Giuliano Sten

 

 

Grazie di cuore

 

 

Allora disse a sua madre: Donna, ecco tuo figlio. Poi disse al discepoloEcco tua madre (Giovanni 19, 26-27).

 

 

Quand’ero piccolo mi dicevano che quando pioveva era perché gli Angeli piangevano. Oggi invece, che sono più grande, so che non possono piangere, perché hanno accanto persone come Serenella, mia  madre e tante altre anime buone.

Dedico questo libro a loro, alle persone che soffrono, a quelle che amano e… a mia moglie Nicoletta, alle mie bambine e a chi mi vuole bene.

 

 

 

 

 

In copertina: La Madonnina della Cima Tosa.

(foto di Claudio Colò dopo la ripetizione solitaria del Canalone Neri).

 

2000

Tutti i diritti riservati.

È vietata la riproduzione anche parziale

dei testi e delle illustrazioni.

Grafica: Roberto Pezza.

Stampa: Tipolitografia Emanuelli - Arco (TN)

 

 

 

Prefazione

 

Madonnine e montagne, un connubio contemplativo ed estatico: il silenzio della preghiera si sprigiona tra declivi e vette, tra mughi e muschio, tra fiori e acqua. Ma l’intento di collocare queste immagini sacre nelle sculture viventi che pulsano ogni giorno di creato e di meraviglioso superano gli orizzonti dell’osservare e si pongono in ognuno nel cuore fatto di emozioni e sensazioni e si distaccano man mano dai pensieri obliqui e stanchi del dover vivere e agire. La pace interiore sta nella libertà di essere se stessi sognatori o meno comunque capaci di ascoltare desideri o segni riscaldandosi con il calore dei raggi del sole o abbeverandosi nella Parola per farla propria.

Ogni attimo di questo libro è speso per gli altri in modo gratuito e semplice: Amore che nelle varie stanze della sofferenza diventa poesia dell’assoluto e dell’infinito.

Sofferenza e vita, binomio inscindibile cadenzato da una fede sentita e profonda, in un abbraccio che si modella con l’uomo, con gli uomini che costruiscono la casa della fratellanza e dell’amicizia, che diventano testimoni nella nicchia, sulla cengia, di un presepio vivente quale quello di Francesco a Greggio dove pastori, re magi, pecore si aggregano alla scia della stella e fanno di quella grotta il regno della luce.

 

Gianni Potrich

 

 

 

Quante Madonnine Giuliano ed amici hanno portato sulle nostre montagne!

Lassù sulle guglie dentate ove soffia il vento che squarcia le nuvole e scatena i temporali tremendi tipici della montagna! Poi il sole che riappare coi raggi grossi ed infuocati e l’aquila che vola maestosa al suo nido!

Tutti sappiamo che la “Madonna” è una sola, è la madre di Dio fattosi uomo per suo merito: eppure amiamo venerarla in varie immagini perché una madre sa dimostrarsi in tante maniere! Del resto molte rocce sono a forma di Madonnina: vedi una delle guglie del Becco di Filadonna, le rocce in cima alla cascata di Cornisello ove si scorge “una Madonna col popo”! E tanti altri esempi.

A significare tante cose queste Madonnine sparse sui monti non hanno il bambinello perché questa madre ha donato suo figlio a noi per “la redenzione”! Ha sopportato la sua crocifissione ed è diventata madre di tutti noi!

 

Una piccola Madonna, di quelle che stanno nello zaino è lassù, sui miei monti, in una nicchia fra il passo Bottiglia e la vetta del Gran Zebrù: sigillata col silicone. Per sistemarla ho dovuto calarmi! Sarà vista da pochi, ma nei momenti bui, so che è lì… sempre ad aiutare me ed i miei! Lei ha davanti l’Ortles, montagne immense… tutti i suoi figli e pure Patrick, l’ultimo nato della mia famiglia, che sicuramente proteggerà!

 

Tullio Dell’Eva

 

 

 

Introduzione

 

Ho sempre creduto di avere una grande capacità di calcolare e valutare ogni rischio prima di qualsiasi azione. Sì, proprio come in una partita a scacchi!

Da quando ho incontrato Dio, tutto è cambiato: nella stessa proporzione in cui chiudo gli occhi e mi abbandono a Lui, accadono fatti talmente incredibili e meravigliosi da stupirmi giorno dopo giorno, ora dopo ora...

e inesorabilmente si scontrano con il mio orgoglioso raziocinio.

 

 

La mia famiglia e quella di Maurizio hanno molte cose in comune: la sofferenza per la perdita di una persona amata, la certezza di avere nei nostri cari, Serenella e Daniele, degli Angeli grandi e la voglia di fare del bene.

Da qualche mese avevamo posto una Madonnina nel giardino di fronte la sua officina. “È stato un pensiero bellissimo!”, mi disse entusiasta la moglie di Maurizio.

“Sono certo che ci aiuterà!”, esclamai.

 

Alcuni mesi dopo…

È una di quelle sere tristi, il padre di Maurizio è volato in Paradiso. Con tanti amici gli siamo vicini per dividere il suo dolore e lui mi ricorda: “Tutti i giorni, i miei genitori sedevano vicino alla Madonnina, la fissavano e pregavano”.

“La Madonnina ha preparato tuo padre al Paradiso!”, intervengo.

“Non ho alcun dubbio”, mi risponde convinto.

Riprendo: “Ora capisco perché alcuni mesi fa, qualcosa dentro, mi ha suggerito di regalartela. È stato Daniele che lo ha voluto”.

 

Seduti sul divano.

“Tutte le Madonnine hanno una storia, esistono per un disegno sovrannaturale, voluto per contrastare il male! Quanti segni, quanti momenti intensi! E, che avventure! Impedimenti d’ogni genere, inghippi, tensioni ma… soprattutto gioie incredibili, giornate meravigliose, sentimenti ed emozioni profonde, preghiere fatte col cuore, amicizie sempre più salde. Ricordi che rimarranno in noi per tutta la vita. Si sa, che la preghiera è un filo diretto verso il cielo, il modo più semplice che Dio ci ha dato per benedire, per augurare il bene. È un miracolo poter scacciare il male che ci assale con una semplice preghiera e, una Madonnina appesa fra cielo e terra è anch’essa una “preghiera”!

Ciò che ci ha mosso nel posare alcune Madonnine è stato l’amore: la condivisione con la sofferenza e la speranza di una guarigione. Forse si potrà contestarne il gesto ma non di certo le motivazioni profonde che ci hanno spinto...”.

Mi interrompe Gino: “Ecco un libro che dovresti scrivere: le storie delle Madonnine”.

“È un’idea!”.

Nuovamente Gino: “A che pensi?”.

Mi riavvicino: “Un libro su Maria mi sembra troppo impegnativo”.

E l’amico insistendo: “Lascia andare i dubbi, fatti trasportare…devi scrivere, raccontare ciò che ti porti dentro da tanti anni”.

“Ma sì! Così tutti mi prenderanno in giro, diranno che ho una strana crisi mistica”.

Rivolgendomi agli amici: “La fede in Dio è un dono che non so spiegare, una certezza che passa attraverso il mio cuore… insomma è qualcosa che, nonostante i miei grandi peccati, non posso farne a meno.

Per me è impossibile non affidare le mie giornate a Dio, non posso rinunciare al suo aiuto, alla sua guida: Dio mi ama, mi consola quando soffro, mi da forza e mi da coraggio, mi aiuta con la sua Provvidenza, mi perdona quando vado contro di Lui, mi salva quando mi incasino, mi… mi… Dio non lo ho mai visto! Però ne percepisco la presenza in tutte le cose.

Chissà cosa pensate di me? Vorrei gridarvi che non riesco a spiegare perché sento il desiderio di Dio: è tutto così irrazionale, un camminare sull’acqua, un dono! D’altronde, per essere felice sulla terra, bisogna un po’ staccarsi dalla realtà.

La mia fede è irruenta, e non posso farci nulla: è così per tutto ciò che ho visto, ho toccato…e per tutto quello che faccio. Questa mia fede è scaturita da una grande croce, un periodo della vita che mi ha insegnato l’umiltà e a conoscere i miei limiti. È nell’umiltà che Dio manifesta la sua potenza!”.

Maurizio mi risponde: “Anch’io, ho toccato il fondo! Anch’io, come è successo a te, ho incontrato Dio dopo tanto dolore!”.

Tra queste riflessioni… “Sono felice delle Madonnine e spero rimangano dove le abbiamo poggiate”.

M’interrompe Dario: “Hai ragione, noi tutti le abbiamo portate per far soltanto del bene; ora, i nostri Angeli dovranno proteggerle!”.

Nuovamente Gino: “Te lo ripeto: scrivi un libro”.

“Vi ricordate quando abbiamo portato la Madonnina per la guarigione di Marco e lo zio gli chiese: “Marco, sai perché abbiamo portato la Madonnina?” e lui gli rispose: “Per guarire gli ammalati!”.

Sul sentiero di ritorno, avevo il piccolo sulle spalle. D’allora c’è in me la dolce sensazione delle sue mani nelle mie, le stringevo nei miei pugni per riscaldarle, lui, invece, riscaldava il mio cuore.

Gino commosso: “Devi raccontare, scrivere e… chissà che la Madonnina non ci faccia realizzare anche questo sogno!”.

Mentre mi allontano pensieroso…

“Qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome Egli ve la concederà!”.

“Signore! Marco è un bambino. Non so cosa farei per la sua guarigione, mi butterei… così come Giàiro si buttò ai tuoi piedi...”.

 

“La mia bambina sta morendo” gli disse. “Ti prego, vieni a mettere la tua mano su di lei, perché guarisca e continui a vivere!”.

Quando arrivarono alla casa di Giàiro, Gesù vide una grande confusione: c’era gente che piangeva e che gridava. Entrò e disse: “Perché tutta questa agitazione e perché piangete? La bambina non è morta, dorme”. Ma quelli ridevano di lui. Gesù li fece uscire tutti ed entrò nella stanza solo con il padre e la madre della bambina e le disse: “Talità kum” che significa: “Fanciulla alzati!”.

Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare (Marco 5, 21-43).

 

È l’una di notte. Da tutta la sera sto qui seduto davanti al computer per raccontare. Mi rendo conto dell’impegno che mi aspetta ma sono certo che questo è un modo per pregare.

 

 

 

LASCIAMI VOLARE

 

Oggi il lago è più agitato del solito. La barca sta andando su e giù secondo le onde, si sente soltanto il rumore del lago, i cigolii dello scafo, il vento sulle vele; davanti la grande scogliera del Salto delle Streghe. Mariano, dopo aver ammainato il fiocco si siede accanto a me.

“Guarda la tua parete, è uno spettacolo della natura!” esclama, abbagliato dallo strapiombo che sta sopra di noi.

È strano, ma sto provando un turbamento profondo, un’emozione indescrivibile, unita al desiderio di ritornare sulla roccia, magari lassù!

Esitando mi rivolgo al mio compagno: “Non so se sarò ancora capace d’arrampicare sul sesto grado; Serenella è morta da pochi mesi, mi sento appesantito, stanco, sfinito dalla sofferenza! Quel triangolo di rocce gialle a strapiombo è un problema alpinistico ancora irrisolto; un muro impressionante di oltre trecentocinquanta metri che mi ha sempre affascinato. Qualche anno fa, forse, sarei stato in grado di tentarlo e vincerlo, oggi, ormai è tardi, rimarrà per me soltanto un sogno non realizzato”.

E Mariano esitando: “Ritornerai a scalare e lo farai meglio di prima, perché ora hai un Angelo grande che ti protegge!”. Poi egli sorride con quel suo modo di farlo.

“Non credo!”, affermo, puntando la prua verso terra.

“Invece ne sono certo”, insiste Mariano.

C’è un momento di silenzio. Avviene un cambiamento sorprendente. Guardo ostinatamente davanti a me; alzo, ad un tratto, il braccio indicando la parete, quindi esclamo con tono forte: “Guarda, vecchio mio, quelle strisce che si perdono negli strapiombi… forse, con qualche chiodo...” e ancora: “Andiamo ai piedi della parete”.

Da sotto appare…

Una fessura di roccia bianca, all’apparenza friabile sale fino sotto un marcato strapiombo. Non è certo un comodo attacco, eppure qualcosa dentro mi dice, almeno, di provare: una forza misteriosa insiste nella mia mente, dicendomi che quella via sarà la mia prossima meta e sarà dedicata a Serenella.

Il sentimento che sto provando a questo pensiero, è di gioia, insieme profonda e cauta, perché, dopo aver abbandonato le mie montagne, all’improvviso mi affaccio ad una parete e colgo la via ideale, meravigliosamente logica, nella luce del sole che si riflette e prosegue nell’azzurro intenso del lago.

Lo stesso sole innonda tutto, rende bella la scogliera, riempie me stesso d’amore per la vita, verso quelle rocce a picco, verso i gabbiani che, mai come oggi, con il loro volo rallegrano il mio sguardo. Uno stupore enorme mi invade: non posso più resistere al mio cuore, finalmente è venuto il momento di ritornare a scalare e sono preso da una gioia sfrenata. Nel frattempo, una nuvola nasconde il sole e la parete diventa più minacciosa.

 

Altre volte, ritornai sotto il Salto delle Streghe. Per ore osservai la mia via, ne studiai ogni rugosità, ogni fessura, strapiombo…ogni appiglio! Nessuna parete, nelle Alpi, mi aveva così tanto affascinato ed esasperato. Tanti i dubbi! Specie pensando alla mia bambina. Non potevo permettermi di rischiare; naturalmente mi rendevo conto che non si può scalare una parete senza alcun rischio, ma m’illudevo di poterlo fare perché qualcosa mi diceva che non ci sarebbero stati problemi e un giorno… sarei stato lassù!

 

Un forte strappo sulle braccia sostenne all’improvviso il mio corpo. Un intero terrazzo di roccia sul quale avevo appoggiato i piedi era crollato, precipitando con un forte boato, nelle acque del lago. Per alcuni secondi mi trovai completamente appeso sulle dita della mia mano destra.

“Fai attenzione!”, mormorai, mentre guadagnati dei nuovi appigli salivo lungo una fessura di roccia friabile.

“Metti un chiodo”, mi urlò Luca.

“Non posso piantarlo su queste rocce” ed aggiunsi: “Se martello, c’è il rischio di provocare una frana!”.

A questo punto: “Salirò molto lentamente e con la massima prudenza”. Sudavo freddo, concentrando tutte le energie su ogni passo. Non potevo più ridiscendere! Dopo lo stacco del pulpito sottostante non mi restava altra soluzione: dovevo andare avanti! “Serenella aiutami!”, pensai mentre superavo il tratto più pericoloso.

Alcune settimane dopo un altro tentativo…

Si avvicina il mezzogiorno, comincia a fare caldo, un mattino di maggio limpido, colorato. C’è un dolce rumore di vento interrotto soltanto dal suono forte provocato dal mio martello nel vano tentativo di conficcare un chiodo su quella placca strapiombante e senza fessure.

Laggiù i ragazzi giocano, piccoli piccoli con le loro vele sul lago, dondolando allegramente trasportati dalle onde, il tutto come in una danza. Non immagino dolore nella loro vita, forse nemmeno un pensiero oscuro o una piccola sofferenza nei loro cuori. Tutto questo mentre arrampico sopra le loro teste consapevole che per alcuni anni ho dimenticato l’aspetto della felicità! Mi cullo in questo pensiero e concludo che la vita è stata dura con me.

Tutto il mio essere è proteso verso l’alto, eppure sento dolore alle gambe e ai piedi che non riesco a poggiare sulle minuscole asperità della roccia. Avverto il mio compagno: “Mi raccomando, Luca, tieni bene perché questo chiodo è insicuro!”. Sono le mie ultime parole prima di trasformarmi anch’io in un gabbiano senza ali. “Porca miseria! Lo sapevo che il chiodo non avrebbe tenuto!”. Riprovo ad arrampicare ma il piede mi fa terribilmente male. Aggrappato, fermo al limite delle forze, tento di superare il passaggio, ma le mani si aprono per lo sforzo e non riesco a salire e nemmeno a scendere. È allora che osservo un gabbiano mentre con un battito d’ali vola oltre la cima del monte. Penso come sarebbe bello volare, uscendo senza fatica e dolore da quella situazione; certamente però sarebbe anche un peccato perché non sarei un uomo, un alpinista con la gioia e la soddisfazione della cima. Magari, potessi almeno oggi volare! Serenella, può farlo.

Sull’esile cornice, guardo in alto e poi a sinistra. La parete è strapiombante, sembra impossibile con le sole mani; eppure l’ho scalata molte volte e, con pochissimi chiodi. Molti anni fa ero lassù, nel mezzo dello strapiombo friabile, senza un chiodo, un solo rinvio fra me ed il mio compagno in sosta, oltre trenta metri sotto; le dita si aprivano per lo sforzo, le gambe erano in faticosa spaccata, le forze cominciavano a mancare: chiusi gli occhi e pensai al mare, poi all’infinito del cielo. Il mio corpo nuovamente si rilassò, ritrovò incredibilmente il coraggio e l’energia necessaria a volare oltre.

“Perché oggi non riesco a farlo? Perché sono così pesante e stanco? Perché questa via è così dura? Perché fatichiamo così a salire, a mettere i chiodi?”... Forse sono troppo vecchio per queste cose e questa via diretta è così difficile, o forse le streghe che vivono tra queste rocce non vogliono la piccola statua della Madonna che mi porto nello zaino. “Maledette streghe! Vi sistemo io, vedrete che Madonnina vi troverete accanto!”.

In autunno sono incantato davanti alla Madonna di cemento, da poco acquistata. È bianchissima, alta un metro e trenta centimetri; supera il quintale! Con Mariano, decidiamo il giorno del trasporto sulla cima della parete, proprio sull’ultimo terrazzino dove esce la via “Serenella” sul Salto delle Streghe, finalmente aperta dopo tanti tentativi.

Non è facile portarla sul bordo della parete, calarla, ed infine ancorarla. Ci vuole proprio un miracolo!

Alla vigilia del giorno prestabilito Mariano mi telefona che l’amico Stefano, si era offerto ad aiutarci. Lui avrebbe provveduto a tutto il materiale occorrente: perforatore, cemento, acqua, ecc.

Per tutti i ferri e i cordini, utili per attrezzare la ferratina che avrebbe collegato la vetta al terrazzino, avrebbe pensato un altro amico: Mario.

Per tutta la vita avrò viva nella memoria sia l’immagine della statua posata in bilico sullo strapiombo, sia il lavoro esperto di Mario, Stefano e Mariano e di tanti altri amici che hanno contribuito a questo sogno.... Non dimenticherò mai la moltitudine di persone che abbiamo accompagnato fino alla Madonnina, che abbiamo chiamato dei miracoli. Fra tanti, Cornelio, un vecchietto di novant’anni; la sua storia è quella di un papà contadino, che rimasto vedovo in giovane età, ha dovuto lottare per tirar su i suoi sei figli. La figlia Emma mi raccontò un episodio che riguardava il padre: “Spesso, mentre lavorava solitario la terra, sentiva muovere una foglia e… pensando alla moglie diceva: sei tu vero?”. Mi venne una stretta al cuore.

Cornelio, come tutte le persone che hanno raggiunto la Madonnina, ha letto la preghiera che avevamo scritto sul libro di vetta: una preghiera particolare di guarigione per tre persone gravemente ammalate. Una di queste, Patrizia.

 

 

 

Cara Patrizia,

dopo la Madonnina di Campione, la nostra amicizia si è rinsaldata! Da tanti anni le nostre rispettive famiglie si vogliono bene, abbiamo diviso intensi momenti: gioie, dolori, emozioni e sensazioni profonde. Ci siamo trascinati uno con l’altro verso un cammino che terminerà nel cuore di un Dio Papà.

