficilissima avventura. Per la prima volta compresi il vero significato di quella Madonnina sulla vetta.

Alcune settimane dopo, Martin ricevette dal ragazzo una lettera che raccontava la straordinaria, miracolosa guarigione della sorellina “... i medici hanno detto che le cure hanno funzionato, ma io, noi tutti, sappiamo che soltanto la Madonnina del Dito di Dio ha esaudito la nostra preghiera!”.

“Oh!” esclamò la farfalla: “È una storia meravigliosa!”.

“Finalmente ho capito il perché di tanta forza! È la stessa, caro Crac, che ti farà ritornare a vivere!”, sospirò.

La farfalla aprì le ali e mettendo in risalto i bellissimi colori, voleva esprimere la sua gioia per l’esito bellissimo della storia raccontata da Crac. Prima di riprendere il suo volo da un fiore all’altro, si rivolse al povero gracchio: “E tu, cosa aspetti a volare!”. E si allontanò.

   

Gipsi e il gufo

 

Chi sei? Mi fai tanta paura!”. “Ehm, sono un uccello della notte, so... so... sono un gufo reale”. “Perché hai gli occhi così grandi?”chiese Crac. “Per vedere al buio a chilometri di distanza, così ho avuto modo di osservarti per tante notti”. “Ma... ma cosa vuoi da me?”, esclamò il gracchio. “È da un po’ che ti sto osservando, hai le piume tutte spettinate”, rispose il gufo; poi aggiunse: “Il buio è magnifico! Di notte vicino al rifugio si aggirano molti topi che sono il mio pasto preferito!”.

“Oh, no, è tremendo! poveri piccoli topi”, disse Crac seccato.

Era una notte gelata di luna piena in cui si colorano d’argento tutte le cose, compreso un piccolo topo che s’aggirava proprio sotto la finestra. “Devo distrarre il gufo, perché se si accorge di quella presenza, gnam... gnam...  se lo divora con un solo boccone”, pensò Crac. Rivolgendosi nuovamente all’uccello: “Perché vuoi parlare con me?”.

“Sei la cornacchia più famosa delle Dolomiti, tutti gli uccelli ne parlano, alcuni persino sparlano di te, ma penso sia soltanto invidia per il tuo coraggio di vivere accanto agli uomini.”

“Accipicchia, non sapevo di essere diventata famosa soltanto per l’amore verso l’uomo che mi ha salvato la vita, credo che sia normale...”.

“Sì! Ma non lo è, lasciarsi morire per lui!”, interruppe il gufo staccandosi con un battito d’ali dalla finestra e volando nel chiaro di luna.

“C’è un rumore strano”, sussurrò Crac. Non fece in tempo a terminare il suo pensiero, che vide in lontananza il topolino che ancora correva avanti e indietro.

“To... topo...topolino”, gracchiò. “Scappa, scappa lontano perché qui vicino si aggira un gufo!”... “Ma dai!”, esclamò il topo avvicinandosi a lei con molta cautela per non farsi scorgere.

Ancora Crac: “Devi fuggire lontano, perché ho appena visto un grande gufo affamato”.

“Fammi nascondere!”, strillò il topo piccolo piccolo.

“Presto, presto! Mettiti qui sotto”, gracchiò la cornacchia alzando con fatica la sua ala destra.

Gipsi, così si chiamava il topolino, si guardò attorno e tremante per la paura dell’imminente pericolo si infilò sotto l’ala. “Ho pa... pau... paura!”, ripeteva tremante, scrutando il cielo tra le piume della cornacchia. “È vicinissimo, quindi fai il bravo e...”. “Senz’altro” interruppe il topo, continuando a scrutare il cielo.

“Sssst!”, sussurrò Crac.

Ma improvvisamente il grande uccello si avvicinò. “In verità, non sono un granché come cacciatore di topi e da quando il rifugio è chiuso non se ne vedono più”.

Gispi rimase senza fiato, immobile e zitto zitto. Il suo cuore batteva così forte che sembrava scoppiare. Poi il gufo aggiunse: “Questo è il nostro mondo cara cornacchia e ti auguro di viverci a lungo”.

“E va bene, va bene, d’accordo” disse Crac, non sapendo come liberarsi da quella, che per il suo nuovo amico era una minacciosa presenza.

Allora il gufo soddisfatto: “Dai, vieni anche tu!” gli gridò: “Puoi ancora farcela!”. Cominciò a dimenare le ali e dopo aver respirato profondamente decollò, volando lontano, lontano.

Gipsi passò tutta la notte spaurito accanto alla cornacchia, contento di essere sfuggito al pericolo.

“Gufo malefico, ti odio!”.

Allora Crac gli rispose: “È molto più difficile odiare o farsi odiare che amare e farsi amare!”.

Di tanto in tanto Gispi si accorgeva del precario equilibrio della cornacchia, che paurosamente oscillava avanti e indietro. “Chi sei? Cosa ci fai quassù tutta sola?”, chiese. Crac raccontò la sua disgrazia piangendo.

“Ma... ma tu sei un uccello buono, mi hai salvato la vita, non puoi morire, non te lo permetterò!”, disse il topo e aggiunse: “Anche nei momenti peggiori della nostra vita, anche quando sembra non esserci altro scopo per continuare a vivere, si può essere utili a qualcuno. È così che piano piano si riscopre il valore, il vero significato della nostra esistenza. E tutto diventa bello!”.

“Si è facile dirlo a parole”, interruppe Crac.

“Chiudi il becco, Crac. Tutte queste sciocchezze su! Parli come se la tua vita appartenesse totalmente e solamente a te. Devi riuscirci a riprendere a volare e per ricordartelo non ti abbandonerò al tuo destino. Sono un topo rompiscatole!”.

Le notti Gipsi le passava con Crac a parlare e spesso anche gli portava qualcosa da mangiare.

   

Lo scoiattolo Happy

In breve tempo il topolino sparse la voce della decisione di Crac di lasciarsi morire. Molti animali che passavano di lì si voltavano incuriositi e tiravano avanti scuotendo il capo un po’ perplessi. Qualcuno, più sensibile, cercava di dissuaderlo dal suo intento. Molti uccelli, camosci, marmotte e persino un’aquila tentarono di dimostrarli amicizia. Ma il tempo inesorabile passava!

Una notte Crac stava sonnecchiando profondamente quando il freddo lo sorprese nel sonno svegliandolo. Era un gelido mattino in cui il sole sembrava far fatica a mostrarsi, l’alba di un giorno che si preannunciava splendida. Tutti stavano ancora dormendo; Crac, con gli occhi rivolti al Dito di Dio, cominciò a muovere le zampette, con tutte le forze che aveva ancora in corpo, ripetendo gli stessi movimenti. “Brrr... ancora un attimo e sarei morto dal freddo!”, disse fra sé.

Attraverso gli occhi dischiusi dal gelo vide uno scoiattolo, che a pochi metri di distanza lo fissava saltellando in continuazione attorno alla finestra.

“Povera cornacchia, morirai di freddo!” si disse e d’istinto soffiò su di lei un po’ del suo fiato caldo. “Ciao! Sono Happy e sono arrivato fin quassù dal fondovalle per aiutarti a guarire e ritrovare l’amore per la vita!”. Lo scoiattolo aveva un cuore compassionevole. Intanto i raggi del sole rendevano tutto l’ambiente più caldo, più vivo.

Happy, sconcertato dalla scelta del gracchio, non voleva assistere impotente alla sua fine e cominciò a fargli delle domande, alle quali seguirono dei brevi racconti, episodi di vita.

Lo interruppe Crac: “Forse avrei dovuto vivere una vita normale, assieme ai miei simili...”. Gli rispose lo scoiattolo: “Non esiste una vita normale, esiste solo la vita, bisogna viverla!”, e aggiunse: “Devi sapere caro gracchio che anch’io ho rischiato di morire e se sono ancora vivo lo devo all’amore di mio fratello Pink. Cosa credi di essere, l’unico al mondo a soffrire? Con mio fratello siamo rimasti molto piccoli senza genitori”.

Voglio raccontarti la mia storia...

“... Era una calda estate, mi godevo le bellissime giornate mentre Pink era impegnato a costruirsi una casa all’interno di un vecchio tronco. Lo osservavo lavorare ininterrottamente: “Dai Happy dammi una mano”, mi diceva in continuazione, ma io gli rispondevo: “Sei matto Pink, guarda che giornate stupende! Voglio godermi il caldo del sole, l’acqua fresca e limpida e non sprecare il tempo nel lavoro!”. Ma Pink sempre più arrabbiato mi rispondeva che era molto importante farsi una casa e proseguiva nel suo lavoro con fatica e grande entusiasmo. Armeggiava attorno al suo albero: “Togliendo un po’ di legno qui, aprendo una finestra...ne verrebbe fuori una tana meravigliosa”, diceva, invitandomi ad aiutarlo. “Ma io non so se mi troverò bene, lì dentro”, dicevo. “Come? Non dirmi che non ti piace?”, esclamava seccato. “Non è che non mi piace, ma non ne vedo l’utilità, il bosco è pieno di posti dove ripararsi”, aggiungevo convinto.

Pink continuava a lavorare, a scavare nel vecchio tronco.

In breve tempo il nostro rapporto si deteriorò a tal punto che decisi di andarmene. Non riuscivo proprio a capire. “Ma... una casa, che me ne faccio quando la natura attorno è così dolce.” Pensavo che per l’inverno un buco dove ripararmi l’avrei senz’altro trovato.

Passarono così molti mesi. L’autunno preannunciò le sue giornate grigie e anche fredde. Le notti le trascorrevo in una grotta e di giorno saltellavo da un albero all’altro alla ricerca di qualche amico. Non dimenticherò mai quella notte: da molti giorni, a causa del freddo e del brutto tempo, me ne stavo rannicchiato nel fondo della mia caverna. L’ambiente attorno era scuro ed umido, mi sentivo terribilmente solo e l’acqua continuava ad entrare da tutte le parti. Decisi di arrampicarmi il più in alto possibile, ma le rocce erano inzuppate, viscide e fredde mentre in basso tutta la grotta era diventata un lago che minaccioso saliva, saliva sempre più. Mi resi conto del pericolo e decisi per l’unica scelta possibile: “Splasch!”, mi tuffai e nuotai freneticamente per impedire che l’acqua gelasse intorno a me. Con tanta fatica riuscii, a stento, a scappare da quella trappola.

All’aperto un vento freddo di bufera mi colpì, impedendomi di arrampicarmi sugli alberi. Improvvisamente ebbi la sensazione che qualcosa non andasse, cominciai a correre disperato nel bosco. Alberi senza foglie, vento e pioggia. Ero solo! Stavo rabbrividendo dal freddo, con il pelo tutto bagnato. Ad un certo punto mi fermai per capire e mi resi conto di essermi perso. Intanto l’acqua si era trasformata in neve che cadeva abbondante. Non ce la facevo più, non sapevo dove andare, cosa fare. Stavo vivendo una prova difficile, disperato mi rannicchiai ai piedi di un grosso albero. Ma ora anche la neve saliva e il freddo bloccava le mie membra. Inevitabilmente pensai ai miei cari e in particolare al mio unico affetto, al mio fratello Pink. Mi raggomitolai su me stesso, piangendo disperato nella neve che mi stava coprendo interamente e piano piano mi addormentai, completamente inerme di fronte alla furia della natura che avevo tanto amato. All’improvviso mi resi conto che presto avrei lasciato questo mondo.

Era trascorso tanto tempo da sembrarmi un’eternità, quando aperti gli occhi, vidi una luce abbagliante. Mi trovavo sdraiato su un comodo giaciglio di paglia, l’ambiente attorno era tiepido e profumava di bacche. Poi all’improvviso mi accorsi di una strana presenza, che riconobbi in quella del mio fratellino Pink.

“Dio mio!, esclamai, e aggiunsi: “Pink anche tu sei giunto in Paradiso?”. “Ma che Paradiso sei nella mia casa e sei ancora vivo”, rispose il fratello con un grande sorriso. Intorno l’ambiente era così bello da farmi dimenticare la brutta avventura passata. “Oh, che meraviglia!”, sussurrai.

Rimasi sdraiato per alcuni giorni, godendo sia di quella comoda abitazione che dell’assistenza di Pink. Poi lentamente lui cominciò a raccontare...

Cosa era successo quella terribile notte? Già da un po’ di tempo, Pink stava dormendo nel suo letargo invernale, quando nel sonno gli apparve uno scoiattolo tutto bianco, gli disse che mi trovavo in grave pericolo; poi sempre nel sogno mi vide disperato che correvo piangendo nel bosco pieno di neve. Improvvisamente turbato dall’angoscia del brutto sogno, si svegliò.

Pink ancora sudato per l’agitazione, non riuscì a riprendere sonno, mise la testa fuori dal tronco e vide la stessa natura vista nel sonno. Pensò allo scoiattolo bianco come ad un Angelo che gli aveva portato un messaggio, un segno che mi trovavo in seria difficoltà. In pochi minuti, così mi raccontò Pink, si trovò a correre nella neve, contro un vento impetuoso, spinto in quella direzione da un non so che. Infine, anche lui stanco e preoccupato si fermò ai piedi di un grosso albero. Era lo stesso albero dove ormai stavo morendo. Pink notò un insolito mucchio di neve, dal quale usciva un qualcosa di strano: era la mia coda. Cominciò così a scavare e quando riconobbe il mio muso privo di vita, soffiò aria e caldo nei miei polmoni. Al mattino quando il sole aveva cacciato il brutto tempo e cominciava a riscaldare tutta la natura, Pink, lentamente e con fatica, cominciò a trascinare il mio corpo, fino all’interno del suo tronco.

“Cara cornacchia, credo che tu abbia già capito? Nella vita si vive per imparare e poter insegnare ciò che si è imparato. Ogni azione acquista un significato se non è soltanto per se stessi, ma diventa un bene anche per gli altri. In questo modo si può diventare persino ricchi, purché questa ricchezza serva per far star bene se stessi e tanti altri. Mio fratello Pink non mi ha soltanto salvato la vita, ma ha dato un profondo significato alle mie giornate”.

Finalmente, Crac gracchiò con forza: “Cra, cra, cra... Grazie Happy, mi hai fatto un bel regalo!”.

“Ok Crac, vedo che hai compreso il vero significato della vita!”.

Lo scoiattolo allora andò a cogliere una stella alpina e la porse alla cornacchia. “Questa è per te”, annunciò. Furono le sue ultime parole prima di allontanarsi saltellando fino a scomparire nel bosco del fondovalle.

 

 

Un angelo di cornacchia

 

La povera cornacchia, grazie ai tanti amici che la consolavano ed incitavano a scegliere il dono della vita, cominciava a capire molte cose importanti. Purtroppo l’estrema debolezza fisica aveva minato il suo morale e, non riusciva a far altro che piangere. “Cos’è tutta questa lagna? Piantala Crac!”.

La frase fece aprire gli occhi alla cornacchia.

“Sogno, oppure, sono sveglio!”, si disse Crac guardando con meraviglia un suo simile, una cornacchia vecchia e spelacchiata che le si era poggiata accanto.

Poi un’altra frase lo scosse profondamente: “Fai parlare il tuo cuore! Un cuore che parla può sempre parlare con Dio!”.

E Crac istintivamente, singhiozzando e sospirando: “Dov’è questo Dio che ama? Se esiste, come può permettere che io soffra?”.

“Lo permette perché con la sofferenza tu possa imparare ad amare!”, rispose saggiamente l’uccello, e aggiunse: “Se non sei capace di amare, come puoi avvicinarti alle tue e alle miserie degli altri!”.

“Vorrei essere un alpinista! Come gli alpinisti vorrei avere la loro forza! Vorrei vivere le loro emozioni, le loro sensazioni, i loro stati d’animo, la loro passione..., invece sono soltanto un povero uccello”.

“Ho capito!”, interruppe la vecchia cornacchia, ed aggiunse: “Se proprio lo desideri così tanto da rinnegare la tua stessa natura, chiudi gli occhi e pensa... pensa di essere uomo”.

All’improvviso, Crac perse le ali e il suo corpo di uccello si trasformò in un corpo umano, anzi in un alpinista, e come per un incantesimo si trovò nel mezzo di un’altissima parete rocciosa.

“Per mille gracchi chi sono? Accidenti quanto sono grande!”.

Avvertendo il vuoto sotto di lui: “Mamma mia è impressionante! E... ma cos’è, questa pesantezza che mi vuole trascinare giù!”. Il gracchio spaventato dalla irreale situazione, per la prima volta, avvertiva la sensazione di precipitare e morire sfracellato ai piedi della montagna. Trattenne il respiro. E ora? Doveva superare un tratto di roccia difficile!

“Pensavo fosse bello penzolare nel cielo, con le dita sulla roccia. Invece, ho paura, una paura matta di cadere” diceva fra sé Crac. Lo sforzo per rimanere aggrappato era enorme; persino le gambe per la tensione, cominciarono a tremare incontrollate.

“Tieniti forte Crac!”, gridò terrorizzato, cercando di prendere un appiglio, una sporgenza. “È finita! Non ce la faccio più!”.

Intanto il cielo si faceva sempre più scuro, finché cominciarono a cadere grossi goccioloni di pioggia. Una cornacchia gli volò accanto, trasportata dal vento, volava leggera... leggera. Per un attimo Crac la guardò meravigliato, ne invidiò il volo: con un battito d’ali salì là oltre la cima del monte. Allora pensò: “Che bello sarebbe avere le ali! Poter spiccare il volo, lanciarmi e planare nel cielo”.

Quando Crac riaprì gli occhi si accorse di essere ancora una cornacchia!

Una brezza mattutina cominciava a spirare sui prati. Crac aveva imparato la lezione. Ascoltò a lungo gli insegnamenti della vecchia cornacchia. Di tanto in tanto le gettava un’occhiata e scoppiava a piangere.

