Giuliano Sten
Allora disse a sua madre: “Donna, ecco tuo figlio”. Poi disse al discepolo “Ecco tua madre” (Giovanni 19, 26-27).
Quand’ero piccolo mi dicevano che quando pioveva era perché gli Angeli piangevano. Oggi invece, che sono più grande, so che non possono piangere, perché hanno accanto persone come Serenella, mia madre e tante altre anime buone.
Dedico questo libro a loro, alle persone che soffrono, a quelle che amano e… a mia moglie Nicoletta, alle mie bambine e a chi mi vuole bene.
In copertina: La Madonnina della Cima Tosa.
(foto di Claudio Colò dopo la ripetizione solitaria del Canalone Neri).
2000
Tutti i diritti riservati.
È vietata la riproduzione anche parziale
dei testi e delle illustrazioni.
Grafica: Roberto Pezza.
Stampa: Tipolitografia Emanuelli - Arco (TN)
Prefazione
Madonnine e montagne, un connubio contemplativo ed estatico: il silenzio della preghiera si sprigiona tra declivi e vette, tra mughi e muschio, tra fiori e acqua. Ma l’intento di collocare queste immagini sacre nelle sculture viventi che pulsano ogni giorno di creato e di meraviglioso superano gli orizzonti dell’osservare e si pongono in ognuno nel cuore fatto di emozioni e sensazioni e si distaccano man mano dai pensieri obliqui e stanchi del dover vivere e agire. La pace interiore sta nella libertà di essere se stessi sognatori o meno comunque capaci di ascoltare desideri o segni riscaldandosi con il calore dei raggi del sole o abbeverandosi nella Parola per farla propria.
Ogni attimo di questo libro è speso per gli altri in modo gratuito e semplice: Amore che nelle varie stanze della sofferenza diventa poesia dell’assoluto e dell’infinito.
Sofferenza e vita, binomio inscindibile cadenzato da una fede sentita e profonda, in un abbraccio che si modella con l’uomo, con gli uomini che costruiscono la casa della fratellanza e dell’amicizia, che diventano testimoni nella nicchia, sulla cengia, di un presepio vivente quale quello di Francesco a Greggio dove pastori, re magi, pecore si aggregano alla scia della stella e fanno di quella grotta il regno della luce.
Quante Madonnine Giuliano ed amici hanno portato sulle nostre montagne!
Lassù sulle guglie dentate ove soffia il vento che squarcia le nuvole e scatena i temporali tremendi tipici della montagna! Poi il sole che riappare coi raggi grossi ed infuocati e l’aquila che vola maestosa al suo nido!
Tutti sappiamo che la “Madonna” è una sola, è la madre di Dio fattosi uomo per suo merito: eppure amiamo venerarla in varie immagini perché una madre sa dimostrarsi in tante maniere! Del resto molte rocce sono a forma di Madonnina: vedi una delle guglie del Becco di Filadonna, le rocce in cima alla cascata di Cornisello ove si scorge “una Madonna col popo”! E tanti altri esempi.
A significare tante cose queste Madonnine sparse sui monti non hanno il bambinello perché questa madre ha donato suo figlio a noi per “la redenzione”! Ha sopportato la sua crocifissione ed è diventata madre di tutti noi!
Una piccola Madonna, di quelle che stanno nello zaino è lassù, sui miei monti, in una nicchia fra il passo Bottiglia e la vetta del Gran Zebrù: sigillata col silicone. Per sistemarla ho dovuto calarmi! Sarà vista da pochi, ma nei momenti bui, so che è lì… sempre ad aiutare me ed i miei! Lei ha davanti l’Ortles, montagne immense… tutti i suoi figli e pure Patrick, l’ultimo nato della mia famiglia, che sicuramente proteggerà!
Introduzione
Ho sempre creduto di avere una grande capacità di calcolare e valutare ogni rischio prima di qualsiasi azione. Sì, proprio come in una partita a scacchi!
Da quando ho incontrato Dio, tutto è cambiato: nella stessa proporzione in cui chiudo gli occhi e mi abbandono a Lui, accadono fatti talmente incredibili e meravigliosi da stupirmi giorno dopo giorno, ora dopo ora...
e inesorabilmente si scontrano con il mio orgoglioso raziocinio.
La mia famiglia e quella di Maurizio hanno molte cose in comune: la sofferenza per la perdita di una persona amata, la certezza di avere nei nostri cari, Serenella e Daniele, degli Angeli grandi e la voglia di fare del bene.
Da qualche mese avevamo posto una Madonnina nel giardino di fronte la sua officina. “È stato un pensiero bellissimo!”, mi disse entusiasta la moglie di Maurizio.
“Sono certo che ci aiuterà!”, esclamai.
Alcuni mesi dopo…
È una di quelle sere tristi, il padre di Maurizio è volato in Paradiso. Con tanti amici gli siamo vicini per dividere il suo dolore e lui mi ricorda: “Tutti i giorni, i miei genitori sedevano vicino alla Madonnina, la fissavano e pregavano”.
“La Madonnina ha preparato tuo padre al Paradiso!”, intervengo.
“Non ho alcun dubbio”, mi risponde convinto.
Riprendo: “Ora capisco perché alcuni mesi fa, qualcosa dentro, mi ha suggerito di regalartela. È stato Daniele che lo ha voluto”.
Seduti sul divano.
“Tutte le Madonnine hanno una storia, esistono per un disegno sovrannaturale, voluto per contrastare il male! Quanti segni, quanti momenti intensi! E, che avventure! Impedimenti d’ogni genere, inghippi, tensioni ma… soprattutto gioie incredibili, giornate meravigliose, sentimenti ed emozioni profonde, preghiere fatte col cuore, amicizie sempre più salde. Ricordi che rimarranno in noi per tutta la vita. Si sa, che la preghiera è un filo diretto verso il cielo, il modo più semplice che Dio ci ha dato per benedire, per augurare il bene. È un miracolo poter scacciare il male che ci assale con una semplice preghiera e, una Madonnina appesa fra cielo e terra è anch’essa una “preghiera”!
Ciò che ci ha mosso nel posare alcune Madonnine è stato l’amore: la condivisione con la sofferenza e la speranza di una guarigione. Forse si potrà contestarne il gesto ma non di certo le motivazioni profonde che ci hanno spinto...”.
Mi interrompe Gino: “Ecco un libro che dovresti scrivere: le storie delle Madonnine”.
“È un’idea!”.
Nuovamente Gino: “A che pensi?”.
Mi riavvicino: “Un libro su Maria mi sembra troppo impegnativo”.
E l’amico insistendo: “Lascia andare i dubbi, fatti trasportare…devi scrivere, raccontare ciò che ti porti dentro da tanti anni”.
“Ma sì! Così tutti mi prenderanno in giro, diranno che ho una strana crisi mistica”.
Rivolgendomi agli amici: “La fede in Dio è un dono che non so spiegare, una certezza che passa attraverso il mio cuore… insomma è qualcosa che, nonostante i miei grandi peccati, non posso farne a meno.
Per me è impossibile non affidare le mie giornate a Dio, non posso rinunciare al suo aiuto, alla sua guida: Dio mi ama, mi consola quando soffro, mi da forza e mi da coraggio, mi aiuta con la sua Provvidenza, mi perdona quando vado contro di Lui, mi salva quando mi incasino, mi… mi… Dio non lo ho mai visto! Però ne percepisco la presenza in tutte le cose.
Chissà cosa pensate di me? Vorrei gridarvi che non riesco a spiegare perché sento il desiderio di Dio: è tutto così irrazionale, un camminare sull’acqua, un dono! D’altronde, per essere felice sulla terra, bisogna un po’ staccarsi dalla realtà.
La mia fede è irruenta, e non posso farci nulla: è così per tutto ciò che ho visto, ho toccato…e per tutto quello che faccio. Questa mia fede è scaturita da una grande croce, un periodo della vita che mi ha insegnato l’umiltà e a conoscere i miei limiti. È nell’umiltà che Dio manifesta la sua potenza!”.
Maurizio mi risponde: “Anch’io, ho toccato il fondo! Anch’io, come è successo a te, ho incontrato Dio dopo tanto dolore!”.
Tra queste riflessioni… “Sono felice delle Madonnine e spero rimangano dove le abbiamo poggiate”.
M’interrompe Dario: “Hai ragione, noi tutti le abbiamo portate per far soltanto del bene; ora, i nostri Angeli dovranno proteggerle!”.
Nuovamente Gino: “Te lo ripeto: scrivi un libro”.
“Vi ricordate quando abbiamo portato la Madonnina per la guarigione di Marco e lo zio gli chiese: “Marco, sai perché abbiamo portato la Madonnina?” e lui gli rispose: “Per guarire gli ammalati!”.
Sul sentiero di ritorno, avevo il piccolo sulle spalle. D’allora c’è in me la dolce sensazione delle sue mani nelle mie, le stringevo nei miei pugni per riscaldarle, lui, invece, riscaldava il mio cuore.
Gino commosso: “Devi raccontare, scrivere e… chissà che la Madonnina non ci faccia realizzare anche questo sogno!”.
Mentre mi allontano pensieroso…
“Qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome Egli ve la concederà!”.
“Signore! Marco è un bambino. Non so cosa farei per la sua guarigione, mi butterei… così come Giàiro si buttò ai tuoi piedi...”.