 

Dopo il tramonto del sole, quelli che avevano in casa malati di ogni genere li portavano da Gesù, ed egli li guariva posando le mani sopra ciascuno di loro. Molti spiriti maligni uscivano dagli ammalati e gridavano: “Tu sei il figlio di Dio” (Luca 4, 40-41).

 

 

“Sono Patrizia,

sì, proprio quella ricordata da tanti amici alla Madonnina di Campione.

Nove anni fa, in due mesi ho subito cinque interventi al cervello: in poche parole, ogni volta mi aprivano la testa, i chirurghi cercavano di sistemare un problema che però inesorabilmente tornava! Oramai tutto si stava terribilmente complicando: la mia vita era appesa ad un filo.

L’ultima operazione e… d’allora tutto è andato per il verso giusto!

Più tardi sono venuta a conoscenza che proprio in quel periodo molte persone avevano pregato per me, portando una Madonnina in cima ad una montagna. Lei ha ascoltato la preghiera di tante persone e mi ha regalato una vita meravigliosa, piena di Dio e di conseguenza anche serenità e felicità. Per questo non cesserò mai di Lodarlo e Ringraziarlo.

Dopo tante esperienze, posso dire di aver toccato con mano la potenza della preghiera: Cristo ha detto di chiedere e di non stancarsi! Ecco perché dobbiamo pregare per ogni ammalato, per ogni vecchietto che non ce la fa, per qualsiasi bambino in difficoltà. Sono loro il vero volto di Cristo! E quale preghiera più grande della carità, dell’amore!”.

 

Patrizia S.

 

 

 

URIEL

 

È impressionante, terribile! Case completamente distrutte, paesi deserti, rasi al suolo. Non c’è nulla in piedi, le mura crivellate di buchi provocati dalle pallottole, macerie e macerie. Nessun segno di vita o tentativo di ricostruzione, niente, niente di niente, come se a nessuno interessasse ritornare in quei posti, oppure una volontà diabolica di annientare la vita di questa terra: un deserto nella valle! Solitudine per chilometri e chilometri, la testimonianza della malvagità umana: la sofferenza delle persone che hanno dovuto morire, patire pene inimmaginabili, fuggire lontano per sopravvivere, abbandonare tutto.

Un sole splendido di una giornata di primavera si riflette sulla neve che ancora resiste nei prati attorno, penso “al buio più profondo che nasconde aurore meravigliose”.

Un grido silenzioso che percuote e spazza come un vento impetuoso tutta la terra mi dice che un giorno qui tutti tornerete, e la pace trionferà, sarà festa e gioia, sarà finalmente la vittoria sul male! Stiamo attraversando la Jugoslavia, abbiamo da poco lasciato Medjugorie, lungo una strada deserta che attraversa la regione della Krajna.

Non c’è un posto dove rifocillarsi. Anita, è al settimo mese di gravidanza e il marito Stefano ci convince come sia meglio fermarsi e “far due passi” per sgranchire le gambe. Di tanto in tanto il mio sguardo cade sulla statua della Madonnina che spicca sopra il mucchio di bagagli, poi si perde sulla natura attorno, su un prato a fianco della strada che sembra un campo di patate dissotterrate e, infine, s’arresta su Stefano e Anita che mano nella mano stanno passeggiando. Rifletto che hanno avuto tanta fede e coraggio a fare un viaggio così lungo. Anch’io molti anni prima ne avevo avuto, quando, con Serenella, ancora semiparalizzata dalla malattia e con una diagnosi malevola, decidemmo di fare un viaggio tanto lungo. Lei mi disse: “…Giuliano, non preoccuparti, andiamo dalla mamma di Dio, cosa vuoi che ci succeda?”.

Quand’ecco all’improvviso: “Ahh… che schifo!”, grida Anita.

“Che succede?”, le domando disturbato nei miei pensieri.

“Ho messo i piedi in una m….”, mi risponde riluttante.

La pulizia delle scarpe richiede tanta cura. Scherziamo a lungo su quel fatto e… decidiamo di ripartire alla svelta da quel gabinetto all’aperto. Vogliamo uscire da quella terra di dolore!

A casa, parlando con un ragazzo slavo originario di quei posti, venni a conoscenza che proprio ai bordi di quella strada, il terreno era disseminato di mine.

Aveva ragione Serenella a dirmi che quando si va da Maria schiere di Angeli ti proteggono!

 

Due mesi dopo.

Anita ha avuto un bellissimo bambino al quale ha dato il nome di un angelo: Uriel!

Papà Stefano, cento metri sotto di noi, sta salendo il ripido ghiaione del Monte Stivo, mentre io e Andrea, aspettiamo ai piedi della parete. Lo Stivo, è stata la mia prima montagna importante; domina la mia città: con i suoi ripidissimi canaloni e le sue verticali pareti rocciose che invitano qualunque alpinista alla ricerca d’avventura; lassù è nata l’immensa passione che ancor oggi ho per l’alpinismo.

La parete est dello Stivo non è mai stata scalata, forse probabilmente per la qualità della sua roccia: estremamente friabile! In molti mi hanno consigliato di non metterci su le mani e forse è anche per questo che ho sempre voluto sfidarla e vincerla! Dovrei ubbidire alla mia razionalità, dovrei cercare di riflettere ma è difficile raccontare l’emozione profonda che sta colpendo il mio cuore mentre comincio ad arrampicare. Le difficoltà si fanno sentire subito: devo salire su blocchi rocciosi poggiati l’uno sopra l’altro; tutto tiene ma se ne crolla uno soltanto, è una frana! Ho un nodo in gola, a volte trattengo il respiro dalla paura.

“Sten… sei… il mago del friabile!” frasi, esclamazioni di alpinisti che mi pungolano la mente per farmi coraggio, per convincermi che anche questa volta ce l’avrei fatta. Rifletto che ho l’esperienza per arrampicare su qualsiasi terreno e difficoltà, ma non posso trascurare il fatto che ho avuto anche tanta fortuna. La tensione è altissima!

In questa situazione: “In quante occasioni la roccia non è crollata sotto il peso del mio corpo?”.

“Questo è per Chiara”, grido soddisfatto ai miei compagni dopo aver martellato un buon chiodo.

Più in alto ne metterò un altro per Martina. Procedo lentamente, con la massima prudenza supero il tratto più difficile, rocce poggiate sono davanti a me, ho la sensazione che la vetta mi stia tendendo le mani, per tirarmi fuori; il cuore trabocca di gioia. “Non esistono rocce marce ma alpinisti cattivi!”, grido pieno d’entusiasmo.

Sotto la grande croce della cima, decidiamo di dedicare la nostra via alla mamma di Roberto, gestore del rifugio. La soddisfazione è enorme, come quando ho salito pareti molto più lunghe.

“Non so spiegare il perché ho sempre desiderato scalare questa parete? Forse mi sono innamorato di questa montagna?”.

E Stefano: “Probabilmente c’è un disegno anche in questo”.

Andrea: “Quante volte siamo venuti quassù, d’inverno, d’estate, di giorno e di notte, quante volte abbiamo guardato la parete”.

Esclamo con gioia: “Il panorama è unico: si vedono le maggiori cime della nostra regione”. 

Il mio sguardo si perde lontano, lontano… per poi ritornare più vicino, cento metri sotto di noi: “Guardate quella cresta che termina nel vuoto e domina la valle...  ci starebbe una Madonnina!”.

“Magari quella piccolina portata da Medjugorie”, aggiunge Stefano con tono pacato e convincente, con la sua mano poggiata sulla mia spalla.

 

Venerdì Santo...

“È molto bella!”, mi dice Mauro, guardando la Madonnina appena poggiata. Poi scriverà una preghiera. Laura, Marina e Andrea faranno lo stesso. Alessandra pregherà per la guarigione del papà Enrico. Mia figlia Chiara ed io ci uniamo alla loro preghiera.

A cento metri in linea d’aria la parete dello Stivo. Siamo saliti fin quassù, alcuni di noi con tanta fatica e coraggio, felici e orgogliosi di averlo fatto. È un giorno speciale: di dolore per la morte di Cristo, di pace e speranza perché a quel giorno è seguita la Pasqua, la sua Resurrezione.

La nostra Madonnina è un modo di dire grazie al Signore e alla sua mamma per tutta la loro sofferenza!

Immagino Maria, lo stupore di quando ha avuto la notizia dell’arresto di suo figlio: “Ma come? Gesù è buono, non ha mai fatto male nemmeno a una mosca, anzi ha guarito centinaia di ammalati, scacciato demoni, resuscitato i morti e predicato l’amore, quello vero! Perché? … perché?

Invece dopo ore e ore di trepidazione e di angosciante attesa, lo hai visto massacrato, torturato, con la cattiveria di migliaia di demoni. Te lo hanno deriso, insultato, umiliato e…la peggiore offesa, il più doloroso dei patiboli: la croce! Finalmente la morte”.

Per un attimo penso a mia moglie e alle mie bambine, se soltanto venissero sfiorate da un centesimo della sofferenza di Cristo... mi manca l’aria, ho bisogno d’aria! Il mio cuore si riempie di angoscia e scoppio a piangere.

Uomo ingrato, crudele e assassino che non conosci la compassione, pentiti! Avrai da Cristo il perdono”.

… e il sole, inizia a brillare sopra le nostre teste, man mano che il vento sospinge le nuvole.

 

 

 

L’AMORE È ASSOLUTAMENTE LIBERO

 

Allora ero molto giovane. Con Feo ci apprestavamo al bivacco, la temperatura dell’aria era rigida, il sole era già, da alcune ore, tramontato. Dallo zaino tolsi la mia giacca a vento di cerata gialla, la stessa che usavano gli stradini, poi il mio sacco da bivacco di naylon impermeabile. Pian piano, mentre il mio compagno era impegnato con il fornelletto a preparare un intruglio fra brodo, pastina, crakers e chissà che altro di energetico, io lavoravo il terreno della piccola cengia per farci un giaciglio. Lentamente scioglievo le corde per riporle sotto i nostri sacchi: durante la notte ci avrebbero isolato un po’ dal freddo. Martellai qualche chiodo nella roccia per appendere il nostro materiale che sistemai ben in ordine. Insomma ci stavamo preparando per la notte a tremila metri.

 

Mi chiusi nel sacco. Avevo freddo! La notte si preannunciava bella. Scendeva, stendendo la sua lunga ombra sulle vallate. Lontano, nella valle che si allargava, c’erano i paesi illuminati da luci, s’intravvedevano lunghissimi prati, quindi le macchie scure di alberi che risalivano al di qua e al di là del fiume e della strada. Attorno invece, il buio aveva cancellato i colori delle cime. Davanti solo immense ombre scure tracciavano il loro profilo. Gli animali, che si erano rifugiati nelle loro tane, non sembravano “aprir bocca”. Il silenzio era dominante, assoluto e tutto favoriva il desiderio di pregare. E, d’un tratto, in quel silenzio, il mio animo si aprì e così anche la conversazione…

“Ah! Che notte! Che notte!”.

“Caro Feo, perché mi hai voluto come compagno in questa scalata?”.

“Da tempo hai la mia fiducia, perché so che te la meriti!”.

“Sono proprio fortunato”, mi dissi reggendo la tazza di brodo con le due mani per riscaldarle. Poi cominciai a sorseggiare.

Rimasi a lungo senza più parlare, forse mi addormentai, finché non ritornarono le prime luci… L’alba stava per nascere. L’aurora sembrava un sogno da tanto era bella. La luce all’orizzonte. Il sole che nasceva. Il cielo. Le nuvole rosa. La quiete. Poi , di colpo, un lieve mormorio del vento tra le cime, fece svanire quel silenzio.

“Ancora un po’ di caffè?”, mi chiese Feo.

“No grazie”.

“È ora di muoversi!”, sollecitò l’amico.

Rivolgendomi al mio compagno: “Perché il tuo cuore non invecchia assieme al tuo corpo?”.

Mi guardò, lo guardai, gli feci un sorriso e… mi rispose con un sorriso!

 

Per un attimo la mia anima e il mio pensiero, staccati dai ricordi della vita sono rientrati nel mio corpo. Mentre cammino sul ripido sentiero che conduce al Bivacco Zeni in Vallaccia, osservo e ascolto i versi della natura con l’evolversi dei momenti dell’ora dopo l’alba. Tutto si sta lentamente risvegliando in questa valle ridente, in fondo alla quale fra il verde pittoresco dei prati e degli alberi, scorre serpeggiando un ruscello ricco d’acqua: il rio S. Nicolò. Sui versanti, abeti che si stagliano su fino al cielo e sopra le cime profilano un disegno, formando una strana architettura! Nel tentativo di strappare dei suoni alla natura cerco di scordarmi lo zaino pesantissimo che ho sulle spalle. È pesante quanto quello che portavo vent’anni prima, con dentro non più i cunei in legno,  i chiodi fatti in officina, le corde da undici millimetri, la tanica di acqua, i viveri; oggi in più c’è solamente una Madonnina di cemento!

Mi ero assunto con gioia, quella fatica? Ma per carità!

Il giorno precedente mi era capitato “un colpo della strega”. A portare la Madonnina doveva esserci un amico forzuto ma alla macchina ci siamo ritrovati in quattro: Mariano ancora convalescente per la frattura di due vertebre, Fabio e l’altro Mariano con altri problemi. Prima di assumermi l’onere di caricare la statua sulle spalle ho riflettuto sulle passate follie e, fissandola: “…oggi, decisamente non mi attiri, ma so cosa sei per me... quindi pensaci tu!”.

Mi accorsi che era necessario uno sforzo tremendo per sollevarla ed allora mi aiutarono i miei compagni.

“Che questo peso serva per purgare i miei peccati? Ne ho commessi molti, ma grazie al cielo ho avuto il tempo di riflettere”, affermai convinto e mi dissi: “Per pagare le mie colpe, dovrei fare lo scaricatore di porto!” e… una risata ruppe la melodia del suono provocato dall’acqua nel rio. “Ahimè! Il mondo a volte è spietato a perdonare, non è come Dio, pronto ad accogliere un peccatore pentito!”, esclamai soddisfatto di aver ritrovato la pace con me stesso.

 

Sto camminando, fremendo, esasperato per l’immensa fatica. Il viso e i capelli grondano di sudore. Tolgo di tasca un fazzoletto e mi asciugo. Poi lo annodo al collo per impedire al sudore d’infiltrarsi sotto il maglione. Così va meglio!

Vent’anni fa, passo dopo passo, si saliva questo sentiero. Quando pioveva, anche a dirotto, con Feo si partiva lo stesso! “Ciano, la speranza è nel bel tempo!”, mi ripeteva. Ma io lo conoscevo a fondo, sapevo che voleva salire lassù, sia con tempo bello che brutto. Allora vestivo con i pantaloni alla zuava di fustagno, canottiera di lana a maniche lunghe, camicia e maglione, ai piedi le pedule pesanti con la suola rigida in vibram.

Poi penso e … ripenso alla Madonnina, a Dio e al fatto di sentirmi bene. Rifletto su molte cose... mi sento libero, un mistero che nasce dalla grandezza dell’Amore, perché l’Amore è assolutamente libero! Nessuno può imporlo, credo, nemmeno Dio! È per amore che stiamo portando questa Madonnina sulle spalle: amore per le persone che stanno soffrendo e ci hanno chiesto di pregare per loro, amore per Gesù e sua Madre che siamo certi ci aiuteranno.

Fra me e me: “L’amore che non sono riuscito a realizzare durante una vita fatta di alti e bassi, spero di averlo fatto nel desiderio di amare, affidando la mia vita a Dio!”.

Sono pochi gli uomini che mettono Dio al centro del loro cuore. Siamo così pieni d’orgoglio, che crediamo soltanto quando siamo ridotti a pezzettini. Dio a volte ci conduce al limite della nostra povertà! E l’estremo limite è la morte. È nell’umiltà che si capisce!

“Signore tu sei vivo e mi aiuti!”.

 

Passo una mano sulla fronte sudata. Nuvole bianche camminano in cielo, sotto la spinta del vento che soffia tra le cime. Osservo la loro forma, il colore della luce e di tutte le cose.

All’attacco di una delle mie prime vie importanti, aperta tanti anni fa legato alla corda del grande Feo, c’è una nicchia di roccia, forse come quella di Betlemme; con Fabio e i due Mariano, vi poggiamo la nostra Madonnina! Ci sentiamo meravigliosamente, siamo felici!

La grotta e la Madonnina mi fanno pensare a: “Quale forza, Maria, ti ha permesso di partorire in una grotta, al freddo e al gelo, dopo un viaggio lungo ed estenuante. So che tu sei la madre di Cristo, però, perdonami se oggi voglio pensarti semplicemente mamma, come tante altre che in terra abbracciano i loro figli teneramente al seno: magari un seno senza più latte, in un corpo pelle ed ossa.

Quanto dolore Maria! Tu lo hai provato sulla tua carne e nel tuo cuore! Ecco perché ti porto sulle spalle, perché sono certo che ora, puoi alleviare la nostra sofferenza!”.

 

 

 

GUARDATE LA LUNA

 

Abbiamo superato le difficoltà della nostra scalata e solamente rocce facili ci separano dalla vetta ormai a portata di mano. I miei compagni mi hanno raggiunto, finalmente possiamo mettere i piedi su un comodo terrazzo e lasciarci andare alla gioia per aver aperto una via bellissima.

Abbiamo trascorso ore di estrema tensione. Gianni è esausto per la stanchezza, ha gli occhi gonfi e, improvvisamente, si mette a piangere. Questo vivo sfogo del cuore è per la gioia di una vittoria costata tanta fatica e paura!

Comprendo il suo stato d’animo perché sto provando lo stesso. Cerco di sdrammatizzare con una battuta: “Allora vècio rampegador, hai voluto provare a fare l’uccello senza ali?”.

Si gira verso di me pallidissimo: “Mi sento ancora i brividi…”.

“Porcaccia la miseria!”, esclamai mentre precipitavo. “Tieni, tieni!…”, pensai terrorizzato, mentre lo strappo mi arrestava.

Mi sentivo come se tutto intorno a me vorticasse da una parte e dall’altra. “Cosa diavolo è successo?”, mi sono chiesto mentre cercavo di razionalizzare l’accaduto. E, d’istinto, capii: “Ahh! È uscito un chiodo e sono precipitato, per fortuna, la corda ha tenuto!”.

Lo incalzo anch’io: “Pochi attimi prima, mi trovavo nel punto più strapiombante della via, dove la roccia era gialla, appeso ad un chiodo che era entrato soltanto un centimetro. Con le dita mi tenevo saldamente aggrappato per alleggerire il mio peso quando ti ho visto, venti metri sotto di me, che riposavi, anche tu appeso ad un solo chiodo. Forse aspiravi ad un sonnellino?”.

Mariano con una forte risata: “Si è svegliato di colpo, quando si è trovato nel vuoto, con trecento metri sotto il sedere”.

Aggiungo con una pacca sulle spalle: “Mentre eri appeso alla corda, avevi gli occhi sbarrati alla paura”.

“Se l’è fatta nei pantaloni!”, esclama Mariano.

 E … ridiamo a più non posso.

Poi il silenzio e un mare di nuvole sotto di noi che a intervalli si aprono con ampie fessure e subito si richiudono come per invitarci a non guardare in basso, ma di fronte. Dove un cielo in fiamme, colorato dal sole che sta per scomparire, disegna il profilo delle cime dell’Adamello. Il panorama ci dona tanta gioia di vivere e altrettanta soddisfazione per essere arrivati su questa cima, lungo una via che entrerà nella storia di questa mitica guglia, considerata la più importante del mondo.

Dallo zaino, Gianni estrae una piccolissima Madonna che mettiamo in mezzo ai sassi. I nostri sguardi s’incontrano.

“Chi l’avrebbe detto tanti anni fa, quando correvo sulle montagne con l’unica fede in me stesso, quando rischiavo la vita senza chiedermi il perché della sua importanza per me e per gli altri. Chi l’avrebbe immaginato che un giorno sarei stato quassù a pregare?”.

I miei amici, simultaneamente si voltano e mi guardano.