“La vita, vale la pena di essere vissuta, anche soltanto per un atto d’amore. È soltanto un cristallo di ghiaccio, ma tutto il ghiacciaio di fronte a te cosa potrebbe fare senza quel cristallo? Di certo gli mancherebbe qualcosa”. Fu questa l’ultima frase della cornacchia saggia che improvvisamente sparì, come un fantasma.

 

“Papà! Ma... chi era quella cornacchia spelacchiata?”.

“Un capo stormo o forse, il suo Angelo custode”, le risposi.

 

 

La dentiera

 

I giorni scorrevano lenti: la voglia di vivere si faceva finalmente sentire. Crac, ancora soffriva per la lontananza di Martin, eppure un’altra volta gli era capitato di doversi allontanare. Allora ne aveva combinata una “grossa” quando con curiosità e stupidità si spinse nella stanza del suo maestro. Notando un bicchiere d’acqua pensò: “Chissà cosa c’è dentro?”.

Era una cosa strana che tentò di beccare. Senza immaginarne le conseguenze si divertì in quel gioco assurdo fino ad estrarre quello strano oggetto e, non ancora soddisfatto, lo sollevò e lo fece cadere fuori dalla finestra, nel fondo del dirupo. Finito il gioco cominciarono i guai: l’oggetto misterioso fu ritrovato dopo tanti tentativi e costò al gracchio oltre un mese di isolamento totale. D’altronde come avrebbe potuto farsi perdonare la distruzione della dentiera del suo amico?”.

“Ah ah ah!... che ridere”, esclamò Chiara con una forte risata. “Ah ah, la dentiera!”.

“E chi ti ha messo in testa un’idea simile?”, urlò Martin.

“Brutto affare: dovrò stare per conto mio per un po’ di tempo”, pensò il gracchio volando come una furia fuori dalla finestra.

Ci volle un bel po’ di tempo per ritornare alla consueta confidenza con il suo amico.

 

Martin aveva vissuto una vita molto intensa: tante scalate, una splendida famiglia, aveva soccorso e salvato tanti alpinisti in difficoltà, dato sempre consigli ai giovani conservando molte altre virtù: la saggezza, la rettitudine, la forza, unite ad una straordinaria umanità. Crac aveva imparato molte cose e più pensava al passato e all’esempio del suo maestro, tanto più si rendeva conto di come non sarebbe stato giusto morire di malinconia.

“Quante cose sono successe  e quante ancora accadranno? Tutto ancora è in movimento, il sole che sorge, il sole che tramonta, che lentamente si muove e continuerà a farlo anche quando non ci sarò più! L’acqua, con il caldo del sole esce dai ghiacciai e scorre per diventare fiume, il vento soffia da ogni parte. Le rocce mutano il colore a seconda dei momenti della giornata, gli uccelli come me nascono e dopo aver vissuto, infine, muoiono. Muoiono le cornacchie sapienti come le stolte! Muore anche il passato, tutti si dimenticano di ciò che è stato! Tutto sembra inutile! Però un mistero in tutto ciò c’è! C’è la mia anima, ci sono i miei sentimenti, le mie emozioni, le mie sensazioni. C’è il mio piccolo cuore che batte forte e comanda alle lacrime di uscire dai miei occhi. Lo fa per le gioie, nel dolore, lo fa per ricordarmi che la mia anima ogni volta diventa più ricca. Forse, si vive per diventare più puri, per nutrire la nostra anima, per avvicinarsi a quel Dio, padre degli uomini e di tutti gli esseri? Se fosse così non è giusto lasciarsi morire, anch’io dovrò vivere per migliorare il mio Spirito! È vero! È vero! Devo ancora vivere!”, pensava il gracchio.

Nel mondo materiale non c’è nulla di nuovo, ma non in quello spirituale, dove tutto diventa evoluzione, qualcosa di indescrivibile, di immensamente grande che Crac cominciava ad avvertire. Sempre fermo, immobile alla finestra con gli occhi umidi, ammirava il volo vitale dei suoi simili: “Oh! Come vorrei salire ancora lassù nel cielo così bello, sentire la voce degli alpinisti e il profumo del vento che trasporta quello dei fiori.

“Quando le cose vanno male bisogna pensare ai momenti più felici!”, sospirava la cornacchia cercando nel passato i momenti più positivi. Poi finalmente un sorriso illuminò i suoi occhi mentre il pensiero riviveva...

 

... Un giovane alpinista chiese consiglio all’esperto Martin sulla eventualità di iniziare una scalata, anche se il cielo era un po’ nuvoloso. L’esperto alpinista, dopo aver alzato gli occhi al cielo, annusata l’aria, rispose: “Vai tranquillo che il sole trionferà!”. Quel giorno il giovane prese tanta di quell’acqua che non dimenticherà mai più.

E Crac: “Ma certo! anche i grandi sbagliano, anche loro hanno bisogno degli altri”. Rifletteva che in fin dei conti era stato molto vicino al suo maestro e spesso gli aveva consigliato anche delle importanti scalate. Come la Parete Nera che Martin riuscì a vincere, anche per merito del suo gracchio, che volando in maniera agitata seguì una linea ben definita sulla montagna; insomma gli indicò la via da seguire, gli fece capire che una volta messe le mani sulla roccia seguendo quella direzione, avrebbe trovato gli appigli per salire. E così fu!

“Ho avuto molto... sono riuscito anche a dare, perché non continuare a farlo?”, rifletteva Crac, e solo allora si rese conto di quanto fosse affamato e stanco: “... ho paura! ho fame, ho freddo ma vorrei tanto volare come prima!”.

Crac rimase in contemplazione pensando: “Ora sono all’inizio di una nuova vita, mi basta scendere dalla finestra e poi sarò finalmente vivo”.

“Dai Crac, prova ad aprire le ali!”, si disse con forza.

Non ce la faccio più! Forse se mi butto nel vuoto l’aria mi aiuta, ma... se..., se, se non si aprono? Allora semplicemente morirò!”.

“Ah, come fare? Rinviare è impossibile! Bisogna farlo! Ho sentito un alpinista dire che la preghiera è un filo d’amore verso il cielo... ma certo! Con l’amore si può tutto e la preghiera è amore”.

“Dio, cosa vuoi fare di me?”, gridò disperato il gracchio. “Ti prego, aiutami!”.

E il Dio degli uccelli, degli uomini, delle montagne, del cielo e delle stelle, dell’universo intero le diede la forza di vivere!

“Aahhhh! ...Aiutooo! Sono nel vuoto, sto precipitando!”.

Terra e nuvole si misero a turbinargli attorno. Ora picchiava diritto. Il vento fischiava gelido mentre il fondo della valle si avvicinava sempre più.

“Apri le ali!”, si disse Crac chiudendo gli occhi e concentrando tutte le sue forze per farlo. “Su, dai, apri le tue ali!”.

“Dio aiutami! Lasciami volare!”.

E Crac diventò leggero come non si era mai sentito in tutta la vita.

“Sono morto? Mi sono sfracellato!”, pensò.

 

“Non sarà mica morto, vero?”, mi interruppe Chiara.

“Ma no! Non agitarti...”, esclamai continuando a raccontare.

 

 

Lo stormo

 

Il sole che si affacciava all’orizzonte delle cime lanciava i suoi raggi di vita sulle piume nere di Crac che si librava nel cielo muovendo in continuazione le sue ali, aperte a pochi metri dal terreno. Non sentiva neanche più il freddo. Si mise a toccarsi  con il becco, a guardare, a fare evoluzioni.

“Cra! Cra! Cra!”.

“Sì! Sì! Sììì! Sono vivo!!! Urrà!”, esclamò battendo le ali.

“So volare! So ancora volare! Sono in cielo: è un’emozione unica, mai vissuta precedentemente, è fantastico!”, continuava a ripetere e, dalla gioia quasi sveniva. Crac, dopo essersi rifocillato, volò anche nella notte, mentre la grande luna gialla lo guardava entusiasta. Solamente verso l’alba raggiunse un gruppetto di altre cornacchie.

 

C’era una luce intensa intorno, la forza della vita aveva trionfato, per la prima volta Crac avvertiva sensazioni mai vissute. Anche il desiderio di stare con i suoi simili che lo accolsero entusiasti, come un figlio ritornato alla famiglia. Per giorni e giorni visse con loro, divise le stesse esperienze di vita, ma soprattutto si accorse di quanto sia naturale stare assieme.

Crac possedeva delle conoscenze, un’esperienza di vita unica per una cornacchia. Divenne un esempio di vita, un maestro per i giovani. Di tanto in tanto, specie quando, ai piccoli gracchi dello stormo si soffermava a raccontare le avventure del suo Martin, riaffiorava anche il suo ricordo : “Chissà se lo rivedrò! Speriamo che non sia andato via!”.

Ma dentro, sentiva nel cuore che il suo maestro un giorno sarebbe ritornato sulle sue montagne.

 

Era la fine d’agosto. Il fresco dell’autunno vicino cominciava a farsi sentire. Un bel mattino di sole e di cielo azzurro, una brezza leggera portava i gracchi sulle vette. Uno di loro tutto eccitato volava fra guglie, canaloni e cenge chiamando: “Crac! Crac! Crac!”.

Arrivò trafelato e molto stanco poiché aveva volato senza sosta: voleva recapitare un messaggio.

“Freccia amico mio, non ti ho mai visto così entusiasta ed eccitato! C’è forse qualche novità”chiese Crac.

“Altroché!”, rispose Freccia e continuò: “Un’aquila mi ha dato poco fa una notizia fantastica...”. Dopo alcuni minuti assieme planarono verso il fondovalle e via via che si avvicinavano..., Crac sgranò gli occhi... li richiuse per riaprirli! “Forse sto sognando...? Martin, Martin” gridò, alla vista del grande amico che lentamente saliva lungo il sentiero.

A quel punto successe il finimondo.

“Evviva, evviva! Sei vivo! Sei finalmente ritornato”, pensò meravigliato.

“Dio mio quanto sono felice. Caro Martin vorrei urlarti la mia immensa gioia, raccontarti tutto quello che mi è accaduto, le scelte che ho dovuto fare, la mia nuova vita!”.

Mille pensieri solcavano freneticamente la sua mente! Si sentiva invaso da una gioia incontenibile.

“Cra! Cra! Cra..., cra..., cra!”.

“Cra, cra!”.

Il gracchiare continuo ed il volo entusiastico di Crac richiamò la curiosità di tutti gli animali delle Dolomiti, compreso quello delle altre cornacchie che rapidamente si unirono a lui.

Martin alzando gli occhi notò quell’agitazione in cielo. Con gioia e stupore riconobbe Crac che faceva di tutto per mettersi in mostra. Ma..., ora non era più il suo gracchio solitario!?

Finalmente si incontrarono con gli occhi, Martin comprese la situazione e con un sorriso salutò il vecchio amico ritrovato. Nonostante una lunga malattia lo avesse allontanato dalle sue montagne e dagli esseri che le popolano, il vecchio alpinista si rese conto che nel suo gracchio qualcosa era cambiato. Forse tutto sarebbe ritornato come prima, oppure no! Ma tutto ciò non aveva più importanza, Crac che ormai aveva qualche piuma grigia, aveva finalmente imparato come il vero segreto della vita fosse quello di amare, per poter donare agli altri l’amore ricevuto!

Tutte le cornacchie si avvicinarono commosse, anche le più piccole dello stormo fecero festa: “Evviva! Evviva!”, gracchiavano entusiaste. All’imbrunire una di loro si avvicinò a Crac dicendo-gli: “Ora, te ne andrai? Vuoi tornare come eri prima vero? Ma noi... vo, vor... vorremmo che tu restassi!”.

Il vecchio “gracchio”, tirò a sé il piccolo, alzò un’ala coprendolo con il suo calore, gli gettò uno sguardo di gioia e rispose: “Io credo, che per combinare qualcosa di importante nella vita sia necessario cercare di occuparsi degli altri, avere degli amici leali, generosi, sinceri come te!

La vita è amore totale per tutto ciò che tocchi, vedi e senti nel cuore, fai in modo di amarla fino in fondo! Non ha quindi importanza il fatto che io ci sia o meno, comunque... non preoccuparti, piccolo gracchio, starò sempre con te!”.

E Crac, prima di addormentarsi pensò: “Oggi è stato il più bel giorno della mia vita”.

La commozione toccò tutti gli uccelli presenti e la festa non finì, ma continuò anche per tutta la notte!

Finalmente Crac era veramente felice e... all’improvviso iniziò a vedere quella figura che spesso gli uomini invocano nei loro momenti più belli o più dolorosi.

 

“Papà, tutto è bene quel che finisce bene!

Hai ragione, piccola! aggiunsi felice guardandola teneramente negli occhi.

Con un sorriso Chiara mi strinse in un forte abbraccio; infine dopo il bacio della buona notte... “Però quante cose ha vissuto Crac!”, mi sussurrò.

Chiara nel frattempo si era quasi del tutto addormentata e chissà forse anche lei un giorno avrà un gracchio per amico.

Mentre mi apprestavo ad uscire dalla sua “cameretta” arrivò anche Martina. Con il suo pigiamone che metteva in risalto la dolcezza dei suoi due anni: “Chiara fa nane..., fa le nane?”. “Schìììì, schììì..., piano, piano andiamo a nanna anche noi”, le risposi.

Martina nel suo lettino e con il ditone in bocca al posto del “ciuccio” stava per addormentarsi quando...: “Papi, papi... mi racconti storia?”.

Un attimo di silenzio e poi...

“C’era una volta un piccolo, piccolo uccello nero che volava, voolava alto, alto nel cielo. L’uccellino si chiamava Crac e volava, vooolava sulle montagne piene di neve.

Crac aveva un papà, una mamma e tanti, tanti fratellini, assieme volavano, voolavano, vooolavano...”.

“Papi..., vo..., volano in cielo?”.

“Sì, piccolina, proprio in cielo...!!!”.

 

   

 

 

“C’era una volta…”

 

Gli Amici

   

 

IL CUORE DELLA MONTAGNA

 

di Stefano Bailoni  

 

 

Tanti e tanti anni fa in una valle incantata e piena di fiori dai mille colori, viveva con la sua famiglia un pastorello di nome Amedeo. Lui era sempre felice perché abitava proprio in un posto bellissimo. Fin da piccolo, i suoi genitori gli avevano insegnato a governare il gregge stando sempre attento che i piccoli agnellini non si perdessero. Ogni giorno la Montagna gli regalava dei piacevoli incontri: veniva sorvolato dall’Aquila Reale che lo salutava fischiando, oppure si fermava a chiacchierare con qualche marmotta grassoccia ed udiva il bisbiglio del vento.

Intorno a lui tutto era vivo e magico e tutti erano suoi amici: i grandissimi alberi, gli animali e le rocce. Con il suo cane Shiro correva sempre sui colorati prati ed insieme agli amichetti Mattia e Gabriele accudivano le pecore. Spesso si divertivano a salire sulle rocce mentre il povero cane Shiro impaurito e preoccupato saltellando li attendeva abbaiando.

Ad Amedeo piaceva salire sulla cima degli alberi in fiore e dondolandosi immaginava di essere l’amica aquila che volava in alto sopra di lui. Quando aveva del tempo libero andava ad esplorare posti nuovi. In particolare però amava stare sdraiato sotto una grande Montagna e con il naso all’insù sognava ad occhi aperti: essere come compar scoiattolo e salire per quella altissima parete. Quando i genitori lo scoprivano lo sgridavano dicendogli: “La montagna si stancherà di vederti lì a bocca aperta, prima o poi, ti farà cadere un sasso in testa”.

Con la sua famiglia viveva anche la buona e saggia bisnonna Anna, la quale aveva molto a cuore il piccolo Amedeo. Prima di arrivare lassù tra i maestosi monti, passavano sempre da un capitello posto in una grotta bellissima, dove c’era una piccola Madonnina che proteggeva tutte le persone che passavano di lì.

Anna, la bisnonna, insegnò al suo fanciullo una preghierina che l’avrebbe confortato per tutta la vita, anche quando sarebbe stato grande. Diceva così: “Passo per questa via, ti saluto Maria, proteggimi sempre, così sia”.

Amedeo era proprio felice perché poteva divertirsi con tanti bimbi e con tutti gli amici della natura, il suo amico del cuore, oltre al cane Shiro, era il corvo con cui tutti i giorni giocava a nascondino.

Un bel giorno d’estate mentre era seduto in un bel prato ed ascoltava il racconto dell’amica farfalla, vide passare un uomo alto, forte, dai bianchi capelli, chiamato Ciano accompagnato da un bellissimo Angelo custode.

Ciano si fermò anche lui ad ascoltare la storia dell’amica farfalla. Quando la farfalla bianca finì la storia, Amedeo si voltò pensieroso e chiese al montanaro Ciano: “Perché io sento e parlo con le aquile, marmotte e farfalle, vedo le fate dei boschi, gli gnomi e i folletti e tanti altri non li vedono e non li sentono?”. Il saggio montanaro, uomo di Gran Cuore rispose sorridendo che tutto questo era possibile solo vivendo con umiltà, semplicità ed amore. Solo così chi si spingeva fin quassù tra le cime immacolate con quello spirito, poteva sentire il vero Cuore della Montagna.

 

   

 

IL VECCHIO PROFESSORE

 

 

di Gianmario Baldi

   

 

In una giornata d’autunno un alpinista saliva lungo la parete più difficile delle Alpi per poter af-frontare quel tetto lungo cento metri, aspirazione di tutti i rocciatori. In perfetta armonia con il suo corpo e con la roccia saliva laddove nessuno era ancora riuscito; sentiva che poteva finalmente realizzare il sogno della sua vita: legare il proprio nome a quella parete che aveva respinto mille e mille scalatori!