“La mia bambina sta morendo” gli disse. “Ti prego, vieni a mettere la tua mano su di lei, perché guarisca e continui a vivere!”.
Quando arrivarono alla casa di Giàiro, Gesù vide una grande confusione: c’era gente che piangeva e che gridava. Entrò e disse: “Perché tutta questa agitazione e perché piangete? La bambina non è morta, dorme”. Ma quelli ridevano di lui. Gesù li fece uscire tutti ed entrò nella stanza solo con il padre e la madre della bambina e le disse: “Talità kum” che significa: “Fanciulla alzati!”.
Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare (Marco 5, 21-43).
È l’una di notte. Da tutta la sera sto qui seduto davanti al computer per raccontare. Mi rendo conto dell’impegno che mi aspetta ma sono certo che questo è un modo per pregare.
LASCIAMI VOLARE
Oggi il lago è più agitato del solito. La barca sta andando su e giù secondo le onde, si sente soltanto il rumore del lago, i cigolii dello scafo, il vento sulle vele; davanti la grande scogliera del Salto delle Streghe. Mariano, dopo aver ammainato il fiocco si siede accanto a me.
“Guarda la tua parete, è uno spettacolo della natura!” esclama, abbagliato dallo strapiombo che sta sopra di noi.
È strano, ma sto provando un turbamento profondo, un’emozione indescrivibile, unita al desiderio di ritornare sulla roccia, magari lassù!
Esitando mi rivolgo al mio compagno: “Non so se sarò ancora capace d’arrampicare sul sesto grado; Serenella è morta da pochi mesi, mi sento appesantito, stanco, sfinito dalla sofferenza! Quel triangolo di rocce gialle a strapiombo è un problema alpinistico ancora irrisolto; un muro impressionante di oltre trecentocinquanta metri che mi ha sempre affascinato. Qualche anno fa, forse, sarei stato in grado di tentarlo e vincerlo, oggi, ormai è tardi, rimarrà per me soltanto un sogno non realizzato”.
E Mariano esitando: “Ritornerai a scalare e lo farai meglio di prima, perché ora hai un Angelo grande che ti protegge!”. Poi egli sorride con quel suo modo di farlo.
“Non credo!”, affermo, puntando la prua verso terra.
“Invece ne sono certo”, insiste Mariano.
C’è un momento di silenzio. Avviene un cambiamento sorprendente. Guardo ostinatamente davanti a me; alzo, ad un tratto, il braccio indicando la parete, quindi esclamo con tono forte: “Guarda, vecchio mio, quelle strisce che si perdono negli strapiombi… forse, con qualche chiodo...” e ancora: “Andiamo ai piedi della parete”.
Da sotto appare…
Una fessura di roccia bianca, all’apparenza friabile sale fino sotto un marcato strapiombo. Non è certo un comodo attacco, eppure qualcosa dentro mi dice, almeno, di provare: una forza misteriosa insiste nella mia mente, dicendomi che quella via sarà la mia prossima meta e sarà dedicata a Serenella.
Il sentimento che sto provando a questo pensiero, è di gioia, insieme profonda e cauta, perché, dopo aver abbandonato le mie montagne, all’improvviso mi affaccio ad una parete e colgo la via ideale, meravigliosamente logica, nella luce del sole che si riflette e prosegue nell’azzurro intenso del lago.
Lo stesso sole innonda tutto, rende bella la scogliera, riempie me stesso d’amore per la vita, verso quelle rocce a picco, verso i gabbiani che, mai come oggi, con il loro volo rallegrano il mio sguardo. Uno stupore enorme mi invade: non posso più resistere al mio cuore, finalmente è venuto il momento di ritornare a scalare e sono preso da una gioia sfrenata. Nel frattempo, una nuvola nasconde il sole e la parete diventa più minacciosa.
Altre volte, ritornai sotto il Salto delle Streghe. Per ore osservai la mia via, ne studiai ogni rugosità, ogni fessura, strapiombo…ogni appiglio! Nessuna parete, nelle Alpi, mi aveva così tanto affascinato ed esasperato. Tanti i dubbi! Specie pensando alla mia bambina. Non potevo permettermi di rischiare; naturalmente mi rendevo conto che non si può scalare una parete senza alcun rischio, ma m’illudevo di poterlo fare perché qualcosa mi diceva che non ci sarebbero stati problemi e un giorno… sarei stato lassù!
Un forte strappo sulle braccia sostenne all’improvviso il mio corpo. Un intero terrazzo di roccia sul quale avevo appoggiato i piedi era crollato, precipitando con un forte boato, nelle acque del lago. Per alcuni secondi mi trovai completamente appeso sulle dita della mia mano destra.
“Fai attenzione!”, mormorai, mentre guadagnati dei nuovi appigli salivo lungo una fessura di roccia friabile.
“Metti un chiodo”, mi urlò Luca.
“Non posso piantarlo su queste rocce” ed aggiunsi: “Se martello, c’è il rischio di provocare una frana!”.
A questo punto: “Salirò molto lentamente e con la massima prudenza”. Sudavo freddo, concentrando tutte le energie su ogni passo. Non potevo più ridiscendere! Dopo lo stacco del pulpito sottostante non mi restava altra soluzione: dovevo andare avanti! “Serenella aiutami!”, pensai mentre superavo il tratto più pericoloso.
Alcune settimane dopo un altro tentativo…
Si avvicina il mezzogiorno, comincia a fare caldo, un mattino di maggio limpido, colorato. C’è un dolce rumore di vento interrotto soltanto dal suono forte provocato dal mio martello nel vano tentativo di conficcare un chiodo su quella placca strapiombante e senza fessure.
Laggiù i ragazzi giocano, piccoli piccoli con le loro vele sul lago, dondolando allegramente trasportati dalle onde, il tutto come in una danza. Non immagino dolore nella loro vita, forse nemmeno un pensiero oscuro o una piccola sofferenza nei loro cuori. Tutto questo mentre arrampico sopra le loro teste consapevole che per alcuni anni ho dimenticato l’aspetto della felicità! Mi cullo in questo pensiero e concludo che la vita è stata dura con me.
Tutto il mio essere è proteso verso l’alto, eppure sento dolore alle gambe e ai piedi che non riesco a poggiare sulle minuscole asperità della roccia. Avverto il mio compagno: “Mi raccomando, Luca, tieni bene perché questo chiodo è insicuro!”. Sono le mie ultime parole prima di trasformarmi anch’io in un gabbiano senza ali. “Porca miseria! Lo sapevo che il chiodo non avrebbe tenuto!”. Riprovo ad arrampicare ma il piede mi fa terribilmente male. Aggrappato, fermo al limite delle forze, tento di superare il passaggio, ma le mani si aprono per lo sforzo e non riesco a salire e nemmeno a scendere. È allora che osservo un gabbiano mentre con un battito d’ali vola oltre la cima del monte. Penso come sarebbe bello volare, uscendo senza fatica e dolore da quella situazione; certamente però sarebbe anche un peccato perché non sarei un uomo, un alpinista con la gioia e la soddisfazione della cima. Magari, potessi almeno oggi volare! Serenella, può farlo.
Sull’esile cornice, guardo in alto e poi a sinistra. La parete è strapiombante, sembra impossibile con le sole mani; eppure l’ho scalata molte volte e, con pochissimi chiodi. Molti anni fa ero lassù, nel mezzo dello strapiombo friabile, senza un chiodo, un solo rinvio fra me ed il mio compagno in sosta, oltre trenta metri sotto; le dita si aprivano per lo sforzo, le gambe erano in faticosa spaccata, le forze cominciavano a mancare: chiusi gli occhi e pensai al mare, poi all’infinito del cielo. Il mio corpo nuovamente si rilassò, ritrovò incredibilmente il coraggio e l’energia necessaria a volare oltre.
“Perché oggi non riesco a farlo? Perché sono così pesante e stanco? Perché questa via è così dura? Perché fatichiamo così a salire, a mettere i chiodi?”... Forse sono troppo vecchio per queste cose e questa via diretta è così difficile, o forse le streghe che vivono tra queste rocce non vogliono la piccola statua della Madonna che mi porto nello zaino. “Maledette streghe! Vi sistemo io, vedrete che Madonnina vi troverete accanto!”.
In autunno sono incantato davanti alla Madonna di cemento, da poco acquistata. È bianchissima, alta un metro e trenta centimetri; supera il quintale! Con Mariano, decidiamo il giorno del trasporto sulla cima della parete, proprio sull’ultimo terrazzino dove esce la via “Serenella” sul Salto delle Streghe, finalmente aperta dopo tanti tentativi.
Non è facile portarla sul bordo della parete, calarla, ed infine ancorarla. Ci vuole proprio un miracolo!
Alla vigilia del giorno prestabilito Mariano mi telefona che l’amico Stefano, si era offerto ad aiutarci. Lui avrebbe provveduto a tutto il materiale occorrente: perforatore, cemento, acqua, ecc.
Per tutti i ferri e i cordini, utili per attrezzare la ferratina che avrebbe collegato la vetta al terrazzino, avrebbe pensato un altro amico: Mario.