Seduti nell’attesa di una notte piena di stelle, davanti una striscia rossa all’orizzonte e sotto un mare di nuvole, parliamo di Dio. Mentre ammiriamo il tramonto, penso che siamo proprio un bel trio, conserviamo l’uno per l’altro un affetto puro, un’amicizia che si accresce e si rinsalda ogni giorno con la reciproca stima e fiducia, abbiamo diviso momenti e avventure importanti, purtroppo abbiamo conosciuto il dolore, pieno di sofferenza e di lacrime e continuiamo a essere intimi amici.

 

Scende dolcemente la sera, una di quelle sere che ti fanno sentire il profumo delle rocce. Una giornata indimenticabile della mia vita che purtroppo sta per terminare.

È quasi buio quando giro gli occhi verso Mariano. “Dormi?”, gli chiedo sottovoce.

“No!”.

“A che pensi?”, incalzo con una gomitata.

 Risponde vivacemente: “Mi sto godendo questo cielo stellato infinito, immenso come l’amore di Dio, non riesco a spiegare la gioia che mi è piombata addosso” e dopo un lungo respiro soggiunge: “Se è l’Amore che ci mette in comunione con Lui, allora ogni luogo è buono per amare!”.

“Soprattutto la cima di una montagna”, aggiunge Gianni.

“Beh, sì, anch’io la penso così”.

Interviene ancora Gianni: “Guardate la luna! È una palla di luce. Adoro la luna quando è testimone dei momenti più intimi. Dentro di sé contiene tanti miei ricordi…”.

“Non avete la sensazione che tutto ciò che ci circonda quassù, ci parli di Dio?”.

E la risposta non si fece attendere: “È come un segreto nascosto che attende di essere svelato”.

 

Rivolgendomi nuovamente ai miei compagni di corda:

“Io non so come sia capitato a voi, ma so come è capitato a me. Dio è entrato nella mia vita in maniera importante e mi rendo conto che dovrò viverci assieme per tutta la mia esistenza”.

Siamo le uniche persone sdraiate sul pulpito di roccia, a quest’ora, e le nostre voci riecheggiano sotto una cupola di luci di stelle; incuranti della notte che presto ci avvolgerà perché abbiamo deciso che la trascorreremo quassù, a tremila metri.

Siamo sulla cima dello Spallone del Campanil Basso. Ci troviamo sulla guglia più bella del mondo, tocchiamo il cielo con un dito…

“Sem en Paradis”.

 

 

 

GRAZIE DI CUORE

 

Un mattino, di tanti anni fa, ero in procinto di completare i soliti preparativi d’inizio giornata, quando, ascoltando la Messa alla radio fui colpito da un pensiero, forse un impulso dello Spirito, una certezza: insomma vidi l’immagine di una Madonnina di cemento sulla scogliera del lago di Garda, in un punto preciso, che conoscevo bene, dove la roccia strapiomba precipitando nelle acque.

Sembrava tutto così irreale, un sogno, non volli prendere la cosa sul serio, anzi decisi di concentrarmi sul mio lavoro, anche perché, quel giorno, avevo molto da fare. In auto il pensiero della Madonnina continuava a tormentarmi, era come se qualcuno mi dicesse che dovevo prendere la cosa seriamente.

Sollevai il polso per guardare l’orologio. Valeva la pena correre il rischio, così decisi di ritardare l’inizio del lavoro per recarmi nella bottega dove avevo comperato la precedente Madonnina.

“Vorrei una Madonnina come…”, dissi al negoziante.

Mi rispose: “Mi dispiace ma ho fatto l’ordine alcuni giorni fa e purtroppo le Madonnine le acquisto assieme ad altre cose ad un’unica Ditta” e aggiunse: “Dovrà attendere il prossimo ordine, tra qualche mese!”.

“Non si preoccupi, non fa niente”, gli risposi.

“Ci ho provato!”, pensai.

 Stavo per andarmene quando sopraggiunse la moglie: “Hanno telefonato di aggiungere due quintali di merce per completare il carico…”. “Ma che colpo di fortuna… proprio la sua Madonna”, disse il negoziante con aria soddisfatta.

“Che cosa significa?”.

“Presto avrà la statua!”.

Quale non fu la mia sorpresa! Quella Madonnina rientrava in un disegno più grande!

 

Il lago era mosso e un vento gelido da nord, un vento pieno di freddo che torturava la pelle del viso e delle mani, trasportava velocissima la barca sull’acqua, facendola sbandare paurosamente ad ogni raffica. Per ripararci un po’ ci eravamo chiusi nelle giacche a vento.

“Sei proprio sicuro di voler mettere la Madonnina su quella scogliera strapiombante?”, disse Mariano convinto quanto fosse impossibile ancorarla senza una base.

“Hai ragione… ma… non so cosa dirti, io, io… l’ho vista proprio su quelle rocce là!”, gli risposi senza staccare per un attimo gli occhi dalla roccia.

Mariano esitò.

“È così?”, riprese.

“Sì”, ammisi.

Virate, strambate e manovre per restare attaccati alla scogliera, studiandone ogni rugosità, alla ricerca di un pulpito. E ancora salivo e scendevo con gli occhi sulla roccia.

“Conosco la forza delle tue convinzioni”,  mormorò Mariano.

Ad un tratto ebbi un’idea: “Va bene!”, affermai con decisione: “Ormeggiamo la barca a riva e con la corda proviamo a calarci dalle gallerie di sfiato della strada Gardesana”.

Più tardi, appesi sulla roccia strapiombante, miracolosamente, scoprimmo un pulpito di roccia piano, quadrato, delle stesse dimensioni della base della statua. La reazione fu istantanea: “Incredibile amico mio, proprio un miracolo!”.

I miei sentimenti si scontravano, avevamo trovato il posto ideale per la nostra Madonnina alta un metro e mezzo e con il peso di oltre un quintale. Ora bisognava ancorarla.

Ebbene, un giorno, pensai di chiedere l’aiuto a Romano, un vecchio compagno con il quale avevo fatto alcuni lavori di disgaggio: “Scusa se ti disturbo, ma avrei bisogno di te!”, ed aggiunsi: “Devo mettere una Madonnina e mi serve il perforatore”. Romano sembrava perplesso: non era facile convincerlo! D’altronde come avrei potuto spiegargli… Dopo alcuni secondi di silenzio surreale, inaspettatamente mi rispose: “Ok! Ciano, quando sarai pronto, chiamami! Verrò ad aiutarti e… non dovrai pagarmi un centesimo”.

“Ecco vedi… la Provvidenza?”, disse a sua volta.

“Credimi, vecchio mio, è tutto così straordinario…”, conclusi.

Il giorno prestabilito Alessandro, Mariano, Gianni, Romano ed io fissammo la pesante statua. Un quarto d’ora dopo, mentre, con la barca, ero intento al recupero di tutti gli attrezzi, loro risalivano le corde. Era l’ora del cambio del vento, il lago si era nuovamente fermato. C’era un silenzio, rotto soltanto dall’improvviso sbattere della vela e dal costante mormorio della chiglia che avanzava. Una brezza leggera mi portò all’ormeggio.

Più tardi accadde un fatto straordinario… Nella galleria, gli amici stavano riavvolgendo le corde, quando, uno di loro, raccolse per terra una vecchia cartolina: raffigurava l’immagine di una Madonna. Sul retro, dove solitamente si scrive, una frase: “Grazie di cuore!”. Il loro racconto mi procurò un palpito al cuore.

 

Un mese dopo…

Luciano, è un uomo generoso che ha aiutato molto i bambini dell’Associazione Serenella. Un pomeriggio si recò all’ospedale per fare visita ad un amico, quando improvvisamente, a cento metri dalla porta d’entrata, fu colto da un malore, un terribile infarto! Venne portato immediatamente in rianimazione: le sue condizioni erano disperate. Me lo confermò la moglie Letizia quando la raggiunsi all’ospedale per avere sue notizie.

“Non preoccuparti!”, le dissi, “Tuo marito deve correggermi ancora altri libri; non può lasciarci!”.

Passarono 40 lunghi giorni, Luciano uscì dal coma e la prima frase che disse alla moglie fu: “Ho visto un fascio di luce abbagliante che illuminava una statua raffigurante la Madonna sospesa sulla cresta delle onde del lago di Garda”.

E questa visione, vista nel coma, la raccontava a quanti si recavano a fargli visita.

“Che strano!”, mi disse Letizia raccontandomi l’accaduto. “Forse Luciano è rimasto colpito dal racconto del tuo libro della Madonnina di Campione, ma quella, non è stata poggiata sotto la vetta?”.  

“Sì! Quattrocento metri da terra”, le risposi.

“Però …” le spiegai, “ne abbiamo poggiata un’altra uguale e proprio sopra l’acqua”.

 

 

 

SONO CERTO TI GUARIRÀ

 

Il sentiero è stretto, quasi inesistente, devo camminare tenendomi alle rocce con un sacco pesantissimo che mi tira giù verso il basso. Sono consapevole che il peso di una Madonnina sulle spalle dovrebbe essere dolce, invece è pesante e mi fa barcollare pericolosamente. Devo stare attento a non mettere i piedi in fallo, devo resistere alla fatica!

Ai piedi della Madonnina appena poggiata mi godo il panorama delle cime attorno...

“Quella parete lassù, non è mai stata salita”, mi dice Egidio, gestore del rifugio Graffer.

“Non mi sembra un’impresa così difficile”, gli rispondo scrutando il suo punto più ardito: un pilastro di roccia grigia che s’innalza verticale tra luce e ombra.

 

Amo il Brenta, che conosco benissimo: negli ultimi dieci anni sulle sue pareti vi ho aperto oltre trenta vie nuove, ma soprattutto l’ho percorso in lungo e in largo, salendo e discendendo dalle sue cime. Ho imparato a capire dove sarei potuto “passare” in arrampicata libera, quindi trovo strano che nessuno fin’ora non abbia pensato di aprire una via su quella cima.

Con un braccio attorno alla statua, mi rendo conto che sono alcuni mesi che non metto le mani sulla roccia. Oggi lo scopo dell’escursione è un altro: siamo in tanti sulla Cima della Corna Rossa, abbiamo portato fin quassù la Madonnina ed Enrico, che non può camminare; lo abbiamo fatto come fosse una preghiera particolare di guarigione per lui e per altri ammalati”.

Enrico fissa intensamente la Madonnina. Lo vedo con lo sguardo dinanzi a sé, forse prega per la sua famiglia o forse, per tutti noi.

Fra di me: “Ma cosa aspetti, mamma del cielo, a farlo correre? Anche tu, quando eri ai piedi della Croce, hai gridato al Padre: ma cosa aspetti a tirarmelo giù?”.

Enrico, come avesse letto nel mio pensiero: “Abbiamo una fede che ci dice che bisogna chiedere senza mai stancarsi e, di certo, prima o poi, avremo anche noi una risposta!”.

Maria, penso alla tua vita di moglie e mamma…

Quando hai dovuto dire a Giuseppe che eri incinta, con tanti dubbi, tante paure che non potesse capire. È pur vero che Giuseppe aveva fatto un sogno: un Angelo gli rivelava la verità! Ma quando sei un uomo, con tutte le indecisioni e povertà non è tutto così semplice. Giuseppe di certo avrà avuto dei dubbi, ma, infine, ha vinto la sua Santità!

 Fra dubbi e certezze ho cercato Dio non solo in chiesa, ma anche sui sentieri,  nella felicità come nel dolore, nelle cose facili come in quelle difficili, nella salute come nella malattia. E come molti altri l’ho trovato sulle montagne, nella casa, in famiglia, nel mio lavoro… Così Dio è come il vento che fischia, che sradica gli alberi, solleva il mare, una forza che anche se non si vede, esiste!”.

Rivolgendomi ad Enrico: “Sono felice che il tuo corpo semiparalizzato non ti limiti. La tua anima, le tue emozioni e le tue sensazioni le sento vibrare e mi commuovono, le percepisco come fossero mie. Eppure non si vedono, così come non vedo un Dio che però intuisco in tutte le cose! Sono certo che ti guarirà!”.

Al rifugio tutti sono felici, orgogliosi di aver portato la Madonnina lassù. Una grande gioia inattesa e silenziosa trova posto nel cuore, più che nelle parole.

“È un giorno fantastico, vorrei toccare il cielo con un dito!”, mi dice Enrico entusiasta.

“Anch’io, vecchio mio”, gli rispondo.

 

Più tardi… 

Chiedo ad Egidio di prestarmi qualche chiodo.

“Non vorrai attaccare il pilastro a quest’ora?”, risponde sorpreso.

“Su dai, non preoccuparti, provo il primo tiro di corda e torno giù”.

Intanto Egidio corre in cantina e torna con un mazzo di chiodi.

“Grazie!”, mentre infilo velocemente la porta del rifugio.

 

Il sole splende luminoso e il cielo stesso, al di sopra delle montagne, è di un azzurro quasi bianco, come se la neve volesse non soltanto rispecchiarsi ma anche salire ai suoi limiti ed essere un tutt’uno con il cielo; qualche nuvola color argento sembra dar vita ad un’immagine che sembra una cartolina.

Rivolgendomi al mio compagno:

“Mariano, vorrei mostrarti una bella parete!”.

“Ma sì, a quest’ora!”, mi risponde guardando l’orologio.

“Prendi anche l’imbrago e la corda, non si sa mai”.

Sul sentiero che porta alla base della Corna Rossa, camminiamo con passo svelto. Più tardi, raggiungiamo l’attacco della nostra via. Alcuni minuti per i preparativi e finalmente ho le mani sulla roccia.

“Se salgo diretto, mi allontano dal Pilastro” esclamo, fermo sotto un tetto e con le gambe in ampia spaccata.

Mi suggerisce Mariano: “Non hai altra scelta!”.

“Potrei provare a raggiungerlo con un lungo traverso”.

“Lascia perdere, non vedo fessure e appigli, ti metti in un vicolo cieco!”, mi grida il mio compagno.

“Allora ci provo!”.

Poco dopo, sono costretto a dargli ragione; la parete che ho davanti è liscia, compatta e mi trovo in difficoltà, poggiato su minuscoli appoggi, nel tentativo estremo di mettere un chiodo. 

Avvertendo la situazione Mariano non mi risparmia: “Testone di un testone… te l’avevo detto, di lasciar perdere!”.

“Ma va a quel …”, penso fra me: “Se riesco a passare questa placca è fatta!”.

Nel frattempo, Pierluigi raggiunge la base della parete. Tutti i tentativi di mettere un chiodo sono vani, anzi uno mi sfugge e precipita cadendo vicinissimo ai miei compagni. “Fate attenzione là sotto!”.

Non mi resta, a questo punto, la minima possibilità ormai. “Non posso volare, non devo correre rischi, non mi è consentito! Dove mi trovo e con un solo chiodo di protezione cadrei in fondo”.

Esausto per la stanchezza cerco la soluzione del problema, cambiando in continuazione posizione delle mani e dei piedi per evitare dei crampi, nel tentativo estremo di piantare un buon chiodo. Ci riesco soltanto dopo molti tentativi, mettendoci tutta l’energia di cui posso disporre, così mi spingo deciso sul sesto grado del passaggio che sta sopra di me. Gli occhi dei miei compagni non mi mollano un attimo.

Più tardi, sul filo del pilastro, le rocce si fanno più appigliate; finalmente posso allentare la tensione ed abbandonarmi ad una arrampicata bellissima, piena di soddisfazione.

La Madonnina spicca sulla cima di fronte: accarezzata dal sole, bianchissima nell’azzurro del cielo…

“Guarda… guarda la Madonnina!”, mi grida Mariano mentre sono in procinto di salire.

“Lascia perdere, non posso pregare intanto che arrampico”.

“Se pregare significa stare con Dio… puoi dire che preghi ovunque, anche intanto che stai scalando!”, mi risponde seccato.

Il sole sembra fermo, alto in cielo, proprio a picco; nonostante facesse molto caldo, l’ombra dell’anfratto di roccia dove sono rannicchiato mi dona  riposo e sollievo. Dopo aver piantato dei chiodi di sosta, posso finalmente recuperare la corda e… godermi la Madonnina.

“Ha ragione Mariano, come si può affermare che non posso pregare mentre arrampico? Ma sì… questa è proprio bella, si può amare anche mangiando, o correndo e persino facendo fatica” e ancora: “Maria, è il mio modo di essere! Non riesco a mettermi facilmente, nelle tue mani, credo troppo in me stesso! Ho troppi limiti… ma sì …su dai…amami così come sono!”.

Ancora Mariano: “Giuliano… Giuliano…! Cosa vuoi che ti dica, arrampico con il cuore e gli occhi alla Madonnina, è troppo bella!”.

“Caro amico, hai molta più fede di me”.

 

 

 

Assieme ad Enrico e Daniela abbiamo pregato e sognato ma soprattutto vissuto intensi momenti d’amore per gli altri... per i bambini dell’«Associazione Serenella». Ora ci abbandoniamo ad un sogno con la certezza che, un giorno, diventerà realtà; perché con Cristo “l’impossibile è possibile!”.

“Venite con me, tutti voi che siete stanchi e oppressi: io vi farò riposare” (Matteo 11. 28-29).

 

Prepararsi! Trenta secondi al lancio!”.

La lucetta rossa vicino al portellone si è accesa e il sergente istruttore dà uno sguardo ai paracadutisti pronti a saltare.

Avevo vent’anni ero al mio primo lancio e mi sentivo padrone del mondo; ora ho cinquant’anni, da nove anni sono ammalato di sclerosi e deambulo con difficoltà. Prima volavo, ora a stento cammino.

Ho conosciuto l’inferno sulla terra fino a quando, è trascorso più di un anno, il Signore si è evidentemente impietosito e mi ha toccato con la grazia della Fede, io che non credevo … Ora veramente volo, volo con Dio e lo prego tutti i giorni di guarirmi, di permettermi ancora di andare in bicicletta, sciare e nuotare come facevo prima.

Il Signore si serve dell’uomo per aiutare l’uomo: siamo nell’estate del ‘99, al Rifugio Graffer e un gruppo di amici mi trasporta a turno sulle spalle. Stiamo andando a collocare una Madonnina, la porta Giuliano e per me è un onore immenso: sono trasportato come Lei.

Se andate al Rifugio Graffer, passate a guardarla e salutatela come si saluta una mamma; nel suo cuore c’è posto anche per voi.

Io la prego tutti i giorni: “Mamma, chiedi a tuo figlio che mi guarisca” e sono sicuro che qualche cosa succederà, se non a me forse a qualcun altro che magari ha più bisogno.

Ormai sono numerose le Madonnine sulle nostre montagne; quando

passate, mandate loro un saluto e un bacio: vi sentirete meglio.

 

Enrico Astolfi

 

 

 

A SERENELLA

 

L’estate del 1990.

Serenella aveva  da poco terminato le cure contro il tumore: l’incredibile operazione a Zurigo e tutto il ciclo di radioterapia. Sapeva benissimo la gravità della situazione, conosceva la diagnosi della malattia ma ciononostante era tranquilla, serena e si godeva intensamente la gioia della sua bambina. Aveva una grande fede, una fede semplice, viva e forte; tipica delle anime che si stanno incontrando con Dio, le più pure, le più belle! In poche parole, Serenella mi stava trasmettendo un credo che per tutta la vita avevo rinnegato, con piccoli gesti m’insegnava a parlare con Dio allo stesso modo con cui si parla con un papà, un fratello, un amico molto intimo. Cominciavo a rendermi conto che Dio non ci ha chiamati ad essere semplici amici o suoi vicini di casa, ma bensì ad essere suoi figli! Non mi chiedeva un’insieme di “preghierine”, ma un’alleanza di sangue. Dovevo scegliere!

Mentre i giorni passavano in una alternanza di lacrime e serenità, di speranza e di dolore, cominciai ad accorgermi dei primi segni che testimoniavano la potenza di Cristo attraverso fatti, piccoli e grandi; insomma avvertivo sensazioni che toccano il cuore e ti fanno uscire le lacrime, proposte concrete da prendere sul serio!