In quell’irresistibile ascensione, mentre stava per appoggiarsi ad un appiglio con la mano, fu disturbato da una piccola lumaca e con un gesto rabbioso la scacciò qualche metro lontano su una piccola increspatura della roccia.

All’improvviso si sentì girare vorticosamente ed una forte sensazione di vomito lo pervase. Era “volato” precipitando per molti metri nel vuoto. Le immagini dei suoi pensieri iniziarono improvvisamente ad accavallarsi confondendo realtà e fantasia. In quella sensazione di vuoto rivide l‘immagine di quell’anziano professore che per primo gli aveva insegnato a faticare su vecchie mappe che non interessavano più a nessuno; grazie a lui e al suo entusiasmo, era divenuto uno studioso delle antiche civiltà, conosciuto e stimato dovunque. Ma di quell’anziano professore aveva da lungo tempo scacciato il ricordo, così come poco prima aveva gettato lontano quella insignificante lumaca.

Da tempo aveva dimenticato il piacere di decifrare antichi documenti, tutto preso dal desiderio di scoprire qualche cosa di nuovo, di diventare uno studioso, famoso e importante. Per questo aveva trascurato tutto il resto, famiglia, amici ... ed anche il desiderio di arrampicare non era più né spontaneo, né genuino. Così, poco a poco, era diventato sempre più freddo e lontano sia dai suoi ideali che dal suo entusiasmo giovanile; ora in quello stato confusionale, s’accorse di come quell’ampio gesto con il quale quel vecchio professore liberava la penna stilografica dal suo cappuccio era eguale a quello con il quale il suo amico guida alpina scioglieva la corda per legarlo nelle sue prime salite nelle Dolomiti.

Il rocciatore non si rese conto di quanto tempo fosse trascorso in quella posizione ma finalmente comprese: era volato e così si era infranto il suo sogno. Per la prima volta si sentì stanco e deluso. Stava per prepararsi alla discesa quando una voce lo chiamò: “Giovanni... Giovanni!” si girò attorno ma non vide nessuno.

“Buon giorno caro professore! Come si sta lì appesi alla corda nel vuoto? Certo l’alpinismo ti ha aiutato a fondere insieme le vette del sapere conquistate con il tuo cervello con quelle di roccia salite grazie ai tuoi muscoli e alla tua esperienza, tuttavia non ti ha ancora insegnato la cosa più importante!”.

Giovanni sentiva la vocina ma non vedeva nessuno. D’un tratto davanti ai suoi occhi gli apparve quella lumaca che con stizza aveva scacciato via qualche decina di metri più sotto.

“Ah, sei tu!”, disse Giovanni. “Nonostante ti abbia rabbiosamente ricacciata indietro hai ripreso a salire! Ah! Ora finalmente ho imparato la lezione!”.

Giovanni riprese a scalare prima faticosamente poi in modo sempre più armonioso. Raggiunse la vetta quando il sole si stava spegnendo. Seduto di fronte a quello spettacolo, pensò… e ripensò a quella lumaca che era stata lo stimolo per quella vittoria ricordandogli come la vita non fosse altro che un continuo cadere e rialzarsi… per ricominciare.

Mentre scendeva sul sentiero, l’alpinista professore o il professore alpinista (non sapeva più neanche lui), rifletteva a quanto fosse simile la sua passione per l’avventura in montagna a quella che quotidianamente viveva faticando su vecchie carte che non interessavano più a nessuno ma che invece racchiudevano in sé la vita di molte persone: la storia!

Intanto con la mano si chiudeva nel cappuccio della giacca a vento come fosse la carezza della donna che più lo aveva amato e che, quel giorno, aveva ritrovato…

 

 

 

 

IL PASTORE DEL CAUCASO

 

di Ivan Bertinotti  

 

 

Una storia che inizia come tante, in un giorno d’estate, in cui mi aggiravo sotto le pareti di una palestra di roccia trentina, per distaccarmi dall’onda di turisti che affollavano le strade. Con stizza notai che anche lì, nel regno dei pochi, o dei pazzi come dice la gente, era passato qualche “zozzone” che si era “dimenticato” il sacco dei rifiuti della scampagnata. Non so il motivo per il quale mi sono avvicinato: normalmente davanti a questi desolanti scempi mi giro e mi allontano rabbioso, quasi violato nella mia ricerca di pace e di solitudine.

Sta di fatto che mi avvicinai, con gli occhi fissi sul sacco e nessun pensiero in testa. Fu quindi per uno strano caso che notai un piccolo movimento del sacco. Ci misi un po’ a rendermi conto che non si trattava di uno scherzo del sole che batteva senza pietà sulle pareti bianche trasformando i dintorni in qualcosa di molto simile ad un forno crematorio.

Intuitivamente aprii quel sacco e lo scherzo si rivelò in tutta la sua crudezza: lo ”zozzone” aveva chiuso e gettato via una cucciolata di bastardini di poche settimane. Purtroppo, il sole aveva rubato la vita a sei di loro, ma uno ancora annaspava nel misero mucchietto, mentre la luce bruciava i suoi occhi fissi nel vuoto, dolci e “acquosi”.

Cercavo di ignorare quello sguardo triste di un innocente che mi guardava fiducioso e cancellava il pensiero dei problemi legati al vivere in un condominio e alle giuste remore della moglie, che già doveva badare alla casa, ai figli, a una marea di gatti, a un canarino... e intanto lui era lì, misera creaturina che annaspava nella sua condanna a morte, inconsapevole e rassegnato.

 

Conclusione scontata di una storia banale: il cucciolo è cresciuto benissimo ed ha un pelo nero e lucido. Certo, ha una fisionomia un po’ strana, ma è molto intelligente. Si chiama Wothan,  nome importante, forse un po’ troppo per un bonsai di pastore quasi belga...

In effetti il nome altisonante di divinità germanica mia figlia lo aveva destinato ad un tanto sognato Terranova. Inutile, aggiungere che nessuno avrebbe mai gettato via un cucciolo di così alto valore commerciale.

Io avrei preferito chiamarlo Teroldego, nome più appropriato alle sue origini, soprattutto per evitare che tanta gente, vedendo una fisionomia così particolare e sentendo un nome così tanto da “pedigree”, si avvicinasse per chiedermi la razza e inevitabilmente si allontanasse arricciando il naso, se rispondo che è un bast... meticcio si dice.

Da un po’ di tempo rispondo che è un Pastore del Caucaso, razza rara e di gran pregio: sapeste quante richieste ho già avuto per la prima cucciolata ... eppure non è un diverso da prima, mentre mi morsica i lacci delle scarpe e mi ruba i calzini.

Potenza delle apparenze o superficiale ignoranza di gente troppo indaffarata per capire la vera essenza delle cose? Forse entrambe le cose o forse non c’è più tempo per fermarsi a pensare e a cercare valori più nascosti o meno idealizzati, soltanto più veri.

Forse questo tempo non è più per gente che vive di sogni e parla con la sua anima mentre cammina su un sentiero, mentre si entusiasma per una scalata o per una discesa con gli sci e si ritrova a guardare un fiore, a inseguire le nuvole, mentre si aggira nel regno dei pochi, dei pazzi dice la gente...

 

   

 

UNA STORIA INCREDIBILE

 

di Gianni Canevari  

 

 

Ogni essere di questo mondo ha una persona sempre vicina! Con ciò infatti non parlo di una mamma o di un papà, ci sono dei bambini che i genitori non li hanno. Allora tu, nipotina cara, mi dirai che si tratta dei nonni, ancora una volta devo dire di no perché nessuno di loro assomiglia a quella persona.

“Ma dai zio, smettila di dire fandonie, allora sei tu?”.

“Magari! Allora sarei sempre presente. Per svelarti questo mistero dovrai ascoltarmi attentamente...”.

Questa è la storia di un’arrampicata sulle montagne che più amo: le Dolomiti di Brenta! Quel mattino, il cielo era limpido, le cime bellissime ed il vuoto sotto di noi era impressionante. “Molla tutto e vieni!”, gridò il mio compagno.

“D’accordo, arrivo!”, risposi. Stavamo scalando lungo il filo di un vertiginoso spigolo di roccia. Il mio compagno arrampicava veloce ed io lo seguivo con altrettanta facilità, sembravamo degli scoiattoli. Mi sentivo forte, vivo, raggiante, la mia ascesa era armonica, la giornata era splendida...

“Ma zio hai quasi cinquant’anni e fai il sesto grado?”.

“Ti sembrerà strano ma, quando sono in montagna, riesco ad esprimere tutta la forza che ho dentro, amo così tanto il fatto d’essere alpinista al punto da dimenticare tanti problemi”.

“Ok, ho capito! Hai anche tu il mal dei sassi”.

“Sì! Forse è così, ma la storia che voglio raccontarti non è la solita avventura...”.

Quel giorno, stavo raggiungendo la vetta, quando improvvisamente... “patatrac” e... mi sono sentito alleggerito. “Ahhh!”, esclamai, mentre osservavo lo zaino precipitare: lo vidi rimbalzare sulle rocce, e aprirsi, liberando tutto ciò che c’era dentro. Immediatamente ho fatto l’inventario: portafogli, soldi, scarpe, chiavi dell’automobile e... la radio trasmittente che senza ombra di dubbio avremmo ritrovato in mille pezzi.

Tuttora non riesco a capacitarmi dell’accaduto: ho visto tutte le nostre cose prendere il volo.

Nonostante tutto, in vetta, come è consuetudine alla fine di tutte le scalate, ci siamo stretti la mano. “Meglio lo zaino che noi due!”, mi disse ironicamente il mio compagno.

Sul sentiero del ritorno ancora lui: “Mi è venuta un’idea... proviamo a scomodare il nostro Angelo custode, proponiamogli un affare...”.

“Ah, che bella idea?! Ma sì...adesso anche gli Angeli!”, pensai.

“Ti sembrerà strano, ma tutto è possibile quando credi veramente!”, aggiunse lui serioso.

Approfittando del fatto che non avevamo nulla da perdere, pregammo: “Caro Angelo custode, facci ritrovare le cose perdute, compresa la radio... mi raccomando, intatta!”. Aggiunsi: “Se ci aiuti daremo una bella somma ai poveri”.

“È giunta l’occasione di poter realizzare un sogno”, mi sussurrò il mio capocorda.

“Ma dai zio, non vorrai raccontarmi che, dopo un volo di duecento o... trecento metri, hai trovato la radio funzionante?”.

“Ascolta piccola, ciò che è successo quando, per recuperare le nostre cose, mi sono portato ai piedi della parete. Su un pulpito di roccia ho raccolto tutto...”.

“Cosa??? Non è possibile!!!”.

“Eppure, tutte le cose perdute erano lì, compresa la radio. Rimasi allibito! Cominciai a pensare che forse qualcuno le ha raccolte e appoggiate lassù. Ma chi? Chi? Chicchiricchì?”.

La risposta poteva essere una sola: un miracolo! Presi la radio e provai a chiamare: “Hallo, hallo, mi senti cambio? Hallo, hallo... dimmi se mi senti!”.

Alcuni secondi e...: “Avanti, avanti... ti sento forte e chiaro!”.

La radio trasmittente funzionava come nuova!.

“Dimmi la verità zio..., è una favola!?”.

“No! Proprio no! È invece una straordinaria realtà!”.

Da quel giorno, in me si è rafforzata la fede nell’Angelo custode e quando gli rivolgo la parola, come si fa ad un amico intimo, lo sento vicino!

 

   

 

CHI CANTA SORRIDE!

 

di Nicoletta Dalbosco Stenghel  

 

 

Tapin tapum! La vita è bella! Questa è la canzon di Annabella... Salin salam! Il mondo è bello! Questa è la canzon del principe nel castello... e le fate... ate... ate, mangian sempre soltanto patate.

“Tonino! Hai una voce meravigliosa e, sei sempre allegro”, gli gridò una vecchietta dal balcone.

Che magnifica giornataaa, trallallà trallallà... il sole è già alto in cielooo e bussa alle finestre”, le rispose il ragazzo sempre cantando.

Tonino trascorreva ogni momento della sua vita, cantando felice; lo faceva durante il suo lavoro di calzolaio, oppure quando aiutava il papà in campagna; insomma continuava a cantare e... a sorridere.

Era un modo di essere che dava gioia e voglia di vivere, ma non per tutti! Infatti, molti abitanti del paese, presi dalla frenesia della vita, avvolti nella loro tristezza invidiavano la spensieratezza del ragazzo e spesso non lo sopportavano. Decisero così di farlo tacere!

Cominciarono i primi guai: un vigile urbano del paese rimproverò il ragazzo dicendogli che con le sue canzoni disturbava la quiete del luogo. Tuttavia il “canterino” sorrideva intonando nuovi motivi. Fu poi la volta del sindaco accompagnato dalle guardie: “Tonino, devi smetterla! Se ti sentiamo ancora cantare ti chiudiamo in una prigione!”, gli dissero con tono severo.

Papà e mamma pur solidali con il figlio per le sue canzoni e per la splendida voce dovettero subire la volontà delle autorità civili.

Allora gli stessi genitori, insieme a molti parenti, cominciarono a preoccuparsi e invitarono il ragazzo ad un comportamento  “più normale”, non ottenendo granché, passarono alle maniere forti. Duramente cominciarono così a rimproverare il figlio dicendo:  “Smettila! Ora sei un uomo, devi comportarti da adulto!”.

Fu soltanto per amore verso i genitori che Tonino s’ammutolì  e..., piano, piano smise anche di sorridere.

Ma dopo un po’ di tempo il ragazzo divenne triste, perse la voglia di mangiare, di lavorare e si ammalò. Tonino fu visitato da molti dottori, stilarono le loro diagnosi, provarono molte medicine, ma il giovane purtroppo non guariva, anzi peggiorava terribilmente di giorno in giorno. “Il ragazzo è molto grave, credo che presto lo perderemo!”, esclamò infine un dottore.

Nel frattempo la voce e l’allegria di Tonino mancavano in paese! La sua malattia aveva creato un’atmosfera triste e cupa tra la gente che, invitata dal parroco, iniziò a pregare per la guarigione. Ma si sa, che la preghiera senza l’amore non serve a nulla!

Un giorno: “Tonino morirà perché gli avete proibito di cantare!”, sentenziò il fratello più piccolo e cominciò quasi a voler prendere il suo posto a cantare tutti i brani che conosceva. “Questa è la canzone del mattino, che farà guarire il mio fratellino, Tonino ha passato tante pene e per questo gli voglio bene”. Man mano che il fratello cantava in Tonino scaturì una piccola reazione positiva. I genitori ormai rassegnati alla perdita del ragazzo intuirono la ripresa, si scossero e decisero di provare la cura suggerita dal piccolo. Cominciarono così a cantare provando tutte le canzoni che avevano imparato. Nel paese si sparse la voce... Tutti i giorni qualcuno si portava al capezzale di Tonino e cantava, cantava; lo fece il parroco, lo fece il sindaco e persino le guardie che volevano rinchiuderlo in prigione.

Una sera, Tonino con un filo di voce sussurrò con una cantilena: “Papà mi porti dell’acqua?”. Il padre felice per la richiesta e sbalordito, gli rispose, naturalmente cantando: “Subito Toninooo, eccoti l’acqua, bevi, beviii e guariscii!”. E sempre cantando, continuò: “Ci manca il tuo sorriso, la tua splendida voceee, le tue canzoniii!”.

In quel momento, miracolosamente, Tonino ricominciò a sorridere e lentamente ritornò alla vita.

Da quel giorno, in molte case del paese si sentì la gente cantare, tutti erano felici di farlo! L’allegria che regnava nel paesino contagiò tutti, specie i molti turisti che venivano da ogni parte per trascorrere un periodo di vacanze... sereno e felice.

“Chi vuole guarire dalla malinconia, sia benvenuto fra noi!”. Questo si può ancora leggere sopra la porta del municipio del piccolo paese.

 

 

 

 

A SARA

 

di Tullio Dell’Eva

 

 

Un alpinista così descrive la sua gioia nel “salire”, anche se gli costa fatica. Nel trovarsi in mezzo a tante bellezze, apprezza di più il bene, si sente più vicino a Dio e migliore verso il suo prossimo. Sì, è vero, molto spesso sale da solo; ma solo non è ... Nell’arrampicarsi verso la meta parla un po’ con tutti, con i propri cari, che li vorrebbe lì ad osservare quelle guglie, quei valloni, quelle cascatelle, quegli animali lontani, quei camosci che fanno le capriole, quelle meraviglie del Creato, quelle albe e quei tramonti. Quando ormai vecchio e pieno di preoccupazioni è assalito dalla tristezza, si rivolge sempre più su con un : “Dai aiutami, non lasciarmi solo che non ce la faccio!”. Ed ecco le forze ritornare e quella lacrima, mista al sudore, trasformarsi in un sorriso, in una speranza. Chissà cosa avranno provato i primi astronauti guardando la Terra dalla Luna, vedendola grande come un pallone da calcio. Uno di essi ebbe a dire: “Se tutti quelli che governano il Mondo e lo potrebbero anche distruggere, l’avessero visto dall’alto come noi, di sicuro troverebbero un accordo per la Pace e destinerebbero le immense ricchezze che spendono per gli armamenti a coloro che muoiono di fame e non hanno una casa”. Salire, sì... L’uomo, quello vero ha bisogno di salire, di scoprire, di provare emozioni nuove. Non importa dove, purché sia in alto... Guardando in su mi sento avvinto, desideroso d’arrivare, non importa dove, né la fatica, né il sudore. Da lassù guardando in basso, forse scopro il mio vero stato... Vedo punti nella Valle dov’eran sassi, massi e boschi.