Per tutta la vita avrò viva nella memoria sia l’immagine della statua posata in bilico sullo strapiombo, sia il lavoro esperto di Mario, Stefano e Mariano e di tanti altri amici che hanno contribuito a questo sogno.... Non dimenticherò mai la moltitudine di persone che abbiamo accompagnato fino alla Madonnina, che abbiamo chiamato dei miracoli. Fra tanti, Cornelio, un vecchietto di novant’anni; la sua storia è quella di un papà contadino, che rimasto vedovo in giovane età, ha dovuto lottare per tirar su i suoi sei figli. La figlia Emma mi raccontò un episodio che riguardava il padre: “Spesso, mentre lavorava solitario la terra, sentiva muovere una foglia e… pensando alla moglie diceva: sei tu vero?”. Mi venne una stretta al cuore.
Cornelio, come tutte le persone che hanno raggiunto la Madonnina, ha letto la preghiera che avevamo scritto sul libro di vetta: una preghiera particolare di guarigione per tre persone gravemente ammalate. Una di queste, Patrizia.
Cara Patrizia,
dopo la Madonnina di Campione, la nostra amicizia si è rinsaldata! Da tanti anni le nostre rispettive famiglie si vogliono bene, abbiamo diviso intensi momenti: gioie, dolori, emozioni e sensazioni profonde. Ci siamo trascinati uno con l’altro verso un cammino che terminerà nel cuore di un Dio Papà.
Dopo il tramonto del sole, quelli che avevano in casa malati di ogni genere li portavano da Gesù, ed egli li guariva posando le mani sopra ciascuno di loro. Molti spiriti maligni uscivano dagli ammalati e gridavano: “Tu sei il figlio di Dio” (Luca 4, 40-41).
“Sono Patrizia,
sì, proprio quella ricordata da tanti amici alla Madonnina di Campione.
Nove anni fa, in due mesi ho subito cinque interventi al cervello: in poche parole, ogni volta mi aprivano la testa, i chirurghi cercavano di sistemare un problema che però inesorabilmente tornava! Oramai tutto si stava terribilmente complicando: la mia vita era appesa ad un filo.
L’ultima operazione e… d’allora tutto è andato per il verso giusto!
Più tardi sono venuta a conoscenza che proprio in quel periodo molte persone avevano pregato per me, portando una Madonnina in cima ad una montagna. Lei ha ascoltato la preghiera di tante persone e mi ha regalato una vita meravigliosa, piena di Dio e di conseguenza anche serenità e felicità. Per questo non cesserò mai di Lodarlo e Ringraziarlo.
Dopo tante esperienze, posso dire di aver toccato con mano la potenza della preghiera: Cristo ha detto di chiedere e di non stancarsi! Ecco perché dobbiamo pregare per ogni ammalato, per ogni vecchietto che non ce la fa, per qualsiasi bambino in difficoltà. Sono loro il vero volto di Cristo! E quale preghiera più grande della carità, dell’amore!”.
Patrizia S.
È impressionante, terribile! Case completamente distrutte, paesi deserti, rasi al suolo. Non c’è nulla in piedi, le mura crivellate di buchi provocati dalle pallottole, macerie e macerie. Nessun segno di vita o tentativo di ricostruzione, niente, niente di niente, come se a nessuno interessasse ritornare in quei posti, oppure una volontà diabolica di annientare la vita di questa terra: un deserto nella valle! Solitudine per chilometri e chilometri, la testimonianza della malvagità umana: la sofferenza delle persone che hanno dovuto morire, patire pene inimmaginabili, fuggire lontano per sopravvivere, abbandonare tutto.
Un sole splendido di una giornata di primavera si riflette sulla neve che ancora resiste nei prati attorno, penso “al buio più profondo che nasconde aurore meravigliose”.
Un grido silenzioso che percuote e spazza come un vento impetuoso tutta la terra mi dice che un giorno qui tutti tornerete, e la pace trionferà, sarà festa e gioia, sarà finalmente la vittoria sul male! Stiamo attraversando la Jugoslavia, abbiamo da poco lasciato Medjugorie, lungo una strada deserta che attraversa la regione della Krajna.
Non c’è un posto dove rifocillarsi. Anita, è al settimo mese di gravidanza e il marito Stefano ci convince come sia meglio fermarsi e “far due passi” per sgranchire le gambe. Di tanto in tanto il mio sguardo cade sulla statua della Madonnina che spicca sopra il mucchio di bagagli, poi si perde sulla natura attorno, su un prato a fianco della strada che sembra un campo di patate dissotterrate e, infine, s’arresta su Stefano e Anita che mano nella mano stanno passeggiando. Rifletto che hanno avuto tanta fede e coraggio a fare un viaggio così lungo. Anch’io molti anni prima ne avevo avuto, quando, con Serenella, ancora semiparalizzata dalla malattia e con una diagnosi malevola, decidemmo di fare un viaggio tanto lungo. Lei mi disse: “…Giuliano, non preoccuparti, andiamo dalla mamma di Dio, cosa vuoi che ci succeda?”.
Quand’ecco all’improvviso: “Ahh… che schifo!”, grida Anita.
“Che succede?”, le domando disturbato nei miei pensieri.
“Ho messo i piedi in una m….”, mi risponde riluttante.
La pulizia delle scarpe richiede tanta cura. Scherziamo a lungo su quel fatto e… decidiamo di ripartire alla svelta da quel gabinetto all’aperto. Vogliamo uscire da quella terra di dolore!
A casa, parlando con un ragazzo slavo originario di quei posti, venni a conoscenza che proprio ai bordi di quella strada, il terreno era disseminato di mine.
Aveva ragione Serenella a dirmi che quando si va da Maria schiere di Angeli ti proteggono!
Due mesi dopo.
Anita ha avuto un bellissimo bambino al quale ha dato il nome di un angelo: Uriel!
Papà Stefano, cento metri sotto di noi, sta salendo il ripido ghiaione del Monte Stivo, mentre io e Andrea, aspettiamo ai piedi della parete. Lo Stivo, è stata la mia prima montagna importante; domina la mia città: con i suoi ripidissimi canaloni e le sue verticali pareti rocciose che invitano qualunque alpinista alla ricerca d’avventura; lassù è nata l’immensa passione che ancor oggi ho per l’alpinismo.
La parete est dello Stivo non è mai stata scalata, forse probabilmente per la qualità della sua roccia: estremamente friabile! In molti mi hanno consigliato di non metterci su le mani e forse è anche per questo che ho sempre voluto sfidarla e vincerla! Dovrei ubbidire alla mia razionalità, dovrei cercare di riflettere ma è difficile raccontare l’emozione profonda che sta colpendo il mio cuore mentre comincio ad arrampicare. Le difficoltà si fanno sentire subito: devo salire su blocchi rocciosi poggiati l’uno sopra l’altro; tutto tiene ma se ne crolla uno soltanto, è una frana! Ho un nodo in gola, a volte trattengo il respiro dalla paura.
“Sten… sei… il mago del friabile!” frasi, esclamazioni di alpinisti che mi pungolano la mente per farmi coraggio, per convincermi che anche questa volta ce l’avrei fatta. Rifletto che ho l’esperienza per arrampicare su qualsiasi terreno e difficoltà, ma non posso trascurare il fatto che ho avuto anche tanta fortuna. La tensione è altissima!
In questa situazione: “In quante occasioni la roccia non è crollata sotto il peso del mio corpo?”.
“Questo è per Chiara”, grido soddisfatto ai miei compagni dopo aver martellato un buon chiodo.
Più in alto ne metterò un altro per Martina. Procedo lentamente, con la massima prudenza supero il tratto più difficile, rocce poggiate sono davanti a me, ho la sensazione che la vetta mi stia tendendo le mani, per tirarmi fuori; il cuore trabocca di gioia. “Non esistono rocce marce ma alpinisti cattivi!”, grido pieno d’entusiasmo.
Sotto la grande croce della cima, decidiamo di dedicare la nostra via alla mamma di Roberto, gestore del rifugio. La soddisfazione è enorme, come quando ho salito pareti molto più lunghe.
“Non so spiegare il perché ho sempre desiderato scalare questa parete? Forse mi sono innamorato di questa montagna?”.
E Stefano: “Probabilmente c’è un disegno anche in questo”.
Andrea: “Quante volte siamo venuti quassù, d’inverno, d’estate, di giorno e di notte, quante volte abbiamo guardato la parete”.
Esclamo con gioia: “Il panorama è unico: si vedono le maggiori cime della nostra regione”.
Il mio sguardo si perde lontano, lontano… per poi ritornare più vicino, cento metri sotto di noi: “Guardate quella cresta che termina nel vuoto e domina la valle... ci starebbe una Madonnina!”.
“Magari quella piccolina portata da Medjugorie”, aggiunge Stefano con tono pacato e convincente, con la sua mano poggiata sulla mia spalla.
Venerdì Santo...
“È molto bella!”, mi dice Mauro, guardando la Madonnina appena poggiata. Poi scriverà una preghiera. Laura, Marina e Andrea faranno lo stesso. Alessandra pregherà per la guarigione del papà Enrico. Mia figlia Chiara ed io ci uniamo alla loro preghiera.
A cento metri in linea d’aria la parete dello Stivo. Siamo saliti fin quassù, alcuni di noi con tanta fatica e coraggio, felici e orgogliosi di averlo fatto. È un giorno speciale: di dolore per la morte di Cristo, di pace e speranza perché a quel giorno è seguita la Pasqua, la sua Resurrezione.
La nostra Madonnina è un modo di dire grazie al Signore e alla sua mamma per tutta la loro sofferenza!