Mariano, il mio fido compagno di corda e di vita, mi propose di portare una Madonnina su una montagna. La scelta cadde sulla Val d’Ambièz, un anfiteatro di cime unico al mondo dove avevo aperto moltissime vie nuove ma soprattutto dove avevo trovato l’accoglienza buona e semplice del gestore del rifugio Ignazio, assieme alla moglie ed ai figli.

Prima di lasciare la mia abitazione Mariano osservava incuriosito un piccolo Crocefisso poggiato vicino ad una minuscola statua.

“Chi è?”, chiese.

“È un dono … un Santo… mi sembra un certo S. Gaspare”.

“Vorrei anch’io portare qualcosa sulla montagna come preghiera per la guarigione di Serenella”, bisbigliò.

Volsi lo sguardo e... “Porta San Gaspare!”.

Ancora Mariano: “Facciamo così, prendo il piccolo Crocefisso”.

“Perdonami San… San Gaspare”, balbettò.

“Metti la statua del Santo sulla mensola vicino al grande Cristo che c’è sulla parete, così non gli avremo rubato nulla”, commentai.

“Perfetto, è una bella idea”, concluse il mio compagno soddisfatto.

 

La via, lungo il vertiginoso spigolo sui Castei Meridionali, è una delle più belle ed esposte del Gruppo; è stata dedicata ad Anna, la mamma di Gianni, mio compagno di corda durante la prima ascensione.

Le difficoltà crescevano man mano che ci avvicinavamo alla vetta. Ricordo, a tutt’oggi, Mariano salire deciso lo strapiombo finale, l’esposizione sotto di noi e la cima dallo spazio così ridotto da stare in piedi a fatica.

Con un pugno di malta abbiamo cementato il piccolo Crocefisso di San Gaspare; più avanti sulla cresta sarà la volta della Madonnina. Ai suoi piedi, passai mentalmente in rassegna tutto ciò che avevo vissuto negli ultimi mesi: giorni di grande dolore, d’estenuanti fatiche, di speranze e di delusioni. Una diagnosi fatale dopo l’analisi istologica del male, la paresi che incatenava Serenella, una bambina di pochi mesi da crescere e qualche bel debito da pagare; però anche grandi miracoli: la nascita di Chiara, Serenella ancora viva. Questo miscuglio di ragionamenti mi riportò alla realtà di quel momento, ma l’immagine di quella piccola statua era così celeste dall’invitarmi a pregare.

Un silenzio, e ad un tratto mi venne un’idea e feci il mio voto: “Maria! Se guarisci Serenella ti prometto che su questa cima, in questo posto, costruirò una piccola chiesa”.

Incominciai a ragionare freddamente. Socchiusi gli occhi e mi concentrai sulle cose che correvano e mi sfuggivano: m’immaginavo lassù, circondato di mattoni, cemento e attrezzi vari. Mi sentivo intorpidito di corpo e di spirito, avevo la sensazione di vivere un sogno.

Il sole era verticale sopra di noi. Fissavamo la Madonnina e… finalmente trovai sfogo nelle lacrime. “L’amore permette qualunque desiderio…”, dissi, mentre ci allontanavamo lungo le rocce.

Anche Mariano aveva gli occhi infossati.

Dopo quell’esperienza in montagna, spesso guardavo la statuetta di San Gaspare pregandolo di intercedere per il miracolo.

Un anno dopo, una domenica d’ottobre, Serenella moriva! Quel giorno era la festa delle Missioni e anche la festa... indovinate di chi? San Gaspare! Per me quello fu un segno evidente di come la volesse con lui in Paradiso.

Ritornai ancora su quella cima e scalai il suo vertiginoso spigolo. In vetta sollevai quel piccolo Crocefisso di San Gaspare e lo deposi nello zaino; il pezzo di roccia a cui era cementato si era staccato, sembrava un fiore di pietra: i petali coronavano il piccolo Cristo creando una fantastica scultura. Decisi di riportarlo a valle.

La notte rimasi sveglio a lungo, con la mente piena di pensieri contrastanti. Non sapevo se il Cristo doveva rimanere lassù sulla montagna o se invece avevo fatto una cosa giusta nel riportarlo con me.

Tuttavia, all’indomani, mi svegliai straordinariamente felice ma dopo qualche ora la gioia che mi sentivo dentro fu interrotta dalla telefonata di un amico, mi annunciava che la moglie aveva un tumore, e di quelli brutti.

La mia fantasia ondeggiava fra tante possibilità: pensai a Dio, a Serenella e… al Cristo che, il giorno prima, avevo raccolto sulla cima della montagna.

Mi rendevo perfettamente conto della situazione. Volai in ospedale. “Cara Miriam, questo Crocefisso…” e le raccontai tutta la storia. Glielo misi accanto: “È una delle cose più preziose che ho, ci sono affezionato, sono certo ti aiuterà!”.

Tuttavia mi restarono dei dubbi ma… da allora, e sono passati alcuni anni, Miriam è ancora tra noi! Sono state le cure? Oppure l’aiuto del Santo?

 

I segni hanno raccontato la mia vita, hanno spiegato i miei desideri, il mio cammino: una chiesa, di quattro mura, non più in cima alla montagna, bensì racchiusa nel cuore delle persone, che hanno scelto di pregare Dio aiutando i bambini dell’Associazione che prenderà il nome di Serenella.

 

 

 

GUARDATE GLI UCCELLI DEL CIELO

 

Mario è “volato” e, ora è completamente di peso sulla corda. Qualche ora prima di attaccare la parete: “Glielo avevo gridato che quelle scarpe non erano adatte per l’arrampicata estrema, avevo insistito che erano più per l’escursionismo”. Ma lui: “Dai Giuliano… andiamo! Ti assicuro che vanno bene!”.

“Mario?”. Una pausa.

La frase mi venne subito, spontanea: “Porcellino di un porcellino, vanno bene vero le tue scarpe!”, imprecai, trattenendo con forza la corda.

“Cala, calami per un paio di metri!”, seguitava a gridare.

“Perdinci, vorresti tornare con i piedi per terra”, sospirai.

“Se lo calo fino alla sosta, sono convinto, non arrampicherà più”, pensai bloccando la corda.

Poco dopo…

Scesi sull’orlo dello strapiombo per aiutarlo.

“Allora, vuoi salire sì o no!”, gli dissi con tono deciso.

Il mio compagno tacque e poi riprese: “È una parola, le braccia non le sento più e così le mani non riesco più a chiuderle!”.

Non mi tolse gli occhi di dosso mentre mi disse: “Il cuore mi pulsa fortissimo, le tempie cominciano a battermi…non ce la faccio più!”.

“Come??? Non dirai sul serio!”.

Vi fu un breve silenzio e: “Devo…devo continuare?”.

Alla fine. “Stammi bene a sentire, se ti aiuterai un po’potrò sollevarti di peso, almeno fino oltre lo strapiombo”. Ma, all’improvviso qualcosa mi uscì dai pantaloni e volò, precipitando nel vuoto. “Porcaccia la miseria, nooo… il portafoglio!”. Mi spinsi all’infuori senza esitare. Nel vuoto: soldi, carte di credito, patente e foglietti.

Un attimo e… a quel punto, non ebbi scelta: “Ok, scendiamo!”.

E… Mario sorrise.

 

Nel frattempo, gli amici della SAT di Arco stavano portando sulla vetta una Madonnina. Decidemmo di raggiungerli per il sentiero attrezzato ma, non prima di aver recuperato i miei averi. In vetta, ero un po’ nervoso, devo ammetterlo, ma allo stesso tempo felice. Mi sono lasciato afferrare dall’aria di pace che emanava la Madonnina poggiata sull’orlo dello strapiombo: dominava la valle e sarebbe stata vista ovunque. Fu un momento di gioia, soprattutto quando ai piedi della statua ho visto una targa con una una preghiera “rubata” dal mio primo libro: “Mi sforzo di ricordare tanti amici… alcuni mi vengono in mente subito, altri più lentamente. Ricordo i volti di Franco, Ugo, Marino, Fabio, Benvenuto, Tita, Scipio, Vittorio, Roberto, Luciano… Alzo gli occhi al cielo per comunicare con loro! Ma come? Con la mia preghiera.”.

Il cielo s’illuminò sopra il mio capo, quando il sole si liberò dalle nuvole. Era un tardo e tiepido  mattino di primavera, fissai i miei compagni di corda, a uno ad uno: Paolo, Claudio, Mario. Quante giornate di montagna abbiamo trascorso assieme, e ancora quante arrampicate e grandi avventure.

Rivolgendomi a Claudio: “La cima Colodri... sulle sue verticali pareti vi ho passato intere giornate, ho vissuto emozioni fortissime, avventure irrepetibili; vie nuove, prime ripetizioni e persino alcune prime solitarie”.

Respingendo ogni esitazione: “Noi alpinisti abbiamo il dono di amare la vita, a questo mondo ci stiamo bene…”.

Scossi la testa, con un sorriso: “Oh sì, però dobbiamo occuparci anche di chi non ha avuto tanta fortuna”.

Claudio mi ricambiò il sorriso.

Volgendo lo sguardo verso gli altri miei compagni, mormorai: “Ora, ai piedi di questa Madonnina qualcuno si fermerà, per ricordarsi degli amici alpinisti caduti, per le tante persone che hanno bisogno di una mano, oppure per ringraziare Dio del felice esito della scalata”.

Il profumo degli alberi e dei fiori riempiva l’aria. Sul sentiero di ritorno Mario mi disse: “Non t’immagini quello che provo dentro di me” e aggiunse: “Ci preoccupiamo troppo dei problemi quotidiani, mentre per vivere basterebbe così poco, ci siamo proprio incasinati”.

“Sì, ammetto che hai ragione, è forse la nostra più grande debolezza”, gli risposi con voce roca.

Continuammo a camminare senza fretta, inoltrandoci in mezzo ai pini quando la voce di Mario riprese con affettuosa insistenza…

“San Francesco, nel suo modo umile e semplice di vivere la vita, ripeteva sempre:

 

“Perciò io vi dico: non preoccupatevi troppo del mangiare e del bere che

vi servono per vivere, o dei vestiti che vi servono per coprirvi. Non è forse vero che la vita è più importante del cibo e che il corpo è più importante del vestito?

Guardate gli uccelli del cielo: essi non seminano, non raccolgono e non mettono il raccolto nei granai…eppure il Padre vostro che è in cielo li nutre! Ebbene voi non valete più di loro? E chi di voi con tutte le sue preoccupazioni può vivere un giorno più di quel che è stabilito?

Anche per i vestiti, perché vi preoccupate tanto? Guardate come crescono i fiori dei campi: non lavorano, non si fanno vestiti… eppure vi assicuro che nemmeno Salomone, con tutta la sua ricchezza, ha mai avuto un vestito così bello!” (Matteo 7, 25-30).

 

“È difficile far proprie le verità”, esclamai e, tornando a camminare: “Chissà, bisognerebbe diventare come un uccello del cielo…”.

“E volare… volare…”, mi interruppe.

Ovvia la risposta: “Per ora mi ritorna alla mente il mio portafoglio che volava!”, rompendo l’atmosfera del momento.

“Non hai bisogno di dirmi altro?”.

“Volevo assicurarti che anche senza soldi, oggi mi sento molto più ricco di prima”.

 “Per quel che mi riguarda anch’io lo sono!”, mi rispose commosso.

 

 

 

VOGLIAMO SOGNARE

 

 Si chiama Cima della Madonna, credo che meriti una Madonnina sulla sua cima”, dissi ai miei compagni, mentre salivamo il ripido pendio che separa il sentiero dalla parete. “Poi… ci sono tanti altri motivi!”, aggiunsi pensieroso. “La parete non supera i centocinquanta metri, tuttavia offre la possibilità di vie nuove non estreme…”.

Mariano con tono ironico: “Conosco le tue vie non estreme”.

Andrea: “Scusate… e la Madonnina?”.

A un tratto, il mio sguardo fu attratto da una fessura che saliva nel fondo di un bellissimo diedro. Indicando con un dito, dissi: “Oggi, andremo lassù”.

Il profumo degli alberi e dei fiori riempiva l’aria, stretti su un pulpito roccioso i preparativi: sciogliemmo le corde, annodammo i cordini e indossammo l’imbrago con moschettoni, chiodi e martello. Sopra ogni cosa, il sole stava ancora chiuso tra le cime.

Nuovamente Andrea: “Sì va bene! Ma… la Madonnina?”.

Mi concentrai sulla mia scalata. Venti metri sopra, un chiodo frenò il mio entusiasmo di aprire una via nuova: mi sussurrava che qualcuno era già salito lungo quella fessura. Deluso per l’amara sorpresa tentai di raggiungere uno “spigolo”, senz’altro mai salito prima.

“Ok, lascio la via e provo questo traverso di rocce verticali e inviolate, tenete bene!”, gridai ai miei compagni mentre lentamente mi muovevo su appigli rovesci e appoggi per i piedi quasi inesistenti.

Andrea: “Giuliano, Giuliano!”.

“Dimmi… cosa c’è?”.

“E… e… la Madonnina?”.

Dopo un passaggio difficile, riuscii a piantare un buon chiodo di sicurezza e lentamente proseguii la mia scalata. Le difficoltà calavano man mano che completavo il mio traverso. Finalmente potevo poggiare la pianta dei piedi sopra un pulpito e conficcare nella roccia dei solidi chiodi di sosta. Avevo aggirato lo spigolo roccioso che delimitava la parete in ombra con quella nella luce. Il sole del mattino scaldava le mie mani e illuminava le rocce rendendole d’aspetto più articolate, più mosse. Sopra, tutto sarebbe stato più facile.

“Ok, molla tutto! Potete partire!”, gridai ai miei compagni.

Nuovamente Andrea: “e… la Madonnina?”.

Dopo un breve periodo di riflessione: “Portala su!”.

 “Ma… è di cemento, pesa venti chili!”.

“Ti guadagni il Paradiso”, gli replicai con tono persuasivo.

“Se salgo con questo peso, è la volta che lo raggiungo il Paradiso”.

“Dai… provaci! Ti aiuto tenendo la corda ben tesa”.

Sul traverso… “Acci….”, gridò Andrea e, tutto ad un tratto, era di peso sulla corda.

Per alcuni secondi trattenni il respiro. Andrea era caduto e si trovava in una brutta situazione: sostenuto da un unico chiodo, se avesse ceduto avrebbe fatto un lungo pendolo. Aspettai in gran silenzio, con il cuore in gola, che riprendesse  a scalare.

Dopodiché, molto lentamente, l’osservai nuovamente con le mani sulla roccia. Provai subito un enorme sollievo. “A proposito”, dissi, “…non è facile fare il sesto grado con una Madonnina di cemento sulle spalle!”.

Ora, tra noi c’erano circa venti metri. “Bene, diamoci da fare e fate attenzione!” gridai, volgendo lo sguardo su di loro con un sorriso.

Pochi minuti più tardi. “Se avesse ceduto il chiodo? Ma… forse è meglio non pensarci! Di certo me la sarei presa con la Madonnina”, dissi ad Andrea, mentre lo assicuravo ai chiodi di sosta.

Mariano, lentamente lo seguiva e brontolava. “Non è possibile scalare con tanto peso!”.

“Lascia perdere e sali!”, gli risposi seccamente e mormorai: “Non si possono considerare le cose così rigidamente? Non si vive soltanto di calcoli o d’astuzia, ma si vive anche di orizzonti un po’ più lontani!”. Questo è il mio spirito vagabondo: la felicità che provo quando mi stacco dalla realtà e, provo a “volare” lontano, a sognare… D’altronde come potevo spiegargli che l’alpinismo di una volta era fatto di sacchi ancora più pesanti, lungo vie molto più lunghe, con giorni e bivacchi in parete.

Con Mariano, negli ultimi dieci anni, avevo aperto delle vie difficili ma senza scarponi grossi e pesanti ai piedi, senza chiodi fatti a mano in officina e taniche di acqua, viveri ecc. Era chiaro che, un tempo, lo zaino era più pesante di un masso e bisognava portarlo anche su difficoltà estreme.

Di fronte alla Madonnina cementata sulla cima ricordammo tanti amici ammalati e i nostri cari. Guardando la bianchissima statua mi accorsi che traspariva, da quella figura, una purezza.

“L’infelicità degli altri non può essere uno spettacolo per noi che siamo felici, non è giusto compatire e stare a guardare, a volte basta una sola preghiera per avere una guarigione, un miracolo!”.

Sulla cresta del ritorno, le nuvole riflettevano il sole, il cielo cominciava a farsi grigio e il tempo si stava mettendo al brutto. Rivolgendomi a Mariano, cominciai a spiegare… ad esporgli modestamente quello che riguardava da vicino il mio pensiero, il mio modo di vedere: “Ti va di prendere in considerazione una proposta? E allora stammi a sentire: L’amore, inteso anche come passione genuina per qualcosa, va lontano, al di là delle nostre certezze. Ecco perché sono certo che, nella vita, sia necessario rischiare!”.

E lui per tutta risposta: “Lo sai Giuliano che sono molto metodico, non sono come te che ti butti… in ogni cosa, hai grinta da vendere e hai imparato ad affrontare da solo, con il tuo coraggio, le asperità della vita”.

“Se arrampichi con me lungo vie nuove e molto difficili è perché cerchi i tuoi limiti! Sono convinto che per molti il solo fatto di rischiare o di provare qualcosa oltre è tabù, ma è proprio poiché il possibile per loro diventa impossibile, che per noi invece l’impossibile potrà diventare possibile…”.

“Possibile…impossibile? Quando sarai all’ospedale con le ossa rotte dirai: impossibile!!!”.

 

 

 

LA MADONNINA DI VADENA

 

 Ti ho riportato la Madonnina”, mi disse Mario mostrandomi la statua nel bagagliaio della sua auto.

“Ma… perché?”, risposi incredulo.

Mario mi gettò uno sguardo rassicurante e con un sorriso mi disse: “Semplicemente perché voglio acquistarne una più grande!”.

“Ah, mi hai spaventato, per un attimo ho pensato che non la volessi”, esclamai sollevato ed aggiunsi: “Dai racconta…”.

Mario iniziò la sua storia…

“Quando parlai ai miei compaesani del progetto di portare una Madonnina sulla parete rocciosa che sovrasta il paese, rimasi colpito dall’entusiasmo con cui tutti accolsero l’idea. Sia la comunità italiana, sia quella tedesca si trovarono d’accordo, sembrava che la Madonnina avesse conquistato tutti. Allora già me la immaginavo… lassù, al limite della cengia erbosa, in bilico sopra le rocce; un posto bello, dove per mezzo di un sentiero, chiunque avrebbe potuto salire e recitare una preghiera. Per tutta la notte pensai e ripensai alla Madonnina: dall’alto avrebbe protetto tutta la nostra comunità e … tutto il traffico dell’autostrada. Pian piano che me la figuravo nella mente, mi rendevo conto che, per essere vista dal basso, avrebbe dovuto essere  più alta!”.

 

Passarono giorni, settimane; ma la Madonnina non trovava l’occasione propizia per essere portata a destinazione. Continuavo ad insistere, sapevo… ero pratico… testimone di tante difficoltà che inevitabilmente precedevano qualsiasi opera a fin di bene. Per questo incitavo Mario nel concludere l’operazione.

Finalmente, dopo alcuni mesi, mi raccontò:

“Avevo il garage pieno di acqua perché ci trovavamo in piena alluvione, infatti, il fiume Adige era straripato…”.

Lo interruppi: “Se mi avessi ascoltato! Te l’avevo detto che il male non avrebbe voluto la Madonnina sopra le vostre teste!”.

Mi rispose: “Comunque il demonio lo abbiamo fregato lo stesso, perché… al mattino trovata la Madonnina immersa parzialmente nell’acqua, con dei pezzi di legno l’ho sollevata, mettendola all’asciutto. Esclamai: “Sarai stanca di sentirti l’acqua fino al sedere, se farai smettere questa pioggia, ti prometto che presto sarai sulla montagna”.