Pure io sarò così? Ed allora a cosa servono, la superbia ed altri mali, il ritenersi un po’ più grande, differente? Solo il Bene mi rallegra da lassù e mi sembra immenso con tutta la Valle giù... e lo spazio che mi sta attorno. Il resto è fumo, nebbia, nulla. Perché non ho parlato da vecchio alpinista, di corde, di chiodi, moschettoni e staffe? Di proposito; perché la Montagna è uno dei più grandi Beni che ci ha dato Dio, che dobbiamo rispettare e conservare per chi verrà dopo di noi. Non è solo roccia da domare con corde e chiodi, ma poesia, tradizioni, storia, cultura, arricchimento dell’uomo che si traduce in aiuto, verso chi, forse, è più debole e bisognoso. Allora l’alpinista avrà da vantarsene. Ma stiamo certi che quello vero non lo farà!

 

“Perché babbo” - mi disse un giorno la mia amata figlia Sara - “sei diventato alpinista con tanta passione per la Montagna, e non fai che parlarne?. È ben vero che anch’io sono un po’ come te, e quando siamo assieme godo tanto di questi suggestivi scenari, di quel laghetto... ma godo di più a guardare il tuo viso che s’illumina... e non è più pensieroso. Sì, sei un vecchiaccio, come dice la mami, brontolone, ma in quel momento mi sento un’altra, con tanta voglia d’abbracciarti, anche se quei precipizi dove vai spesso da solo, dì la verità, fanno tanta paura! E poi, quelle marmottine, i musetti di quei caprioli e camosci...

Ma che mangiano in inverno? Ascolta allora, che oggi con te mi sento poeta...”.

 

Cade la neve, fitta, nevischio, a larghe falde, a turbine; da noi si scioglie, ma nel bosco si posa, cresce, s’innalza. Lo scenario cam-bia: il ruscello si restringe il sentiero scompare; tutto è quiete e silenzio. Qualche rumore ci giunge ovattato per non disturbare  quella pace che troppo poco qui conosciamo. I rami degli abeti sono bianchi, carichi, pendono in basso. Ogni tanto qualcuno si libera di quel peso; s’innalza, spruzza la neve come nuvola, su,  fra uno scoiattolo divertito. Che sarà del camoscio, cervo e capriolo che con fatica avanzano? Qualcuno verrà preso da mani nemiche, qualche altro si ferma ansante e con quegli occhioni ti guarda... E chi vorrebbe farti del male amico del bosco? Noi ti vogliamo bene, ma non scappare, lasciati accarezzare, qui in mezzo, non temere, nessuno ci vede... siamo solo io e la Sara. Sai Sara: Giorgio mio figlio e fratello tuo, di tutto questo sorride! Così come la mamma Clara!

 

   

 

IL FUOCO DEL SACRO CUORE

 

 

di Giuliano Emanuelli

   

Il temporale si è appena spostato verso est con una coda di lampi e tuoni sempre più ovattati e, come per incanto, ha lasciato posto ad una serenata ricca di tremule stelle. Il freddo della notte fa battere i denti a Bruno che al suo posto di sentinella stringe fra le mani il suo fucile.

La guerra, l’assurda guerra, voluta da chissà chi e combattuta per chissà cosa, lo ha costretto ad indossare una divisa e salire sulle sue montagne per difendere, come dicono i generali, la Patria. Bruno, però, queste cose non le capisce, la sua patria è laggiù nella valle, il suo paese, la chiesa con il campanile bianco, la sua casa con la stalla vicina, il campo di segale; ecco: quella è la sua Patria e nessuno l’ha mai minacciata.

Lo sguardo si alza verso la montagna irta di torri rocciose. Quello è il confine conteso, dietro è il nemico.

No, lui sa che dietro c’è solo un altro piccolo paese come il suo, con case, stalle e una chiesa, con un campanile bianco e campi di segale. Là vivono, lavorano e giocano tanti suoi amici.

 “Karl, Karl, dove sarà ora?”, mormora Bruno a bassa voce. Karl era stato per tanto tempo il suo miglior amico, poi per gelosia la loro amicizia finì.

Il pensiero torna indietro nel tempo e ricorda come il padre di Karl, ottimo falegname, sensibile e abilissimo scultore nelle ore libere, era riuscito a trarre da un tronco di larice un Cristo in croce che destò l’ammirazione di tutto il paese. Tanti ne aveva fatti di piccoli, per le case degli amici, e tanti di grandi per gli incroci delle strade che portano ai campi; ma un Cristo così, non si era mai visto. Nell’espressione del viso, aveva saputo imprimergli un dolore indescrivibile, sembrava che tutti i dolori, le nefandezze dell’umanità fossero sulle spalle e nel cuore di quell’ ”Uomo”. La potenza di quella figura richiedeva un posto tutto particolare, che non fosse di nessun paese ma di tutti.

Grande amico del padre di Karl era Luigi, padre di Bruno. Luigi, unica guida alpina di quelle montagne, non ebbe dubbi: “La Torcia”, esclamò subito con convinzione.

Altissima, difesa su tutti i lati da lisce pareti, svettava sulle due valli ed era visibile da tutti i paesi della zona. “Ma è impossibile salirla, con una croce così pesante poi”. Ma Luigi, testardo, di quella testardaggine che ha solamente chi sa di fare una cosa grande, incominciò una sistematica esplorazione delle pareti della Torre finché intuì la via di salita. Una friabilissima quinta di roccia appoggiata alla parete che portava quasi alle ultime rocce della torre.

La salita non fu facile ma con l’abilità di Luigi e la determinazione del padre di Karl, i due riuscirono, in coppia, ad issare la croce sull’ultima roccia della “Torcia”. Quella croce alta e visibile da ogni parte, divenne il simbolo e l’orgoglio di tutta la valle e quindi doveva anch’essa, nel mese di giugno, festa del Sacro Cuore, essere illuminata con il fuoco, come da centinaia di anni i giovani del posto facevano su tutte le cime della valle. I due parroci, quello del paese di Karl e quello del paese di Bruno, cui spettava l’organizzazione dei fuochi, furono subito d’accordo sulla scelta. Serviva un ragazzo forte, calmo e deciso e Karl ebbe l’incarico. Per Bruno fu un duro colpo, si sentì tradito; cercò di far sentire le sue ragioni, ma lui non era forte come Karl e in più era troppo impulsivo, no, non era il tipo adatto.

Da quel giorno, con dolore di Karl, Bruno non volle più incontrarlo e si ruppe così di fatto una lunga amicizia.

Un colpo di vento gelido riporta Bruno alla realtà con la fronte appoggiata al fucile e gli occhi umidi dai ricordi. Questa notte è   la notte dei fuochi, la notte del Sacro Cuore, ma nessuno è salito sulle cime delle montagne ad accendere quel segno di fede che da sempre, per secoli, non ha mai conosciuto interruzioni. “No, non può essere così” pensa, “almeno un fuoco, uno solo, in questa   notte deve essere acceso”. Bruno sa che è molto pericoloso abbandonare il posto di sentinella, la punizione se viene scoperto è la fucilazione e sa anche che in ogni punto dove la sua figura sarà illuminata dalla luce della luna, sarà sotto il tiro di infallibili cecchini. Ma sentì di dover andare. Un fuoco, un solo fuoco, ma deve essere acceso. La decisione è presa e la mèta è la cima più bella, più difficile, quella vista in tutta la valle, di qua e di là del confine: la Torcia. Sì, è vero, lui lì non era mai salito, sapeva del pericolo dato dalla friabilità della “quinta rocciosa”, ma suo padre gli aveva raccontato della salita, decine di volte, tanto che gli pareva di conoscere ogni segreto. Furtivamente esce dalla trincea e badando a non fare il minimo rumore incomincia a salire  verso la base della parete. In meno di un’ora è all’attacco della quinta rocciosa, qui abbandona il fucile e comincia l’arrampicata che subito si rivela molto più difficile di quel che pensava. Le scarpe chiodate scivolano sulle pareti ancora bagnate dal temporale, le mani incominciano a sanguinare per la ricerca al buio degli appigli, che il più delle volte si sgretolano nelle sue mani. La paura di cadere si trasforma quasi in terrore ma nel suo animo non c’è un momento di titubanza o di ripensamento: “Il fuoco dev’essere acceso, uno solo su una cima sola, ma non si può venire meno ad un impegno morale che per generazioni, i giovani della valle hanno assunto”.

Quasi per incanto Bruno esce dall’oscuro cammino di roccia marcia e bagnata, il più è fatto, ora è solo una salita su roccia solida e sicuramente più facile. A pochi metri dalla croce si ferma per preparare il necessario per il fuoco. È allora che si accorge di non essere solo, pochi metri sopra, alla base della croce, una sagoma scura sta armeggiando intorno a qualcosa. Con smarrimento nota l’inconfondibile berretto con piumino del nemico. Lentamente, senza far rumore Bruno estrae la baionetta. La lama riflette il suo bagliore di morte sul suo viso, la fronte è bagnata di sudore freddo. I suoi lineamenti sono duri, feroci, non è più il giovane che prima lottava con la montagna per un nobile ideale, si è trasformato nel soldato creato e voluto dai padroni della guerra. Con attenzione sale gli ultimi metri che lo separano dalla cima e con ultimo salto si avvinghia al nemico per vibrargli la pugnalata. Ma il nemico non è sprovveduto, anzi dimostra una vigoria, una forza che Bruno non si aspettava. Con pugni, morsi, i due rotolano pericolosamente sul piccolo ripiano della cima, il vuoto tutto attorno sembra aspettarli per inghiottirli entrambi. Improvvisamente, Bruno si trova un braccio libero e alza la baionetta per vibrare il colpo mortale. Il suo sguardo di odio improvvisamente incrocia lo sguardo del Cristo in croce, uno sguardo triste, pare sentire l’odio di migliaia di uomini che hanno dimenticato l’amore dei suoi insegnamenti. Quel momento di smarrimento bastò a rallentare l’azione di Bruno. La luna sembrava voler entrare da protagonista della storia che si stava consumando in quel piccolo ballatoio rischiarando la scena in modo irreale, illuminando per qualche istante il volto del nemico.

“Karl, Karl tu qui?”.

“Bruno ... , Bruno amico mio che ci fai quassù?”.

“Dio mio, cosa stavo per fare, perdonami, volevo accendere il fuoco per il Sacro Cuore e invece ero pronto a commettere il più atroce dei crimini ... perdonami se puoi”.

Karl con voce calma tranquillizza l’amico e gli spiega che anche lui non poteva permettere che quella notte nessun fuoco fosse acceso su quei monti contesi. Anche lui aveva avuto la stessa idea, aveva scelto la montagna più bella e difficile, quella montagna che anni prima aveva visto protagonisti, nell’impresa sportiva e nella fede, i loro genitori. Cosa poteva esserci di più grande, di più bello in quei momenti di guerra che due amici, anche con divise diverse, accendere assieme quel fuoco.

Con mano ferma Bruno accende uno stoppino. È felice... anche a lui è stato concesso questo privilegio... lo ha desiderato tanto fino al punto di aver litigato con l’amico più caro. In quel momento, dalla valle si sente un secco ta... pum... gli occhi radiosi di Bruno rimangono per un attimo fissi, sorpresi, poi si accascia in ginocchio... ”Bruno i cecchini” e un altro ta... pum dall’altra parte del confine e anche Karl si ritrova moribondo a terra.

Karl sente che la vita gli sta scivolando via, non è terrorizzato, la guerra lo ha preparato inconsciamente a quel momento. In pochi secondi passa veloce tutta la sua vita, la mamma, il papà, gli amici, il campo di segale e tanti altri ricordi, anche i più banali.

Sente la mano di Bruno che cerca la sua, la vede, capisce il suo desiderio e con sforzo tremendo afferra la mano dell’amico che tiene ancora ben stretto fra le dita lo stoppino acceso e lo avvicina al piccolo catasto di legno e stracci intrisi di petrolio che aveva preparato. La fiamma si alza alta, brillante, mentre i due amici abbracciati chiudono gli occhi per sempre.

E in quel momento accade una cosa straordinaria, miracolosa. I soldati, di qua e di là del confine vedono la luce, capiscono, sono tutti ragazzi delle vallate alpine e sanno cosa significa quella fiamma. Sì, sono tutti d’accordo, in questa notte non si sparerà, non ci sarà odio, non ci sarà morte.

Karl e Bruno nei giorni seguenti vennero recuperati con fatica da una squadra di esperti rocciatori dei due eserciti e vennero sepolti con gli onori nei rispettivi cimiteri.

Ancora quell’anno la quinta rocciosa della “Torcia” crollò rendendo impossibile la salita e nessuno riuscì più a scalarla per accendere il fuoco ai piedi della Croce.

Ora da quei fatti sono passati molti anni ma sempre, nella notte del Sacro Cuore la gente vede accendersi misteriosamente una luce sulla montagna più difficile e bella, “la Torcia”. Tutti danno delle spiegazioni fantastiche su come possa succedere, ma i vecchi, quelli che hanno vissuto quella notte di tanti anni prima sanno che quella fiamma è la fiamma della forza dell’amore, della fede. E solo l’aquila che volteggia alta intorno a quel picco, ora inaccessibile, vede che il volto del Cristo in Croce, scolpito dal padre di Karl, non è più così addolorato e triste.

 

   

 

ANNA

 

di Mario Francesconi

 

 

C’era una volta una bambina che si chiamava Anna, viveva con il suo papà in una piccola casa posta nel mezzo di un folto bosco alle pendice di alte montagne. Purtroppo la sua mamma, dopo una lunga malattia era volata in cielo, ed il papà, chiuso nel dolore, si era isolato lontano dalla gente.

La bambina cresceva serena, perché aveva un papà premuroso, nonostante fosse molto impegnato nel suo lavoro di boscaiolo, duro e difficile. Infatti, al termine di ogni giornata, il papà si occupava di lei e di tutti i problemi della casa. A sera tarda, trovava anche il tempo e la voglia di raccontare alla sua piccola delle fiabe per poi addormentarsi assieme, teneramente abbracciati.

Il tempo però trascorreva malinconicamente nel ricordo di una felicità vissuta.

Un giorno la piccola Anna fu chiamata dalla sua maestra. Le doveva dare una terribile notizia: il suo papà era stato vittima di un brutto incidente e ora si trovava in ospedale.

“Maestra, la prego, mi porti da lui!”, pregò con tale insistenza la bambina che l’insegnante esaudì quella richiesta.

“Dov’è il mio papà?”, chiese Anna ad una infermiera.

L’infermiera, preoccupata ed imbarazzata le rispose che in quel momento un bravo dottore si stava occupando di lui nella sala operatoria.

Allora la piccola si rese conto della gravità del momento e piangendo cominciò a pregare: “Mamma, mammina cara, aiuta il papà, non portarlo con te in Paradiso! Ora è mio, soltanto mio!”.

“Non preoccuparti piccola mia, avrai una vita meravigliosa!”, le sussurrò la mamma nel profondo del cuore.

L’operazione ebbe un esito felice, ma la convalescenza fu lunga. Anna non voleva staccarsi dal suo papà! Persino i dottori furono presi da un forte imbarazzo per la situazione e così decisero di lasciarla, almeno per la notte, accanto al padre.

La mamma che dal Paradiso poteva fare molto, dopo aver salvato il papà, andò ancora oltre: fece visita a Gesù e lo pregò di effondere il suo Spirito d’amore per far accadere qualcosa di meravigliosamente grande.

E chi ha fede, sa cosa succede quando Dio si occupa direttamente di qualcuno: un’infermiera si innamorò della bambina e poi, anche del papà.

 

Un giorno: “Ho diritto anch’io ad una mamma!”, disse la piccola al papà.

E la storia finì con il matrimonio del papà, un’altra splendida mamma per la piccola Anna, una nuova casetta in centro del paese e, tanta, tanta felicità.

Anna ora ha due mamme, una in terra e una in Paradiso!

 

   

 

SULLE MONTAGNE DELLA PLOSE

 

di Mario Moschini

 

 

In un maso vicino al paese di Luson viveva un ragazzo molto povero di nome Ivo. Da bambino era rimasto orfano dei genitori e per vivere aveva sempre fatto il pastore, portando le pecore ad alpeggiare nei pascoli più alti, sulle montagne della Plose. Lassù nessuno ci voleva andare, la gente del paese diceva che era poco redditizio, che si sprecava troppo tempo ad arrivarci e che era troppo faticoso.

Per Ivo invece era diverso, per lui il tempo non era un valore di scambio e quelle montagne erano  la sua vita e la sua seconda dimora.

Quando pioveva, si riparava in un anfratto ed osservava le nebbie salire dalla valle che, avvolgendo il crinale, assumevano forme dalle sembianze umane; quando c’era il sole, Ivo invece, saliva in alto, sulle cime sovrastanti i verdi e lussureggianti prati, si sedeva su un sasso e restava lì, ore ed ore, ad osservare l’orizzonte ed a parlare con il vento.

“Vorrei poter volare in alto, oltre le nuvole, oltre il tempo ed oltre lo spazio”. Aggiungeva: “Vorrei essere come te, Vento, conoscere i segreti del cielo e della terra e come te godere dei favori della Signora delle Montagne e delle Rocce, ed un giorno abitare la sua casa. Ti prego vento, portami da lei o, almeno a lei sussurra la mia voce e i miei pensieri”.

E la voce di Ivo viaggiò di valle in valle, di vetta in vetta, trasportata come un’eco dal vento per giungere, infine, nella casa della bellissima Hilde, la Signora delle Montagne e delle Rocce. Hilde si commosse a tal punto da partire subito alla volta di Ivo e quando lo raggiunse lo trovò ancora lì, seduto sul suo sasso, si abbracciarono forte forte, poi lei lo prese tra le sue ali e lo portò via con sé.

La gente del paese, non vedendolo tornare a casa già da alcuni giorni, lo cercò ovunque, trovò il suo gregge di pecore, ma di lui neppure una traccia, era sparito nel nulla, e dopo un po’ tutti se ne dimenticarono.