Immagino Maria, lo stupore di quando ha avuto la notizia dell’arresto di suo figlio: “Ma come? Gesù è buono, non ha mai fatto male nemmeno a una mosca, anzi ha guarito centinaia di ammalati, scacciato demoni, resuscitato i morti e predicato l’amore, quello vero! Perché? … perché?
Invece dopo ore e ore di trepidazione e di angosciante attesa, lo hai visto massacrato, torturato, con la cattiveria di migliaia di demoni. Te lo hanno deriso, insultato, umiliato e…la peggiore offesa, il più doloroso dei patiboli: la croce! Finalmente la morte”.
Per un attimo penso a mia moglie e alle mie bambine, se soltanto venissero sfiorate da un centesimo della sofferenza di Cristo... mi manca l’aria, ho bisogno d’aria! Il mio cuore si riempie di angoscia e scoppio a piangere.
“Uomo ingrato, crudele e assassino che non conosci la compassione, pentiti! Avrai da Cristo il perdono”.
… e il sole, inizia a brillare sopra le nostre teste, man mano che il vento sospinge le nuvole.
Allora ero molto giovane. Con Feo ci apprestavamo al bivacco, la temperatura dell’aria era rigida, il sole era già, da alcune ore, tramontato. Dallo zaino tolsi la mia giacca a vento di cerata gialla, la stessa che usavano gli stradini, poi il mio sacco da bivacco di naylon impermeabile. Pian piano, mentre il mio compagno era impegnato con il fornelletto a preparare un intruglio fra brodo, pastina, crakers e chissà che altro di energetico, io lavoravo il terreno della piccola cengia per farci un giaciglio. Lentamente scioglievo le corde per riporle sotto i nostri sacchi: durante la notte ci avrebbero isolato un po’ dal freddo. Martellai qualche chiodo nella roccia per appendere il nostro materiale che sistemai ben in ordine. Insomma ci stavamo preparando per la notte a tremila metri.
Mi chiusi nel sacco. Avevo freddo! La notte si preannunciava bella. Scendeva, stendendo la sua lunga ombra sulle vallate. Lontano, nella valle che si allargava, c’erano i paesi illuminati da luci, s’intravvedevano lunghissimi prati, quindi le macchie scure di alberi che risalivano al di qua e al di là del fiume e della strada. Attorno invece, il buio aveva cancellato i colori delle cime. Davanti solo immense ombre scure tracciavano il loro profilo. Gli animali, che si erano rifugiati nelle loro tane, non sembravano “aprir bocca”. Il silenzio era dominante, assoluto e tutto favoriva il desiderio di pregare. E, d’un tratto, in quel silenzio, il mio animo si aprì e così anche la conversazione…
“Ah! Che notte! Che notte!”.
“Caro Feo, perché mi hai voluto come compagno in questa scalata?”.
“Da tempo hai la mia fiducia, perché so che te la meriti!”.
“Sono proprio fortunato”, mi dissi reggendo la tazza di brodo con le due mani per riscaldarle. Poi cominciai a sorseggiare.
Rimasi a lungo senza più parlare, forse mi addormentai, finché non ritornarono le prime luci… L’alba stava per nascere. L’aurora sembrava un sogno da tanto era bella. La luce all’orizzonte. Il sole che nasceva. Il cielo. Le nuvole rosa. La quiete. Poi , di colpo, un lieve mormorio del vento tra le cime, fece svanire quel silenzio.
“Ancora un po’ di caffè?”, mi chiese Feo.
“No grazie”.
“È ora di muoversi!”, sollecitò l’amico.
Rivolgendomi al mio compagno: “Perché il tuo cuore non invecchia assieme al tuo corpo?”.
Mi guardò, lo guardai, gli feci un sorriso e… mi rispose con un sorriso!
Per un attimo la mia anima e il mio pensiero, staccati dai ricordi della vita sono rientrati nel mio corpo. Mentre cammino sul ripido sentiero che conduce al Bivacco Zeni in Vallaccia, osservo e ascolto i versi della natura con l’evolversi dei momenti dell’ora dopo l’alba. Tutto si sta lentamente risvegliando in questa valle ridente, in fondo alla quale fra il verde pittoresco dei prati e degli alberi, scorre serpeggiando un ruscello ricco d’acqua: il rio S. Nicolò. Sui versanti, abeti che si stagliano su fino al cielo e sopra le cime profilano un disegno, formando una strana architettura! Nel tentativo di strappare dei suoni alla natura cerco di scordarmi lo zaino pesantissimo che ho sulle spalle. È pesante quanto quello che portavo vent’anni prima, con dentro non più i cunei in legno, i chiodi fatti in officina, le corde da undici millimetri, la tanica di acqua, i viveri; oggi in più c’è solamente una Madonnina di cemento!
Mi ero assunto con gioia, quella fatica? Ma per carità!
Il giorno precedente mi era capitato “un colpo della strega”. A portare la Madonnina doveva esserci un amico forzuto ma alla macchina ci siamo ritrovati in quattro: Mariano ancora convalescente per la frattura di due vertebre, Fabio e l’altro Mariano con altri problemi. Prima di assumermi l’onere di caricare la statua sulle spalle ho riflettuto sulle passate follie e, fissandola: “…oggi, decisamente non mi attiri, ma so cosa sei per me... quindi pensaci tu!”.
Mi accorsi che era necessario uno sforzo tremendo per sollevarla ed allora mi aiutarono i miei compagni.
“Che questo peso serva per purgare i miei peccati? Ne ho commessi molti, ma grazie al cielo ho avuto il tempo di riflettere”, affermai convinto e mi dissi: “Per pagare le mie colpe, dovrei fare lo scaricatore di porto!” e… una risata ruppe la melodia del suono provocato dall’acqua nel rio. “Ahimè! Il mondo a volte è spietato a perdonare, non è come Dio, pronto ad accogliere un peccatore pentito!”, esclamai soddisfatto di aver ritrovato la pace con me stesso.
Sto camminando, fremendo, esasperato per l’immensa fatica. Il viso e i capelli grondano di sudore. Tolgo di tasca un fazzoletto e mi asciugo. Poi lo annodo al collo per impedire al sudore d’infiltrarsi sotto il maglione. Così va meglio!
Vent’anni fa, passo dopo passo, si saliva questo sentiero. Quando pioveva, anche a dirotto, con Feo si partiva lo stesso! “Ciano, la speranza è nel bel tempo!”, mi ripeteva. Ma io lo conoscevo a fondo, sapevo che voleva salire lassù, sia con tempo bello che brutto. Allora vestivo con i pantaloni alla zuava di fustagno, canottiera di lana a maniche lunghe, camicia e maglione, ai piedi le pedule pesanti con la suola rigida in vibram.
Poi penso e … ripenso alla Madonnina, a Dio e al fatto di sentirmi bene. Rifletto su molte cose... mi sento libero, un mistero che nasce dalla grandezza dell’Amore, perché l’Amore è assolutamente libero! Nessuno può imporlo, credo, nemmeno Dio! È per amore che stiamo portando questa Madonnina sulle spalle: amore per le persone che stanno soffrendo e ci hanno chiesto di pregare per loro, amore per Gesù e sua Madre che siamo certi ci aiuteranno.
Fra me e me: “L’amore che non sono riuscito a realizzare durante una vita fatta di alti e bassi, spero di averlo fatto nel desiderio di amare, affidando la mia vita a Dio!”.
Sono pochi gli uomini che mettono Dio al centro del loro cuore. Siamo così pieni d’orgoglio, che crediamo soltanto quando siamo ridotti a pezzettini. Dio a volte ci conduce al limite della nostra povertà! E l’estremo limite è la morte. È nell’umiltà che si capisce!
“Signore tu sei vivo e mi aiuti!”.
Passo una mano sulla fronte sudata. Nuvole bianche camminano in cielo, sotto la spinta del vento che soffia tra le cime. Osservo la loro forma, il colore della luce e di tutte le cose.
All’attacco di una delle mie prime vie importanti, aperta tanti anni fa legato alla corda del grande Feo, c’è una nicchia di roccia, forse come quella di Betlemme; con Fabio e i due Mariano, vi poggiamo la nostra Madonnina! Ci sentiamo meravigliosamente, siamo felici!
La grotta e la Madonnina mi fanno pensare a: “Quale forza, Maria, ti ha permesso di partorire in una grotta, al freddo e al gelo, dopo un viaggio lungo ed estenuante. So che tu sei la madre di Cristo, però, perdonami se oggi voglio pensarti semplicemente mamma, come tante altre che in terra abbracciano i loro figli teneramente al seno: magari un seno senza più latte, in un corpo pelle ed ossa.
Quanto dolore Maria! Tu lo hai provato sulla tua carne e nel tuo cuore! Ecco perché ti porto sulle spalle, perché sono certo che ora, puoi alleviare la nostra sofferenza!”.
GUARDATE LA LUNA
Abbiamo superato le difficoltà della nostra scalata e solamente rocce facili ci separano dalla vetta ormai a portata di mano. I miei compagni mi hanno raggiunto, finalmente possiamo mettere i piedi su un comodo terrazzo e lasciarci andare alla gioia per aver aperto una via bellissima.
Abbiamo trascorso ore di estrema tensione. Gianni è esausto per la stanchezza, ha gli occhi gonfi e, improvvisamente, si mette a piangere. Questo vivo sfogo del cuore è per la gioia di una vittoria costata tanta fatica e paura!