Detto fatto, le piogge cessarono e la Madonnina sistemata grazie ad una mano di vernice, fu riportata al suo antico splendore. Mi sentivo carico e…

Era un mattino caldo e piacevole: con molti amici, un piccolo trattore, ed anche con qualche inconveniente, trasportammo la Madonnina il più in alto possibile; per poi, con l’aiuto di corde e di una barella, portarla nel posto convenuto. Ora è lassù, e attende di essere ancorata sulla roccia”.

“Bravi! Ben fatto!”, risposi.

Notai in lui uno strano, furtivo sorriso di trionfo sulle labbra.

Per noi ormai esperti, non fu un grande impegno, poggiare la Madonnina sul bordo dello strapiombo. La fatica più grande era stata quella di portarla fin lassù!

Gli abitanti del piccolo borgo di Vadena, non erano con noi, perché, in quel momento, si trovavano in processione, portavano un’altra Madonna. Proprio quel giorno era la festa patronale del paese.

Più tardi Mario mi raccontò una storia incredibile: “Tanti anni fa, c’era un uomo che in paese ritenevano un po’matto. Spesso lo si era visto inginocchiato nel cimitero e verso la montagna. L’uomo sosteneva di vedere lassù la figura della Madonna!”.

“Non ti sembra ci siano troppe coincidenze?”.

“Maria doveva essere proprio sopra il mio paese, forse per fare qualche miracolo oppure per proteggerci!”.

“Quanti miracoli accadono lungo la strada della vita”, sospirò Mario e aggiunse: Lei è mamma, mamma di Cristo! Basta che lei chieda a suo figlio! Se tutto passa per mezzo del suo cuore, può accadere qualsiasi cosa…”.

“Hai ragione!” e… “Ti ricordi il primo miracolo di Cristo?”.

Cominciai a raccontare…

Alle nozze di Cana, Maria non ha fame, sembra cibarsi contemplando suo figlio, quando si accorge che i servi parlottano fra loro preoccupati: è finito il vino! Maria conosce, avverte una verità che è nascosta soltanto fra loro due, mentre è ignorata completamente a chiunque altro. Maria sa che suo figlio è in grado di compiere qualunque miracolo, lo sente nel cuore! “Gesù, hanno finito il vino!”.

È la sua parola magica per dirgli che è arrivata l’ora di mostrare tutta la sua potenza. Gesù le sorride dolcemente e Maria gli legge negli occhi l’assenso. Così ascolta suo figlio mentre dice ai servi di riempire le otri d’acqua… In quel  momento Gesù non era più il figlio della mamma, ma Figlio del Padre, diventava il Messia, doveva compiere la sua missione.

 

 

ALL’AMICO ANGELO

 

 Ho trascorso quasi tutta la mia vita aggrappato alle rocce, con la massima attenzione ai punti d’appoggio, agli appigli: ora, invece, sono completamente staccato da qualsiasi cosa, sospeso nel vuoto, con un abisso senza fine sotto di me”.

 

Sul prato del porto S. Nicolò a Riva del Garda guardavo i sub che uscivano dall’acqua…

“Ciao Giuliano”, mi gridò uno di loro.

Rivolsi la mia attenzione su Paolo che riconobbi soltanto dopo che si tolse il cappuccio della muta.

“Dai vieni nell’acqua che ti faccio provare la paura!”, mi disse ironicamente.

“Ma sì! Lo sai benissimo che ci vuole ben altro per spaventarmi!”.

“A parte gli scherzi, se vuoi provare ho tutta l’attrezzatura”.

Paolo è un amico, fra i più cari, è pieno d’iniziativa e di entusiasmo; qualche volta si è legato anche alla mia corda. Sa fare di tutto, ed è persino istruttore di sub.

“Non voglio farti fare una brutta figura”, gli risposi con una battuta, certo di poter evitare un’esperienza che non volevo, almeno quel giorno, vivere.

Egli sospirò e si drizzò a sedere.

Era una di quelle giornate ventose di primavera, la temperatura dell’aria era più fredda che calda e il lago molto mosso: le onde s’infrangevano sugli scogli.

Paolo rivolgendosi ai compagni: “Gli uomini veri si vedono soltanto sulle rocce!”.

E scoppiarono in una risata.

Tutti ridevano, eccetto io: “Ok, va bene, dammi una muta!”.

Detto fatto, Paolo uscì velocemente dall’acqua e recuperò l’equipaggiamento.

Avrei voluto gridargli di lasciar perdere, che, con quel freddo, non era proprio il caso, ma sentivo di dover provare; d’altronde conoscevo molto bene l’amico, sapevo d’essere in buone mani.

Il problema maggiore fu quello di spogliarsi e di rivestirsi di tutto quell’armamentario.

“Pronto?”, domandò Paolo e aggiunse: “Bene, diamoci da fare!”.

“Perdinci, mi sembra di essere un astronauta”, sospirai.

Un sub, volse lo sguardo su di me con un sorriso.

“Per quel che mi riguarda sono pronto”, affermai con un atteggiamento di sfida.

L’acqua sembrava fredda e scura e a vederla mi venne un brivido. “Se vogliamo eliminare un problema della nostra vita, non bisogna attribuirgli troppa importanza, ma semplicemente non farci caso”, pensai, cercando di camminare con le bombole in spalla.

Con uno sforzo mi imposi di respirare dall’erogatore che avevo in bocca. Per poterlo fare senza affanno, dovevo tenere i nervi a posto.

Finalmente, avanzavo fiducioso ma non sereno sulla riva e affondavo fino ad avere la testa sott’acqua.

È facile immaginare come nuotai a lungo cercando di sbloccare le orecchie che mi facevano male. Tentavo di compensare: dovevo tapparmi il naso e soffiare.

Più tardi, Paolo, mi fece cenno con una mano di seguirlo.

Da una boa, tenendoci ad una catena, continuavamo a scendere, mentre io ero intento a compensare in continuazione.

Sul fondo, il mio accompagnatore mi mostrò uno strano orologio che indicava… “sedici metri? Non è… non è… non è possibile!”. Non mi ero nemmeno accorto, anzi sentendo le orecchie sbloccate feci cenno a Paolo di scendere ancora. Con un dito mi rispose negativamente. Poi mi fece cenno di voltarmi all’indietro… Con grande meraviglia, vidi per la prima volta il Cristo subacqueo.

 

A Campione del Garda, proprio sotto l’ultima via aperta sulla grande scogliera, la più difficile: un muro spaventoso di quasi quattrocento metri, tutto all’infuori. La via Serenella è sopra di noi e termina su un piccolo terrazzo, dove abbiamo poggiato la Madonnina, chiamata dei miracoli.

Oggi un’altra Madonnina sarà fissata sulla roccia, ma sott’acqua.

Paolo e i suoi amici sub hanno imbragato la statua che lentamente scompare tra le onde.

Alcuni giorni dopo, sempre invitati da Paolo, io e Mariano decidiamo d’immergerci. Memore dell’ultima esperienza penso alla scogliera che continua sott’acqua, propongo così di legarci. “La Madonnina è stata messa otto metri sotto, con una decina di metri di corda fissata ad una grossa pianta, saremo ben sicuri!”.

“Fidarsi è bene ma…”.

“Ci siamo noi!”, mi risponde Paolo.

“Vai avanti tu che mi viene da ridere”, esclamo guardando Mariano vestito da sub.

“Vorresti restartene con i piedi per terra”, mormora con un sorriso.

“No… è che… se me la vedo brutta ti spingo giù per salire più velocemente”.

“Ah! Lo spirito di santità per andare a trovare la Madonnina?”.

“No! È che… siccome i Santi, il Signore li vuole con sé…”, aggiunsi sghignazzando: “È meglio che prenda te; io devo far crescere due bambine piccole…”.

“Ma va… se sono discorsi da fare”  afferma, legandosi al capo della corda con più nodi.

La risata di tutti rompe la tensione del momento, per poi salire su, su… sulla parete che ci sovrasta.

“A dire il vero, nemmeno quando affrontiamo una scalata, ci siamo legati alla corda con tanti nodi”, affermo scherzando, mentre spingo il mio compagno nell’acqua.

“Splash… splash…”.

“E va bene… ora… mi butto…”.

“Splash… splash…”.

Sott’acqua. Tutto attorno ha un aspetto di pace, ho la piacevole sensazione di fluttuare, di muovermi nel vuoto. Lentamente, guidati da tanti esperti subacquei raggiungiamo la statua. Paolo ha voluto poggiarla là sotto per ricordare Angelo, un caro amico da poco volato in Paradiso: uomo di grande fede, umiltà, generosità. “Angelo è un Santo!”, penso mentre leggo la dedica ai piedi della Madonnina. “Quanto hai pregato, caro Angelo, per la guarigione di Serenella!”.

Paolo: “Allora, sei felice di aver toccato la Madonnina?”.

“Direi proprio di sì”.

 

Il lago ora è mosso, spazzato da un vento impetuoso, che polverizza l’acqua in superfice. Una barca sul lago, fatica a ritornare a riva. Quante volte ho visto scene simili ma chissà perché solo oggi riesco a pensare ad un racconto di tanti anni fa…

Una barca… solitaria sul lago

 

Gesù, su una barca con gli apostoli, sorpreso da una forte tempesta…

Ad un certo punto, sul lago il vento si mise a soffiare tanto forte che la barca si riempiva d’acqua ed essi erano in pericolo. Allora i discepoli svegliarono Gesù: “Maestro, maestro, siamo in pericolo, affondiamo!”.

Gesù si svegliò, sgridò il vento e le onde che cessarono, e ci fu una grande calma. Poi disse ai suoi discepoli: “Dov’è la vostra fede?”.

Essi però erano intimoriti e meravigliati.

Dicevano tra di loro:”Ma chi è costui? Egli comanda al vento e alle acque, e gli ubbidiscono!” (Luca 8, 23-25).

 

 

 

GRAZIE UGO

 

 Ugo e Gianni mi stanno raggiungendo in vetta.

“Ehi, ben arrivati!”... “Guardate la Madonnina…”.

“È proprio bella”, mi rispondono soddisfatti.

“Ora, però, dobbiamo scendere…”, incalzo deciso.

“Dai Giuliano… la Madonnina è lì, me la farai almeno toccare”, ribatte  Ugo in fretta, reprimendo coraggiosamente la commozione.

Dopo una breve pausa, “Ok, va bene, dai che ti accompagno” e rivolgendomi a Gianni, “Aspettaci, poi scendiamo assieme!”.

Sulla cresta nevosa della Cima Tosa il panorama è magnifico. Sotto di noi lo scivolo Neri precipita in Val Brenta per oltre mille metri.

Rivolgendomi ad Ugo: “Fai attenzione!”.

“Non preoccuparti, ne ho combinate di peggio”, mi risponde con spavalda sicurezza. L’osservo con attenzione sul tratto più pericoloso: cammina con precauzione, posando uno dopo l’altro i piedi nella traccia sulla neve, si muove con cautela.

Superato il passaggio Ugo con un gran sospiro mi dice: “Non pensavo fossi così estremamente prudente”.

Guardando con lui, la parete del Crozzon di Brenta che affianca lo scivolo di ghiaccio ricordo come tanti anni fa…

“Lassù, con Giorgio, abbiamo bivaccato. Persa la via, il buio della notte ci aveva inghiottiti proprio ad un tiro di corda dalla fine delle difficoltà. Con noi, in quell’occasione, c’erano due forti alpinisti bresciani che si stavano apprestando al loro primo bivacco in parete.  Ricordo, come fosse oggi, quel piccolo pulpito roccioso obliquo verso il basso. Io e Giorgio, appoggiati con la testa contro l’altra ci addormentavamo per poi svegliarci in trazione sulla corda fortunatamente ben ancorata a dei solidi chiodi.

I nostri amici invece non riuscivano a prendere sonno. “Non so come fate a dormire in questa situazione”, disse Beppe.

“Siamo abituati”, gli risposi in modo del tutto naturale.

Ugo mi ascolta in silenzio…

“A vent’anni e seppur giovanissimi, avevamo alle spalle molti bivacchi. In quegli anni non c’erano i soldi per il rifugio, bisognava dormire nei fienili o nelle grotte. Per abituarsi invece alle condizioni estreme del bivacco, spesso, la notte, si stava all’aperto: sdraiati, oppure seduti su qualche pulpito roccioso della palestra di roccia di Val Scodella: qualche volta, ho persino dormito sul terrazzo di casa, avvolto in un sacco di nailon.

Sono convinto che per conoscere ed amare veramente la notte, sia necessario trascorrerne almeno una all’aperto”.

“Ne hai vissute avventure”, aggiunge subito Ugo.

“Questo era il nostro alpinismo”, gli rispondo con fermezza.

Una pausa. Di tanto in tanto mi giro verso di lui. Ci troviamo sul pianoro sommitale della Cima Tosa; attorno a noi solo roccia e neve. Le nebbie portano via il sole ed il vento tipico delle cime più alte mette in risalto la severità dell’ambiente.

La Madonnina è davanti a noi.

Puntandogli addosso la macchina fotografica: “Dai Ugo che ti scatto una foto”. Subito dopo: “Te ne scatto un’altra” e… “un’altra ancora e… ancora. Non ho mai scattato così tante fotografie in montagna…”, aggiungo.

“Non sono mica una modella”, continua il mio compagno con un sorriso raggiante.

“Ahimè, sei più bello ancora”, esclamo con un altro clic.

In quel silenzio preghiamo assieme e ricordiamo tutti i nostri cari, in particolare gli ammalati e tutte le persone che hanno chiesto una preghiera. Una supplica particolare per la guarigione di Lara, Gloria, Cesarina, Sara, e tanti altri. “Speriamo ci faccia almeno un miracolo…”, concludo.

“Ce lo farà, ce lo farà!”, mormora Ugo commosso.

“Allora sei soddisfatto?”, gli chiedo fissando i suoi occhi.

“Quassù è uno spettacolo! Sono così felice, è uno dei giorni più belli della mia vita!”.

Studiando con lo sguardo la parete che mi sta davanti, mi rivolgo nuovamente al mio compagno: “La Tosa è la Cima più alta del Brenta; la sua parete nord-est è la più selvaggia e maestosa. Con i suoi mille metri di roccia, rappresenta uno dei maggiori problemi alpinistici delle Dolomiti”.

Mi affaccio alla profonda voragine dello scivolo di ghiaccio, tento di misurarne la profondità: nella Val Brenta vedo lontano, piccolo piccolo, il rifugio Brentei.

“Tanti anni fa, proprio laggiù, Bruno Detassis mi indicò la parete della Tosa e una via ancora da salire, allora mi disse: sulla Tosa ci sono i nomi dei più grandi alpinisti dell’epoca… se riesci a superare quel diedro strapiombante ci legherai anche il tuo”.

Ebbi così la gioia di aprire la via dedicata a mio nipote Mattia e… l’anno dopo, un’altra nuova via tra le più belle: una salita diretta lungo il pilastro più alto della parete. Lassù mi successe tutto quello che un alpinista non vorrebbe accadesse mai: un lungo volo, con frattura di un osso e… tante altre vicissitudini. Soltanto il passar degli anni e prove ancora più grandi m’insegnarono il vero senso di quella scalata tanto difficile.

Dopo questi ricordi: “Su Ugo, è tardi e comincia a far freddo, è meglio scendere”.

“D’accordo!”.

Sotto la cresta Gianni ci aspetta. Lascio i miei compagni e velocemente scendo per raggiungere gli altri. Un pensiero attraversa la mia mente:  “Chissà perché Ugo ha usato il termine estremamente per descrivere la mia prudenza?”.

Mezz’ora dopo, mentre Mariano sta calando Ugo… il grido angosciato di Andrea: “Giuliano, Giuliano, Ugo sta male, presto scendi!”. Mi rendo conto della situazione, è un momento triste, drammatico di quelli che ti spengono l’entusiasmo, la gioia della vita...

Più tardi, per telefono, la notizia della sua morte. Scoraggiato, smarrito, addolorato, penso alla moglie Annamaria, ai suoi figli… so cosa significa perdere la persona amata.

Mi chiedo perché? Abbiamo portato una Madonnina e, alla nostra maniera, abbiamo pregato… perché una prova così grande per tutti noi?

La mia risposta è inesorabile: “Ugo è stato chiamato lassù, in un giorno fra i più belli della sua vita, durante un pellegrinaggio… è stato desiderio di Dio, un privilegio concesso alle grandi anime che soltanto domani capiremo”. 

 

“Ciao Ugo, più sorridente che mai, ora sei addirittura luminoso!

Vuoi parlarmi della giornata di ieri? È stato un momento storico, incredibile, finalmente siamo riusciti a poggiare la nostra Madonnina sulla cima più alta del Brenta: la Tosa!

Oggi, che non sei più con noi, cerchi ancora di comunicarmi la tua soddisfazione e felicità; come ieri sulla vetta…”.

“Ciao Giuliano, ora devo lasciarti per stare vicino a mia moglie, ai miei figli e ai miei nipotini; non dimenticarti di rimanere con Dio e di ascoltare il tuo cuore!”.

“Ciao Ugo, salutami Serenella e stai sempre vicino a noi”.

 

 

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“Sara, quel giorno eri gravemente ammalata e con Ugo ti abbiamo ricordata alla Madonnina della Tosa. Sono passati molti anni, da pochi giorni hai avuto un bellissimo bambino e sei felice!”.

Leggendo le righe che mi hai scritto, mi convinco che il miracolo più grande lo hai avuto con tutto l’Amore che ti porti nel cuore: amore per Dio, amore per gli altri, amore per quel dono immenso che è la vita. Grazie di cuore”.  

 

Oh Madonnina,

quando Ugo, Giuliano e amici ti portarono sulla Cima Tosa e pregarono per me, non ci credevo; le voci dei miei cari… “ce la farai... ce la farai!” rimbombavano in testa senza risposta. Nel profondo del mio cuore però sentivo una piccola forza: era come una fiammella leggera e molto debole, sembrava si spegnesse da un momento all’altro!

Non persi mai la fede, la fiducia nella mia Madonnina, senza rendermene conto e feci bene! Lei non si fece troppo aspettare, le preghiere fatte per me non erano state vane: il sole sorgeva sempre più per me!

Oh Madonnina come sei buona, ma perché proprio me?

“Perché la tua fede, anche se non lo sai, è grande e questo aiuta ad ascoltare tutte le preghiere!”.

Non mi perderò mai più oh mia Madonnina che mi guardi giù dalla Cima Tosa! Tu sarai sempre qui con me al mio fianco, nel mio cuore con la mia famiglia! Non posso che pregare e fare bene, gioire e far gioire chi mi circonda!

Grazie Madonnina, grazie a Padre Pio che tanto pregò per me, grazie anche a tutti voi.

 

 Sara D.

 

 

 

 

“Lo sai Giuliano che mia moglie è incinta?”, mi disse Mirko soddisfatto.

“È stata la Madonnina della Tosa!”, gli risposi rivolgendogli un sorriso.

La sua storia è quella di tante famiglie che per un motivo o l’altro non riuscivano ad avere un bambino. Infatti quando gli avevo parlato della Madonnina che volevamo portare sulla Cima Tosa, Mirko mi chiese di ricordarlo con una preghiera. Con Ugo, lassù sulla vetta più alta del Brenta, lo abbiamo fatto e…

 

“Da circa quattro anni, io e mia moglie desideravamo tanto un figlio. Numerose visite mediche mi riscontrarono un disturbo che impediva la sua nascita, un problema che forse avrei potuto risolvere con un intervento chirurgico. I dottori però, a causa dell’età, non mi dettero garanzie certe sul felice esito dell’operazione, insomma c’erano dei grossi dubbi.