Ivo andò così ad abitare la casa della Signora delle Montagne e delle Rocce, una casa grande, soleggiata e luminosa, dove ogni cosa era possibile, non esisteva il tempo e tutto aveva il sapore di un sogno senza fine.

Dopo qualche tempo però, Ivo cominciò a soffrire di nostalgia. Avrebbe voluto una sola volta ancora rivedere le sue pecore, la sua casa e si... anche i suoi pascoli. Hilde se ne accorse e diede così al suo caro amico l’opportunità di ritornare.

Fu così che Ivo un giorno partì, scese al suo paesello e chiese a tutte le persone che incontrava se si ricordassero di lui, del suo gregge e del suo peregrinare sui monti. Nessuno, purtroppo, lo conosceva. Solo una vecchietta, ormai curva dall’età, si ricordava che quando era piccina il nonno raccontava spesso la leggenda di un giovane pastore sparito sulle montagne della Plose mentre era al pascolo con le sue pecore.

In quel momento a Ivo vennero le lacrime agli occhi, non si sa se per la gioia o per la tristezza di avere sentito quelle parole, salutò cordialmente la vecchietta e corse via, per prati e per boschi, e capì che doveva ritornare sulle vette del cielo, dove la dolce Signora delle Montagne e delle Rocce lo stava aspettando.

Qualcuno lo vide poi, silenzioso e solitario, salire quelle montagne che per anni furono suo rifugio e suo regno indiscusso e da quel giorno scomparve per sempre e di lui non si seppe più nulla.

 

   

 

IN CIMA AL CAMPANILE BASSO

 

di Franco Nicolini

 

Sono in cima al Campanile Basso, forse per la centesima volta, mi guardo attorno. L’emozione è sempre forte come la prima volta, il paesaggio è incantevole, mi sembra di toccare il cielo, quassù mi prende quella sensazione di onnipotenza. Uno strattone della corda mi fa ritornare alla realtà, oggi, appeso alla mia corda, ho un cliente speciale: mia figlia Elena di nove anni.

La vedo afferrare con le sue piccole mani gli ultimi appigli e poi spuntare dal vuoto, ci guardiamo senza parlare, le parole qui sono inutili, i suoi grandi occhioni azzurri sprizzano di felicità.

Ci abbracciamo, ci diamo la mano, come i veri alpinisti; mentre Elena mi sommerge con un fiume di parole irrefrenabili, mi sento soffocare da una grande emozione. Oggi ho realizzato il più grande sogno di mia figlia: salire con me sul Campanile Basso. Finalmente posso condividere con qualcuno dei miei cari l’emozione e la felicità di raggiungere una vetta, quella sensazione che infinite volte avevo provato, ma che non era mai stata così completa perché mi sentivo un po’ egoista nel non poter unire questa euforia con le persone che più amavo.

 

Una bellissima giornata di fine settembre, quelle giornate in cui il cielo è azzurro, di un azzurro intenso e l’aria frizzantina. Dopo una notte trascorsa al Rifugio Pedrotti, io e Elena, partiamo di buonora. Siamo equipaggiati a puntino: corde, imbragature, scarpette per l’arrampicata, casco ed uno zaino carico di entusiasmo.

Percorso un tratto della via ferrata delle Bocchette, finalmente siamo all’attacco della Via normale al Campanile Basso. Guardo Elena, il suo visino spensierato e carico d’entusiasmo s’è velato di un po’ di preoccupazione. Volge il suo sguardo in alto, come stesse contemplando qualcosa di mistico, e nello stesso tempo qualcosa d’irraggiungibile. Provo una sensazione di tenerezza nel vedere la mia piccola ai piedi di questo imponente bastione.

Ci imbraghiamo e infiliamo le scarpette. Controllo e ricontrollo i nodi: non mi é mai successo di essere così apprensivo, ma oggi, ho un cliente speciale. Interrogo Elena per cogliere un eventuale ripensamento: nessuno, lei è decisa, desiderosa di realizzare il suo sogno: portare a termine quel desiderio che da parecchio tempo l’accompagna.

Iniziamo la salita.

La vedo salire bene, decisa: il vuoto si fa sempre più alto, la guardo in faccia, cerco di scrutare le sue emozioni, l’unica mia paura è quella che l’altezza le crei qualche paura. Arrampicare in montagna è ben diverso dell’arrampicare in palestra, come lei è abituata. L’imponenza della montagna, la lunghezza dell’arrampicata, la temperatura non di certo mite, possono provocare delle vere e proprie paralisi, delle vere e proprie paure.

Elena invece reagisce bene, penso fra me e me “forse è incoscienza tipica dei bambini”. Raggiunta la famosa cengia dello stradone provinciale, controllo e ricontrollo i nodi e l’imbragatura. Dopo un attimo di pausa iniziamo ad arrampicare in una zona d’ombra.

Qui fa freddo davvero! Chiedo a Elena se vuole continuare e lei per tutta risposta incomincia ad arrampicare più velocemente. Raggiunta la parete Ampferer, la piccola ha qualche problema: le mani sono gelatissime ed incominciano a farle male. Con calma la riscaldo e poi via di nuovo verso la vetta. Finalmente dopo circa tre ore d’arrampicata raggiungiamo l’ambita cima. Le parole non possono descrivere la gioia d’entrambi.

Riprendiamo fiato e dopo un lungo abbraccio ci dirigiamo alle campane che troneggiano sulla cima. Elena è euforica, le suona e le risuona alla fine l’eco metallico rimbomba in tutta la valle creando un vero caos. M’avvicino e con molta pazienza le spiego che non è giusto fare tutto quel chiasso e che qui in cima al “Basso” è come essere in chiesa e quindi bisogna rispettare il silenzio di questa cima. Lei, un po’ rammaricata capisce.

Quindi, prendo il libro di vetta e lei con molto orgoglio lo firma, lasciando un segno tangibile della sua esperienza sul Campanile Basso. Parliamo. Le racconto la storia dei primi salitori, le racconto delle numerose leggende che sono nate al riguardo e lei mi ascolta assorta interrompendomi, ogni tanto, per pormi delle domande.

Sono certo solo di come questo magico momento che ci ha legati, niente e nessuno potrà mai rovinarlo, sarà e resterà sempre un qualcosa di meraviglioso che ci porteremo ovunque con noi e che ha rafforzato il nostro amore e il nostro legame.

 

 

 

IL CASTORO KRUNCI KRUNCI

 

di Maurizio Perottoni

 

 

C’era una volta sulle montagne della grande e sterminata Russia una foresta bellissima che apparteneva ad un nobile e ricchissimo signore. Questa era così ampia da abbracciare la più grande vallata della Regione spingendosi fin sotto la Montagna Bianca. La foresta era piena di alberi di ogni sorta svettanti verso il cielo e, di tanto in tanto, vi si trovava un verde prato cosparso da così tanti fiori colorati e profumati da far “ubriacare” le api da quanto dovevano correre avanti e indietro per raccogliere il nettare.

Il luogo era così tranquillo e silenzioso da rendere felici tutti gli animali ed erano consapevoli della fortuna di poter abitare in quel posto e nessuno voleva allontanarsi di lì.

All’improvviso un fischio acuto risvegliò i pensieri di uno scoiattolo, Ciusky era il suo nome, questi alzò gli occhi e vide Ghiù il falco che roteava alto nel cielo. Con un balzo Ciusky saltò su un larice, attraversò i rami, saltò di nuovo e si ritrovò così ad un passo dal suo nido; da lassù vide come Ghiù stesse “puntando” una preda. L’esperienza gli consigliava che in quelle occasioni non era il caso di andare a curiosare, anche se aveva intuito che la preda in quella occasione non era lui. Ne ebbe la certezza quando vide il falco, strette le ali al petto, lanciarsi in una folle picchiata verso il fiume.

Ciusky colse l’attimo in cui Ghiù, con i suoi potenti artigli, sfiorò la coda di chi velocemente si era tuffato nelle acque limpide del fiume fra i grossi massi. Questa abile mossa  costrinse il falco ad una veloce virata.

Lo scoiattolo seguì Ghiù con lo sguardo e vedendolo dirigersi verso la grande Montagna Bianca, decise di conoscere chi fortunosamente si era salvato da quei micidiali artigli.

Ciusky cominciò a scrutare il fiume alla ricerca del nuovo venuto ma vide solo il luccichio argentato di qualche pesce. Stanco di cercare sotto quel sole che riscaldava così tanto... il piccolo    scoiattolo si adagiò comodamente sulla riva del fiume e si addormentò come se volesse riprendere tutte le energie rubategli dal grande freddo nelle lunghe notti invernali.

Di colpo uno spruzzo d’acqua lo svegliò proprio mentre sognava un sacco di nocciole da mangiare; balzò in piedi e vide una testolina tutta arruffata con due occhioni neri che lo fissavano. Ciusky stava per chiedere chi fosse quando vide due dentoni gialli spuntare dalla bocca aperta in un grosso sorriso; subito si accorse di quanto fosse chiacchierone quel suo nuovo amico.

Era un castoro di un’antica dinastia di roditori provenienti da Voronez, la regione più ricca della Prussia; dal nonno aveva ereditato il nome  Krunci Krunci! Pochi giorni prima aveva lasciato la sua famiglia per mettersi alla ricerca di un bel fiume dove poter costruire una nuova diga da condividere con la sua dolce Liù.

Krunci Krunci era tutto preso dalla costruzione della sua diga che procedeva con ritmo frenetico di giorno in giorno, anzi, di notte in notte.

 

 

Michail il guardacaccia

 

Arrivò un pomeriggio piovoso, Michail, il guardacaccia, cominciò subito il suo giro d’ispezione risalendo lungo il corso del torrente fin sotto la Grande Montagna. Solo, verso sera Ciusky lo vide rientrare alla capanna molto stanco e pensieroso, infine lo osservò sistemare le sue cose con premura come se dovesse partire in fretta. E così fu. La cosa lo preoccupò perché non era mai successo che il guardacaccia tornasse indietro così in fretta. Il nostro Ciusky corse ad avvisare il castoro che però non si mostrò preoccupato e questa indifferenza verso il guardacaccia lo fece arrabbiare ancor di più.

Lo stesso giorno Michail arrivò in città, raggiunse il palazzo del suo padrone il grande Serghiei Ivan Ivanovic Komarosky principe di Voronez e di Mordovia che lo fece entrare subito. 

 Nello studio privato, dietro alla scrivania, stava il principe Serghiei che con le mani incrociate osservava l’impacciato arrivo del guardacaccia. Questi dopo un rispettoso inchino ed un riverente saluto disse:

 

“O signor di Komarosky

un castoro sta mangiando

i vostri boschi,

con dei rami e dei tronchi

ha fermato il torrente,

e ha allagato tutti i prati”.

 

Il principe Serghiei dopo aver ascoltato il resoconto del suo fidato guardacaccia capì subito che erano stati tagliati molti alberi senza il suo permesso. La cosa era assai grave, se avesse lasciato correre non sarebbe stato più l’unico padrone di quella foresta. Guardò dritto negli occhi Michail e gli disse:

 

“Vai, torna nella valle

e del castoro Krunci Krunci,

voglio avere qui la pelle”.

 

Ignaro di quello che gli stava accadendo Krunci Krunci nel frattempo era andato a prendere l’amata castorina per portarla nella nuova tana. Quando il guardacaccia arrivò alla capanna, accese il fuoco, sistemò il suo sacco con le provviste e partì subito, prima di notte, per una nuova ispezione. Quella sera non vide il castoro e così per i tre giorni successivi.

Quando lo scoiattolo vide Krunci Krunci appena arrivato alla diga con Liù la sua compagna, si precipitò per metterlo al corrente del ritorno improvviso del guardacaccia e di come si stesse aggirando attorno alla diga per catturarlo.

Il castoro non era il tipo da farsi intimidire dalle paure dello scoiattolo, anzi sfoderando il suo solito sorriso cercò di tranquillizzarlo. Ma lo scoiattolo continuava ad agitarsi sempre di più e dimenava la coda come fosse un ramo di pino sbattuto dal vento. I due animali stavano discutendo animatamente sui rami della diga quando videro uscire dalla capanna il guardacaccia e dirigersi verso di loro. Allora Ciusky con tre balzi fu ai piedi del pioppo e piantando le sue unghie nella corteccia tenera guadagnò rapidamente la cima, saltò fra i rami del larice e in un attimo sparì nel proprio “nido” con il cuore che batteva più forte di Tikitoc, il picchio nero. Krunci Krunci non era di sicuro agitato ma tuttavia riteneva buona cosa battersela a gambe, e fare ritorno alla sua tana dalla piccola Liù.

Da quel momento per lui iniziarono i guai.

Il guardacaccia cominciò col rompere una parte della diga per far uscire l’acqua in modo da raggiungere la tana del castoro posta su di un rialzo nel mezzo del laghetto. Tuttavia, quando la raggiunse la trovò vuota perché i castori erano scappati. Ma di notte, quando il guardacaccia dormiva, i castori lavoravano: Liù tagliava i rami, Krunci Krunci ricostruiva la diga. Questo distruggere e ricostruire andò avanti per alcuni giorni fino a quando Michail arrivò con una gabbia di ferro  che sistemò  proprio vicino al punto dove aveva rotto la diga per fare defluire l’acqua. Krunci Krunci questa volta non riuscì a chiudere il foro perché aveva paura di finire in quella trappola micidiale. Al mattino il guardacaccia, immerso nel lago fino al collo per controllare la rete, la trovò vuota e mentre la ispezionava, il furbo castoro nascostosi fra i rami sott’acqua, balzò fuori di colpo e gli morsicò un orecchio.

Il cosacco Michail si sentì ferito nell’onore quindi decise di passare alle maniere forti e corse a prendere il fucile.

Per la prima volta in vita sua lo scoiattolo sentì il tuono del Lungo Corno e ne rimase veramente impaurito anche perché quel giorno risuonò molte volte e si persuase che il suo amico era stato ucciso. Corse alla  capanna per vedere un’ultima volta il corpo di Krunci Krunci. Con grande sorpresa, quando arrivò alla capanna, vide tutto chiuso, sicuramente il guardacaccia era partito durante la notte e non c’era traccia dell’amico.

Michail il cosacco per la seconda volta in vita sua doveva andare a parlare al suo signore e, ancora una volta, si sentiva tremare come una foglia. Venne ammesso alla presenza del principe, chinò subito la testa e disse:

 

“Komarosky mio signore

il castoro Krunci Krunci

ha ferito il mio onore.

 

Molte volte l’ho cacciato

molte volte m’è sfuggito

un orecchio m’ha addentato”.

 

 

La piccola Tatiana

 

Non aveva ancora finito di parlare quando una risata cristallina lo raggiunse. Alzò gli occhi e vide come a fianco del suo padrone ci fosse una bambina e comprese  che il suo racconto l’aveva messa di buon umore. Se per il principe quella faccenda era una questione di potere sulle sue proprietà per la bambina, invece, era un gioco. Un divertimento al quale non aveva mai giocato  per questo era incuriosita fino al punto da voler vedere di persona il castoro Krunci Krunci e il luogo dove viveva. Suo padre si mostrò contrariato per tale richiesta ma l’insistenza della piccola lo lasciò dubbioso. Il principe Komarosky mandò a casa il fido Michail dicendogli che lo avrebbe informato sul da farsi.

Qualche giorno dopo mentre  il guardacaccia stava spaccando la legna vide il principe venirgli incontro e gli confessò di come avesse acconsentito alle insistenti richieste della figlia. Però voleva essere sicuro che non gli sarebbe capitato nulla visto che non poteva essere seguita dalla servitù come lo era a palazzo. Michail voleva inginocchiarsi per fargli capire quale e quanta fosse la sua devozione. Serghiei, lo trattenne e gli fece capire  che doveva trattarla come se fosse sua figlia.

Il cosacco chiese solamente di poter portare con sé i suoi figli Igor e Jalina visto che tutti e tre avevano più o meno la stessa età.

Dall’ultima volta che Michail era stato alla capanna era trascorso più di un mese ed ora era piena estate. Nel frattempo il castoro aveva ricostruito la diga e il laghetto si era nuovamente riempito d’acqua.

 Quando la piccola carovana giunse nei pressi della capanna, con grande sorpresa, rimasero tutti a bocca aperta nel vedere quel piccolo giardino naturale: il laghetto pieno di ninfee fiorite e tutto intorno un prato con l’erba alta e così folta. I ragazzi, tutti assieme, vi si precipitarono dentro come fosse un mare.

La capanna era un po’ stretta per cinque persone; s’era, infatti, fermata lì anche la moglie del guardacaccia per poter cucinare  e mettere un po’ di ordine. I ragazzi erano felicissimi perché potevano dormire tutti e tre assieme in un grande lettone nonché giocare e saltare a loro piacimento su quel giaciglio. Forse il principe Serghiei non sarebbe stato del tutto d’accordo di quel loro modo di fare contrario ad ogni etichetta. Ma papà Serghiei fortunatamente era lontano. Ogni tanto arrivava alla capanna un suo servo con delle provviste, e, naturalmente, tornava indietro sempre  con buone notizie.

L’estate trascorse veloce e quando le giornate cominciarono ad accorciarsi, la piccola comitiva a malincuore  dovette prepararsi per fare ritorno a casa. I ragazzi avrebbero dovuto ritornare a scuola e Tatiana era attesa da educatrici, noiose, vecchie e antipatiche. Prima di partire i ragazzi giurarono però di ritornare alla capanna l’anno seguente tutti assieme.

Come per l’andata anche nel ritorno s’era formata una carovana per portare i bagagli di Tatiana ora appesantiti da sassolini  colorati raccolti nel fiume, da piccoli oggetti intagliati nella corteccia, dalle corna di un capriolo trovate nel bosco, da una lunga piuma d’aquila e da tantissimi fiorellini secchi. Tatiana oltre a tutto ciò aveva anche un bagaglio che sicuramente non avrebbe mai più dimenticato: la gioia di aver vissuto  con degli amici veri, in mezzo alla natura.