Comprendo il suo stato d’animo perché sto provando lo stesso. Cerco di sdrammatizzare con una battuta: “Allora vècio rampegador, hai voluto provare a fare l’uccello senza ali?”.
Si gira verso di me pallidissimo: “Mi sento ancora i brividi…”.
“Porcaccia la miseria!”, esclamai mentre precipitavo. “Tieni, tieni!…”, pensai terrorizzato, mentre lo strappo mi arrestava.
Mi sentivo come se tutto intorno a me vorticasse da una parte e dall’altra. “Cosa diavolo è successo?”, mi sono chiesto mentre cercavo di razionalizzare l’accaduto. E, d’istinto, capii: “Ahh! È uscito un chiodo e sono precipitato, per fortuna, la corda ha tenuto!”.
Lo incalzo anch’io: “Pochi attimi prima, mi trovavo nel punto più strapiombante della via, dove la roccia era gialla, appeso ad un chiodo che era entrato soltanto un centimetro. Con le dita mi tenevo saldamente aggrappato per alleggerire il mio peso quando ti ho visto, venti metri sotto di me, che riposavi, anche tu appeso ad un solo chiodo. Forse aspiravi ad un sonnellino?”.
Mariano con una forte risata: “Si è svegliato di colpo, quando si è trovato nel vuoto, con trecento metri sotto il sedere”.
Aggiungo con una pacca sulle spalle: “Mentre eri appeso alla corda, avevi gli occhi sbarrati alla paura”.
“Se l’è fatta nei pantaloni!”, esclama Mariano.
E … ridiamo a più non posso.
Poi il silenzio e un mare di nuvole sotto di noi che a intervalli si aprono con ampie fessure e subito si richiudono come per invitarci a non guardare in basso, ma di fronte. Dove un cielo in fiamme, colorato dal sole che sta per scomparire, disegna il profilo delle cime dell’Adamello. Il panorama ci dona tanta gioia di vivere e altrettanta soddisfazione per essere arrivati su questa cima, lungo una via che entrerà nella storia di questa mitica guglia, considerata la più importante del mondo.
Dallo zaino, Gianni estrae una piccolissima Madonna che mettiamo in mezzo ai sassi. I nostri sguardi s’incontrano.
“Chi l’avrebbe detto tanti anni fa, quando correvo sulle montagne con l’unica fede in me stesso, quando rischiavo la vita senza chiedermi il perché della sua importanza per me e per gli altri. Chi l’avrebbe immaginato che un giorno sarei stato quassù a pregare?”.
I miei amici, simultaneamente si voltano e mi guardano.
Seduti nell’attesa di una notte piena di stelle, davanti una striscia rossa all’orizzonte e sotto un mare di nuvole, parliamo di Dio. Mentre ammiriamo il tramonto, penso che siamo proprio un bel trio, conserviamo l’uno per l’altro un affetto puro, un’amicizia che si accresce e si rinsalda ogni giorno con la reciproca stima e fiducia, abbiamo diviso momenti e avventure importanti, purtroppo abbiamo conosciuto il dolore, pieno di sofferenza e di lacrime e continuiamo a essere intimi amici.
Scende dolcemente la sera, una di quelle sere che ti fanno sentire il profumo delle rocce. Una giornata indimenticabile della mia vita che purtroppo sta per terminare.
È quasi buio quando giro gli occhi verso Mariano. “Dormi?”, gli chiedo sottovoce.
“No!”.
“A che pensi?”, incalzo con una gomitata.
Risponde vivacemente: “Mi sto godendo questo cielo stellato infinito, immenso come l’amore di Dio, non riesco a spiegare la gioia che mi è piombata addosso” e dopo un lungo respiro soggiunge: “Se è l’Amore che ci mette in comunione con Lui, allora ogni luogo è buono per amare!”.
“Soprattutto la cima di una montagna”, aggiunge Gianni.
“Beh, sì, anch’io la penso così”.
Interviene ancora Gianni: “Guardate la luna! È una palla di luce. Adoro la luna quando è testimone dei momenti più intimi. Dentro di sé contiene tanti miei ricordi…”.
“Non avete la sensazione che tutto ciò che ci circonda quassù, ci parli di Dio?”.
E la risposta non si fece attendere: “È come un segreto nascosto che attende di essere svelato”.
Rivolgendomi nuovamente ai miei compagni di corda:
“Io non so come sia capitato a voi, ma so come è capitato a me. Dio è entrato nella mia vita in maniera importante e mi rendo conto che dovrò viverci assieme per tutta la mia esistenza”.
Siamo le uniche persone sdraiate sul pulpito di roccia, a quest’ora, e le nostre voci riecheggiano sotto una cupola di luci di stelle; incuranti della notte che presto ci avvolgerà perché abbiamo deciso che la trascorreremo quassù, a tremila metri.
Siamo sulla cima dello Spallone del Campanil Basso. Ci troviamo sulla guglia più bella del mondo, tocchiamo il cielo con un dito…
“Sem en Paradis”.
Un mattino, di tanti anni fa, ero in procinto di completare i soliti preparativi d’inizio giornata, quando, ascoltando la Messa alla radio fui colpito da un pensiero, forse un impulso dello Spirito, una certezza: insomma vidi l’immagine di una Madonnina di cemento sulla scogliera del lago di Garda, in un punto preciso, che conoscevo bene, dove la roccia strapiomba precipitando nelle acque.
Sembrava tutto così irreale, un sogno, non volli prendere la cosa sul serio, anzi decisi di concentrarmi sul mio lavoro, anche perché, quel giorno, avevo molto da fare. In auto il pensiero della Madonnina continuava a tormentarmi, era come se qualcuno mi dicesse che dovevo prendere la cosa seriamente.
Sollevai il polso per guardare l’orologio. Valeva la pena correre il rischio, così decisi di ritardare l’inizio del lavoro per recarmi nella bottega dove avevo comperato la precedente Madonnina.
“Vorrei una Madonnina come…”, dissi al negoziante.
Mi rispose: “Mi dispiace ma ho fatto l’ordine alcuni giorni fa e purtroppo le Madonnine le acquisto assieme ad altre cose ad un’unica Ditta” e aggiunse: “Dovrà attendere il prossimo ordine, tra qualche mese!”.
“Non si preoccupi, non fa niente”, gli risposi.
“Ci ho provato!”, pensai.
Stavo per andarmene quando sopraggiunse la moglie: “Hanno telefonato di aggiungere due quintali di merce per completare il carico…”. “Ma che colpo di fortuna… proprio la sua Madonna”, disse il negoziante con aria soddisfatta.
“Che cosa significa?”.
“Presto avrà la statua!”.
Quale non fu la mia sorpresa! Quella Madonnina rientrava in un disegno più grande!
Il lago era mosso e un vento gelido da nord, un vento pieno di freddo che torturava la pelle del viso e delle mani, trasportava velocissima la barca sull’acqua, facendola sbandare paurosamente ad ogni raffica. Per ripararci un po’ ci eravamo chiusi nelle giacche a vento.
“Sei proprio sicuro di voler mettere la Madonnina su quella scogliera strapiombante?”, disse Mariano convinto quanto fosse impossibile ancorarla senza una base.
“Hai ragione… ma… non so cosa dirti, io, io… l’ho vista proprio su quelle rocce là!”, gli risposi senza staccare per un attimo gli occhi dalla roccia.
Mariano esitò.
“È così?”, riprese.
“Sì”, ammisi.
Virate, strambate e manovre per restare attaccati alla scogliera, studiandone ogni rugosità, alla ricerca di un pulpito. E ancora salivo e scendevo con gli occhi sulla roccia.
“Conosco la forza delle tue convinzioni”, mormorò Mariano.
Ad un tratto ebbi un’idea: “Va bene!”, affermai con decisione: “Ormeggiamo la barca a riva e con la corda proviamo a calarci dalle gallerie di sfiato della strada Gardesana”.
Più tardi, appesi sulla roccia strapiombante, miracolosamente, scoprimmo un pulpito di roccia piano, quadrato, delle stesse dimensioni della base della statua. La reazione fu istantanea: “Incredibile amico mio, proprio un miracolo!”.
I miei sentimenti si scontravano, avevamo trovato il posto ideale per la nostra Madonnina alta un metro e mezzo e con il peso di oltre un quintale. Ora bisognava ancorarla.
Ebbene, un giorno, pensai di chiedere l’aiuto a Romano, un vecchio compagno con il quale avevo fatto alcuni lavori di disgaggio: “Scusa se ti disturbo, ma avrei bisogno di te!”, ed aggiunsi: “Devo mettere una Madonnina e mi serve il perforatore”. Romano sembrava perplesso: non era facile convincerlo! D’altronde come avrei potuto spiegargli… Dopo alcuni secondi di silenzio surreale, inaspettatamente mi rispose: “Ok! Ciano, quando sarai pronto, chiamami! Verrò ad aiutarti e… non dovrai pagarmi un centesimo”.
“Ecco vedi… la Provvidenza?”, disse a sua volta.
“Credimi, vecchio mio, è tutto così straordinario…”, conclusi.
Il giorno prestabilito Alessandro, Mariano, Gianni, Romano ed io fissammo la pesante statua. Un quarto d’ora dopo, mentre, con la barca, ero intento al recupero di tutti gli attrezzi, loro risalivano le corde. Era l’ora del cambio del vento, il lago si era nuovamente fermato. C’era un silenzio, rotto soltanto dall’improvviso sbattere della vela e dal costante mormorio della chiglia che avanzava. Una brezza leggera mi portò all’ormeggio.