Giuliano era a conoscenza del nostro desiderio di avere un bambino. Un giorno mi disse: “Sono certo, che il Dio in cui credo ti aiuterà, soprattutto perché un bambino che nasce è un piccolo Angelo!” . Poi aggiunse: “Domenica, con i miei amici,  porteremo una Madonnina sulla Cima Tosa, lassù le chiederò di donarvi un bambino”.

E pochi giorni dopo venni a conoscenza che quella Madonnina era stata portata; tutti i giornali parlarono di quell’ evento perché purtroppo, legato ad una disgrazia: la morte di un amico di Giuliano. Allora ricordai il mio precedente incontro. “Chissà… se lassù mi avrà ricordato!”.

Ne ebbi conferma soltanto dopo un po’ di tempo e…un’altra notizia scosse la mia vita: un mese dopo mia moglie era incinta. Un caso… o un dono? Uno scherzo della natura oppure un regalo di quella Madonnina. La fede semplice che, assieme a mia moglie, portiamo nel cuore, ci impone di ringraziare Dio per l’arrivo della nostra piccola Laura.

Ora abbiamo due splendide bambine e siamo felici!”.

Mirko Potrich

 

 

 

 

 

Questa testimonianza mi è giunta da Marco, il figlio di Ugo. Ringrazio di cuore Chiara e suo marito per averla portata.

 

Ricordare…

 

A volte il caso non è a caso ma coincidenza voluta; una coincidenza voluta è uno stato della vita di cui dobbiamo essere grati a qualcun altro, a qualcuno che viaggi fra i bianchi nembi dispersi nel cobalto del Cielo.

Qualche giorno fa mi è stato chiesto di ricordare uno di questi eccezionali momenti, in particolare un evento legato ad un particolare Viaggiatore di queste distese.

Certo non mi è facile ricordare quell’esperienza… chissà perché… forse è lo svelare una propria intimità…

Il giorno del funerale di Ugo non mi sentivo bene ma per me era troppo importante esserci. In quei giorni pensavo di essere incinta di tre mesi e quel giorno era stato veramente difficile: una cappa di caldo opprimente mi toglieva anche l’ultimo respiro che avevo… ma era importante per me esserci.

Durante la cerimonia ho pensato alla Madonnina che con tanto amore Ugo ed i suoi amici avevano portato in montagna e la preghiera è sgorgata dal cuore spontaneamente…

La stessa notte sono stata male, temevo di aver perso la nuova vita che portavo in grembo; in realtà la vita in pericolo era la mia e nemmeno me ne rendevo conto.

Nei giorni seguenti ho ripensato a quello che era accaduto, ma, soprattutto, a quello che poteva accadere… la nuova vita non si era formata (purtroppo a volte accade) ma la mia vita poteva essere spezzata dalla setticemia. Ho avuto una sola riflessione in quel momento: una preghiera rivolta alla Madonna può essere mezzo di salvezza, quando a portarla in dono è l’anima di una persona cara.

Chiara C.

 

 

 

 

RINO E…

 

 Volevo chiedere un miracolo per un’amica… mi sarebbe piaciuta una Madonnina sulla vetta del Dain Picol delle Sarche ma, non volevo essere il protagonista del gesto, perché desideravo fossero gli amici di Ranzo ad accogliere l’invito. Loro hanno costruito la ferrata dedicata a Rino, fratello di Ester, è una delle più belle e difficili delle Alpi... a loro spettava il diritto di scelta: “Madonnina sì…, o Madonnina no…?”. 

Mario è un uomo simpaticissimo, di carattere aperto e cordiale.

Gli lanciai per telefono la mia proposta e, dopo aver poggiato la cornetta, mi rivolsi a Maria con questa preghiera: “Io, ho fatto la mia parte, ora tocca a te convincerli!”.

 Una sera, all’entrata della Sala Filarmonica e prima di un concerto, Mario mi disse: “Ok, Madonnaro, abbiamo deciso può starci anche la Madonnina ma, mi raccomando…che sia piccola… piccola!”.

“Va bene!”, risposi commosso e continuai: “Rino, quand’era in vita, ha aiutato tante persone, ha amato la vita come nessun altro, era pieno d’entusiasmo e di iniziative, sono convinto che per questo ora è in Paradiso e lassù sarà felice della Madonnina!”.

Mentre le luci si attenuavano e la gente in platea attendeva l’inizio dell’esecuzione, pensai alla profonda amicizia che mi legava a Mario ed Ester.

Più tardi la musica dolce, mi trasportò lontano nel tempo, vent’anni prima… rividi il volto di Rino così come mi apparve l’ultima volta che l’ho visto al rifugio Brentei. Durante il giorno, mi ero avventurato, solo e senza corda, lungo una via abbastanza impegnativa sulla Cima Margherita. Mentre le note riecheggiavano nella sala mi vedevo… appeso completamente sulle braccia; un piccolo errore, un leggero malore, un sassolino in testa o un sasso più grosso… e sarei stato inghiottito dal vuoto spaventoso sotto di me, sarei semplicemente morto!

“Perché a me è andata bene? Perché Rino e il suo compagno il giorno dopo muoiono in un banalissimo incidente d’auto? Perché… perché? Destino…volere di Dio? Oh, molto semplice... quando toccherà a me sono certo capirò”.

Era una fresca serata estiva, il sole era ormai tramontato. Non c’era vento e non s’udiva il minimo suono. Rino mi disse: “Ehi, Stenghel, dove sei stato?”.

“Su e giù da solo per la Cima Margherita e la Brenta Bassa”.

“Noi invece andremo sulla Cima Tosa”.

Mercoledì sera, il rifugio era deserto, tutti se ne erano andati e

Bruno Detassis ed io cercavamo qualcuno per una partita a briscola.

“Dai Rino fermati…”.

“Dobbiamo dormire!”.

“Mangiamo un boccone e poi ci facciamo un bel torneo!”, insistetti e insistetti ancora.

Vi fu un breve silenzio di pochi secondi durante il quale la fisionomia di Rino prese un’aria indecisa.

“Ma…ma… non so… no! No! Dobbiamo attaccare molto presto!”.

Alla fine aggiunsi con tono cortese: “Va bene, buona arrampicata”.

Con queste parole, lo salutai per l’ultima volta.

Il tempo passò, tra queste riflessioni, in un silenzio di alcune ore.

Qualche colpo di tosse mi richiamò alla realtà della platea. Qualcuno bisbigliò: il concerto stava terminando.

 

Poche settimane dopo…

Mariano: “Anche tu Oreste, per molto tempo sei stato tra la vita e la morte…”.

“È un miracolo essere quassù a scalare!”, gli rispose.

“…e con una Madonnina in spalla”, osservai. Alzando gli occhi: “Saliremo lassù e la lasceremo in qualche nicchia nascosta. Ci penserà poi Mario, con i suoi amici, a sistemarla nel posto giusto”.

Continuò Oreste: “La vita è un sogno da tanto è bella!”. Fece una pausa e riprese con tono di voce appena percettibile: “Chi ha rischiato di perderla ne conosce il valore”.

Seduti su una cengia appoggiavamo il pesante fardello della statua: il panorama sulla Valle dei Laghi era fantastico. Il lago di Toblino con il suo castello era sotto di noi. Non potevo staccare gli occhi dalla parete a fianco. Volgendomi verso Oreste, dissi: “Ecco, vedi, la via della Canna d’Organo e la variante d’attacco che ho aperto con Renzo durante la sua ripetizione tanti, tanti anni fa; a sinistra la Loss,

la Ursella…, di fronte gli oltre mille metri di parete del Monte

Casale. Raccontai così il mio tentativo solitario sulla sua parete…

“Solo, rannicchiato in una grotta, con la testa in giù, ma non per guardare le scarpe, tentavo d’addormentarmi. Pensavo: “È da quando ho attaccato la mia via che il tempo non promette nulla di buono ma la voglia di vivere la mia avventura è così forte: da mesi, sogno questo momento, mi sono preparato, ho la tensione giusta, ho il coraggio e ho la forza per provarci. E ora invece sono bloccato in questo buco e la giornata si è fatta orrida, piove a rovesci e la roccia si è trasformata in una cascata d’acqua: scivolosa e insidiosa. Il vento fischia e scuote gli alberi laggiù in fondo alla valle, così come il mio morale”.

Nella grotta, più che mai tetra, cominciava ad infiltrarsi l’acqua e le ore passavano. 

Alla sera, avvolto dalla nebbia e dalla pioggia che continuava imperterrita a cadere mi convinsi che l’indomani la mia scalata sarebbe stata molto più impegnativa, forse impossibile. I miei sentimenti si scontravano.

“Il letto che fa acqua è una delle cose che scacciano l’uomo”, pensai mentre mi preparavo per la discesa. Misi, nel chiodare le soste, il meglio di me stesso. Dopodiché bagnato fradicio mi calai, a corda doppia, nel vuoto, accentuato dalle tenebre e dalla solitudine”.

“Ne hai vissute avventure?”, mormorò Mariano.

“Anche esperienze e soddisfazioni uniche” e aggiunsi: “Giornate vissute intensamente, fantastiche!”.

“Ne vivremo altre ancora”, insistette Mariano.

 “Proprio fantastiche”, continuai come se non mi avesse mai interrotto... “Era un modo di affrontare la vita diversamente: allora non avevo bisogno di pregare!”.

 

Lasciammo la Madonnina su una cengia erbosa, con la certezza che, molto presto, Mario e gli amici l’avrebbero sistemata nel posto ideale.

Voglio bene a queste cime, e mi piace starci aggrappato perché quassù ci sono le radici del mio alpinismo, quelle profonde che mi hanno portato oltre i miei limiti.

Che splendida giornata!

 

 

 

LA MADONNINA DEL DAIN PICOL

di Mario Tranquillini

 

 L’amicizia che unisce la gente di montagna è grande, sincera; qualche volta però, di fronte alle idee “originali” di un amico magari si rimane perplessi, poi si pensa, si valutano gli scopi e... si decide: “Va la che va ben, l’è per el meio”.

Quel vulcanico di “Ciano” già mi aveva convinto a dargli una mano per sistemare una Madonnina sulla rupe del “Salt delle Streghe” di Campione, nonostante la mia testardaggine e la mia contrarietà iniziale a questo tipi di iniziative.

Però alla fine fui contento del risultato: chi poteva resistere ad una Madonnina piazzata lassù, a strapiombo sul lago, che brilla candida nel sole, che quasi si specchia nel blu del Garda!

Tanti allora furono gli amici coinvolti in mille modi per la posa della statua; e alla fine, ricordo, ci fu una grande festa, con la S. Messa e pranzo al campo per tutti.

 

Ora Ciano è qui con una nuova proposta; lui vedrebbe una Madonnina collocata sul Dain Picol, all’arrivo della via attrezzata “Rino Pisetta”. Sono sorpreso, proprio non ci pensavo.

Piccola ma stupenda montagna, il Dain Picol è l’ultima propaggine meridionale della catena Paganella-Gazza, con la parete est a picco sul paese di Sarche, con le sue vie di arrampicata storiche, ideate da grandi alpinisti; la via Detassis-Costazza del 1938, formidabile per quei tempi, con fessure e diedri che tirano su diritti fino alla cima, la Maestri-Baldessari del 1957, che parte dal letto del Sarca e per un grande diedro verticale sale sulla spalla del Dain, la Loss-Degasperi del 1970, che vince la stupenda parete centrale fino alla cima, e poi di seguito altre vie moderne tutte impegnative, firmate da formidabili alpinisti quali Giuliano Stenghel, Paolo Calzà “Trota”, Danny Zampiccoli, Rolando Larcher, Angelo Ursella, Andrea Andreotti,

Franco Gadotti, Marco Furlani, Marampon, Ivo Rabanser, Stefan Comploi e altri.

Dopo tutte queste vie di salita il Dain è stato completato dalla via attrezzata “Rino Pisetta”, nata per ricordare un grande, carissimo amico; a questa via sono particolarmente e profondamente legato per aver partecipato in prima persona alla sua realizzazione, con tanti altri amici.

Ecco, mi fa notare “Ciano”, sul Dain manca proprio un segno di fede, forse a nessuno era venuta l’idea; io sono ancora incerto, non posso certo decidere da solo, la montagna non è mia. Mi viene un’idea, per prendere tempo e chiarirmi le idee; chiederò a Beppino, Ezio e amici fondatori il parere.

Sono sicuro che non accetteranno la mia proposta, hanno idee molto molto lontane… Così la domenica seguente mi reco a Ranzo in casa Pisetta, dai miei suoceri (infatti io ho sposato Ester, sorella di Rino); ci sono tutti, nonno Tullio e nonna Maria, Gianni, Ezio, Beppino, Laura.

Butto lì la proposta di “Ciano”, esprimo subito le mie perplessità. Ascoltano… e poi Ezio, il laico, il marxista, mi dice calmo: “Eh, sel lo vol, che ‘l la meta”. Beppino conferma.

Resto di stucco, non avrei mai pensato che quei due comunisti, magnapreti… ma tutti sono d’accordo, l’unico incerto sono io.

“Vot veder che l’è en miracol anca questo?”.

Più tardi sentirò Lucio, Giuliano, Adriano e altri, tutti tipi con idee molto vicine a quelle dei miei cognati; anche loro, senza tante storie, acconsentono… Ora mi sento davvero piccolissimo nella mia titubanza, ero solo io ad avere dubbi. Mi hanno messo in crisi!

Riferisco quasi immediatamente a “Ciano” l’assenso totale; è felicissimo, mi farà sapere.

 

Qualche tempo dopo, circa a metà ottobre, lui mi telefona: “Toi bestia, varda che la siora Maria la è zirca a metà parete, la è sconduda drio an rocion, te la trovi de sicur”, e aggiunse: “Vardè voi ‘ndo meterla, credo che farè per el meio”.

Così mi passa il testimone, adesso bisognerà portare la Madonnina fino in cima.

Cerco amici e trovo quelli giusti; sono i due Renato, Mandelli di Torbole e Fusari di Brentonico, che da anni vengono con me in Africa assieme al Gruppo Missionario Alto Garda e Ledro per creare strutture necessarie ai grandi bisogni di quella povera gente.

Con i Renato in una bellissima giornata di novembre percorriamo la ferrata e a circa metà parete, sulla grande cengia, troviamo la Madonnina, bella come il sole, bianca come la neve!

La sistemiamo nello zaino di Mandelli, che è abbastanza lungo e ce la può fare; noi carichiamo alcuni chili di cemento e saliamo su fino alla cima.

Siamo in vetta alle 14.30, è stata dura, ma la giornata stupenda, limpidissima, ci ripaga con un panorama da restare senza fiato. Partendo da Nord, con un giro d’orizzonte a 360°, vediamo lo Sciliar e il Catinaccio, il Latemar, la parete sud della Marmolada, il Gran Vernel sulla sinistra, i Monzoni, le Pale di S. Martino, più vicino il Lagorai, Cima d’Asta e proprio davanti a noi le tre cime del Bondone, e via via lo Stivo, l’Altissimo, Cima Telegrafo, il Lago di Garda che brilla nel sole, il Monte Casale, Cima Sera, Cima Valona, Cima d’Arnò e Col di Breguzzo e poi, dietro di noi, magnifico, maestoso, il Gruppo di Brenta col Castello dei Camosci, Cima Ghez, Cima Brenta, Croz dell’Altissimo e Piz Gallin. Chiudiamo il giro con la Paganella e, lontano, il Corno di Renon sopra Bolzano.

È uno spettacolo veramente fantastico quello che si gode da questa modesta cima (neanche mille metri di quota), specialmente nelle giornate limpide; e sotto di noi il sempre romantico gioiello di Toblino.

Ma è tardi ormai, dobbiamo scendere in paese, ci aspetta la polenta “concia” di un altro amico “africano”, Maurizio di Tiarno.

 

Qualche settimana dopo organizziamo la messa in posa della Madonnina con Lino Brunelli “Ferer” e la compagnia di Riva, gente sempre molto sensibile e disponibile.

C’è da portare in cima al Dain cemento, sabbia, acqua, ghiaia, picconi, pale e attrezzi vari; tutti fanno la loro parte, Lino, Arturo, Giancarlo, Albertino e la Carla “balina”.

Si scava, si costruisce un muretto e si colloca la Madonnina in una nicchia proprio in vetta al Dain, dove sarà ammirata dagli alpinisti provenienti dalla via attrezzata ma anche da chi salirà per il sentiero da Ranzo.

Si fa un bel lavoro anche stavolta; è una giornata grigia e piuttosto fredda e, finalmente, nel primo pomeriggio scendiamo in paese, il pranzo dalla Ester, a quell’ora si sarà anche raffreddato. Non importa, siamo soddisfatti; alla fine decidiamo che a primavera, Lino “Ferer” preparerà un piccolo cancelletto in ferro a protezione della Madonnina; così il lavoro sarà veramente completo e ben fatto.

Forse “Ciano” aveva ragione, la Madonnina lassù ci voleva; proteggerà alpinisti, escursionisti, gente di montagna…

Mi viene in mente una poesia di Giacomo Floriani, che pare scritta apposta per la nostra Madonnina:

 

“E ‘n de sta calma sconfinada e bela,

fra ‘l bonodòr dei bòschi e la frescura,

a l’ultim ciar de qualche persa stéla,

 

fra nùgole d’arzént rigade a fasse

de oro che le ‘mpizza la pianura,

mi vedo e benedisso ‘l dì che nasse”.

 

Ciao, Madonnina. “Ciao”, Rino, Ciao “Ciano”.

Grazie.

 

 

 

IL DITO DI DIO

 

 Martina ha compiuto quattro anni, mentre Chiara, con i suoi undici, è oramai una signorina.

La porta è socchiusa e, nel letto è visibile la testa bionda di Martina. È rivolta verso la sua sorellina che intravedo dietro alla porta. In mano ha il libro “Il Dito di Dio”.

“Chissà cosa starà facendo?”, mi chiedo incuriosito.

“Chiara, mi racconti una storia?”, insiste Martina.

“Sì piccolina! Te ne racconto una di papà”, e lentamente sfoglia il libro.

Avvicino l’orecchio alla porta, cercando di non farmi vedere, per non disturbare un momento tanto intimo delle mie bambine. Origlio la voce di Chiara che comincia a raccontare…

“Lassù lassù, c’è una montagna così ripida che tutti hanno paura a scalare: una montagna così alta che la sua cima sembra perdersi fra le nuvole; una montagna così a punta che sembra un dito... Ma sulla sua vetta ora c’è qualcuno, in quel punto sperduto: è una Madonnina.

Denis era un ragazzo di città, con origini molto umili; il papà operaio doveva lavorare molte ore per garantire alla sua famiglia il minimo indispensabile per vivere decorosamente. Il giovane si era sempre prodigato per aiutare il padre; tutte le mattine si alzava molto presto e prima di andare a scuola faceva il garzone di panetteria, portava il pane ed il latte a molte famiglie della città.

Dallo zio Giacomo, alpinista leale e generoso, Denis aveva ereditato la grande passione per la montagna. Quasi tutte le domeniche era lui a portare il ragazzo in montagna, lo legava alla stessa corda insegnandogli le cose essenziali per essere alpinista. Il ragazzo contraccambiava manifestando la sua gioia con l’abilità nell’apprendere gli insegnamenti. Ben presto iniziò a scalare con l’agilità di un gatto e con la maturità di un alpinista già esperto, nonostante fosse appena sedicenne. Denis aveva letto molti libri di montagna e si era “innamorato” degli alpinisti più famosi, ne condivideva il modo di pensare e di arrampicare. Il sogno della sua vita era di poter un giorno scalare Il Dito di Dio.

L’alta montagna per lui era il suo unico sogno parzialmente appagato solamente quando lo zio lo portava con sé. “Forse un giorno le cose cambieranno? Forse, quando avrò terminato i miei studi ed avrò un buon lavoro potrò realizzare i miei sogni”, diceva fra sé il ragazzo, consapevole però che il suo dovere principale fosse di aiutare la sua famiglia.