A palazzo tutti aspettavano con ansia la piccola Tatiana e quando i genitori la notarono rimasero a bocca aperta  nel vederla così cambiata, così colorita in volto e piena di vivacità. Rimasero senza parole da tanta era la loro curiosità e la felicità nell’ascoltarla.

Il principe Serghiei voleva ringraziare il suo fedele guardacaccia ma Tatiana non la smetteva di parlare, di saltare dalla gioia, di raccontare le sue avventure e ad un certo momento, la piccola si mise le mani sui fianchi, allargò le gambe com’era solito fare il cosacco Michail e con voce fonda disse:

 

“O signor di Komarosky

il castoro Krunci Krunci

fa più belli i vostri boschi

 

ha formato un laghetto

tutto pieno di ninfee

con un piccolo difetto

 

è lontano ma però

studierò te lo prometto

e un altr’anno tornerò”.

 

 

 

   

 

IL SOLE E LA NOTTE

 

di Roberto Pezza

 

   

Era ancora notte quando Giano si svegliò e si alzò dal letto pronto per la partenza. Dove andava a quell’ora? La mèta era la scalata al monte “Kamanghem” il più alto della regione, nel Gruppo Dolomitico “Secèl”. La sera precedente aveva preparato tutto l’occorrente per la scalata in ogni più piccolo dettaglio, cosicché bastava solo partire. Dopo un breve viaggio, arrivò alla base del monte ed armatosi a tutto punto si apprestò a scalarlo. All’inizio era abbastanza facile ed agevole percorrere il sentiero tra il bosco. “Una passeggiata”, pensò lui, anche se non si vedeva bene perché era ancora buio. Dopo aver camminato un bel po’ ecco che il “Kamanghem” gli apparve come d’incanto davanti agli occhi in tutta la sua maestosità.

Il cielo iniziava ora a schiarirsi e Giano agguantò i primi spuntoni di roccia iniziando così l’ascesa; mano a mano che saliva, la roccia si colorava di rosso come se il pennello del Grande Pittore vi si posasse sopra delicatamente: stava albeggiando!

Dopo aver attraversato i passaggi più difficili la mèta si faceva sempre più vicina; ancora due “tiri” e Giano arrivò sulla cima, stanco ma felice. Si sedette e contemplò da lassù tutta la valle avvolta ancora nella semioscurità e le altre montagne tutt’intorno che sembravano fungessero da cornice alla stessa.

Il sole fece capolino tra le vette che stavano di fronte, un raggio di sole penetrò negli occhi del nostro scalatore lasciandolo stupito ed affascinato, quasi fosse la prima volta che gli capitasse. Ammirò lo spettacolo della natura che ogni giorno si perpetuava sin dalla notte dei tempi: la nascita del sole!

Alla fine Giano si sdraiò e si lasciò vincere dalla stanchezza e cadde in un sonno profondo. Quando il sole si trovò allo zenith, si svegliò e vide da lassù, tutto il mondo sottostante illuminato dall’astro così da rinnovargli lo stupore di così tanta bellezza. La luce era intensa, penetrava tutto il suo essere e ciò lo rendeva felice. Fece, quindi, un frugale pasto e si riappisolò per risvegliarsi più tardi, quando il sole stava tramontando. Osservò a lungo la magica palla di fuoco scendere poco a poco, sempre più fino a scomparire dietro l’orizzonte.

Era l’ora, per lui, di scendere dalla vetta del monte. Si affrettò in modo che il tutto avvenisse abbastanza velocemente e senza intoppi. Arrivò a casa che l’oscurità della notte già avvolgeva la città. S’infilò dritto a letto, stanco ma molto sereno.

 

D’un tratto suonò la sveglia e sobbalzando dal letto, assonnato come non mai, si stropicciò gli occhi avendo ben chiara l’impressione di essersi coricato un attimo prima. Stentò, quindi a credere, di aver dormito così poco, ma un po’ alla volta prese coscienza e si rese conto che quella bellissima esperienza in montagna altro non era stato che un sogno, un bellissimo sogno; ma lui era contento lo stesso.

Quando Giano uscì dalla camera non s’accorse che in fondo al suo letto c’erano gli scarponi inzaccherati di terriccio e tra i lacci vi erano, dei fili di erba fresca!

 

 

   

 

SALLY E LA NUVOLA MISTERIOSA

 

di Gianni Potrich

 

 

Ci troviamo in un piccolo paese della Finlandia, la terra del gelo, così vicina al Polo Artico, una massa eterna di ghiaccio che galleggia sospinta dalle onde dell’Oceano, dove vivono pinguini, elefanti marini, orsi bianchi; un freddo vento che spazza via la polvere della neve sollevandola in alto con un fischio forte e continuo.

In questa regione poche sono le città, i paesini che vi stanno intorno sono rannicchiati su se stessi per cercare quel caldo che non c’è ma che si respira gioiosamente tra le famiglie. I bambini giocano con le mani, costruiscono pupazzi, educano i loro cani da slitta ad essere sempre ubbidienti e fedeli, si ritrovano poi tutti nel pomeriggio inoltrato per assaporare un biscotto di mandorle e una tazza di tè in una casa adibita solo per loro: un grande atrio con un calcetto, un tavolo da ping-pong e tanta allegria che allieta le loro brevi giornate. Il sole qui non è quella massa di fuoco che colpisce la natura facendola germogliare di profumi, di rumori, di cavallette o di grilli saltellanti qua e là richiamando con i loro versi, una stagione nuova. Eterni nuvoloni schiacciano il cielo, lo riempiono di grigio, di buio, le nevicate, infine, sommergono i tetti delle case, tutto il paesaggio vive di bianco, quel colore puro e chiaro che nel riflesso della luna diventa bellezza. In uno di questi villaggi abita la famiglia Kowac, il papà è sulla trentina, descriverlo è buffo: due baffi lunghi coprono le labbra, indossa una camicia a scacchi rosso-nera e un paio di scarponi che spaventerebbe chiunque per il rumore fermo e secco del carrarmato. Lavora presso una pompa di benzina con l’hobby sfrenato per la pesca, passione ereditata dal nonno.

La moglie, fa la casalinga di professione, intenta a pulire, a stirare, a creare nuovi dolci per metterli in tavola la domenica, giorno in cui tutto si ferma per lasciare spazio al riposo e alla tranquillità. Ed infine Sally, la figlia di cinque anni, i cui folti capelli biondi riempiono un faccino esile dominato da due grossi occhioni che dicono tutto: spontaneità, bontà, voglia di imitare i più grandi: “Anch’io voglio fare! Anch’io anch’io...”, erano queste le sue frasi preferite. Sally si dimostrava servizievole; aiutava la mamma come poteva, riordinando i giochi, dando alla casa vivacità, movimento, passione. Ebbene in un edificio piccolo  in legno disposto su due piani, la cameretta di Sally si presentava così: il letto posto al centro della stanza in cui tutto intorno giganteggiavano enormi fiori giallo-rosa che papà aveva disegnato con gessetti colorati in preparazione dell’evento più importante: la nascita, appunto, della figlia, così desiderata, così voluta, così tanto attesa. Da un lato sulla sinistra, un armadio e più in su una mensola su cui poggiavano due bambole variopinte: una di pezza a cui la bambina era particolarmente affezionata e una di porcellana che presentava nel pancino una fessura, salvadanaio dove Sally riponeva i suoi risparmi per acquistare una cioccolata o una buona caramella al latte. Sulla destra, invece, una grande finestra si apriva a lucernario garantendo una vista invidiabile nel cielo e nel giardinetto antistante dove una piantina si ergeva rigida e retta fin nel suo busto. Quella camera era il luogo preferito della bambina, immersa nel gioco,  fantasticava,  sognava, prigioniera di sottili e pungenti monologhi in cui si racconta una storia, dove si è protagonisti principali di un evento: la dottoressa che “ascoltava” i polmoni della bambola, emulando le coccole e le premure della mamma, costruendo modelli in lego, architettura bizzarra di una mente che ama coinvolgere tutti i parenti nel suo progetto. Molti erano i giorni che Sally trascorreva in questo modo anche se non tralasciava di dare una sbirciatina fuori da quella finestra dove si svolgeva il mondo; vedeva le macchine passare, altri bimbi scorrazzare nella neve, osservava le luci del paese che creavano una atmosfera surreale, emozionante, inseguiva le ombre che come fantasmi pian piano avvolgevano il villaggio.

È chiaro che in un clima freddo la tristezza, la malinconia si impadroniscono del tuo cuore. Solo pioggia, temporali, bufere di vento e di neve si susseguivano con rapidità lasciando intendere come quel luogo fosse dimenticato da tutti per essere così odioso, bigio, cupo, oscuro. Tuttavia, Sally non si preoccupava di tutto ciò, scorazzava per la stanza con enormi calzini di lana che ne ricoprivano le caviglie mostrando un piede lungo come un treno ma così stabile per saltellare e arrampicarsi su e giù dal letto. Un giorno il tempo si fece così minaccioso che grosse nuvole cariche di acqua e di gelo si addensarono su quel paese. Sally era stesa sul suo letto, intenta a cercare quel sonno che ti rapisce per portarti in paesi lontani tra fate, boschi, bambi, fragole e corsi d’acqua, quando tutto d’un tratto un’enorme massa grigia si posò sopra quel lucernario. Improvvisamente, la piccina fu colta da paura e si coprì il volto con il lenzuolo ma una voce dolce e due occhi comparvero all’orizzonte. “Perché bambina hai paura di me?”. Non appartengo alla terra. Vivo nell’aria, sono spinta dal vento che spesso mi fa arrabbiare perché non mi lascia sola; litigo con le mie compagne che vogliono essere grandi e vanitose. Per questo motivo piango e le mie lacrime tu le senti sui tetti, sui rami, sulle strade.

Voglio essere amata non disprezzata in quanto vivo in questo modo; questo è il mondo che vedo dall’alto e che copro ma che dipingo con anelli uniti uno sull’altro in una catena bianca, veloce come il fumo di una pipa. “Voglio essere tua amica, presto tu ti avvicinerai al cielo, imiterai il volo degli uccelli, ti sentirai libera; io, come nuvola, invece, potrò unirmi alla terra, ascoltando i rumori, le sensazioni, le emozioni che percuotono e inseguono gli uomini. “Senti”, disse ancora la nuvola; suppongo che nella tua stanza sia tutto dorato: un paradiso di giocattoli ben ordinati, libri che raccontano di storie di animali, re e regine, montagne incantate. Ebbene questo non basta, occorre che tu ti spinga oltre, devi capire come un fiore nel prato, quando sorride fiorito, nasconde un grande mistero: la vita che scorre veloce, bisogna coglierla con il cuore, sentirla con l’anima. Hai mai sentito parlare  di amore, sussurrò la nuvola. Sally si interrogò velocemente e rispose: “Conosco il bene, riferito alla mamma cui voglio un gran bene”. Ancora, la nuvola, “Lo puoi misurare”: la piccina incominciò a distanziare i pollici delle mani, così, così, più grande, più grande ancora. Vedi bambina mia, il significato che ha questa parola, supera ogni cosa, supera me stessa. Innanzitutto ti insegnerò a scriverla. Verrò a salutarti spesso e dal lucernario getterò dei suoni, sta a te raccoglierli, disegnarli nella stanza.

Fu così che Sally e la nuvola divennero amiche fraterne, una aspettava l’altra. Incominciarono con la lettera “A”. Sally disse: “Sembra quasi che nell’eco diventi esclamazione, stupore, fascino, paura, sentimenti contrastanti in questa scaletta d’inchiostro.” “M”, continuò la nuvola: “sensazione del gusto, del palato, desiderio delicato e dolce”. “O”, “come bolla di sapone: un cerchio dove ognuno può metterci tutto“. “R”, “il verso delle rane saltellanti nello stagno”. “E”, “invito alla pausa: una lettera che chiama un’altra lettera”.

La piccina incominciò a riempire la camera di quei segni, ripetendoli all’infinito, usando per ciascuno, colori diversi, forme le più svariate. Accolto l’invito della nuvola, la bambina dai grandi occhi aveva incominciato ad apprendere una parola nuova, gigante, bella, luminosa. Un giorno la nuvola disse: “Ora è venuto il tempo che lasci spazio al sole, ai suoi raggi, al calore. Prima però voglio assicurarmi che questa parola diventi non solo tua ma di tutti. Chiama ogni cosa amore vedrai come tutto apparirà diverso: accarezza la natura non calpestarla, rispetta i tuoi amici, considerali con il loro sorriso ed entusiasmo”.

Sally salutò con tristezza la nuvola ma mai si scordò cosa le disse.

Oggi Sally moglie e madre guarda da quel lucernario con occhi nuovi, non cerca perché ha già trovato. Ascolta dentro di sé quella felicità che le fa allargare le braccia verso l’infinito e verso il mondo.

 

Con affetto a Maria e Marco.

 

 

 

 

 

IL PICCOLO SHERPA

 

di Mariano Rizzi

 

 

Nel lontano Nepal, ai piedi delle montagne più alte della terra, arrivavano da tanti Paesi, le prime spedizioni alpinistiche, si trattava di gruppi di scalatori tra i più forti del mondo e la loro mèta era quella di scalare “gli Ottomila” ancora inviolati. Per poterlo fare avevano però bisogno dell’aiuto di molte persone che trasportassero viveri e materiali il più in alto possibile: gli sherpa.

La vittoria sulla cima, avrebbe procurato agli uomini venuti da lontano sia fama che gloria; per gli sherpa invece era il solo modo per guadagnarsi da vivere! Quest’ultimi per giorni e giorni, dovevano trasportare carichi pesantissimi fino al campo base, mentre soltanto i più forti, i più coraggiosi si sarebbero spinti oltre, divenendo portatori d’alta quota. Brang era uno di questi, saliva e discendeva alle quote più alte delle vette, portandosi sulle spalle grandi pesi; a volte rischiando persino la vita. Sognava di raggiungere la cima di un “Ottomila” ma purtroppo da solo non poteva permettersi tutte le spese necessarie e durante le spedizioni non era pagato per farlo! Aveva un figlio di nome Tenzing che, seppur giovanissimo, lo accompagnava fino alla base delle montagne. Il ragazzo voleva emulare il padre, diventare uno sherpa come lui.

 

Un giorno, proprio al campo base dell’Everest, il padre salutò il suo ragazzo: “Figlio, aspettami, tornerò fra qualche giorno. Dovrò accompagnare Arthur, un alpinista forte e leale, forse... fino in vetta!”.

Il tempo però si mise al brutto: fulmini e tuoni illuminarono il cielo livido, un fortissimo vento di bufera spazzò le creste alzando la neve per decine e decine di metri in un vortice impressionante; infine, una coltre di nebbia impenetrabile s’impadronì di tutta la montagna.

Molti alpinisti riuscirono fortunatamente a ritornare indietro, meno che Arthur e il suo sherpa; erano stati visti per l’ultima volta ad un passo dalla cima.

 Stava per iniziare la stagione delle piogge, Tenzing preoccupato aspettava il padre.

Una sera ascoltò alcuni sherpa: “Purtroppo non c’è speranza, nessuno può resistere così a lungo nel mezzo di tanta bufera. Se il tempo non migliorerà, domani dovremo abbandonarli!”.

“No! No! Non è possibile! Papà, papà dove sei?”. Il ragazzo scoppiò in lacrime e nessuno riusciva a consolarlo. Allora un vecchio portatore: “Tenzing..., non devi piangere, tuo padre è un eroe, ha raggiunto la cima più alta del mondo, è volato oltre i suoi sogni, finalmente è felice!”.

“Everest maledetto! Ti odio!” gridò il ragazzo. E la montagna, udendo quel grido di dolore si scosse e si impietosì. Improvvisamente il vento cessò lasciando soltanto silenzio; la nebbia si diradò e l’ambiente attorno s’illuminò degli ultimi bagliori di un sole al tramonto.

La neve aveva cancellato ogni traccia, ogni forma di vita.

“Rassegnati piccolo sherpa, dovrai essere forte come tuo padre, lo farai per tua madre e i tuoi fratelli più piccoli”, gli sussurrò il vecchio sherpa, abbracciandolo. “Dovrai essere forte come tuo padre... dovrai essere forte come lui!”. Questa frase attraversò la mente di Tenzing.

La notte, quando tutto era immerso nel silenzio, il piccolo sherpa rubò un paio di scarpe con i ramponi, più grandi di alcuni numeri, zaino, corda, piccozza e una giacca a vento pesante. Sotto un manto di stelle, solo la luna si accorse di un ragazzo che saliva la montagna. Nello zaino portava viveri, alcune borracce di tè bollente e una scatola di medicine.

I molti pendii ghiacciati mettevano in pericolo la scalata di Tenzing, che proseguiva deciso, incurante delle insidie nascoste sotto i suoi piedi.

“Fammi salire fino a mio padre!”, pregava il ragazzo.

Quando nella notte cominciava a diffondersi la magia della luna, e tutto il paesaggio si lasciava sommergere dalla sua luce splendente, Tenzing ebbe la sensazione di udire qualcosa: “una voce? O... forse... il vento!”, pensò continuando a camminare...; all’improvviso inciampò in qualche cosa di strano, di metallico: “una piccozza?!” esclamò raccogliendo l’attrezzo.

Fermo, sul bordo di un largo crepaccio, si guardò attorno alla ricerca del padre: “Papà..., papà!” alcuni secondi e poi: “ Signor Arthur!!”.

D’improvviso: “Aiuto! Aiuto! Siamo quaggiù...”

Quando Tenzing vide il padre ancora vivo, lanciò un grido di gioia. “Papà! Papà!”.