Più tardi accadde un fatto straordinario… Nella galleria, gli amici stavano riavvolgendo le corde, quando, uno di loro, raccolse per terra una vecchia cartolina: raffigurava l’immagine di una Madonna. Sul retro, dove solitamente si scrive, una frase: “Grazie di cuore!”. Il loro racconto mi procurò un palpito al cuore.
Un mese dopo…
Luciano, è un uomo generoso che ha aiutato molto i bambini dell’Associazione Serenella. Un pomeriggio si recò all’ospedale per fare visita ad un amico, quando improvvisamente, a cento metri dalla porta d’entrata, fu colto da un malore, un terribile infarto! Venne portato immediatamente in rianimazione: le sue condizioni erano disperate. Me lo confermò la moglie Letizia quando la raggiunsi all’ospedale per avere sue notizie.
“Non preoccuparti!”, le dissi, “Tuo marito deve correggermi ancora altri libri; non può lasciarci!”.
Passarono 40 lunghi giorni, Luciano uscì dal coma e la prima frase che disse alla moglie fu: “Ho visto un fascio di luce abbagliante che illuminava una statua raffigurante la Madonna sospesa sulla cresta delle onde del lago di Garda”.
E questa visione, vista nel coma, la raccontava a quanti si recavano a fargli visita.
“Che strano!”, mi disse Letizia raccontandomi l’accaduto. “Forse Luciano è rimasto colpito dal racconto del tuo libro della Madonnina di Campione, ma quella, non è stata poggiata sotto la vetta?”.
“Sì! Quattrocento metri da terra”, le risposi.
“Però …” le spiegai, “ne abbiamo poggiata un’altra uguale e proprio sopra l’acqua”.
SONO CERTO TI GUARIRÀ
Il sentiero è stretto, quasi inesistente, devo camminare tenendomi alle rocce con un sacco pesantissimo che mi tira giù verso il basso. Sono consapevole che il peso di una Madonnina sulle spalle dovrebbe essere dolce, invece è pesante e mi fa barcollare pericolosamente. Devo stare attento a non mettere i piedi in fallo, devo resistere alla fatica!
Ai piedi della Madonnina appena poggiata mi godo il panorama delle cime attorno...
“Quella parete lassù, non è mai stata salita”, mi dice Egidio, gestore del rifugio Graffer.
“Non mi sembra un’impresa così difficile”, gli rispondo scrutando il suo punto più ardito: un pilastro di roccia grigia che s’innalza verticale tra luce e ombra.
Amo il Brenta, che conosco benissimo: negli ultimi dieci anni sulle sue pareti vi ho aperto oltre trenta vie nuove, ma soprattutto l’ho percorso in lungo e in largo, salendo e discendendo dalle sue cime. Ho imparato a capire dove sarei potuto “passare” in arrampicata libera, quindi trovo strano che nessuno fin’ora non abbia pensato di aprire una via su quella cima.
Con un braccio attorno alla statua, mi rendo conto che sono alcuni mesi che non metto le mani sulla roccia. Oggi lo scopo dell’escursione è un altro: siamo in tanti sulla Cima della Corna Rossa, abbiamo portato fin quassù la Madonnina ed Enrico, che non può camminare; lo abbiamo fatto come fosse una preghiera particolare di guarigione per lui e per altri ammalati”.
Enrico fissa intensamente la Madonnina. Lo vedo con lo sguardo dinanzi a sé, forse prega per la sua famiglia o forse, per tutti noi.
Fra di me: “Ma cosa aspetti, mamma del cielo, a farlo correre? Anche tu, quando eri ai piedi della Croce, hai gridato al Padre: ma cosa aspetti a tirarmelo giù?”.
Enrico, come avesse letto nel mio pensiero: “Abbiamo una fede che ci dice che bisogna chiedere senza mai stancarsi e, di certo, prima o poi, avremo anche noi una risposta!”.
Maria, penso alla tua vita di moglie e mamma…
Quando hai dovuto dire a Giuseppe che eri incinta, con tanti dubbi, tante paure che non potesse capire. È pur vero che Giuseppe aveva fatto un sogno: un Angelo gli rivelava la verità! Ma quando sei un uomo, con tutte le indecisioni e povertà non è tutto così semplice. Giuseppe di certo avrà avuto dei dubbi, ma, infine, ha vinto la sua Santità!
Fra dubbi e certezze ho cercato Dio non solo in chiesa, ma anche sui sentieri, nella felicità come nel dolore, nelle cose facili come in quelle difficili, nella salute come nella malattia. E come molti altri l’ho trovato sulle montagne, nella casa, in famiglia, nel mio lavoro… Così Dio è come il vento che fischia, che sradica gli alberi, solleva il mare, una forza che anche se non si vede, esiste!”.
Rivolgendomi ad Enrico: “Sono felice che il tuo corpo semiparalizzato non ti limiti. La tua anima, le tue emozioni e le tue sensazioni le sento vibrare e mi commuovono, le percepisco come fossero mie. Eppure non si vedono, così come non vedo un Dio che però intuisco in tutte le cose! Sono certo che ti guarirà!”.
Al rifugio tutti sono felici, orgogliosi di aver portato la Madonnina lassù. Una grande gioia inattesa e silenziosa trova posto nel cuore, più che nelle parole.
“È un giorno fantastico, vorrei toccare il cielo con un dito!”, mi dice Enrico entusiasta.
“Anch’io, vecchio mio”, gli rispondo.
Più tardi…
Chiedo ad Egidio di prestarmi qualche chiodo.
“Non vorrai attaccare il pilastro a quest’ora?”, risponde sorpreso.
“Su dai, non preoccuparti, provo il primo tiro di corda e torno giù”.
Intanto Egidio corre in cantina e torna con un mazzo di chiodi.
“Grazie!”, mentre infilo velocemente la porta del rifugio.
Il sole splende luminoso e il cielo stesso, al di sopra delle montagne, è di un azzurro quasi bianco, come se la neve volesse non soltanto rispecchiarsi ma anche salire ai suoi limiti ed essere un tutt’uno con il cielo; qualche nuvola color argento sembra dar vita ad un’immagine che sembra una cartolina.
Rivolgendomi al mio compagno:
“Mariano, vorrei mostrarti una bella parete!”.
“Ma sì, a quest’ora!”, mi risponde guardando l’orologio.
“Prendi anche l’imbrago e la corda, non si sa mai”.
Sul sentiero che porta alla base della Corna Rossa, camminiamo con passo svelto. Più tardi, raggiungiamo l’attacco della nostra via. Alcuni minuti per i preparativi e finalmente ho le mani sulla roccia.
“Se salgo diretto, mi allontano dal Pilastro” esclamo, fermo sotto un tetto e con le gambe in ampia spaccata.
Mi suggerisce Mariano: “Non hai altra scelta!”.
“Potrei provare a raggiungerlo con un lungo traverso”.
“Lascia perdere, non vedo fessure e appigli, ti metti in un vicolo cieco!”, mi grida il mio compagno.
“Allora ci provo!”.
Poco dopo, sono costretto a dargli ragione; la parete che ho davanti è liscia, compatta e mi trovo in difficoltà, poggiato su minuscoli appoggi, nel tentativo estremo di mettere un chiodo.
Avvertendo la situazione Mariano non mi risparmia: “Testone di un testone… te l’avevo detto, di lasciar perdere!”.
“Ma va a quel …”, penso fra me: “Se riesco a passare questa placca è fatta!”.
Nel frattempo, Pierluigi raggiunge la base della parete. Tutti i tentativi di mettere un chiodo sono vani, anzi uno mi sfugge e precipita cadendo vicinissimo ai miei compagni. “Fate attenzione là sotto!”.
Non mi resta, a questo punto, la minima possibilità ormai. “Non posso volare, non devo correre rischi, non mi è consentito! Dove mi trovo e con un solo chiodo di protezione cadrei in fondo”.
Esausto per la stanchezza cerco la soluzione del problema, cambiando in continuazione posizione delle mani e dei piedi per evitare dei crampi, nel tentativo estremo di piantare un buon chiodo. Ci riesco soltanto dopo molti tentativi, mettendoci tutta l’energia di cui posso disporre, così mi spingo deciso sul sesto grado del passaggio che sta sopra di me. Gli occhi dei miei compagni non mi mollano un attimo.
Più tardi, sul filo del pilastro, le rocce si fanno più appigliate; finalmente posso allentare la tensione ed abbandonarmi ad una arrampicata bellissima, piena di soddisfazione.
La Madonnina spicca sulla cima di fronte: accarezzata dal sole, bianchissima nell’azzurro del cielo…
“Guarda… guarda la Madonnina!”, mi grida Mariano mentre sono in procinto di salire.
“Lascia perdere, non posso pregare intanto che arrampico”.
“Se pregare significa stare con Dio… puoi dire che preghi ovunque, anche intanto che stai scalando!”, mi risponde seccato.
Il sole sembra fermo, alto in cielo, proprio a picco; nonostante facesse molto caldo, l’ombra dell’anfratto di roccia dove sono rannicchiato mi dona riposo e sollievo. Dopo aver piantato dei chiodi di sosta, posso finalmente recuperare la corda e… godermi la Madonnina.