Un giorno accadde ciò si vorrebbe non accadesse mai: Lisa, la sorellina di dieci anni, si ammalò gravemente. Per Denis la vita da quel momento diventò tremendamente triste! I sogni del giovane alpinista crollarono.

In poco tempo tutti i risparmi della sua famiglia si volatilizzarono per le costosissime cure, ma ciononostante la malattia continuava, inesorabile, a distruggere la vita della bambina. L’unica speranza era in un miracolo di Dio! Quel Dio che Denis aveva sempre pregato e che in quel momento sembrava lo avesse abbandonato.

Il ragazzo, dopo la scuola, trascorreva le sue ore accanto al letto della sorellina per coccolarla con immenso amore; accanto a lei, sul comodino, c’era una piccola statua di una Madonna. Denis continuava a pregare la Madonnina in silenzio nonostante il cuore sfogasse il dolore e la commozione nelle lacrime.

Lisa si rivolse al fratello: “Quando non ci sarò più porterai la nostra Madonnina sulla montagna, vedrai che Lei esaudirà qualsiasi tua preghiera!”. “Sì, sì! Non stancarti! Sono certo che tutto andrà bene!”, le rispose il fratello trattenendo il pianto.

Denis non trovò pace per tutto il giorno e non riuscì, durante quella notte, nemmeno a prendere sonno, poiché continuava a pensare alla sorellina tanto sfortunata, finché... all’improvviso, un segno evidente, un pensiero attraversò la mente del giovane: “Con la fede si può tutto!”.

Questa convinzione trasformò la disperazione in speranza. Il giorno dopo, un mattino, anzi un mattino speciale, il ragazzo prese la Madonnina, la mise nello zaino e andò a parlare con lo zio: “Devi aiutarmi, voglio portare questa Madonnina sulla cima più bella e difficile del mondo, sarà la nostra preghiera per Lisa!”.

... “Cra, cra, cra!” gracchiavano le cornacchie, forse per annunciare che il tempo stava cambiando in peggio, oppure più semplicemente perché colte dall’agitazione del momento. Ma già dalle prime ore del mattino molte nuvole minacciavano pioggia, coprivano le cime dei monti e un vento caldo spirava da sud lasciando presagire l’arrivo del temporale. Tutti gli animali delle Dolomiti si erano rapidamente messi al riparo, tutti gli alpinisti che stavano al rifugio si prolungavano nella colazione in attesa dell’acquazzone. Solo un uomo di mezza età e un ragazzo, dopo aver preparato lo zaino come fa chi deve

affrontare una scalata molto difficile, si erano messi in moto alle prime luci dell’alba. “Dai zio, andiamo all’attacco e proviamoci! Nonostante il cielo non sia favorevole, certamente ci risparmierà perché nello zaino portiamo la Madonnina di Lisa! Lei ci aiuterà!”.

Gli rispose lo zio: “Mi hai convinto scaleremo Il Dito di Dio e sono sicuro che tutto andrà per il verso giusto!”.

 Il “Dito” si ergeva sopra i ghiaioni come una freccia puntata verso il cielo; la parete era impressionante, appariva e scompariva fra le nuvole e solo di tanto in tanto si mostrava nella sua interezza. I due alpinisti avevano superato i primi tiri di corda. “Ok, puoi salire!”, gridò il ragazzo alternandosi al comando della cordata. Meravigliato mi sentivo attratto dall’audacia e dalla bravura del ragazzino, sconosciuto a tutti specie agli alpinisti che frequentavano quei luoghi. Ad un certo punto, sul primo traverso, Denis era costretto a muoversi lentamente, con il peso del corpo tutto sulle braccia, senza sfruttare i piedi sulle piccole asperità rocciose; era aggrappato con le punta delle dita. Per un miracolo, per una forza misteriosa che è in noi, il ragazzo rimase appeso così a lungo e con uno sforzo incredibile riuscì a guadagnare il pulpito alla fine del traverso. Intanto il cielo, si tingeva sempre più di nero, i tuoni, del temporale si erano avvicinati. I lampi illuminavano il paesaggio, un vento impetuoso sferzava le rocce e la pioggia già cadeva abbondantemente sulle cime attorno. “Hmm, può piovere da un momento all’altro!”, disse Denis. “Brutto affare, però non perdiamoci d’animo”, gli rispose lo zio aggiungendo: “Coraggio dai... ce la faremo!”.

Su Il Dito di Dio regnava il sereno, come se le nuvole volessero risparmiare la Cima delle cime. Un arcobaleno comparve fra le nubi e unì le cime al cielo. Poco a poco comparve anche il sole, per immergersi subito dietro le cime. I due si apprestarono al bivacco. Denis quella sera si addormentò subito, per la fatica.

Al primo debole chiarore dell’alba, il paesaggio mutò, il cielo divenne limpido ed un gelido vento da nord soffiava sulle cime.

Man mano che il sole si alzava nel cielo, splendeva sempre più sulle cime innevate e immergeva i suoi raggi luminosi sui piccoli ghiacciai pensili ai piedi delle pareti.

Grande la commozione dell’abbraccio in vetta: “Denis ragazzo mio,

se non ci fossi stato tu, non ce l’avremo fatta!”.

Erano stanchi morti ma immensamente soddisfatti di esserci riusciti!”.

Da lassù potevano scorgere le cime dei monti. Lo zio era davvero fiero di un nipote così forte e coraggioso. Poi scoppiarono in un pianto liberatorio, senza fine. Con prudenza, presero la Madonnina dallo zaino e la poggiarono sulla roccia. Rimasero a lungo in silenzio fissando la piccola statua... alla fine iniziarono a pregare: “Mamma del Cielo, questa scalata è la nostra preghiera per Lisa! Guariscila! Guariscila!”, disse Denis con le lacrime che scendevano dai suoi occhi tristi.

Il panorama era splendidamente illuminato da un sole raggiante. Tutt’intorno un anfiteatro di cime meravigliose.

Al ritorno dalla scalata, ci fu una grande festa al rifugio. Alla fine la stanchezza vinse i due, soddisfatti nonostante le loro preoccupazioni... quanti applausi. Anche Martin, il gestore del rifugio, si complimentò con i due scalatori. Poi però il pensiero corre a Lisa: “Martin”, disse lo zio del ragazzo,  “Vorrei confidarle un dolore che rende la vita difficile a Denis e a tutti i miei familiari; stiamo soffrendo terribilmente

per un problema che purtroppo non ha soluzione...”.

Alcune settimane dopo, Martin ricevette dal ragazzo una lettera che raccontava la straordinaria, miracolosa guarigione della sorellina:

 “... i medici hanno affermato che le cure hanno funzionato, ma io, noi tutti, sappiamo che soltanto la Madonnina del Dito di Dio ha esaudito la nostra preghiera!”.

“Oh!”, esclamò Martina: “È una storia bellissima!”.

Entrai nella camera e… fui assalito da un turbine di cuscini.

 

 

 

RESTA SOLTANTO…

 

 Signor Sten, sono arrivate le sue Madonnine”.

“Ma… ne ho ordinate due!”, incalzai deciso, scuotendo la testa alla vista di tante statue. Mi rispose il ragazzo: “Sì, ricordo… è vero!” e, aggiunse, “Non riesco a capire come mai da due ordinate ne siano arrivate quattro”.

“Non so!”, e mormorai: “Va bene, se puoi preparare le mie due”.

Soltanto più tardi, una grande inquietudine mi prese e una voce dentro mi disse: “Caro Giuliano, se ci sono quattro Madonnine è perché serviranno…avresti dovuto acquistarle tutte!

E la risposta mi venne subito: “Compero anche le altre due!”.

 

Mi trovavo presso il mio commercialista a far i conti per pagare le tasse. Remo scoppiò all’improvviso in lacrime, sfogò la disperazione, l’impotenza di fronte alla malattia che stava mettendo a rischio la vita della figlia.

Ancora una volta il dolore mi ricoinvolgeva. Con questo dolore lasciai lo studio. Improvvisamente ho avvertito nel cuore una certezza, un desiderio strano: dovevo mettere una Madonnina per Michela. Ma dove? E quando?

Non c’era molto tempo, dovevo farlo il più presto possibile.

 

Le Piccole Dolomiti sopra il Passo della Streva sono state le mie prime vere scalate, lungo le vertiginose pareti del Bafelan ho vissuto grandi avventure.

È una di quelle giornate tristi, che opprimono, che schiacciano il morale, spengono ogni energia; una giornata grigia. Sotto un soffitto di nebbia, con Paolo, Gianni, Mariano ed Andrea stiamo salendo un ripido canalone, quando Paolo dice: “Guardate quella guglia”. Levo gli occhi e rimango incantato di fronte ad un pinnacolo roccioso, sembra dirci: “La mia cima sarà la vostra mèta, quassù dovrete mettere una Madonnina”.

Così alla fine, scendiamo per un ripido pendio erboso, e raggiungiamo la base della nostra cima. La scalata non è impegnativa.

In vetta, stretti attorno alla punta, ben legati ad alcuni chiodi, con mille peripezie facciamo la malta e, infine, poggiamo la Madonnina cementando i suoi ferri in una fessura naturale della roccia.

“Lo sai cosa penso? L’unione fa la forza!”.

“È proprio bello, il posto che ti abbiamo trovato”, esclama Andrea guardando la statua…

L’ambiente attorno è unico, la nebbia ci avvolge e stringe tutti i colori, una luce pallida si stende ovunque, poi… all’improvviso, mi appaiono le pareti attorno: ci troviamo nel cuore delle Piccole Dolomiti, circondati dalle cime più belle e famose del Gruppo mentre davanti… due “nani” colorati, due scalatori, stanno salendo come ragni la grande parete del Bafelan.

 

Un anno dopo…

Ci muoviamo come in un sogno. La nebbia domina spessa, solo la corda tesa mi tiene compagnia. Anche se sparisce nel nulla, sono certo che da lì a poco sarebbe apparso il mio compagno e non sarei più stato solo.

Ad un tratto la nebbia si dirada e vedo la Madonnina sulla punta della guglia proprio di fronte a me. Non l’ho mai vista così! Che grande gioia! Anche se il vuoto mi separa da Lei, è vicinissima, mi sembra di toccarla, sembra poggiata lassù da una mano misteriosa. Il mio cuore si riempie di gioia.

“Certo che non è facile raggiungere le nostre Madonnine”.

“Anche se non ci si può così facilmente arrivare, è talmente vicina che sembra di toccarla”, esclama Mariano, pienamente d’accordo.

“Allora sei soddisfatto?”.

“Molto!”.

Più in alto, comodamente seduto al punto di sosta continuo a guardare la statua che sbuca dalle nuvole, illuminata da un sole splendente, poi scompare, come fa lo stesso sole man mano che la nebbia ci avvolge. “Sì, Madonnina, lo hai fatto il miracolo! Michela è guarita! Hai avuto compassione, hai ascoltato la nostra preghiera perché sai benissimo cosa vuol dire soffrire.

Maria! Cerco d’immaginarti come sei: Regina dell’Universo intero, di miliardi e miliardi di anime, ma poi... chiudo gli occhi e ti vedo in una modesta stanza di duemila anni fa…”.

Una giornata calda, afosa. Immagino l’apostolo Giovanni che è andato a far visita alla mamma di Gesù. Vuole parlarle, confidarle qualcosa, forse vuole soltanto capire meglio.

“…Io sono il pane, quello vivo, venuto dal cielo. Se uno mangia di questo pane, vivrà per sempre. Il pane che io gli darò è il mio corpo, dato perché il mondo abbia la vita” (Giovanni 6, 51-52).

“Tutti hanno commentato: Come può darci il suo corpo da mangiare?”.

“Sì… sì!”, gli risponde Maria pensierosa e aggiunge: “Gesù è incredibile, ogni giorno da quando è nato mi ha meravigliata; mio marito Giuseppe è sempre rimasto incantato ad ascoltarlo”.

“Su dai racconta…”, incalza Maria sedendosi vicino.

Gesù ha pronunciato un discorso strano:

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane unito a me e io a lui. Il Padre è la vita: io sono stato mandato da lui e ho la vita grazie a lui; così, chi mangia me avrà la vita grazie a me…” (Giovanni 6, 54-58).

Giovanni rimane pensieroso nell’attesa di un commento di Maria, che però tarda ad arrivare. Allora fissandola negli occhi: “Come può un uomo parlare e agire come tuo figlio?”.

Maria sorride.

“Credo tu abbia ragione quando affermi che Gesù è di un altro mondo!”, conclude Giovanni.

 

“Tira…tira… recupera la corda!”.

La voce di Mariano rompe la mia riflessione, mentre il sole porta via la nebbia… resta soltanto una Madonnina in cima alla montagna!

“Maria, stammi vicino e aiutami! La mia storia, grazie a te, è legata a quella del cielo, eppure non riesco a vivere la parola come tu vorresti, non ho quella forza interiore che vorrei ma, so portarti in cima ad una montagna come pochi lo sanno fare!”.

 

 

 

 

 

 

Caro Remo, sono felice di pubblicare la tua testimonianza. Il mio cuore è pieno di gioia per la guarigione della tua Michela perché mi conferma come le cose belle della nostra vita non accadono mai così per caso ma bensì per un disegno grande di Dio! Sono altresì certo che ogni Sua decisione è condizionata dalla nostra preghiera!

 

“Perciò io vi dico: Chiedete e riceverete! Cercate e troverete! Bussate e la porta vi sarà aperta. Perché, chiunque chiede riceve; chi cerca trova, a chi bussa sarà aperto” (Luca 11, 9-11).

 

 

Mi trovavo in una corsia dell’ospedale cittadino per assistere mia figlia Michela, che era stata colpita da un virus, non individuato tempestivamente. Data la gravità del caso, con alterni ricoveri in rianimazione e in corsia, l’assistenza giorno e notte era assidua e portata avanti con notevole gara di solidarietà dai miei familiari, cognate e cognati.

In quel periodo mi avevano comunicato che un gruppo di amici aveva posto una Madonnina sui monti della Vallarsa con una preghiera di intercessione.

Quel giorno mi trovavo appunto ad assistere mia figlia in corsia che era sotto controllo computer. Il display indicava un improvviso calo di ossigenazione con indice di pericolosità mortale. L’allarme e il successivo immediato intervento del rianimatore salvarono la situazione e dopo lunghi e interminabili minuti si ritornava alla fase di decorso della cura senza più pericolo di vita.

In quei minuti nel mio cervello sono passate tante immagini e l’idea dell’intervento della Madonnina in quel frangente mi è sembrata la più veritiera e la più reale.

In alternativa, troppe avrebbero dovuto essere le soluzioni di fortuna per la completa guarigione di mia figlia.

 

Remo F.

 

 

POESIA

 

 Da due ore la neve si era messa a cadere, gli alberi ne erano carichi. I rami dei pini si piegavano sotto quel pesante bianco fardello, cadeva così fitta che non ci si vedeva. Era un momento triste, di quelli che ti smorzano ogni entusiasmo: ad una cara amica gli era appena stato diagnosticato un tumore.

“Dove corre questa povera umanità? Perché tanta sofferenza?”.

È perché si cerca di amare che inevitabilmente si soffre delle miserie altrui! Allora, in quest’intimità, con naturalezza mi viene da riflettere sul perché ho scelto Dio: molti credono che sia stato per il dolore dopo la perdita di Serenella. Certamente che la Croce ha influito a farmi alzare gli occhi al cielo, riconoscendo la mia estrema povertà e disperazione, ma non è stato solo quello. Chi mi conosce a fondo sa che sono un uomo che ha lottato e sofferto fin da piccolo. Oggi credo, soltanto per un dono di Dio, un’insieme di circostanze, di casi o segni che mi hanno dimostrato la sua esistenza. Poi certe cose si possono comprendere soltanto attraverso il cuore. Provate a chiedere ad un innamorato perché lo sia? Vi dirà, fra tanti tentennamenti, mille ragioni plausibili che soltanto chi è innamorato veramente potrà capire.

La mia umanità mi porta sempre a pensare ad un Dio che si commuove e compie prodigi. La storia, il Vangelo, ci racconta di Cristo che dovunque passava, guariva.

C’è un episodio che mi ritorna alla mente:

Signore, se tu eri qui, mio fratello non moriva”. Quando Gesù vide Maria che piangeva, e vide piangere anche quelli che erano venuti con lei, fu scosso dalla tristezza e dall’emozione. Giunto alla tomba, disse: “Togliete la pietra!”. Marta, sorella di Lazzaro, osservò: “Signore, da quattro giorni è seppellito; ormai puzza!”

Gesù replicò: “Non ti ho detto che se credi vedrai la gloriosa potenza di Dio?” Allora spostarono la pietra, Gesù alzò lo sguardo al cielo e disse: “Padre, ti ringrazio perché mi hai ascoltato. Lo sapevo che mi ascolti sempre. Ma ho parlato così per la gente che sta qui attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. Subito dopo gridò con voce forte: “Lazzaro, vieni fuori!”.

Il morto uscì… (Giovanni 11, 21-44).

Con Lucia, decidiamo di salire fino al Santuario di San Valentino. Si trova in cima ad una rupe, sembra un castello. Per arrivarci passiamo con l’auto in una gola, fra rocce che calano a picco. La strada sale serpeggiando in mezzo alle piante e raggiunge gradatamente il piazzale. Davanti agli occhi sorge, come in un quadro, una catena di montagne bianche di neve e sotto dei boschi e cespugli, il cui verde promette per la primavera uno spettacolo di straordinaria fioritura.

Giunti per una dolce salita sul prato davanti alla chiesa, possiamo dominare in ogni direzione e in tutto il suo splendore la straordinaria bellezza del panorama. Seduti sul muretto, conversiamo come  fossimo amici da sempre. Abbiamo in comune una vita vissuta intensamente: ogni cosa e ogni valore ce lo siamo conquistato, conosciamo la sofferenza e, soprattutto abbiamo un bisogno immenso di Dio! Mi sento tranquillo e, in qualche modo più libero, forse, appunto, perché ho lasciato in valle lo stress di tutti i giorni, nello splendore di una giornata luminosa, in questo posto dove regna la pace.

Lucia è molto ammalata e sta facendo le stesse cure di Serenella; porta però nel cuore la stessa serenità, la stessa forza e fiducia in Dio; l’Amore smisurato per la vita, per i suoi figli Agostina e Stefano e per il marito.

All’improvviso: “Sono sul divano, i piedi appoggiati sulle gambe del mio “Stefy”, sono felice”.

“È un pensiero…”, mi sussurra con tono pacato e fermo.

“È poesia pura”, la interrompo con molta delicatezza. “In poche righe sei riuscita a trasmettere tutto l’amore che hai per i tuoi cari.”.

A questo punto estrae dalla tasca della giacca un foglietto.

“Giuly, se ti fa piacere ascoltare alcuni pensieri che ho scritto in questi giorni...

Il sole illumina le foglie sul terrazzo, come Alghina illumina la nostra casa, tutti e due mi riscaldano”.

“Chi è Alghina?”. “Mia figlia Agostina”, risponde con un sorriso.

“Adesso con la mente farei il giro del mondo a piedi, ma con la mano non tengo la penna ferma”.

“Vedo l’aurora che si definisce, il sole risorgerà dopo, attiva la speranza in Dio, il Dio che ho pregato nei piccoli altari sui monti” e ancora: “In campagna a Patone, un violino che suona per noi, io e il papi, un suono che sembra cambiare la vita”.

“In un fondo nero si accendono i paesini,

io mi siedo e osservo”.

 

E ancora, quanti pensieri e poesie.

 

“La mia Alghina ascolta la musica

ci sono le canzoni per bambini

io mi intenerisco e ascolto”.

 

“Le foglie si muovono nel vento,

il mio animo si muove con le foglie

tutti e due ondeggiano”.

 

“Sul divano la mia Alghina con il papi

si riscaldano i piedi a vicenda

il mio cuore si riscalda alla vista”.

 

“La rugiada è sulle foglie di primula

le lacrime sulle mie ciglia

con il sole tutti e due si asciugano”.