“Presto! Presto! Tiraci su!”.

“Papà, ora ti butto la corda!”.

La situazione era drammatica! Brang e Arthur, caduti nel crepaccio durante la discesa dalla cima, si trovavano bloccati su un ponte di ghiaccio. Il fondo della spaccatura gli aveva protetti dalla bufera, ma già da un giorno erano senza viveri.

Dopo aver legato la corda alla piccozza, con grande fatica Tenzing liberò il padre dal fondo del crepaccio.

Brang abbracciò il figlio: “Ma... come hai fatto ad arrivare quassù e per di più da solo?”.

“Papà, ti voglio bene, tanto bene!”.

Poco dopo, muovendosi come un gatto, il ragazzo si calò nel crepaccio per aiutare Arthur, che, soltanto grazie all’aiuto dei suoi due sherpa riuscì a riguadagnare il bordo del baratro che per molte ore l’aveva inghiottito. Aveva una gamba rotta, le mani e i piedi congelati! 

Tenzing si trovò a mettere in pratica gli insegnamenti del padre in una realtà drammatica: curò i congelamenti di Arthur, con una piccozza ne immobilizzò la gamba rotta, infine con lo zaino e uno spezzone di corda costruì una specie di barella. Dopo essersi rifocillati con del tè e del cioccolato cominciarono a scendere.

 “Ragazzo mio, anche se riesco a muovermi, non sento più il piede! Dovrai aiutarmi a portare giù Arthur!”.

“Non preoccuparti papà, ho tanta forza! Ce la faremo!”.

 

I tre passarono il resto della notte impegnati nella discesa, alla prima luce dell’alba cominciarono a scorgere le tende del campo.

Il morale salì alle stelle: “Ce l’abbiamo fatta! Evviva, evviva!”, gridò Tenzing.

Il piccolo, “grande sherpa” aveva salvato il padre e il fortissimo Arthur da morte certa!

Ma la storia non finisce qui!

Arthur, uomo molto ricco e famoso, da quell’esperienza imparò come nessuna vetta avrebbe potuto eguagliare l’importanza di un atto d’amore. Si prodigò per migliorare la professione dello sherpa finanziando la costruzione di una scuola d’alpinismo; aiutò anche Brang e la sua famiglia ed infine si occupò del giovane Tenzing. L’esempio di straordinaria generosità del piccolo sherpa gli cambiò la vita, e, di conseguenza, quella di molte altre persone. Il ragazzo lasciò per un lungo periodo la sua terra. In Europa frequentò una scuola, imparò una lingua nuova e molte cose importanti. Con Arthur arrampicò sulle montagne più difficili. Infine ritornò tra la sua gente e scalò tanti, tanti “Ottomila”.

 

 

 

 

IL CEFALOPIDE

 

di Sergio Rosi

 

 

Ci sono fiabe la cui origine si perde nel tempo, ci sono storie che sembrano favole e poi ci sono storielle che un papà inventa per il suo bimbo!

 

 

C’è un posto sulle nostre montagne dove sorge un bel rifugio, vicino ad una cresta che guarda il sole, e sopra di lui, si erge una maestosa montagna. Essa è formata da imponenti creste rocciose che convergono verso la sua alta vetta. Tutt’intorno, il monte è cinto da ghiacciai eterni e grandi spazi aperti.

Dalla croce di vetta lo sguardo mira a centinaia di altre montagne, finché l’occhio può vedere.

Fin qui tutto sembra normale e, anche se bellissimo, tale paesaggio non presenta nulla di strano, ma se ci fermiamo al rifugio ogni tanto troviamo una vecchia guida alpina che racconta di quale strane specie animali sia popolata la zona.

Col viso scavato anche dal tempo, ma soprattutto dal sole dei ghiacciai, lo vediamo indicare, con la sua mano ancora ferma, ad un bambino affascinato, una “roccia montonata”.

Lo sapete cos’è? È una roccia levigata dai grandi ghiacciai che lì scendevano a valle nell’era glaciale e che ora sporge, liscia e tondeggiante, dalla scarsa copertura erbosa dell’alta montagna.

Ma cosa racconta quella vecchia guida a quel bambino tanto attento: “Quella roccia là, in verità non è una roccia vera, ma è la schiena di un Cefalopide!”.

E il bambino sempre più incuriosito gli chiede : “Un Cefaché?”.

Il vecchio guarda il giovane e con aria volutamente seria gli dice: “Il Cefalopide è un animale preistorico che rimane in letargo, sotto terra, per mille anni; in tutto questo tempo capita che la pioggia e il vento porti via un po’ di terra e così la sua schiena si scopre. Ma come vedi la sua pelle è simile alla roccia e così nessuno si accorge della sua presenza”.

Il bimbo sempre più incuriosito, ma anche un po’ impaurito gli domanda:  “Quand’è che si è svegliato l’ultima volta?”. L’uomo pensa, fa due conti con le dita e ...: “Bah, ero un uomo di mezza età ...”.

“Allora dovrà dormire ancora tantissimo!”, esclamò il bambino rassicurato.

“Bah, per la verità ....”. Ma non fece in tempo a rispondere perché il ragazzino lo incalzò con mille domande: “Lo hai visto veramente? Era feroce? E cosa mangiava? Com’era fatto?” ... “Calma, calma, una domanda per volta, altrimenti non posso risponderti! Sì, lo vidi veramente, era alto come una casa di venti piani, ma non era feroce ... Vidi la terra che si rompeva, quella che sembrava una roccia era la parte più alta della sua schiena e poi comparve nella sua interezza: sembrava un dinosauro di quelli erbivori con il collo lungo; non mi degnò di molte attenzioni e incominciò a brucare quel poco d’erba che si trovava fra i sassi. Poi scivolò nella penombra della sera verso valle, in direzione dei lussureggianti pascoli fino alle quote inferiori della montagna e non lo rividi più”.

“E adesso è lì?”.

“Sì, prima era là, dove c’è quella enorme buca, quell’avvallamento”.

“Ooooohhhh!!” esclamò il bambino strabiliato, ma come tutti i bambini moderni era sveglio e furbo, e chiese al vecchio: “Ma tu come fai a sapere che dorme per mille anni?”. Il vecchio guardò con tenerezza il viso del bimbo, sorrise e poi con la voce profonda e buona gli disse: “Lo so perché quando si svegliò per l’ultima volta ero un uomo di mezza età ma la volta prima ero un bambino come te!”.

Il bambino rimase a bocca aperta e incominciò ad osservare con attenzione la roccia montonata, mentre il grande vecchio si era alzato dal gradino del rifugio e saliva lento, ma regolare verso l’imponente montagna...

Mentre si allontanava gli gridò: “La prossima volta ti farò vedere gli Sgranzamaloxilente, ciao!”, e sparì sul ghiacciaio.

 

   

 

 

FELICELANDIA

 

di Laura Santuliana

 

 

In un piccolo angolo della Terra, lontano dalla civiltà di oggi, giaceva una foresta chiamata Felicelandia, popolata da ogni genere di animali. La foresta si trovava in una valle ricca di fiori variopinti e piante di ogni specie, una meravigliosa cascata con il suo lungo fiume attraversava come per incanto la vallata; tutt’intorno montagne maestose che dominavano l’infinito cielo.

La notte ormai era già inoltrata, tutti gli animali dormivano tranne Mupy, un cerbiatto dolce e simpatico che con mamma e papà tentava di addormentarsi, ma la curiosità di osservare le stelle non gli permetteva di chiudere occhio.

“Papi, perché ci sono così tante stelle in cielo?”, chiese Mupy.

“Perché è un disegno di Dio, ogni stella rappresenta un Angelo custode, vedi quella lassù così lucente e grande, è la tua, il tuo Angelo che ti aiuta e ti protegge”, rispose il padre.

A poco a poco Mupy si addormentò sereno, sognando la sua stella.

 

La mattina dopo la giornata era nuvolosa, Mupy e i suoi genitori andarono a passeggiare nella foresta alta, un posto dove non erano mai stati. Tutto ad un tratto sentirono uno sparo vicino. “Pum!”.

“Il cacciatore! Scappiamo!”, urlò papà cervo alla famiglia. Subito sbucò fuori da un cespuglio un vecchio signore con la barba bianca e il fucile in mano. Era lui... il cacciatore!

Mupy dallo spavento restò paralizzato. Il cacciatore corse verso di lui ma improvvisamente inciampò in un tronco di albero che gli schiacciò la gamba. Nella caduta il fucile rotolò molto lontano da lui. Il vecchio cercava di liberare la gamba ma ogni sforzo era inutile e da solo non ce l’avrebbe mai fatta. Mupy, vide tutta la scena quindi ne approfittò per scappare.

Calò la sera e Mupy non riusciva a togliersi dalla mente il cacciatore agonizzante.

“Papi, sto pensando a quel vecchio cacciatore, lui ha proprio bisogno di noi, dobbiamo andare ad aiutarlo!” esclamò Mupy.

“È molto pericoloso Mupy, potrebbe anche farci del male.”

“Ma, noi dobbiamo andare! C’è una persona che ha bisogno d’aiuto, non possiamo girare le spalle!” disse Mupy arrabbiato.

Mupy convinse il padre e si avviarono verso il vecchio cacciatore.

“Vedrai papi, Dio ci aiuterà e farà andare le cose nel migliore dei modi”.

Riuscirono a liberare il vecchio cacciatore e tra loro si instaurò un rapporto di amicizia e rispetto. Il giorno dopo a Felicelandia il sole splendeva raggiante. Il cacciatore promise che non avrebbe mai più cacciato gli animali e di diventare per sempre loro amico.

   

 

 

 

IL PIÚ BUFFO TOPOLINO DEL MONDO

 

di Sabrina Senigaglia

 

 

C’era una volta, immersa nelle verdi colline una bella casetta, ma ancora più bello era il cortile davanti ad essa; era per tutti un giorno di festa perché era arrivato da lontano un topolino, forse alla ricerca di qualcosa. Viveva felice fra le margherite di quei prati, coccolato da tutti i suoi amici; con loro cantava, giocava a carte, si tuffava nelle botti di vino.

La vita scorreva serena, quando un dì, qualcuno, forse il vento, disse al topolino che oltre alle margherite, esistevano anche dei fiori più belli, si chiamano stelle alpine, crescono solo sulle cime più alte delle montagne.

Il topolino, preso allora lo zaino, iniziò la scalata della sua vita. Oggi, la festa è là, su quella cima, è là che il panorama cambia, che tutto si fa meraviglioso. È su quella vetta che si riesce a guardare lontano, che il sole stringe la mano alla luna, che il cielo accarezza la terra, che il buio sposa la luce.

E quel buffo topolino dov’è finito? Saltella fra le guglie di quelle montagne, guarda le nuvole ed ognuna gli racconta una favola; ha sulle spalle sempre il suo zainetto, ma molto più leggero; dentro è rimasta solo una fetta di dolce Paradiso, il silenzio dei colli, la dolce melodia di una fontana che sempre sgorgherà freschi ricordi.

 

   

 

 

I FRUTTI DELLA PIANTINA FLOSSIE

 

di Chiara Stenghel

 

 

C’era una volta una bambina americana che aveva un seme di forma speciale che aveva trovato in soffitta e voleva far crescere in una vaschetta. Ogni giorno le dava un cucchiaio di budino perché pensava che così facendo la pianta, che chiamava Flossie, potesse crescere più in fretta.

Una mattina si alzò e andò a prendere un po’ di budino per il seme; entrò nella stanza, ma... ai piedi della piantina c’erano tantissime minipalline, le raccolse e se le mise in tasca. Andò da un suo amico scienziato e gli mostrò le strane palline.

Lo scienziato le osservò ed a un tratto gridò: “Sono perle Jogolino! Portami la pianta, svelta!”.

La bambina rispose: “Neanche per sogno, Flossie rimane a casa!”.

Allora lo scienziato disse: “Va bene, però trattala con cura!!”.

Passarono i giorni e la piantina crebbe e divenne una piantona; le sue palline avevano un aspetto invitante. La bambina non resistette alla vista e se ne mangiò due o tre. All’inizio diventò tutta verde, ma poi si sentì rilassata e più felice che mai. Tutti i cittadini vennero a sapere di questo fatto straordinario e così tutti ebbero una pallina, non da mangiare, ma da coltivare!

 

E la storia è finita!

 

Ooops! Scusate! La storia non è finita.

La bambina andò ad abitare con la famiglia in una bellissima villa perché i cittadini, resi felici dalle palline della pianta Flossie, gliela regalarono.

La piantona andò a finire al museo!

E vissero tutti felici e contenti!

 

 

 

 

SORELLE ONDE

 

di Cristina Stenico Maffei

 

 

Due onde d’un fiume, vispe e frettolose, andavano allegramente verso il mare... Giocavano tra di loro come fanciulli, intrecciandosi, sciogliendosi, baciandosi, accavallandosi, mescolando le loro criniere spumose... Ma giunte ad un bivio del fiume, la corrente divisa in due parti, le separò.

“Addio... addio...”, disse malinconicamente una delle onde, come in sospiro.

“Addio... addio...”, rispose l’altra singhiozzando.

Ma la grande voce del fiume rispose: “Non rattristatevi, piccole onde, le acque di tutti i fiumi, di tutti i ruscelli, di tutti i torrenti, hanno un luogo di convegno: l’immenso mare. Nel mare ogni onda incontra l’onda che cerca, e fra tutte giocano, danzano al vento ed al sole...!! V’incontrerete dunque anche voi, piccole sorelle onde”.

E le due onde allora, non si dissero più addio, ma, arrivederci e rapidamente corsero verso il mare per tornare a ricongiungersi.

Così le nostre anime, unite nella vita, divise nella morte, si ricongiungeranno, se avrà seguito la Legge Divina, nel luminoso mare dell’Eternità!

 

 

   

LE ORME DEI DINOSAURI

 

di Marco Tomasoni  

   

Un pomeriggio d’autunno proposi a mio figlio Alessandro di sei anni di andare alla ricerca delle “orme dei dinosauri”. Il luogo dove sono presenti le impronte fossili di questi antichi animali, ormai scomparsi da milioni e milioni di anni, emana un fascino tutto particolare.

Si tratta infatti di una zona molto vasta costellata di massi e di enormi lastroni, con rari arbusti che timidamente spuntano dal terreno impervio.

 

Mio figlio sgambettando, mi precedeva e di tanto in tanto, prendendo fiato lungo l’incerto sentiero, mi lanciava un richiamo osservandomi ironico mentre con sforzo affrontavo la salita.

Poi d’improvviso, riscattava rapido sulle nervose gambette piene di energia.

Finalmente giungemmo alla base del colatoio, dove con stupore e meraviglia ci trovammo di fronte a quelle strane buche nette e profonde, imprigionate nella roccia delle zampe poderose di pachidermi, che solo l’immaginazione più sfrenata poteva definire nella forma e nelle dimensioni.

Nel frattempo Alessandro mi poneva una lunga serie di domande, sempre più incalzanti, tanto che rispondere mi diventava ogni momento più complicato. Allora lasciando spazio alla fantasia inventai risposte così poco credibili che temo neanche un bimbo di sei anni avrebbe potuto accettare.

Osservavo però con soddisfazione che mio figlio mi ascoltava attento e interessato.

Ad un certo punto mi chiese: “Ma noi papà, gli uomini, esistevano al tempo dei dinosauri?”. “No!, nooo...!”, sussurrai, scuotendo il capo.

Sembrava di essere in un mondo perduto, dove il tempo non esisteva: “Ssshhh ...., silenzio Alessandro! Ho sentito un rumore cupo e sordo provenire da non molto lontano ...”. “Papà, cosa credi possa essere?”.

“Buuumm!?  Buuumm!?  Buumm!? ...”.

Il terreno tremava sotto i nostri piedi, sembrava che qualcosa o qualcuno d’enormi dimensioni si avvicinasse, senza alcuna paura di farsi sentire.

“Papà! Nascondiamoci dietro quella roccia...”.

“Uuuhhh! Uuuhhh!”... Quali strani esseri potevano emettere  simili grugniti.

Improvvisamente Alessandro si avvinghiò a me e disse: “Guarda, sembra un rinoceronte enorme, con delle strane punte aguzze sopra la schiena e lungo tutta la coda”. “È un Triceratopo, bambino mio, non dovrebbe essere più qui da centinaia di milioni di anni”. Il bestione si accorse di noi e con la bocca spalancata si lanciò a testa bassa per colpirci con il lungo e poderoso corno che gli spuntava dal muso.

“Papà, papà!”, urlò Alessandro, e mentre lo stringevo al petto, pensai che quella era la fine dei miei giorni più incredibile che potessi immaginare.

 

Di soprassalto ci svegliammo; senza accorgercene ci eravamo addormentati sulla roccia, vicino alle impronte dei dinosauri.

L’aria ottobrina ci scompigliava dispettosa i capelli, ed ancora increduli, riflettevamo su quel sogno... ma era veramente stato un sogno?

Osservavamo l’azzurro intenso del cielo screziato qua e là da sottili pennellate del colore dell’indaco a preannunciare l’arrivo del tramonto.

“Alessandro! Che cosa ti è piaciuto di più di questa giornata?”. “Papà è stato tutto bello, ma ... la cosa più bella è essere stati assieme!

Mi sentivo soddisfatto per la saggezza semplice ed infantile della risposta, mentre un velo di commozione mi inumidiva gli occhi.

Proseguimmo in silenzio, un silenzio rotto solamente dal ritmico scalpiccio delle suole sul terreno irregolare.

La sera adombrava le prime rocce ed il sole parzialmente nascosto dietro il profilo dei monti, dardeggiava gli ultimi bagliori rossastri.

Nella brezza umida e frizzante le foglie accartocciate volteggiavano incerte, mulinavano tra i sassi e infine, paghe di quell’ultimo volo si adagiavano mollemente a terra.