“Ha ragione Mariano, come si può affermare che non posso pregare mentre arrampico? Ma sì… questa è proprio bella, si può amare anche mangiando, o correndo e persino facendo fatica” e ancora: “Maria, è il mio modo di essere! Non riesco a mettermi facilmente, nelle tue mani, credo troppo in me stesso! Ho troppi limiti… ma sì …su dai…amami così come sono!”.
Ancora Mariano: “Giuliano… Giuliano…! Cosa vuoi che ti dica, arrampico con il cuore e gli occhi alla Madonnina, è troppo bella!”.
“Caro amico, hai molta più fede di me”.
Assieme ad Enrico e Daniela abbiamo pregato e sognato ma soprattutto vissuto intensi momenti d’amore per gli altri... per i bambini dell’«Associazione Serenella». Ora ci abbandoniamo ad un sogno con la certezza che, un giorno, diventerà realtà; perché con Cristo “l’impossibile è possibile!”.
“Venite con me, tutti voi che siete stanchi e oppressi: io vi farò riposare” (Matteo 11. 28-29).
Prepararsi! Trenta secondi al lancio!”.
La lucetta rossa vicino al portellone si è accesa e il sergente istruttore dà uno sguardo ai paracadutisti pronti a saltare.
Avevo vent’anni ero al mio primo lancio e mi sentivo padrone del mondo; ora ho cinquant’anni, da nove anni sono ammalato di sclerosi e deambulo con difficoltà. Prima volavo, ora a stento cammino.
Ho conosciuto l’inferno sulla terra fino a quando, è trascorso più di un anno, il Signore si è evidentemente impietosito e mi ha toccato con la grazia della Fede, io che non credevo … Ora veramente volo, volo con Dio e lo prego tutti i giorni di guarirmi, di permettermi ancora di andare in bicicletta, sciare e nuotare come facevo prima.
Il Signore si serve dell’uomo per aiutare l’uomo: siamo nell’estate del ‘99, al Rifugio Graffer e un gruppo di amici mi trasporta a turno sulle spalle. Stiamo andando a collocare una Madonnina, la porta Giuliano e per me è un onore immenso: sono trasportato come Lei.
Se andate al Rifugio Graffer, passate a guardarla e salutatela come si saluta una mamma; nel suo cuore c’è posto anche per voi.
Io la prego tutti i giorni: “Mamma, chiedi a tuo figlio che mi guarisca” e sono sicuro che qualche cosa succederà, se non a me forse a qualcun altro che magari ha più bisogno.
Ormai sono numerose le Madonnine sulle nostre montagne; quando
passate, mandate loro un saluto e un bacio: vi sentirete meglio.
A SERENELLA
L’estate del 1990.
Serenella aveva da poco terminato le cure contro il tumore: l’incredibile operazione a Zurigo e tutto il ciclo di radioterapia. Sapeva benissimo la gravità della situazione, conosceva la diagnosi della malattia ma ciononostante era tranquilla, serena e si godeva intensamente la gioia della sua bambina. Aveva una grande fede, una fede semplice, viva e forte; tipica delle anime che si stanno incontrando con Dio, le più pure, le più belle! In poche parole, Serenella mi stava trasmettendo un credo che per tutta la vita avevo rinnegato, con piccoli gesti m’insegnava a parlare con Dio allo stesso modo con cui si parla con un papà, un fratello, un amico molto intimo. Cominciavo a rendermi conto che Dio non ci ha chiamati ad essere semplici amici o suoi vicini di casa, ma bensì ad essere suoi figli! Non mi chiedeva un’insieme di “preghierine”, ma un’alleanza di sangue. Dovevo scegliere!
Mentre i giorni passavano in una alternanza di lacrime e serenità, di speranza e di dolore, cominciai ad accorgermi dei primi segni che testimoniavano la potenza di Cristo attraverso fatti, piccoli e grandi; insomma avvertivo sensazioni che toccano il cuore e ti fanno uscire le lacrime, proposte concrete da prendere sul serio!
Mariano, il mio fido compagno di corda e di vita, mi propose di portare una Madonnina su una montagna. La scelta cadde sulla Val d’Ambièz, un anfiteatro di cime unico al mondo dove avevo aperto moltissime vie nuove ma soprattutto dove avevo trovato l’accoglienza buona e semplice del gestore del rifugio Ignazio, assieme alla moglie ed ai figli.
Prima di lasciare la mia abitazione Mariano osservava incuriosito un piccolo Crocefisso poggiato vicino ad una minuscola statua.
“Chi è?”, chiese.
“È un dono … un Santo… mi sembra un certo S. Gaspare”.
“Vorrei anch’io portare qualcosa sulla montagna come preghiera per la guarigione di Serenella”, bisbigliò.
Volsi lo sguardo e... “Porta San Gaspare!”.
Ancora Mariano: “Facciamo così, prendo il piccolo Crocefisso”.
“Perdonami San… San Gaspare”, balbettò.
“Metti la statua del Santo sulla mensola vicino al grande Cristo che c’è sulla parete, così non gli avremo rubato nulla”, commentai.
“Perfetto, è una bella idea”, concluse il mio compagno soddisfatto.
La via, lungo il vertiginoso spigolo sui Castei Meridionali, è una delle più belle ed esposte del Gruppo; è stata dedicata ad Anna, la mamma di Gianni, mio compagno di corda durante la prima ascensione.
Le difficoltà crescevano man mano che ci avvicinavamo alla vetta. Ricordo, a tutt’oggi, Mariano salire deciso lo strapiombo finale, l’esposizione sotto di noi e la cima dallo spazio così ridotto da stare in piedi a fatica.
Con un pugno di malta abbiamo cementato il piccolo Crocefisso di San Gaspare; più avanti sulla cresta sarà la volta della Madonnina. Ai suoi piedi, passai mentalmente in rassegna tutto ciò che avevo vissuto negli ultimi mesi: giorni di grande dolore, d’estenuanti fatiche, di speranze e di delusioni. Una diagnosi fatale dopo l’analisi istologica del male, la paresi che incatenava Serenella, una bambina di pochi mesi da crescere e qualche bel debito da pagare; però anche grandi miracoli: la nascita di Chiara, Serenella ancora viva. Questo miscuglio di ragionamenti mi riportò alla realtà di quel momento, ma l’immagine di quella piccola statua era così celeste dall’invitarmi a pregare.
Un silenzio, e ad un tratto mi venne un’idea e feci il mio voto: “Maria! Se guarisci Serenella ti prometto che su questa cima, in questo posto, costruirò una piccola chiesa”.
Incominciai a ragionare freddamente. Socchiusi gli occhi e mi concentrai sulle cose che correvano e mi sfuggivano: m’immaginavo lassù, circondato di mattoni, cemento e attrezzi vari. Mi sentivo intorpidito di corpo e di spirito, avevo la sensazione di vivere un sogno.
Il sole era verticale sopra di noi. Fissavamo la Madonnina e… finalmente trovai sfogo nelle lacrime. “L’amore permette qualunque desiderio…”, dissi, mentre ci allontanavamo lungo le rocce.
Anche Mariano aveva gli occhi infossati.
Dopo quell’esperienza in montagna, spesso guardavo la statuetta di San Gaspare pregandolo di intercedere per il miracolo.
Un anno dopo, una domenica d’ottobre, Serenella moriva! Quel giorno era la festa delle Missioni e anche la festa... indovinate di chi? San Gaspare! Per me quello fu un segno evidente di come la volesse con lui in Paradiso.
Ritornai ancora su quella cima e scalai il suo vertiginoso spigolo. In vetta sollevai quel piccolo Crocefisso di San Gaspare e lo deposi nello zaino; il pezzo di roccia a cui era cementato si era staccato, sembrava un fiore di pietra: i petali coronavano il piccolo Cristo creando una fantastica scultura. Decisi di riportarlo a valle.
La notte rimasi sveglio a lungo, con la mente piena di pensieri contrastanti. Non sapevo se il Cristo doveva rimanere lassù sulla montagna o se invece avevo fatto una cosa giusta nel riportarlo con me.
Tuttavia, all’indomani, mi svegliai straordinariamente felice ma dopo qualche ora la gioia che mi sentivo dentro fu interrotta dalla telefonata di un amico, mi annunciava che la moglie aveva un tumore, e di quelli brutti.
La mia fantasia ondeggiava fra tante possibilità: pensai a Dio, a Serenella e… al Cristo che, il giorno prima, avevo raccolto sulla cima della montagna.
Mi rendevo perfettamente conto della situazione. Volai in ospedale. “Cara Miriam, questo Crocefisso…” e le raccontai tutta la storia. Glielo misi accanto: “È una delle cose più preziose che ho, ci sono affezionato, sono certo ti aiuterà!”.
Tuttavia mi restarono dei dubbi ma… da allora, e sono passati alcuni anni, Miriam è ancora tra noi! Sono state le cure? Oppure l’aiuto del Santo?
I segni hanno raccontato la mia vita, hanno spiegato i miei desideri, il mio cammino: una chiesa, di quattro mura, non più in cima alla montagna, bensì racchiusa nel cuore delle persone, che hanno scelto di pregare Dio aiutando i bambini dell’Associazione che prenderà il nome di Serenella.
Mario è “volato” e, ora è completamente di peso sulla corda. Qualche ora prima di attaccare la parete: “Glielo avevo gridato che quelle scarpe non erano adatte per l’arrampicata estrema, avevo insistito che erano più per l’escursionismo”. Ma lui: “Dai Giuliano… andiamo! Ti assicuro che vanno bene!”.