 

 

Sto ascoltando in religioso silenzio, profondamente colpito e dopo un attimo di riflessione: “Non so più cosa dire. I tuoi pensieri non sono soltanto poesie, ma bensì preghiere, un inno alla vita”.

“Sì, credo tu abbia ragione! Ho una pazza voglia di vivere, di crescere i miei figli e coccolare mio marito”.

Avverto un sentimento di tenerezza, penso a Serenella durante il periodo della malattia. Chiudo gli occhi e mi ritorna alla mente un episodio che ho vissuto tanti anni fa in ospedale a Zurigo. Serenella era stata appena operata e l’infermiera che l’aveva assistita durante la notte, mi lasciò un biglietto, c’era scritto:

 “Dio ha tanto amato il mondo da dare suo figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui.” (Giovanni 3, 14-21).

 

In fondo al biglietto c’era: “Gesù Cristo è anche oggi un grande dottore!”, e allora mi viene spontanea una preghiera: “Gesù, hai voluto trasformare Serenella in un Angelo, ora guarisci questa mamma! Per favore, ti prego... quello che ti chiedo è di guarire qualche ammalato. Se mi esaudirai, felice mi farai. Lo racconterò a tutti, magari in un libro e in Cielo sarà festa! Dai, ti prego... non ti chiedo poi tanto”.

E ancora, a voce alta: “Perché tutta questa sofferenza?”.

Mi risponde Lucia: “Purtroppo ci stiamo dimenticando la terra. Siamo ricchi e il resto del mondo è povero! E allora? Non chiediamoci, il perché del dolore, non viene da Dio!”.

“Cara Lucia, dobbiamo commuoverlo…”

“Cosa suggerisci di fare”.

“Ho un’idea! Passiamo attraverso il cuore di sua madre, portiamo una Madonnina!”.

 

Alcuni giorni dopo.

Con “Stefy” e Mariano siamo in cima alla “Marmitta dei Giganti”. In pochi minuti fissiamo la nostra Madonnina nel posto ideale e con una semplice preghiera. Si vede dappertutto è bellissima!

Ai suoi piedi pensiamo a Lucia, Marco, Letizia, Enrico, Ennio e a tanti altri ammalati.

 

…e disse: Signore, vieni prima che il mio bambino muoia. Gesù rispose: Puoi andare, tuo figlio è fuori pericolo” (Giovanni  4, 49-50).

 

 

 

 

Nella tua famiglia Lucia, ho visto l’amore di Dio, un Dio che non è soltanto: “Beati quelli che credono senza aver visto”, ma è anche compassione, gioia, guarigione fisica, interiore e…

 

“...i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono risanati, i sordi odono, i morti risorgono e la salvezza viene annunziata ai poveri. Beato chi non perderà la fede in me” (Matteo 11. 4-6).

 

Caro Giuliano,

uno scampanellare ed ecco, arrivi tu e Mariano, venite a prendere Stefano, il mio grande amore, per mettere la Madonnina. Partite! Mi dispiace che non c’è Diego.

Ho voglia di vederla anch’io. Lorena e Andreina mi accompagnano e tenendomi a loro arrivo alla Madonnina. La tocco. Sono felice! La prego che mi faccia vivere, non posso lasciare i miei bambini senza mamma. Per alcuni sono una mamma atipica ma, sono sicura di aver cresciuto i miei figli con molto amore, senso di umiltà, attenti al bisogno del prossimo, amando gli animali e rispettosi della natura: apprezzando il canto di un uccellino.

Questa Madonnina è come me, attaccata a qualcosa, la roccia a Lei, la vita io! Vita che voglio sia come la roccia, forte contro le impervie del nostro cammino.

Lucia Baldessari

 

 

 

 

SEGUIRE IL CUORE

 

 Dieci anni fa.

Serenella è da poco volata in Paradiso. Padre Lorenzo si avvicina e mi dice: “Tua moglie mi confidò:

“So che dovrò presto morire, ma se il Signore mi vorrà con se, sono certa che Lui penserà a mio marito e alla mia bambina!”.

 

Mentre ci avvicinavamo alla cima, alcune cornacchie si levarono in volo alte nel cielo, spiccando come macchie scure nel chiarore dell’alba. Stava spuntando il giorno e il sole illuminava il volto raggiante di Nicoletta. Un momento dopo, i miei occhi seguirono la direzione del suo sguardo e si fermarono, con felicità di fronte a noi: s’ergeva una catena di cime; con le prime luci le nuvole si stavano dileguando; il sole cresceva con uno splendore e le pareti riflettevano la sua luce. L’insieme preannunciava una splendida giornata d’estate.

In sosta, appesi su alcuni chiodi.

“Cosa ti è successo… all’improvviso ho sentito la corda tendersi?”, domandai ansiosamente.

“Niente di preoccupante, ho soltanto perso l’appiglio e sono caduta, ma poi ho subito ripreso ad arrampicare”, mi rispose con tono tranquillo.

“Brava! Così si fa! Quando succede bisogna reagire subito”.

La parete est di Cima d’Ambiez era ormai sotto di noi e soltanto un tiro di corda ci separava dalla vetta. Nicoletta, sull’ultimo passaggio difficile, tirava sugli appigli con tutte le forze. Guardandola mi chiesi: “Quale forza e coraggio ti ha spinto a legarti alla mia corda?

Nicoletta non si allena e, nonostante abbia frequentato un solo Corso roccia, arrampica sul sesto grado con grande capacità”.

Sulla via del ritorno.

Durante la notte aveva gelato, il terreno era durissimo; le rocce non ancora toccate dal sole erano spruzzate di gelo; e, soltanto con l’alzarsi della temperatura, il ghiacciaio cominciava a sciogliersi,

l’acqua a scorrere.

Mentre scendevamo mano nella mano sul comodo sentiero. “Ma chi te lo fa fare?” e, osservai: “Stare accanto a me significa condividerne anche il passato, accettare tante cose: il ricordo di Serenella, l’Associazione a Lei intitolata e il suo messaggio d’amore”.

“Non ti preoccupare”, bisbigliò lei, “È tutto così naturale, Serenella è un Angelo grande per  te, per Chiara ma, pensi che anch’io non ne abbia bisogno?”, e spiegò: “Quando ami, e ami veramente, lo fai totalmente e sei felice di farlo”.

Rimasi a bocca aperta e dopo una breve pausa: “Non avevo dubbi che la pensassi così, sei una donna straordinaria”, dissi con una sfumatura di ammirazione.

Alla fine disse a voce bassa: “Non si può amare o vivere di calcoli, bisogna seguire il cuore!”, incalzò Nicoletta con dolcezza.

Rimasi a lungo in silenzio…

Seduti su un masso che proiettava la sua lunga ombra, si conversava: il tema principale riguardava le nostre scelte. Le mie montagne dall’alto ci spiavano e ci imvogliavano ad aprire il cuore. L’espressione  del viso di Nicoletta era identico al tono della sua voce. Dopo la difficile scalata si stava rilassando. Le mormorai con affetto: “Serenella farà di tutto per farti vivere una vita meravigliosa, lo farà perché hai scelto di occuparti di noi; un giorno… ti prenderà per mano e ti dirà: Grazie perché hai amato i miei cari”.

La mia compagna sorrise e disse schiettamente: “Molte persone non riescono ad amare, semplicemente perché non provano a seguire il loro cuore, non vogliono buttarsi, rischiare e mettono davanti tanti dubbi, problemi insulsi, inesistenti: il dover cambiar vita, il giudizio della gente e …”.

“Intanto la vita scorre, inesorabile e senza… senza amore”, esclamai con decisione.

Ci scambiamo uno sguardo. “Dopo la morte di Serenella mi è rimasta dentro la voglia di continuare ad amare, un sentimento che ho soltanto trasferito… fino a te!”.

“Sì, naturalmente, è un miracolo che Dio fa alle persone che vogliono ancora amare!”, intervenne lei con un sorriso.

I nostri sguardi si incrociarono poi… si allontanarono sulle cime attorno, sul panorama fantastico.

 Un altro giorno…

Nicoletta arrampicava da capocorda assieme a Maria Pia.

“Fai attenzione”, gridai con apprensione.

“Non voglio perderti!”, mormorai.

“Ti prego, fai attenzione!”, dissi nuovamente ad alta voce in preda all’agitazione.

“Non preoccuparti!”, mi rispose mia moglie con tono persuasivo.

Per alcuni secondi tornai indietro nel tempo… il dolore, il vuoto, la fatica nel dover ricominciare a vivere. Una riflessione, mi venne spontanea. “Serenella, penserà a lei!”.

 

In vetta, davanti alla Madonnina.

Ascoltai Nicoletta pregare: “Maria, guarisci gli ammalati, proteggi le mie bambine, insegnaci ad amare  e…”.

Il mio sguardo volò lontano sulle cime attorno, poi si perse più in alto in un cielo infinito. In seguito i nostri occhi si incontrarono.

“Queste parole: Amore e Fede, lealtà e generosità, sincerità e dolcezza, intelligenza e bontà d’animo e, aggiungo, forza e coraggio, compongono un sogno che, dopo la morte di Serenella, ho continuato ad alimentare. Questo sogno è ora realtà: sei tu, mia moglie e mamma delle mie bambine”.

“Dai Giuliano, non ti sembra di esagerare?”.

“Per niente!”.

 

 

 

Conclusione

 

 Alla fine di una serata nella quale presentavo il mio alpinismo e le finalità dell’Associazione Serenella, il presentatore invitò il pubblico a rivolgermi delle domande.

Uno spettatore disse: “Per me sei uno dei forti alpinisti…”, successivamente mi chiese: “Perché Giuliano, porti le Madonnine sulle cime?”.

Il tono della sua voce era significativo: in poche parole contestava le mie convinzioni con lo zuccherino del… “forte alpinista”.

Gli risposi: “Per chi soffre, per ringraziare Dio per mezzo del cuore buono di sua madre, per Amore, per amicizia, per…”.

 “Ma perché? Spiegami perché?”, incalzò con tono appassionato, per niente soddisfatto della mia risposta.

“Per Fede… per Amore!” e continuai: “Purtroppo, a volte, abbiamo gli occhi incapaci di scorgere ciò che è troppo grande”.

Nella sala si creò un improvviso silenzio. La gente sembrava immobilizzata, assisteva con interesse.

Successivamente tentai di tranquillizzarlo: “Con tanti amici, non abbiamo riempito, come molti insinuano, le cime di Madonnine, anzi, quelle che abbiamo poggiato (una quindicina circa in dieci anni), il più delle volte, si confondono con i massi attorno: non Croci altissime o piloni di funivie ma soltanto delle piccole statue. Lo abbiamo fatto cercando di non violentare l’ambiente, una natura, quella alpina, che amo molto”.

“Ma allora… chiunque crede in qualcosa o qualcuno può sentirsi libero di usare la montagna! Può… può…”, e respingeva ogni mia spiegazione.

D’altronde come avrei potuto convincerlo della forza, dei tanti perché, mi spingevano lassù con una Madonnina in spalla. Era impossibile raccontare i doni ricevuti e tutto il resto…

Non ne potevo più! Per alcuni secondi chiusi gli occhi e rivolgendomi a chi sta sopra di me, dissi: “Senti Signore… rispondigli tu!”.

 “... Sì, è vero, abbiamo portato delle Madonnine su alcune vette; consapevoli come la montagna sia di tutti; credo sia altresì giusto però, rispettare anche i pensieri diversi o addirittura contrari. Quindi, chi non le vuole, può prendere il martello oppure un masso e distruggerle. Se Maria non esiste, avrà dato un dispiacere a chi le ha portate lassù; non sarà comunque un grande dolore, anche perché noi, le abbiamo portate e la nostra preghiera si è compiuta. Se invece, come penso, Maria è vicino a noi, una preghiera anche in cima ad una montagna può risolvere anche una situazione spinosa e … durante la vita potrà accadere di trovarci in condizioni tanto umili dal doverne invocare l’aiuto”.

La cosa straordinaria fu che non ci furono altre domande, anzi un lungo applauso.

Mi rendo conto di non essere in grado di dare una risposta a chi non è d’accordo. È difficile spiegare ciò che provo: il desiderio, una forza misteriosa che, di tanto in tanto, mi dice di portare una Madonnina. Ognuna rientra in un disegno: è una preghiera per chiedere un miracolo, è un gesto d’amore verso degli ammalati, è perché… semplicemente perché è giusto così!

Chi ha veramente sofferto, conosce la compassione. Franco Gadotti, compagno alpinista caduto tanti anni fa, nel suo diario scrisse: “Prego Iddio che non mi renda mai insensibile alla sofferenza e alla morte degli uomini e ogni qualvolta muore qualcuno se ne va una parte di me stesso e quindi rimango diminuito nella mia essenza…”.

In relazione a quelle che possono essere le storie narrate in questo libro e, anche, le testimonianze di alcuni fatti meravigliosi che possono essere dei “miracoli”, non m’importa dei giudizi contrari, per me è sufficiente dare l’impressione della verità. Ogni Madonnina poggiata sono certo abbia accolto la nostra preghiera, quindi penso ne sia valsa la pena!

Leggendo perdonate, se potete, la sincerità con la quale abbiamo scritto, per quel che mi riguarda, non conosco altro modo per esprimermi.

Quest’insieme di racconti è nato in un mese; ogni volta che avevo un attimo di tempo, mi mettevo a scrivere. Forse non per un caso state tenendo in mano questo libro; forse c’è un disegno anche in questo. Ho voglia di credere che sia così e penso non sia il caso di aggiungere altro. Siamo stati onesti e sinceri nel scrivere queste storie e testimonianze…

Vi piaceranno?

 

 

 

LA MADONINA DELLA CIMA TOSA

 

La Madonina della Cima Tosa

I l’à metuda lì da pochi dì:

Sul coèrt de quela Catedrale

En mez a campanii e casteleti!

Te mena su stradèi e passi streti,

Scalete e terazòi, parè con sentinele!

Adess la Madona la gh’è su, e

Propi al posto giust!

Cossita i diss zo per sta Vallagarina:

Anca la Madona l’èra na “Tosa”

E po’ la è deventada la mama de Gesù

E l’à s’à tolt tanti altri fioi

Che ala fin sem tuti noi!

Sem sicuri che sta Madonina

La ne farà tocar con man tanti miracoi

La ne farà guarir tanti malai,

La ne farà perdonar i nossi pecai!

E quando se scadenerà el temporal

E vedrem lampi, sfulmini e saete

Te penserem lassù, Madonina Bela:

Ne meterem en ginociom

E direm su le oraziom!

 

Anno del Signore 1996 addì 21 luglio

 

Clara Rizzi Dell’Eva

 

 

 

Ringraziamenti

 

   Da pochi mesi siamo entrati nell’anno 2000 ed è anche il decimo anniversario della morte di Serenella e della nascita dell’Associazione che porta il suo nome. Ancora oggi è difficile spiegare il perché della perdita di una persona cara, la mente non è in grado di concepire un simile dolore. Per superare questo momento ci vuole l’aiuto di una grande fede; bisogna seguire il cuore; è necessario trasformare la sofferenza in amore, così l’amore che ci rimane dentro continuerà verso altri orizzonti e la vita avrà un significato nuovo, diventerà ancora bella!

Se un seme nella terra muore nascerà una pianta meravigliosa, questo è il miracolo della vita oltre la morte! Lo stesso dell’Associazione Serenella che in tanti anni ha aiutato molte persone e bambini in grave condizione di povertà grazie alla tua generosità ed al lavoro instancabile di Luciano Poli per l’India ed il Madagascar, Mauro Dossi e Josianne per il Burundi, Walter Salin per la Guinea Bissau, Rosalba Zumiani, Mariangela Calza e Mariangela Bronzini per il Brasile.

A tutti un grazie di cuore!

 

Siamo riusciti a creare un ponte indispensabile fra noi e molte popolazioni povere organizzando importanti iniziative di solidarietà: un esempio concreto è l’adozione a distanza di bambini orfani o molto poveri che i nostri amici missionari, direttamente impegnati sul luogo, riescono a mantenere con soltanto 30.000 lire al mese. Ci sono poi altre forme d’aiuto: la costruzione di case, pozzi, acquedotti, l’acquisto di una macchina per cucire che dona un posto di lavoro alle ragazze che hanno frequentato il corso di taglio e cucito presso le Suore della Carità o di una bicicletta necessaria per portarsi in città. 

Ho incontrato amici che sono riusciti a trasformare la sofferenza in gioia per gli altri, miracolosamente sono riusciti ad andare oltre il loro dolore e ritrovare la serenità: nella circostanza triste della perdita di una persona amata hanno raccolto fondi per aiutare i bambini dell’«Associazione Serenella»; in altrettante occasioni gioiose, come matrimoni, prime comunioni, cresime ecc. è accaduta la stessa cosa e, alla fine, in tutti è rimasta una soddisfazione impagabile.

Centinaia di famiglie hanno scelto di adottare a distanza dei bambini, l’Amore è entrato nelle loro case e… chissà che il nostro grande Dio non regali a tutti il Paradiso soltanto per questo gesto di bontà; non poniamo limiti alla Sua Misericordia.

   Esiste quindi una via, un’opportunità da cogliere al volo: la consapevolezza che un atto d’amore è essenziale per noi e per chi lo riceve. “È un cristallo di ghiaccio nell’immenso ghiacciaio. Cosa sarebbe quel ghiacciaio senza quel cristallo? Gli mancherebbe senz’altro qualche cosa!”.

   Facciamo nostre queste riflessioni che ci hanno accompagnato in tanti momenti passati assieme:

“Chiunque salva una vita, salva il mondo intero!”, oppure...

“Nessun uomo è così grande come quando si china per aiutare un bambino!”.                                                                                                 

 

 Grazie di cuore!

 

Tutti guardano ma poche persone vedono, vedono al di là…

Siamo nelle mani di Dio e se ci affidiamo totalmente a Lui, tutte le cose, anche quelle più brutte diventano parte integrante di un progetto speciale. La sofferenza, la tensione, la fatica di una scalata scompare di fronte alla gioia immensa della vetta. E se torniamo in parete è soltanto perché, alla fine, abbiamo sperimentato la gioia che ci aspetta. Bisognerebbe ragionare in questa maniera: pensare alla scalata di una montagna come fosse quella della nostra vita, come fosse un atto d’amore verso gli altri. La vita, a volte, è faticosa, scrivere un libro lo è altrettanto, ma quando si è in tanti … si ritorna volentieri ad “arrampicare”. E la vita diventa bella!

 

“Poi Gesù, guardandosi attorno, vide alcune persone ricche che gettavano le loro offerte nelle cassette del tempio. Vide anche una povera vedova, che vi metteva due monetine di rame. Allora disse: Vi assicuro che questa povera vedova, povera com’è, ha dato un’offerta più grande di quella di tutti gli altri. Quelli infatti hanno offerto, come dono, quello che avevano d’avanzo, mentre questa donna, povera com’è, ha dato tutto ciò che le rimaneva per vivere” (Luca 21, 1-4).

 

 

 

...un grazie di cuore

 

...speciale ad un amico altrettanto “speciale”, che da molti anni regala la sua arte e molte energie per la realizzazione dei miei libri. A Roberto (Pezza) detto «Ropez», per la grafica e l’impaginazione.

 

...a Luciano e Letizia (Conzatti) per la correzione e controllo delle bozze. Cara Letizia, in questo momento difficile della tua vita, una Madonnina, in particolare, ti sta portando in braccio: quella del Dain Picol.

 

...a Gianni (Potrich), Carlo (Zanoni) e Aldo (Cavagna) per mille ragioni.

 

...ai soci fondatori dell’«Associazione Serenella» per l’aiuto concreto.

 

...agli amici che hanno portato la loro testimonianza.

 

 

 

 

 

Finito di stampare presso la

Tipolitografia Emanuelli - Arco (Tn)

nel mese di maggio 2000

 

Printed in Italy

 

 

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