In auto, il pensiero volò nel passato e rividi il volto buono di mio padre, lo immaginai accarezzare i biondi capelli di mio figlio. Il dono più bello era proprio il poter trascorrere dei momenti con lui ed a distanza di molti anni la stessa cosa si era ripetuta, ma stavolta i ruoli erano cambiati.

Ritornammo alla realtà, con un sorriso abbandonai la tristezza del momento e rivolgendomi nuovamente al mio piccolo esclamai: “Ehi! Mi raccomando, non dire alla mamma che il Triceratopo l’abbiamo visto davvero!”.

Una lunga e sincera risata ci accompagnò fino a casa.

   

 

LA VECCHIA CHITARRA

di Franco Toss

   

  Maria, una bambina graziosa, come tanti compagni di scuola trascorreva molte delle sue ore davanti alla televisione. Aveva i suoi idoli, specie nel campo della musica, e non perdeva occasione di ammirarli e ascoltarli. I suoi genitori erano troppo presi dai problemi quotidiani e non si preoccupavano più di tanto delle manie della figlia. “Maria è brava a scuola, quindi va tutto bene!”, dicevano soddisfatti.

La bambina cresceva risolvendo da sola i compiti e ascoltando musica. I sogni nel cassetto? Soltanto gli idoli del rock!

Nessuno sembrava accorgersi che la bambina era molto sola, chiusa in se stessa. Soltanto il nonno la osservava preoccupato e di tanto in tanto cercava di coinvolgerla in qualche cosa di nuovo. Un giorno il vecchio le disse: “Maria, lo sai che mio padre, il tuo bisnonno, suonava la chitarra?”, ed aggiunse: “Presto vieni con me in cantina, chissà che fra i vecchi cimeli, fra i ricordi non ci capiti di ritrovare la chitarra!”. Così i due cominciarono a rovistare, spostando di tutto. Scavarono nel mucchio, sommersi dalla polvere, finché il nonno si arrestò sopra un baule.

“Nonno sembra la caccia al tesoro!” esclamò Maria. “Forse troveremo veramente un tesoro”, le rispose.

Scava, scava... finalmente apparve un qualcosa avvolto in una coperta. “Presto, presto, credo proprio che ci siamo”, disse il nonno tutto eccitato; improvvisamente si trovò tra le mani l’antico strumento: una chitarra dalle corde arrugginite!

Il vecchio provò a strimpellare qualcosa ma la bambina lo interruppe con una forte risata: “Nonno, non crederai che suoni?” “E perché no!”, le rispose seccato, stringendo emozionato quella chitarra che per lui era il passato.

 

La stessa notte Maria fece un sogno: un bambino pieno di luce stringeva la vecchia chitarra del bisnonno e suonava... e suonava.

“Che bella musica, ma è meravigliosa! Ma... ma... non può suonare!”, pensò Maria sempre nel sogno.

E il bambino, come se le avesse letto nel pensiero, replicò: “Non è la chitarra che suona, ma è il mio cuore, la mia mente e infine le mie dita!”.

“Impossibile! Incredibile!”, disse fra se la piccola, ammagliata da tanta melodia.

“Nulla è impossibile a chi vuole essere protagonista della propria vita!”.

“Ma, per me lo sarebbe! Non ne sarei mai capace!”.

“Con la fede tutto è possibile! Ci vuole tanta umiltà, costanza e voglia di fare”, concluse il bambino luminoso.

Il giorno dopo, al ritorno dalla scuola la bambina chiese al nonno: “Pensi che anch’io potrei suonare?”.

“Vedi un po’ tu, ci è riuscito anche mio padre e da solo!”, le rispose il vecchio e poi aggiunse: “Nulla è impossibile a chi vuole essere protagonista della propria vita!”.

“Ma, nonno, hai detto la stessa frase del bambino luminoso che ho sognato questa notte”.

Il nonno rimase strabiliato e pensieroso.

Infine si rivolse nuovamente alla bambina: “Vedi piccola quel bambino luminoso probabilmente è un Angelo di Dio o forse...     il mio papà, il tuo bisnonno!”.

Per molti, molti anni della sua vita, Maria suonò quella chitarra da protagonista.

 

 

 

IL PULCINO

 

racconto popolare elaborato da Paolo Versini

 

 

In una fattoria c’era una mamma chioccia con i suoi pulcini, intenta a far capire loro le cose che avrebbero incontrato nella vita, cose buone, cose cattive, i valori e le insidie. Tutti erano attenti con tanto di becco all’insù per ciò che diceva la mamma. Uno dei pulcini, esagitato, non intendeva stare più di tanto ad ascoltare tutte quelle chiacchiere della mamma sui belli, brutti, buoni, cattivi... lui si sentiva già grande e furbo.

Una mattina decise, contro la volontà dei suoi fratellini, di attraversare il bosco da solo, perché lui si sentiva già forte e coraggioso. Durante il viaggio un grosso temporale si abbatté sul bosco: tuoni, lampi, una pioggia terribile!

Il povero pulcino si trovò solo, bagnato e con un gran freddo; tentò di chiamare la sua mamma: “Piooo piooo piooo”, ma la mamma non lo poteva sentire perché era troppo lontana. In quel momento passò di lì una mucca, vedendolo così bagnato e infreddolito pensò bene di coprirlo con una bella calda e soffice “cacca”. Il pulcino si sentì subito a suo agio in quel nuovo caldo riparo e si appisolò.

Poco dopo passò di lì un lupo che alla vista di quel pranzetto così inaspettato non ci pensò due volte a toglierlo da quel ricovero per farne un sol boccone. Il pulcino sentendosi strappare dal suo cuccio caldo e accogliente e trovatosi a pochi centimetri dalla bocca del lupo si disperò e incominciò a chiamare mamma chioccia: “Pioo pioo pioo pioo”. Mentre si vedeva già nella pancia del lupo, ricordò tutte le raccomandazioni della mamma... Le sue “chiacchiere” risuonavano nella gola del lupo quando all’improvviso fu sbalzato sul prato... era la mamma chioccia che scacciava “il lupo cattivo” salvando così il suo pulcino.

Più tardi, la mamma amorevolmente: “Vedi figliolo, non tutti quelli che ti tirano la “cacca” lo fanno per farti del male, ma, neanche quelli che ti tirano fuori da lì lo fanno per il tuo bene!!!”.

 

 

 

HELMUT, IL FORTISSIMO

 

di Danny Zampiccoli

 

 

In un piccolo paese nel cuore delle Dolomiti viveva Helmut che, fin da giovanissimo, aveva dimostrato a tutti la sua abilità nell’andare per montagne. Infatti, a soli dodici anni aveva ripetuto tutte le vie più difficili delle Dolomiti, a quindici assieme allo “Scoiattolo delle Dolomiti” (considerato il più forte scalatore di tutti i tempi) aveva aperto una via sulla parete nord della Cima Baghet, oltre 1500 metri di tetti e strapiombi fino ad allora considerata invincibile. Fu proprio in quell’occasione che si fece conoscere in tutto il mondo alpinistico e non. Infatti, dopo tredici giorni d’arrampicata i due alpinisti arrivarono in vetta esausti, ma proprio in quel momento scoppiò un temporale. Il Soccorso Alpino tentò più volte di raggiungere i due sfortunati alpinisti ed anche l’elicottero fu respinto dal brutto tempo.

Dopo due giorni la notizia rimbalzò sulle prime pagine di tutti i giornali, alla fine del terzo, arrivarono le troupe televisive con al comando l’ormai noto Emilio Fede.

Da diciotto giorni i due mancano da casa, mentre la tempesta di neve non accenna a placarsi. Nonostante i tentativi del Soccorso Alpino, in tutti c’è la convinzione che siano morti. Ma, mentre le troupe televisive stanno smontando i loro campi, in lontananza appare Helmut con “lo Scoiattolo” sulle spalle.

Il giovane Helmut aveva salvato la vita allo “Scoiattolo” come confermerà successivamente in una intervista. “Se sono vivo lo devo esclusivamente a Helmut, senza la sua forza fisica e mentale sarei sicuramente morto”. Nasce così in Helmut la convinzione che in montagna fosse meglio andare soli: “Senza il peso di un compagno la scalata è molto più veloce e la velocità in montagna significa sicurezza”. Dopo un breve periodo di riposo, Helmut riparte per il monte Bianco, poi per l’Himalaya dove in un anno e in solitaria sale in vetta a tutti i 14 Ottomila.

A tutt’oggi è l’alpinista più famoso di tutti i tempi; su di lui si sono scritti centinaia di libri e dalle sue imprese sono nati tanti films. Ogni ragazzina ha un suo poster in camera e nei cuori dei ragazzi ha occupato il posto dei calciatori.

A casa, nel cuore delle Dolomiti, Helmut si sentì privo di obiettivi e così una notte guardando verso il cielo stellato gridò con tutto il fiato che aveva in corpo: “Voglio andare via dalla terra, portatemi su un mondo nuovo, dove ci siano montagne vergini e altissime, dove non ci sia essere umano!”. Così una luce lo prese e lo portò via, lontano, in un’altra galassia dove trovò il mondo dei suoi sogni. Ancora folli scalate. Salì mille cime, aprì vie nuove su pareti strapiombanti. Sulla cima dell’ennesima montagna, si sedette e pensò a quando aveva quindici anni, all’ultima scalata fatta con un amico, ai lunghi bivacchi, appesi ad un chiodo, consumati a parlare con lo “Scoiattolo”, dove le emozioni erano la cosa più importante. Si parlava di gioie e di paure oppure dei colori dei fiori ma soprattutto le emozioni erano condivise con un  amico e quindi amplificate. Sentì per la prima volta nostalgia del compagno di scalata, guardò verso il cielo e con tutto il fiato che aveva in corpo urlò: “Riportatemi a casa, voglio rivedere i miei amici, legarmi alle loro corde ma soprattutto condividere le emozioni!”. La luce ritornò, attraversò la galassia e lo posò delicatamente nel cuore delle Dolomiti.

Ritornato a casa Helmut riprese ad andare per le sue montagne facendo scalate bellissime legandosi però con  altri compagni. Talvolta erano dei cari amici, altre volte semplici conoscenti o dei clienti. Per Helmut legarsi con qualcuno era sempre bello: se si trattava di un amico poteva confidarsi con lui, se invece scalava con un conoscente era l’occasione per conoscersi meglio e magari farsi un nuovo amico. Il lavoro di “Guida” poi era qualcosa di speciale. Accompagnando i clienti alle prime armi riviveva i suoi dodici anni quando anche la più semplice scalata era una vera e propria spedizione.

Cari ragazzi, se vi capita di andare in montagna e di incontrare un vecchio che vi dice: “Vivete le emozioni, andate in montagna con un amico; è la cosa più bella che ci sia!”. Probabilmente quello è Helmut il fortissimo!

 

 

 

I DUE FIORELLINI

 

di Francesca Zanella

 

 

Due fiori nel prato si dissero un giorno che non volevano mai separarsi; aprivano le loro corolle al tiepido sole del mattino e guardavano intorno le farfalle che si posavano qua e là timiducce sulle loro foglie, la rugiada che scendeva dai loro steli e si sfaldava poi nell’erba. Poi la sera, stanchi, alzavano gli occhi al cielo per osservare la luna, le stelle dell’universo... e speravano il giorno seguente di essere ancora insieme, di vedere le belle cose della natura. Si stringevano allora stelo nello stelo e guardandosi negli occhi si dichiaravano eterno amore...

 

 

 

LO SPIRITO DI HEROUBREIÐ

 

di Carlo Zanoni

 

 

Fu in tempi molto lontani che Heroubreið giunse in una terra sconosciuta, isolata da un mare freddo e tempestoso. Tutto cominciò quando la sua nave  naufragò, travolta da una furiosa tempesta, la più forte che avesse mai conosciuto. Seppur giovane Heroubreið aveva maturato una grande esperienza di mare ed era ritenuto uno dei più valorosi e coraggiosi marinai della sua regione. Heroubreið era anche noto per la sua intelligenza e saggezza veramente fuori della norma per la sua età. Quella volta però si mise in viaggio alla ricerca di una terra lontana che aveva sentito nominare tante volte nelle storie raccontate dagli anziani del villaggio ma dove nessuno di loro era mai riuscito ad approdare. Quella volta volle partire nonostante tutti i tentativi di dissuaderlo dalla sua idea. Fu comunque grazie alla sua grande forza ed esperienza che Heroubreið riuscì a raggiungere una piccola spiaggia dalla sabbia finissima e nera a bordo della scialuppa di salvataggio. Non sapeva dove fosse arrivato, né come quella terra si chiamasse. Non poteva supporre se quella terra potesse essere un’isola oppure un continente.

 

Una fitta coltre di nebbia avvolgeva le montagne che si ergevano a ridosso della riva. Erano montagne ricoperte di prati ma neppure un albero si riusciva a scorgere, solo il defluire fin quasi al mare di grandi colate di ghiaccio provenienti da chissà dove.

Il luogo non era certo dei più invitanti ma Heroubreið non si perse d’animo, l’avventura per mari e luoghi sconosciuti erano per lui qualcosa di naturale. Valutò quindi con la necessaria serenità la situazione e convenne che con l’arrivo del bel tempo si sarebbe incamminato alla ricerca di un villaggio o di un qualche altro luogo più consono per stabilirsi su questa nuova terra.

Dopo alcuni giorni il tempo migliorò sensibilmente, mostrando quindi senza veli le linee di un paesaggio che Heroubreið non aveva mai immaginato. Poteva scorgere d’onde provenissero quei grandi fiumi di ghiaccio ma era impossibile cogliere con esattezza il punto di partenza, il fiume si perdeva in sconfinate pianure che dal basso sembravano non esistere.

Heroubreið si incamminò così per l’unica via che gli sembrò percorribile con relativa facilità e iniziò la risalita della valle che si affacciava proprio di fronte. Il fiume aveva scavato una profonda forra che Heroubreið seguì lungo il bordo prativo. Di tanto in tanto l’apparire di una fragorosa cascata lo distoglieva dai pensieri che attanagliavano la sua mente. Lo spettacolo era sublime e tenebroso; allo stesso tempo grandi nuvole di minuscole goccioline risalivano la valle dopo che la massa d’acqua aveva compiuto il grande salto provocando un fragore che contrastava con la solitudine circostante. Di tanto in tanto le raffiche di vento sospingevano una nuvola umida fin sul volto di Heroubreið regalandogli una piacevole sensazione di freschezza.

Raggiunse a fatica un largo colle che gli permise di evitare di dover mettere piede sui grandi ghiacciai su cui non avrebbe potuto certo avventurarsi. Giunto in prossimità del crinale accelerò anche il passo per poter osservare ciò che si presentava sull’altro versante. Oltre quel colle si estendeva una grande distesa pianeggiante e arida, solcata da un fiume che sicuramente proveniva da altre lingue degli stessi ghiacciai che ora si trovavano alle sue spalle. Heroubreið scrutò quella distesa con uno sguardo attento e severo percorrendone i lineamenti lentamente, da sinistra verso destra e poi al contrario, più volte. Era una pianura in cui sarebbe stato difficile muoversi, coperta com’era da un leggero velo come fosse nebbia ma che in realtà era solo polvere e sabbia sollevata dal vento. Poi, in un momento di quiete, il suo sguardo fu attratto dai contorni di una montagna che si ergeva nel mezzo di quell’immensa pianura e che sembrava essere enorme al cospetto delle tante collinette che spuntavano di tanto in tanto rompendo la monotonia del paesaggio. Eseguì velocemente alcuni calcoli per stimare la distanza che lo separava da quel colosso e giunse alla conclusione che doveva trattarsi di una montagna molto più alta del colle su cui si trovava. Ma ciò che lo colpì in modo particolare fu il fatto che non era ricoperta di ghiaccio e, a giudicare anche se da molto lontano, le sue pareti non sembravano essere insuperabili. Heroubreið si lasciò subito accarezzare dal pensiero che da lassù avrebbe potuto avere una visione molto più ampia e che gli avrebbe forse permesso di dominare tutta la regione di cui era approdato e di cui ancora non conosceva nulla.

Impiegò quasi due giorni per giungere alla base di quell’enorme cupolone roccioso che rappresentava comunque un punto di sicuro riferimento che non lasciava margini di dubbio sulla direzione in cui volgere il cammino.

Heroubreið, studiò nei minimi particolari il percorso migliore per riuscire a salire sulla calotta sommitale. Attese quindi l’arrivo dell’alba che si annunciò radiosa quel giorno e iniziò a salire lungo i ripidi pendii ghiaiosi che contornano la base in direzione dell’evidente canalone che permette di superare la fascia rocciosa. Giunto in quel punto poté ammirare la mèta ormai vicina costituita da un promontorio a forma di piramide che si ergeva nel mezzo di un grande altipiano perfettamente circolare e uniforme in tutte le direzioni. La via di salita era evidente e senza problemi. Heroubreið raggiunse la vetta in un battibaleno.

Cominciò a guardarsi intorno ansioso e desideroso di scoprire qualche segno che potesse alimentare una speranza. Iniziò scrutando la pianura dalla direzione in cui era venuto. Riuscì a riconoscere il colle dove era transitato. Poi continuò ad osservare girando in tondo senza mai poter scorgere una parvenza di diversità in quell’immane deserto. Improvvisamente uno strano luccichio attirò la sua attenzione. Osservò attentamente e riconobbe la sagoma di un fiume che proveniva da un’altra direzione per poi gettarsi nel fiume principale che scendeva dai ghiacciai. Incuriosito non riuscendo a scorgere in quella direzione ghiacciai di sorta, né montagne di altezza rilevante, notò che anche l’orizzonte lasciava trasparire un colore diverso, un colore verdastro, tipico di qualche prateria.