“Mario?”. Una pausa.
La frase mi venne subito, spontanea: “Porcellino di un porcellino, vanno bene vero le tue scarpe!”, imprecai, trattenendo con forza la corda.
“Cala, calami per un paio di metri!”, seguitava a gridare.
“Perdinci, vorresti tornare con i piedi per terra”, sospirai.
“Se lo calo fino alla sosta, sono convinto, non arrampicherà più”, pensai bloccando la corda.
Poco dopo…
Scesi sull’orlo dello strapiombo per aiutarlo.
“Allora, vuoi salire sì o no!”, gli dissi con tono deciso.
Il mio compagno tacque e poi riprese: “È una parola, le braccia non le sento più e così le mani non riesco più a chiuderle!”.
Non mi tolse gli occhi di dosso mentre mi disse: “Il cuore mi pulsa fortissimo, le tempie cominciano a battermi…non ce la faccio più!”.
“Come??? Non dirai sul serio!”.
Vi fu un breve silenzio e: “Devo…devo continuare?”.
Alla fine. “Stammi bene a sentire, se ti aiuterai un po’potrò sollevarti di peso, almeno fino oltre lo strapiombo”. Ma, all’improvviso qualcosa mi uscì dai pantaloni e volò, precipitando nel vuoto. “Porcaccia la miseria, nooo… il portafoglio!”. Mi spinsi all’infuori senza esitare. Nel vuoto: soldi, carte di credito, patente e foglietti.
Un attimo e… a quel punto, non ebbi scelta: “Ok, scendiamo!”.
E… Mario sorrise.
Nel frattempo, gli amici della SAT di Arco stavano portando sulla vetta una Madonnina. Decidemmo di raggiungerli per il sentiero attrezzato ma, non prima di aver recuperato i miei averi. In vetta, ero un po’ nervoso, devo ammetterlo, ma allo stesso tempo felice. Mi sono lasciato afferrare dall’aria di pace che emanava la Madonnina poggiata sull’orlo dello strapiombo: dominava la valle e sarebbe stata vista ovunque. Fu un momento di gioia, soprattutto quando ai piedi della statua ho visto una targa con una una preghiera “rubata” dal mio primo libro: “Mi sforzo di ricordare tanti amici… alcuni mi vengono in mente subito, altri più lentamente. Ricordo i volti di Franco, Ugo, Marino, Fabio, Benvenuto, Tita, Scipio, Vittorio, Roberto, Luciano… Alzo gli occhi al cielo per comunicare con loro! Ma come? Con la mia preghiera.”.
Il cielo s’illuminò sopra il mio capo, quando il sole si liberò dalle nuvole. Era un tardo e tiepido mattino di primavera, fissai i miei compagni di corda, a uno ad uno: Paolo, Claudio, Mario. Quante giornate di montagna abbiamo trascorso assieme, e ancora quante arrampicate e grandi avventure.
Rivolgendomi a Claudio: “La cima Colodri... sulle sue verticali pareti vi ho passato intere giornate, ho vissuto emozioni fortissime, avventure irrepetibili; vie nuove, prime ripetizioni e persino alcune prime solitarie”.
Respingendo ogni esitazione: “Noi alpinisti abbiamo il dono di amare la vita, a questo mondo ci stiamo bene…”.
Scossi la testa, con un sorriso: “Oh sì, però dobbiamo occuparci anche di chi non ha avuto tanta fortuna”.
Claudio mi ricambiò il sorriso.
Volgendo lo sguardo verso gli altri miei compagni, mormorai: “Ora, ai piedi di questa Madonnina qualcuno si fermerà, per ricordarsi degli amici alpinisti caduti, per le tante persone che hanno bisogno di una mano, oppure per ringraziare Dio del felice esito della scalata”.
Il profumo degli alberi e dei fiori riempiva l’aria. Sul sentiero di ritorno Mario mi disse: “Non t’immagini quello che provo dentro di me” e aggiunse: “Ci preoccupiamo troppo dei problemi quotidiani, mentre per vivere basterebbe così poco, ci siamo proprio incasinati”.
“Sì, ammetto che hai ragione, è forse la nostra più grande debolezza”, gli risposi con voce roca.
Continuammo a camminare senza fretta, inoltrandoci in mezzo ai pini quando la voce di Mario riprese con affettuosa insistenza…
“San Francesco, nel suo modo umile e semplice di vivere la vita, ripeteva sempre:
“Perciò io vi dico: non preoccupatevi troppo del mangiare e del bere che
vi servono per vivere, o dei vestiti che vi servono per coprirvi. Non è forse vero che la vita è più importante del cibo e che il corpo è più importante del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: essi non seminano, non raccolgono e non mettono il raccolto nei granai…eppure il Padre vostro che è in cielo li nutre! Ebbene voi non valete più di loro? E chi di voi con tutte le sue preoccupazioni può vivere un giorno più di quel che è stabilito?
Anche per i vestiti, perché vi preoccupate tanto? Guardate come crescono i fiori dei campi: non lavorano, non si fanno vestiti… eppure vi assicuro che nemmeno Salomone, con tutta la sua ricchezza, ha mai avuto un vestito così bello!” (Matteo 7, 25-30).
“È difficile far proprie le verità”, esclamai e, tornando a camminare: “Chissà, bisognerebbe diventare come un uccello del cielo…”.
“E volare… volare…”, mi interruppe.
Ovvia la risposta: “Per ora mi ritorna alla mente il mio portafoglio che volava!”, rompendo l’atmosfera del momento.
“Non hai bisogno di dirmi altro?”.
“Volevo assicurarti che anche senza soldi, oggi mi sento molto più ricco di prima”.
“Per quel che mi riguarda anch’io lo sono!”, mi rispose commosso.
Si chiama Cima della Madonna, credo che meriti una Madonnina sulla sua cima”, dissi ai miei compagni, mentre salivamo il ripido pendio che separa il sentiero dalla parete. “Poi… ci sono tanti altri motivi!”, aggiunsi pensieroso. “La parete non supera i centocinquanta metri, tuttavia offre la possibilità di vie nuove non estreme…”.
Mariano con tono ironico: “Conosco le tue vie non estreme”.
Andrea: “Scusate… e la Madonnina?”.
A un tratto, il mio sguardo fu attratto da una fessura che saliva nel fondo di un bellissimo diedro. Indicando con un dito, dissi: “Oggi, andremo lassù”.
Il profumo degli alberi e dei fiori riempiva l’aria, stretti su un pulpito roccioso i preparativi: sciogliemmo le corde, annodammo i cordini e indossammo l’imbrago con moschettoni, chiodi e martello. Sopra ogni cosa, il sole stava ancora chiuso tra le cime.
Nuovamente Andrea: “Sì va bene! Ma… la Madonnina?”.
Mi concentrai sulla mia scalata. Venti metri sopra, un chiodo frenò il mio entusiasmo di aprire una via nuova: mi sussurrava che qualcuno era già salito lungo quella fessura. Deluso per l’amara sorpresa tentai di raggiungere uno “spigolo”, senz’altro mai salito prima.
“Ok, lascio la via e provo questo traverso di rocce verticali e inviolate, tenete bene!”, gridai ai miei compagni mentre lentamente mi muovevo su appigli rovesci e appoggi per i piedi quasi inesistenti.
Andrea: “Giuliano, Giuliano!”.
“Dimmi… cosa c’è?”.
“E… e… la Madonnina?”.
Dopo un passaggio difficile, riuscii a piantare un buon chiodo di sicurezza e lentamente proseguii la mia scalata. Le difficoltà calavano man mano che completavo il mio traverso. Finalmente potevo poggiare la pianta dei piedi sopra un pulpito e conficcare nella roccia dei solidi chiodi di sosta. Avevo aggirato lo spigolo roccioso che delimitava la parete in ombra con quella nella luce. Il sole del mattino scaldava le mie mani e illuminava le rocce rendendole d’aspetto più articolate, più mosse. Sopra, tutto sarebbe stato più facile.
“Ok, molla tutto! Potete partire!”, gridai ai miei compagni.
Nuovamente Andrea: “e… la Madonnina?”.
Dopo un breve periodo di riflessione: “Portala su!”.
“Ma… è di cemento, pesa venti chili!”.
“Ti guadagni il Paradiso”, gli replicai con tono persuasivo.
“Se salgo con questo peso, è la volta che lo raggiungo il Paradiso”.
“Dai… provaci! Ti aiuto tenendo la corda ben tesa”.
Sul traverso… “Acci….”, gridò Andrea e, tutto ad un tratto, era di peso sulla corda.
Per alcuni secondi trattenni il respiro. Andrea era caduto e si trovava in una brutta situazione: sostenuto da un unico chiodo, se avesse ceduto avrebbe fatto un lungo pendolo. Aspettai in gran silenzio, con il cuore in gola, che riprendesse a scalare.
Dopodiché, molto lentamente, l’osservai nuovamente con le mani sulla roccia. Provai subito un enorme sollievo. “A proposito”, dissi, “…non è facile fare il sesto grado con una Madonnina di cemento sulle spalle!”.
Ora, tra noi c’erano circa venti metri. “Bene, diamoci da fare e fate attenzione!” gridai, volgendo lo sguardo su di loro con un sorriso.
Pochi minuti più tardi. “Se avesse ceduto il chiodo? Ma… forse è meglio no